Due dolorosi casi psichici secondo Freud (e Lorenzo Loris) in scena all’Out Off

Milano. Patrizia Zappa Mulas interpreta all’Out Off un classico caso di isteria in “Prodigiosi deliri”.

Milano. Patrizia Zappa Mulas interpreta all’Out Off un classico caso di isteria in “Prodigiosi deliri”.

(di Paolo A. Paganini) “Prodigiosi deliri”, con Mario Sala e Patrizia Zappa Mulas, che Lorenzo Loris ha voluto mettere in scena e “analizzare” nella milanese sala dell’Out Off (un’ora e 15 senza intervallo), sfugge a un tradizionale giudizio critico, sia per la sua specificità scientifica, sia per una sua impossibile classificazione come genere teatrale. Lo spettacolo – per comodità continueremo a chiamarlo così – porta come sottotitolo “Ispirato a due studi di Sigmund Freud e Ludwig Binswanger”. Qui sorge la prima difficoltà interpretativa. Quali sono i confini dell’”ispirazione”? Spieghiamoci. Se si riproduce in laboratorio la sintomatologia di una situazione patologica, ciò rientra nella sperimentazione o nell’ispirazione?
Ebbene, qui, ora, nel “laboratorio” scenico dell’Out Off, è stata inscenata la simulazione di due pazzie, di due casi realmente studiati dai due studiosi del titolo. Non ispirazione, dunque, ma “scientifica” rappresentazione e analisi di due precisi casi clinici. Ed è talmente vero il nostro assunto che la programmazione dello spettacolo “Prodigiosi deliri” avrà come corollario, da qui a quasi tutto dicembre, una serie di specifici studi e di pertinenti letture a latere. Ci saranno primari di psichiatria (Leo Nahon), psichiatri (Sergio Contardi e Giovanni Sias), filosofi della Scienza (Stefano Moriggi), docenti di filosofia teoretica (Federico Leoni). E poi: letture e commenti di brani classici con attori e studiosi, da Laura Marinoni a Luca Ronconi, da Carlo Cecchi a Giorgio Fabbris ed altri.
Veniamo ai due casi in questione come ricaviamo dal programma di sala. Daniel Paul Schreber, presidente della Corte d’Appello di Dresda, figlio d’un rigido educatore, ebbe, a 51 anni, nel 1893, una grave crisi nervosa, che lo portò a un “prodigioso delirio”: sentiva voci, parlava con presenze divine e con fenomeni naturali, sognava una forma di ermafroditismo per concupirsi in copula autogena, in una delirante psicosi, che volle addirittura mettere per iscritto nei più reconditi e descrittivi particolari. Dell’importanza di questi scritti si accorse appunto Freud, e da questa descrizione (ispirazione?) ha preso l’avvio all’Out Off il monologo di Mario Sala. Semplicemente eccezionale: per stupefacente abilità mnemonica, per ancor più sbalorditiva velocità eloquiale, per capacità di calarsi in una attendibile mimesi paranoica. Il secondo monologo, in successione, vede Patrizia Zappa Mulas calarsi nella giovane Ellen West, distrutta fisicamente e mentalmente da problemi con il cibo e con la realtà. Il tremito, l’instabilità psichica, l’isteria allucinata sono realisticamente adottati dall’attrice, che ne fa una dolorosa e suggestiva partecipazione interpretativa, fino a una specie di tripudio dei sensi in una lucida esaltazione poetica, per concludersi subito dopo nel suicidio. Dolcissima e dolorosamente patetica. Ma dove vedeva l’aspetto comico qualche spettatore? Mah.
Repliche fino a domenica 22 dicembre.

Scarpetta ovvero l’irresistibile tentazione della farsa (con un eccezionale primo tempo)

Milano. Una scena di “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta, al Franco Parenti... Dopo tanta fame, finalmente arrivano gli spaghetti (foto Federico Riva).

Milano. Una scena di “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta, al Franco Parenti… Dopo tanta fame, finalmente arrivano gli spaghetti (foto Federico Riva).


