NOTIZIERE – Tempi duri per i pirati della cultura. L’approvazione del regolamento Agcom. Soddisfazione di Marco Polillo.

Si apre una nuova era per la cultura italiana“. Così ha commentato Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura Italia, all’annuncio dell’approvazione del regolamento da parte di Agcom per contrastare la pirateria online: “La consideriamo una vittoria epocale della cultura italiana contro i pirati e chi li sostiene – ha ribadito Polillo –, della legalità contro la criminalità organizzata, dell’Italia che lavora contro quella che fa demagogia. Ora possiamo serenamente lavorare con le aziende di Information e Communication Technologyper sviluppare nuovi modelli di business e aumentare l’offerta della produzione culturale italiana. L’industria culturale è a disposizione nel rispondere alle esigenze tecnico-operative del provvedimento. Per gli utenti cambierà poco: avranno solo maggiore difficoltà a trovare contenuti pirata online e più facilità a reperire quelli legali. Per i disonesti e per chi si è arricchito a spese di chi lavora per la cultura cambierà invece molto”.

Come sono tristi i funerali di John May nel deserto dei suoi “clienti” dimenticati

Eddie Marsan in una scena di “Still Life”, di Uberto Pasolini

Eddie Marsan in una scena di “Still Life”, di Uberto Pasolini

(di Paolo Calcagno) Tutti i colori del grigio. Uberto Pasolini (nipote del grande Luchino Visconti, ma nessun legame con l’immenso Pier Paolo) ha una camera con vista sulla vita reale delle classi sociali disagiate, in caduta libera finanziaria e/o morale dagli arroccati privilegi del tempo che fu. Già produttore di successo di film quali “Full Monty” e “Palookaville”, Pasolini è alla sua seconda regia cinematografica dopo l’esordio con “Machan – La vera storia di una falsa squadra”. Con “Still Life” (Natura morta) il cineasta italiano continua a ispirarsi a persone e fatti reali.
Siamo nel South London, ai giorni nostri, dove John May (uno straordinario Eddie Marsan) svolge il suo lavoro di funzionario comunale, incaricato di rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine. Irriducibilmente meticoloso e ossessionato dall’organizzazione, John May va ben oltre il suo dovere nel portare a termine i compiti che gli vengono assegnati. Solo dopo aver verificato tutte le piste e gli indizi ed essersi intrappolato in una serie di vicoli ciechi, si arrende e accetta di chiudere un caso e di organizzare il funerale dei suoi “clienti” dimenticati, per i quali è lui a scegliere la musica più adatta e a scrivere i discorsi celebrativi che nessuno ascolterà mai. È rigoroso nell’assicurarsi che queste anime siano accompagnate all’estremo riposo in modo dignitoso, sia che si tratti di un’anziana donna che, ogni anno, inviava un biglietto di buon compleanno al proprio gatto, sia che si tratti di un signore australiano le cui ceneri vengono spedite nel suo Paese natale per la sepoltura.
Presentato in concorso nella sezioni Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Premio per la regia, “Still Life” è un ritratto etico dolente e spietato della classe media, in questo caso britannica ma riferibile a qualsiasi realtà della società dei consumi. Il pignolo e inarrestabile John May, protetto dalla sua plumbea corazza di funzionario non indietreggia di un centimetro nel suo assalto alla desolazione umana che gli sbarra il passo ogni volta che prova a convincere parenti ed amici a scavare nel fondo della solidarietà e degli affetti, oramai inariditi e impigriti dalle delusioni di esistenze sprecate nella rincorsa alle chimere del benessere.
Quando lessi di questi funerali senza seguito – spiega nelle sue note il regista Uberto Pasolini -, rimasi colpito dal pensiero di tante tombe solitarie e di tante funzioni funebri deserte. È un’immagine molto forte. Mi misi a riflettere sulla solitudine, sulla morte, sul significato dell’appartenenza a una comunità e di come la consuetudine del buon vicinato sia oramai scomparsa per molti di noi. Mentre scrivevo la sceneggiatura mi sono sentito in colpa per non conoscere i miei vicini di casa e la mia comunità locale. E per la prima volta sono andato alla festa di strada del mio quartiere, sentendo il desiderio di partecipare a quel piccolo tentativo di creare un legame tra vicini“. Il senso della mancanza di impegno nei confronti della comunità ha alimentato in Pasolini riflessioni più profonde sulla società contemporanea. “Qual è il valore che la società attribuisce alla vita dei singoli individui? Com’è possibile che tante persone siano dimenticate e muoiano sole? – continua il cineasta – La qualità della nostra società si giudica dal valore che assegna ai suoi membri più deboli e chi è più debole di un morto? Il modo in cui trattiamo i defunti è un riflesso del modo in cui la nostra società tratta i vivi. E nella società occidentale, a quanto pare, è molto facile dimenticare come si onorano i morti. Sono profondamente convinto che il riconoscimento della vita passata di ciascun individuo sia fondamentale per una società che voglia definirsi civile“.
Pasolini ha trasferito le sue riflessioni nello splendido film su John May, funzionario comunale di mezza età, con un’esistenza ordinata e tranquilla, organizzata e ripetitiva in ogni dettaglio: tutti i giorni indossa gli stessi vestiti, percorre lo stesso tragitto per recarsi al lavoro, consuma lo stesso pasto a pranzo e di ritorno a casa si cucina la stessa cena. Ma un giorno gli viene assegnato un nuovo caso: Billy Stoke, un vecchio alcolista, è stato trovato privo di vita nell’appartamento di fronte al suo. E quando John visita l’alloggio del defunto vicino di casa, scopre l’immagine speculare e contraria della propria esistenza: tanta è ordinata la sua mediocre quotidianità quanto sgangherata e malridotta si mostra quella del vicino passato a miglior vita. Le certezze di John incominciano a scricchiolare, il suo tran-tran da automa in mezze maniche va in crisi e una serie di colpi di scena scatenano il suo terremoto interno. Pasolini è duro e impietoso nel descrivere i contorni sociali delle sue storie, ma è sempre positivo e generoso con i suoi protagonisti. E “Still Life” va in questa direzione, diritto e profondo, fino alla candidatura all’Oscar per il miglior film straniero.

