5-8 dicembre: la piccola e media editoria in mostra a Roma al Palazzo dei Congressi

Il primo passo è aprire un libro. Il secondo viene di conseguenza e può portare ovunque: dal rilancio dopo la tempesta, alla scoperta di nuovi orizzonti. Si parte da un libro, si riparte da “Più libri più liberi”, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, la cui dodicesima edizione è in programma da giovedì 5 a domenica 8 dicembre al Palazzo dei Congressi di Roma. Promossa e organizzata dall’Associazione Italiana Editori, “Più libri più liberi” torna a mostrare le ricchezze di un settore – quello della piccola e media editoria –, che svolge un ruolo fondamentale nel panorama dell’editoria italiana e resiste al periodo di crisi, trovando forza nell’indipendenza culturale ed economica, esplorando percorsi sconosciuti, portando alla luce inedite letterature, valorizzando giovani talenti. Nei quattro giorni della manifestazione, il Palazzo dei Congressi ospita 374 espositori, 900 ospiti in 310 appuntamenti, con autori nazionali e internazionali, artisti, rappresentanti dell’editoria, dello spettacolo, della cultura.

Vladimir Putin e Enrico Letta ratificano a Trieste l’intesa “Ermitage Italia” che avrà sede a Venezia

Nell’ambito del vertice governativo italo-russo che si è tenuto martedì 26 novembre a Trieste, alla presenza del presidente russo Vladimir Putin e del Premier italiano Enrico Letta, è stato ratificato il Protocollo d’Intesa per l’apertura del Centro Scientifico Culturale “Ermitage Italia” a Venezia. Annunciata nel luglio scorso, e quindi siglata a San Pietroburgo, l’intesa è stata inserita tra gli accordi bilaterali tra i due Stati quale unico protocollo specifico di carattere culturale. A Palazzo della Regione a Trieste, dove si sono riunite le delegazioni governative per la firma degli accordi e dei protocolli tra i due Stati, la Città di Venezia e il Museo Statale Ermitage, hanno riaffermato la comune volontà di rinnovare “le attività scientifiche culturali e organizzative della Fondazione Ermitage Italia attraverso il Centro Scientifico e Culturale ‘Ermitage Italia’, promotore il Comune di Venezia. “Ermitage Italia”, centro di studi e ricerche per lo sviluppo delle relazioni culturali tra Italia e Russia e lo studio dell’arte italiana in Russia, avrà dunque sede nel cuore della città lagunare nelle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco e da qui svolgerà la sua attività sul territorio nazionale. “Dopo il lavoro svolto insieme in questi anni – ha commentato il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni – sono felice che sia riconosciuto anche a livello governativo un impegno importante che è stato sostenuto sia dal Museo Statale Ermitage sia dalla Città di Venezia, e ci auguriamo che questo riconoscimento permetta di sviluppare i progetti in atto e i tanti che ancora vogliamo avviare”. Tra gli impegni già annunciati dal Sindaco di Venezia e dal Direttore dell’Ermitage, un convegno internazionale, in programma la prossima primavera nella città lagunare, sullo stato dei musei nel nuovo secolo, in cui i direttori delle principali Istituzioni europee si confronteranno alla luce dei 250 anni dell’Ermitage – che ricorrono proprio nel 2014 – e della peculiarità del sistema museale italiano.

L’ex Commissario Montalbano indaga sui presunti crimini del grande musicista Furtwängler

Milano. Massimo De Francovich e Luca Zingaretti in una scena di “La torre d’avorio”, di Ronald Harwood, al Piccolo Teatro Strehler (foto Buscarino)

Milano. Massimo De Francovich e Luca Zingaretti in una scena di “La torre d’avorio”, di Ronald Harwood, al Piccolo Teatro Strehler (foto Buscarino)