(di Paolo A. Paganini) Dai gloriosi lombi del teatro comico napoletano, discese, fin dal Cinquecento, una robusta progenie di avventurose e spericolate “maschere”, protagoniste d’una drammaturgia che, su su per la Penisola, seppe anche valicare le Alpi verso successi non solo nostrani. A Napoli nacque Pucinella, furbo e cialtrone. Quando, dopo più di tre secoli, Antonio Petito ne celebrò per l’ultima volta le gesta, lasciò a Eduardo Scarpetta (1853-1925) il testimone d’una comicità, che l’attore e drammaturgo napoletano fece rivivere nei panni d’un non meno celebre Felice Sciosciammocca. Ora Geppy Gleijeses lo sta scarrozzando per l’Italia. Con lui, in uno scatenato divertissement, c’è anche Lello Arena, altrettanto vetusto di glorie comiche fin dagli anni 70, quando con Massimo Trosi e Enzo Decaro, inventò “La Smorfia”, trio comico di non dimenticata presenza cabarettistica anche sul piccolo schermo. Ora, Geppy e Arena sono sulla scena del milanese Franco Parenti, con “Miseria e nobiltà”, la più celebre e originale commedia di Scarpetta, tra l’altro inesausto facitore di farse, ispirate a pochades, a vaudevilles francesi e a canovacci goldoniani, compresa questa “Miseria e nobiltà”, storia di non molto nobili miserie e di molto miserevoli nobiltà.
I due tempi (uno di cinquanta minuti e l’altro di 55), con la regia – disomogenea – di Geppy Gleijeses, sono stati in realtà due modi antitetici e squilibrati di concepire questo allestimento. Il primo tempo risente delle cupe atmosfere più di Raffaele Viviani che di Scarpetta. Tutti gli attori sono a vista, spostandosi in centro scena a mano a mano che l’azione lo impone. Un’apprezzata idea registica di piacevole ed interessante inventiva. E bravo Geppy! L’unica vera protagonista, qui, è la Fame, una fame maiuscola, nera tragica “cannibalesca” disperata. Ancora più sciagurata del nostro pur disperato “Nost Milan” di Bertolazzi (anche questo diviso in due parti, “La povera gent” e “I sciori”). Questo primo tempo giustifica tutto lo spettacolo.
Poi è mancato di coraggio.
La singolare scena sgombra con gli attori marginalmente a vista è stata sostituita da una cartonesca scenografia ottocentesca, necessaria da copione per l’esigenza di nascondere i personaggi, che qui ora, sotto mentite spoglie di nobili imbroglioni, devono entrare ed uscire con effetti a sorpresa alla Feydeau, in una farsaccia che contraddice la disperata umanità del primo tempo. Eppure sarebbe stato estremamente interessante continuare come il primo tempo, come una specie di teatro laboratorio, lasciando cioè i personaggi sempre in vista (già tanto tutti intuiscono come andrà a finire) e soprattutto lasciando agli spettatori il piacere di spiarne le “entrate” sceniche, compresi i cambi di costume. L’avrebbe imposto, appunto, quel primo tempo.
Geppy Gleijeses, in un clima generale di gioiosa napoletanità (italianianizzata quanto è bastato per rendere comprensibile la vulgata) è stato uno Sciosciammocca ottimo e piacevole quando misurato, ma poi, quando si lascia travolgere dai meccanismi della farsa, più macchietta che comico. Così come – sempre nel secondo tempo – tutto scivola nel macchiettismo, da Lello Arena a Marianella Bargilli (caspita, che brava nel primo tempo). E così anche tutti gli altri, tutti vogliosi di far ridere: Antonietta D’Angelo, Gina Perna, Luciano D’Amico, Gino De Luca, Leonardo Faiella, Jacopo Costantini, Gigi De Luca, Silvia Zora, Liliana Massari, Vincenzo Leto. Risate assicurate e grandi applausi alla fine per tutti.

Al Teatro Franco Parenti, Via Per Lombardo 13, Milano – repliche fino a domenica 1 dicembre.

