Battutine, ironia, humour. Perché una storia drammatica non deve far ridere? E “David Copperfield” finisce in commedia

(di Patrizia Pedrazzini) Per Lev Tolstoj era il romanzo più riuscito di quello che considerava il migliore fra tutti i romanzieri inglesi. A Henry James piaceva sentirlo leggere, accucciato sotto un tavolino, dalla madre. Fëdor Dostoevskij ne restò affascinato nel campo di prigionia in Siberia. Figurava tra i libri preferiti di Sigmund Freud.
Dal 1911 a oggi, ne sono stati tratti almeno 14 adattamenti fra cinematografici e televisivi. I meno giovani ricorderanno lo sceneggiato tv in otto puntate del 1965, firmato da Anton Giulio Majano, con il piccolo Roberto Chevalier e un appena ventitreenne Giancarlo Giannini (ma c’erano anche Wanda Capodaglio, Anna Maria Guarnieri, Laura Efrikian, Alberto Terrani, Fosco Giachetti, Ubaldo Lay, Roldano Lupi, per ricordarne solo alcuni).
E allora di che stupirsi se, in pieno 2020, a un regista, nel caso specifico lo scozzese di origini italiane Armando Iannucci, viene in mente di mettere mano all’ennesima trasposizione cinematografica di “David Copperfield”, il romanzo che Charles Dickens pubblicò a puntate mensili fra il 1849 e il 1850?
No, niente di cui stupirsi. Anzi, perché no. Perché non riproporre un capolavoro della letteratura magari un po’ datato – calato com’è nell’Inghilterra vittoriana della rivoluzione industriale, con donne e bambini sfruttati nelle fabbriche da gente losca e senza cuore – tuttavia sempre attualissimo, e non solo per i temi sociali che tocca, ma anche per i caratteri universali dei personaggi (si pensi solo a quel vero e proprio archetipo dell’ipocrisia viscida e mentitrice che è l’inquietante Uriah Heep)?
Niente di cui stupirsi. Solo una domanda: perché farne un film “divertente”? Perché la battutina a sorpresa, l’ironia sottile, lo humour un po’ paradossale? Perché i boccoli biondi di Dora devono far ridere? Certo, si capisce, per sottolineare il suo carattere frivolo e infantile, ma ce n’è bisogno? E la povera zia Betsey, sarà stata anche un tipo originale, ma nell’interpretazione di Tilda Swinton si comporta come una mezza pazza. La risposta è semplice: perché così è Iannucci. Il regista di “Morto Stalin, se ne fa un altro”, che considera Dickens “divertente come Chaplin”, non ama le atmosfere cupe e pesanti, né tanto meno l’approccio reverenziale. Via allora la tristezza che accompagna il romanzo di Dickens (al punto che Dora nemmeno viene fatta morire, semplicemente si allontana dalla storia), via l’austerità, e spazio alla leggerezza, ai toni da commedia, all’umorismo assurdo. Peccato che tutto questo strida con l’obiettiva drammaticità della vicenda, che infatti in più punti ne esce o smussata (che fine fa Ham, il cugino e fidanzato di Emily?) o eccessiva nei toni (la madre di Steerforth).
Un adattamento audace, che dà l’idea di strizzare l’occhio a una sorta di mal celato modernismo, nel senso di adeguamento alle esigenze di una modernità vista come incapace di avvicinarsi, e di apprezzare per quello che è, un romanzo molto semplicemente scritto a metà Ottocento.
Rafforzato, in questo, dalla scelta di far interpretare personaggi che più anglosassoni non si può ad attori di ascendenza asiatica o africana (David è l’inglese di famiglia indiana Dev Patel, il protagonista di “The Millionaire”, Agnes è Rosalind Eleazar, inglese di padre ghanese, Mr. Wickfield è Benedict Wong, britannico di Hong Kong, Mrs Steerforth è Nikki Amuka-Bird, nigeriana). In omaggio al politicamente corretto e alla pratica (il blackwashing) che da qualche anno, soprattutto a Hollywood ma non solo, tende a far interpretare personaggi bianchi ad attori di colore. In nome della considerazione per la quale il solo aspetto che conta è quello del talento.
Per cui, in due serie tv (ma sono solo due esempi), interpreti dalle ascendenze africane si sono calati nei ruoli di personaggi quali Achille e Machiavelli, mentre per gennaio è attesa la versione black di Arsenio Lupin, ruolo affidato al francese di origini senegalesi e mauritane Omar Sy. Un fenomeno che si colloca in contrapposizione al preesistente whitewashing, al quale si devono, fra i numerosi casi, la Cleopatra dalla pelle candida e dagli occhi viola di Liz Taylor o, più recentemente, Scarlett Johansson nei panni della giapponese Motoko Kusanagi in “Ghost in the Shell”.

“La vita straordinaria di David Copperfield” (“The Personal History of David Copperfield”), Usa-Regno Unito 2019. Regia di Armando Iannucci, con Dev Patel, Tilda Swinton, Hugh Laurie. Durata: 119 minuti. Al cinema da venerdì 16 ottobre.