(di Paolo A. Paganini) Luca Zingaretti, sul pascoscenico del Piccolo Teatro Strehler, voleva far dimenticare il celebre Commissario Montalbano della fortunata serie televisiva di Camilleri? Missione compiuta. Nel dramma “La torre d’avorio”, di Ronald Harwood (debutto a Londra nel 1995 regia di Pinter, e poi sul grande schermo, 2002, regia Istvan Szabò), Zingaretti sostiene il ruolo del Maggiore Steve Arnold. Incaricato dal comitato americano per la denazificazione, dopo la fine della guerra, nel 1945, deve stabilire se, fra tanti altri fiancheggiatori inquisiti, più o meno compromessi con il nazismo, anche il famoso direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, amato da Hitler, caro a tutti i gerarchi, avesse avuto responsabilità politiche come occulto e mai dichiarato sostenitore dei crimini nazisti.
Teatro inchiesta, affascinante dramma di parola, “La torre d’avorio”, nei due atti di quasi un’ora ciascuno, tiene inchiodati gli spettatori in platea in una tensione emotiva ad alto voltaggio, mentre il Maggiore Arnold tenta a sua volta d’inchiodare il celebre direttore d’orchestra alle sue presunte responsabilità. Né sembrano avere importanza le testimonianze a favore di Furtwängler a dimostrazione dei tanti aiuti da lui dati a molti ebrei, così salvandoli dalle camere a gas. Per il tenace Maggiore erano solo alibi e copertura della sua cattiva coscienza.
Ma, al di là della vicenda reale, l’avvincente dibattito teatrale sta, soprattutto, su due punti fondamentali, uno pregiudiziale, l’altro morale. L’aspetto pregiudiziale è nella domanda, implicita e non dimostrata: Furtwängler non sapeva o non voleva sapere? La risposta riposa in aeternum nella coscienza del direttore d’orchestra. Ma è il punto morale, quello fondamentale, quello più intrigante, sul quale può calare non il giudizio della Storia ma l’opinione di ciascuno di noi. Vale a dire: quando tanti intellettuali, tanti artisti tedeschi, dopo il 1933, preferirono lasciare la Germania, o per evitare persecuzioni o per non avere niente a che fare con il nazismo, lui, Furtwängler, perché preferì rimanere in patria? La musica, la grande musica del repertorio romantico, di Beethoven, di Brahms, di Bruckner, soprattutto di Wagner, sotto la direzione di Furtwängler, già direttore del Gewandhaus di Lipsia e poi del Berliner Philarmoniker, era da considerarsi fiore all’occhiello del nazismo o diritto dell’artista di poter considerare l’arte separata dalla politica?
La musica, viatico consolatorio di elevazione spirituale, era dunque la religione laica che non solo giustificava ma gli imponeva, come dovere morale, di rimanere nella sua terra per continuare a dare una sublimazione liberatoria, al di là delle patrie, al di là della patria, nell’empireo della bellezza musicale, in un oblio lontano dalle atrocità quotidiane, svincolato dai crimini nazisti? La musica, con i suoi ideali attributi di purezza e innocenza, può convivere ed essere superiore al clima del terrore alla violenza politica, o poteva, involontariamente o forse consciamente, essere ritenuta complice, colpevole, corresponsabile?
È ciò che tenta di stabilire il Maggiore Arnold, dedicandosi, con una cocciutaggine odiosa e persecutoria, più da musicofobo che da inquisitore, spregiatore di ogni forma minimamente corretta, volgare fino alla nausea, ma nella buonafede di un redivivo Javert in carne ed ossa, fanaticamente implacabile, per amor di giustizia (umanità e generosità non c’entrano), nel perseguitare, per i suoi peccati di gioventù, l’umanissimo e generoso Jean Valjean de “I miserabili”. E allora aggiungiamo che qui, il nostro ex Montalbano, che s’è assunto anche la responsabilità della regia, è straordinariamente convincente e ricco di sfumature espressive, capace, perfino, di insinuare un sospetto di innocenza e di timidezza in questo difficile personaggio, scorbutico e antipatico.
Massimo De Francovich è un Furtwängler di superba dignità interpretativa nella sua “torre eburnea” (da qui il titolo del dramma), conscio della propria grandezza d’artista (in realtà Furtwängler fu il più grande direttore d‘orchestra della sua epoca, forse superiore a Toscanini, a De Sabata, a Von Karajan, tutti presenti nei riferimenti drammaturgici). Tutti gli altri, ugualmente di grande eccellenza interpretativa: Paolo Briguglia (il tenentino critico nei confronti dei metodi di Arnold), Caterina Gramaglia (la modesta stenografa, figlia d’un eroe di guerra), Gianluigi Fogacci (infido verme opportunista), Francesca Ciocchetti (intensa e alterata vedova d’un pianista ebreo). Pubblico partecipe ed entusiasta. E moltissimi giovani. Bene.
Piccolo Teatro Strehler, Largo Greppi, Milano – Repliche fino a domenica 8 dicembre.

A Firenze giornata di studio e concerto per d’Annunzio al Museo di Casa Martelli

Giovedì 28 novembre al Museo di Casa Martelli (via Zannetti 8, Firenze), sarà celebrato il centocinquantenario della nascita di Gabriele d’Annunzio (Pescara 12 marzo 1863 – Gardone Riviera 1 marzo 1938). Il programma dell’iniziativa prevede una giornata di studio e un concerto. Alle 16, dopo le introduzioni del Soprintendente Cristina Acidini, del Direttore dei Casa Martelli, Monica Bietti, e del Vice presidente dell’Ente Cassa di Risparmio, Pierluigi Rossi Ferrini, promotore e sostenitore dell’iniziativa, si susseguiranno gli interventi di Carlo Sisi (Consigliere dell’Ente Cassa di Risparmio), di Claudio Paolini (Sprintendenza Beni Architettonici) che parlerà de “La Capponcina: un arredo in forma di romanzo”; di Marco Marchi (Università di Firenze) che tratterà de “Lo sguardo e i simboli. Con d’Annunzio alla Capponcina”; quindi lo storico dell’arte Andrea Baldinotti parlerà su “Gabriele d’Annunzio, Camillo Biondi, la Manifattura di Signa. Da un epistolario inedito”; a seguire Simona Costa (Università di Roma Tre) chiuderà gli interventi parlando de “Il mago della Capponcina: tra parola e musica, verso un’arte totale”. La seconda parte della giornata prevede alle 20.45 un concerto del mezzosoprano Silvia Regazzo, con Daniela Costa al pianoforte, che prevede romanze di Francesco Paolo Tosti (1846-1915) su liriche di Gabriele d’Annunzio. L’iniziativa è a ingresso libero, fino a esaurimento dei posti disponibili.