Tournée
BOLZANO dal 5 all’ 8 dicembre
THIENE Teatro Comunale dal 10 al 12 dicembre
LIMBIATE 13 dicembre
TORINO dal 27 al 31 dicembre e dall’ 1 al 6 gennaio 2014
BRESSANONE 9 gennaio
MERANO 10 gennaio
BRUNICO 11 gennaio
VIPITENO 12 gennaio
BRESCIA Teatro Sociale dal 15 al 19 gennaio
CATANIA Teatro Verga dal 21 al 31 gennaio e dall’ 1 al 2 febbraio.

“Il peccato” della nuova Cina insanguinata da corruzione e violenza

San Marino. Xhao Tao, vincitrice del Titano d’Oro per il Cinema (foto di Mattia Celli)

San Marino. Xhao Tao, vincitrice del Titano d’Oro per il Cinema (foto di Mattia Celli)


(di Paolo Calcagno) La Cina di Jia Zhang-ke è molto diversa da quella che raccontano i film epici di Zhang Yimou (“Lanterne rosse”, “La foresta dei pugnali volanti”, La città proibita”) o gli struggenti melò sulle passioni impossibili di Kar Wai (“In the mood for love”, “2046”, “Un bacio romantico”). Jia Zhang-ke, vincitore del Leone d’oro a Venezia, nel 2006, con “Still Life”, è nativo della regione di Shanxi e ama mostrare la vita dura di tutti giorni delle comunità contemporanee di contadini e operai dell’interno del Paese, il disagio dell‘esistenza costretta a subire ingiustizie quotidiane che feriscono a morte l’identità e la dignità, la tensione che scatena l’istinto alla ribellione contro lo sfruttamento, la violenza feroce del capitalismo selvaggio e quella implacabile che assale certe vittime della corruzione che s’improvvisano giustizieri.
E la violenza del crimine, inteso come motore della società che si sviluppa economicamente, ma senza etica né disciplina, è il tema del nuovo film di Jia Zhang-ke “Il tocco del peccato”, premiato quest’anno al Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura. Fra i 4 episodi da 30 minuti ciascuno troviamo per l’ottava volta come protagonista dei film di Jia Zhang-ke, sua moglie Xhao Tao, 36 anni, considerata la principale attrice cinese dei nostri giorni. Già vincitrice del David di Donatello, nel 2012, per la sua interpretazione nel film di Andrea Segre “Io sono Li”, Xhao Tao è stata premiata il 18 novembre scorso al San Marino Film Festival (dove, peraltro, l’anno scorso trionfò il film di Segre) con il Titano d’oro per il Cinema ed omaggiata con l’anteprima de “Il tocco del peccato”.
“E’ un film che propone 4 storie di persone normali, realmente accadute in 4 diverse città della Cina sotto l’attuale economia sviluppata – mi ha detto Xhao Tao -. Sono storie di una violenza che si contrappone alla violenza prodotta dalla pressione dovuta al capitalismo invasivo. Con questo film la regia cerca e affronta la realtà con l’intento di capirla, conoscerla e risolverla attraverso il Cinema”. Già giornalista, produttrice, laureata presso il Dipartimento di Danza Folk Cinese della Pechino Dance Academy, dopo aver vinto numerosi premi in gare di danza nazionali, Xhao Tao sta vivendo nel cinema il momento più alto della sua carriera artistica che, oltre ai film del marito, l’ha portata a girare in Italia e in Gran Bretagna. “Come artista sento molto la sofferenza dei miei personaggi – mi ha confidato la bravissima attrice cinese -. Nel caso de “Il tocco del peccato” mi trasformo in giustiziera per reazione alla violenza subita da un cliente mafioso che vuole costringermi a prostituirmi sebbene io sia solamente l’addetta alla reception di un club di benessere”. Xhao Tao mi ha anche