“Still Life”, regia di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan. Gran Bretagna, 2013.

Un indiavolato Vincenzo Salemme scatena al Manzoni un inferno di risate

Milano. Vincenzo Salemme al Teatro Manzoni con la commedia “Il diavolo custode (foto Federico Riva)

Milano. Vincenzo Salemme al Teatro Manzoni con la commedia “Il diavolo custode (foto Federico Riva)

(di Paolo A. Paganini) Talvolta basta poco a far teatro, un pretesto, un puntello qualsiasi. Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il vostro problematico mondo di guai, facendovi sganasciare per un paio di ore. Così deve aver pensato Vincenzo Salemme, autore, regista e protagonista, che al Teatro Manzoni ha presentato la sua ultima creatura, “Il diavolo custode”, che già il titolo non è un granché, ma ancor meno è l’esile commediola. C’è dunque un poveraccio napoletano (Domenico Aria), un vinto per natura, un troppo buono (cioè un fesso), subissato dai debiti, padrone d’un bar che subito fallisce (ma come si fa a chiamare un Bar Vespasiano?), con una famiglia sanguisuga: una moglie arida e spendacciona, una figlia diciottenne, con la testa vuota ma con le scarpe griffate, un cognato prete e parassita…
In una simile situazione cosa c’è di meglio d’un simpatico diavolo che, con tanto di aiutante, arriva direttamente dagli inferi per proporre a questo ingenuo e scalognato perdente di vendergli l’anima in cambio di ricchezza, successo, sesso? Ma non accetta. E la commedia finirà in tragedia. Amen.
Detta così, non merita di soffermarsi più di tanto. Ma se giriamo l’angolo e la guardiano da un altro punto di vista, scopriamo subito due ingredienti di garantito successo: il varietà e il cabaret. Il diavolo e il suo vice (Salemme e Nicola Acunzo) fanno rivivere le care, cretine gag del mai dimenticato varietée, scoppiettanti irresistibili irrefrenabili, alla “sarchiapone” di Walter Chiari e Carlo Campanini, alla Macario (anche se qui non ci sono le famose donnine), alla Pappagone di Peppino e con tutte le sue illustri tradizioni, da Petrolini a Totò, a Rascel. Insomma c’è da stare in buona compagnia. E Salemme, che per istinto e preparazione è della partita, poi, ci mette del suo con esiti semplicemente travolgenti. Orgiastici giochi di parole, pantagruelici strafalcioni, esilaranti travestimenti, sempre con al fianco il fedele Nicola Acunzo, abile in autonomi e magistrali assoli linguistici da applausi a scena aperta. E a tutto ciò aggiungete l’istinto fabulatorio di Salemme nel dialogare con il pubblico e avrete un altro capitolo di autentica marca cabarettistica, come quando coinvolge, in platea, alcune signore, vittime dei suoi ingenui e innocenti sarcasmi.
Tutto bene, dunque, finché l’ammucchiata varietà/cabaret funziona (con scenette da rotolarsi dal ridere, come la gaudiosa descrizione della pasta e fagioli). Poi, purtroppo, alla fine Salemme vuole strafare nel qualunquismo d’una spicciola filosofia moralistica sulla cosiddetta mancanza di tempo dei giorni nostri, per colpa della quale mangiamo male e in fretta, i rapporti si limitano a esangui incontri, perfino il sesso è andato a farsi benedire… Beh, siamo buoni, dice la pubblicità d’un noto pandoro. Successo e applausi oltre ogni immaginabile decibel.

“Il diavolo custode”, di Vincenzo Salemme, al Teatro Manzoni, Via Manzoni 42, Milano. Repliche fino all’ultimo dell’anno.
Poi, in tournée, le prime tappe saranno a: Villadossola (10 gennaio 2014); Vercelli (11 gennaio); Pinerolo (12 gennaio); Torino (dal 14 al 19 gennaio).

Un ringraziamento degli autori di “Farà giorno”

Desideriamo ringraziarLa per la bellissima recensione di “Farà giorno”. E’ un lavoro che abbiamo scritto con sincera devozione per i personaggi e per lo spettatore e che è stato premiato con rara fortuna da un cast eccezionale e da una regia perfetta.
Rosa Menduni e Roberto De Giorgi