Banalità e superficialità. Una volta non era così. E il ricordo diventa un confronto. Dal confronto nasce però la diffidenza

(di Andrea Bisicchia) – Oggi, tanti registi che non sono registi, puntano a fare delle cose difficili, soprattutto a riscrivere le tragedie antiche e i capolavori della narrativa, per loro è sufficiente il titolo dal forte richiamo, non importa la fraudolenza o l’imbrogliare il pubblico, anche perché le loro “riletture” rasentano, spesso, la banalità, nel senso che si limitano a raccontare la trama, senza alcun esercizio critico, se non quello delle giustificazioni teoriche che non hanno nulla da spartire col testo scelto.
Debbo confessare che cerco di vedere tutto ciò che mi è possibile, proprio per poter distinguere uno spettacolo di qualità da uno improvvisato.
Il più delle volte esco dal teatro con la sensazione di avere ascoltato una vicenda che già conoscevo a memoria.
Sono diventato troppo diffidente?
A dire il vero, diffido di chi, da un giorno all’altro, si autonomina regista. Debbo, però, anche ammettere che diffido persino di me stesso, perché non sempre ritengo che i miei giudizi tengano conto delle nuove esigenze della società che cambia molto velocemente, che si trova bene tra le banalità, la superficialità quindi sono convinto che la mia diffidenza abbia a che fare con un certo passato che non c’è più, quando era vietata ai registi l’autocertificazione, oppure che sia conseguenza di certi sospetti o perplessità, prodotte da un pessimismo che, forse, andrebbe corretto.
Ho cercato degli antidoti per scacciare la diffidenza, ma non li ho trovati. Mi affanno a capire in che cosa il teatro sia cambiato, ma non trovo alcun chiarimento. Il cambiamento dovrebbe avere un compito, quello di esplorare la natura del divenire, solo che, in teatro, non ho notato alcun divenire, anzi ho notato una stasi, una certa uniformità paludosa. Gli spettacoli che vedo, in modo particolare quelli della generazione under 35,  mi sembrano tutti eguali, dovrebbero contenere dei racconti che abbiano a che fare con una contemporaneità da vivisezionare solo che, per loro, raccontare l’essenziale e, nello stesso tempo, interpretarlo, è una cosa difficile. Navigano sempre in superficie.
Oggi molti sono convinti che essere regista non abbia bisogno di scuole, di studi, è sufficiente Internet, lo stesso accade con gli attori che, quando li senti recitare, noti retaggi regionalistici, assenza di pause, poco uso del diaframma.
E allora?  Non trovando lavoro hanno scelto quella che, per loro, è la cosa piu semplice: fare il regista o l’attore.
Eppure, i teatri sono sempre pieni, si nota una certa euforia che cerca di giustificare tutto, come se fosse la conseguenza di una festa permanente.
Si ha la sensazione che la nostra società abbia bisogno di festeggiare, perché crede di essere uscita da un incubo, solo che ciò che accade durante le feste è irrazionale perché avvolto nel mistero del Rito.
Il teatro, per sopravvivere, ha bisogno di razionalità, la base per raggiungere la riflessione, ma ha bisogno di competenze ferree, di professionalità e di quel talento, oggi molto raro!
Nel 1943, un giovane Paolo Grassi scriveva quanto bisogno avesse il teatro di giovani colti, documentati, esperti tecnicamente, sensibili e, soprattutto, onesti, senza esibizionismi, senza dilettantismi, senza l’abituale incoscienza.