svelato che con il suo episodio il film ha voluto rendere omaggio al Kung-Fu dello storico film cinese “A Touch of Zen”, di King Hu, prima opera cinese a uscire oltreconfine, nel 1971, al Festival di Cannes, rievocata anche nel titolo “A Touch of Sin”. “Nel nostro film, la storia di ZhengXiaoyu, che io interpreto, il suo modo di raccogliere i capelli, gli abiti che indossa e il sacco in spalla sono riferimenti allo Hsu Feng di “A Touch of Zen”. Il brano di Opera nella nostra scena finale si chiama YuTangChun, e parla di una ragazza accusata ingiustamente di omicidio, che alla fine riconquista la libertà. È un’Opera molto conosciuta in Cina e, sì, King Hu ne ha diretto una versione nel suo secondo film. Il senso che esprime è che la stessa storia può ripetersi più volte in tempi diversi e in condizioni sociali differenti. Si possono vedere moltissimi paralleli tra le pressioni per la sopravvivenza nella Cina contemporanea e le situazioni in cui i cinesi si sono trovati nei secoli passati”.
Tre storie di omicidi e un suicidio scandiscono “Il tocco del peccato”, generosamente esaltato da Le Monde come il film cinese più bello che si sia mai visto, ma certo un’opera di grande valore per contenuti e stile narrativo. Frettoloso è anche il richiamo a Tarantino, oramai chiamato sempre in causa quando sullo schermo si spara a volontà. Ma nel film di Jia Zhang-ke non si spara nel mucchio e la violenza non dilaga verso il “tutti ammazzano tutti”, come predilige il grande Quentin. Qui non tutti sono colpevoli e il furore non è cieco. Piuttosto, i “vendicatori” di Zhang-ke propongono una riflessione sulla Cina contemporanea, mostrando come un gigante dell’economia viene intossicato dalla violenza. Nel primo episodio, un minatore pieno di rabbia si ribella alla corruzione dei capi villaggio. Nel secondo, un emigrante di ritorno a casa per il Capodanno scopre le infinite possibilità offerte da un’arma da fuoco. Nel terzo, la graziosa receptionist di una sauna è spinta oltre ogni limite quando viene molestata da un ricco cliente. Infine, un giovane operaio cambia lavoro nella speranza di migliorare la sua vita. Quattro persone, quattro diverse regioni. La storia di apertura di Dahai si svolge nello Shanxi, ampia provincia agricola della Cina del Nord; la seconda storia ha luogo a Chongqing, città sud-occidentale sul fiume Yangze vicina alle TreGole. La terza storia è nello Hubei, nella Cina centrale. L’ultima ha luogo a Dongguan, città della provincia del Guangdong nella zona di “libera impresa” sulla costa sub tropicale della Cina del Sud. “Il modo in cui queste quattro storie coprono una parte così vasta del paese mi fa pensare indirettamente alla pittura cinese tradizionale di paesaggio – commenta nelle sue note il regista cinese -. I pittori classici hanno sempre cercato di rappresentare panorami di tutto il Paese. Io condivido questo impulso estetico e mi piacerebbe che il film fosse come un fluente giro visivo della Cina. La società cinese è in questo momento in una fase di migrazioni interne. La gente lascia le case d’origine in cerca di lavoro o di una vita migliore. Un gran numero di giovani delle aree interne lavora oggi nelle fabbriche ‘internazionali’ a Dongguan. Il flusso di gente ha portato a nuove connessioni sociali. La mia speranza è che il film mostri come persone disparate abbiano collegamenti nascosti”.

“Il tocco del peccato”, regia di Jia Zhang-ke, con Wu Jiang, Baoqiang Wang, Vivien Li, Jia-yi Zhang, Lanshan Luo, Xhao Tao. 2013

In un covo di maschi erotomani arriva l’ape regina. Ecco il Pinter di Peter Stein al Piccolo Teatro

 

Milano. Una scena di “Ritorno a casa” di Harold Pinter, con la regia di Peter Stein, al Piccolo Teatro Grassi (foto Pino Le Pera).

Milano. Una scena di “Ritorno a casa” di Harold Pinter, con la regia di Peter Stein, al Piccolo Teatro Grassi (foto Pino Le Pera).


(di Paolo A. Paganini) “Il ritorno a casa” (1965), di Harold Pinter, non è proprio il ritorno biblico del figliol prodigo. Anche perché quando Teddy, professore di filosofia, dopo sei anni di prestigiosa carriera negli Stati Uniti, di passaggio a Londra, arriva notte tempo nella casa del padre, per un fugace saluto, nessuno si aspetta di vederlo anche con la giovane mogliettina, della quale non sapevano niente. Nella casa paterna di soli uomini (altri due fratelli, il vecchio padre autoritario e il fratello di lui), tutti più o meno erotomani e tutti in possesso di una singolare morale, per la quale tutto è in comune, è ovvio e naturale che, ciascuno sbavando ora senza alcun ritegno per la giovane donna, tutti tentino di farsela. E lei ci sta. Ma nessuno dei cinici e abbastanza animaleschi personaggi poteva immaginare che la donna, da concupita, si sarebbe ben presto trasformata in ape regina. Al marito non rimarrà che tornarsene in America agli amati studi e ai tre figli ancor piccoli che invano attenderanno la madre, dominatrice e regina nella sua nuova casa con quei larvatici sudditi, plagiati e inebetiti.
Harold Pinter (1930-2008), forse il più importante drammaturgo inglese, attore, autore di una trentina di opere, quasi tutte di successo, sceneggiatore d’una cinquantina di produzioni anche famose sul piccolo e sul grande schermo, impegnato politicamente, Nobel nel 2005, largamente conosciuto anche in Italia (da “Tradimenti” a “Il guardiano”, da “L’amante” a “Vecchi tempi”, da “Terra di nessuno” a “Ceneri alle ceneri”), con le sue pièce fra il buio delle anime e il surreale della vita, denunciò, anche con spietata crudezza, il dramma della condizione umana, descrivendone l’ipocrisia, le ambiguità e la distorsione dei rapporti, le insicurezze, talvolta, scavando in un passato senza futuro, adombrando un angoscioso senso da terra di morti, dove i grandi sentimenti, nel bene ma più spesso nel male, vengono modernamente banalizzati in un tormento interiore senza passione.
Ora, al Piccolo Teatro, in due tempi di cronometrica precisione di un’ora e tredici ciascuno, Peter Stein ha messo in scena “Il ritorno a casa” con un eccezionale staff di attori, dopo quello relativamente recente (il maggio scorso) di Luc Bondy, con Bruno Ganz e Emmanuelle Seigner. Due allestimenti stilisticamente assai diversi. Più mediterraneizzato e volgarizzato quello con Bruno Ganz, più “inglese” e di più grottesca ironia questo di Peter Stein. Anche per la presenza di un importante nucleo attoriale estremamente eterogeneo e felicemente amalgamato. Paolo Graziosi è il grande vecchio, laido e cinico, di apparente decrepitezza ma ancora capace di imprevedibili e compensative violenze verbali. Dei figli, Alessandro Averone interpreta un untuoso e dialettico damerino, forse magnaccia e piccolo imprenditore; Rosario Lisma è il suonato pugilatore, facile ma piacevole; Andrea Nicolini è il professore invertebrato (che saprà “vendicarsi”… perfino mangiando di nascosto il panino al formaggio di Lenny, mentre gli altri si divorano lamoglie). E poi c’è Elia Schilton, lo zio un po’ sognatore, un po’ effeminato, quindi di vocazione vittima, nel ruolo dello zio Sam. E infine c’è Arianna Scommegna, non più come nella precedente scorsa edizione bionda fatale sciupauomini, ma qui, piuttosto, abbastanza comune, dall’apparenza bigotta, acqua cheta, quindi pericolosa nella sua volitiva imprevedibilità e determinatezza. Entusiastici applausi alla fine per tutti.

Milano, Piccolo Teatro Grassi, Via Rovello 2 – fino a domenica 1 dicembre.

La tournée
Piacenza, 3 – 4 dicembre
Lucca, 6 – 8 dicembre
Siena, 10 – 12 dicembre
Massa, 13 – 15 dicembre
Mestre, 8 – 9 gennaio 2014
Vicenza, 10 – 11 gennaio 2014
Roma, 14 – 26 gennaio ’14 Lecco, 28 gennaio ’14
Cuneo, 29 gennaio ‘14