(di Carla Maria Casanova) – Carmen alla Scala. Opera celeberrima, assai popolare anche per il contesto particolarmente spettacolare. Il povero Bizet, compositore, non ne vide il successo (che alla prima nemmeno ci fu) perché morì tre mesi dopo. Qui è data nella versione originale francese con i dialoghi parlati, ma ridotti al minimo. Regia di Damiano Michieletto, fischiata alla prima. È la sua quarta produzione alla Scala. Questa volta è un allestimento no. Niente Spagna, niente di niente.
Michieletto non è Zeffirelli, quindi qualcosa di strano da lui lo si aspetta. Micheletto è intelligente, quindi niente banalità. Però tutto nell’immaginario, nel pensato, nel supposto, non sempre funziona. Soprattutto non sempre appaga. Carmen è anche folclore, colore, movimento.
Sì, Zeffirelli è ovvio. Appaga molto l’occhio, ma può essere stucchevole. Tuttavia, citare Zeffirelli quando si parla di Michieletto è come parlare di Strehler quando è in scena Ronconi. Michieletto è Michieletto.
Però anche Carmen è Carmen.
In questa regìa c’è un personaggio onnipresente: una donna vestita di nero, una sorta di prefica, che compare con una carta (la dama di picche, si immagina) e la dà a chi di dovere, a Carmen soprattutto. Carmen lo sa da sempre che le è destinata e l’aspetta. È un’idea di Michieletto. Però niente a che fare con la Gazza ladra immaginata come una bimbetta scattante, ideata dal regista al Rof di Pesaro tanti anni fa, per il suo debutto o quasi. Fu un delirio e il giovanissimo regista divenne “Michieletto”.
Qui il delirio non si ripete.
Intanto, una Carmen vestita con quei goffi pantaloni non attirerebbe nemmeno un assatanato (costumi Carla Teti). Poi c’è don José. Già, don José. Ricordate Corelli? Dimenticate Corelli. Vittorio Grigolo è un discoletto scattante, anche un po’ troppo, ma è il suo temperamento, qualunque sia il personaggio. Don Josè non è il siculo sanguigno Turiddu: è proprio un cretinetto permaloso. Infatti, lui a Carmen ha già bell’e rinunciato, quando ode il richiamo della ritirata dalla caserma. Prima di tutto il dovere, l’onore! E allora cara Carmen, anche se il fior che avevi a me tu dato ecc., cara Carmen ci vediamo domani… Lei furiosa, lui non cede, anzi addio, adieu a jamais. Sorpresa: arriva il tenente Zuniga, amante di ruolo di Carmen. Adesso don José è punto sul vivo. Torna indietro, non cederà Carmen all’ufficiale. Il resto è noto.
Carmen è l’opera della gelosia pura. Qui la gelosia, con il baccano del battibecco José-Zuniga, provoca l’irruzione degli zingari che metteranno in disarmo l’ufficiale per soccorrere don José e don José si trova costretto a unirsi ai contrabbandieri e seguire Carmen.
Cosa che non si sarebbe mai sognato di fare già stava per tornarsene buono buono in caserma.
L’amorosa faccenda durerà poco, come si sa, ma è tutto dovuto al caso imprevisto. Carmen è una storia di sangue e arena. Sole e sbandieramenti. Realizzarla in una specie di nebbia fumosa (scene di Paolo Fantin) dove di Spagna c’è solo l’abito di luce del torero Escamillo, messo anche lui piuttosto nell’ombra, non è di massima soddisfazione per lo spettatore. A proposito, perché don Josè è in abiti civili, anziché in divisa? Torni all’allestimento, alla Carmen fumosa. Siccome esistono in quest’opera varie situazioni intime. Michieletto con giusta intuizione ha diviso lo spazio grande in vari spazi piccoli, enucleando i momenti di intimità. Gli spazi piccoli, oltre a un commissariato di polizia, sono un bar a luci al neon o un sito equivoco. Frasquita e Mercedes (Sarah Dufresne e Marine Chagnon) due donnette da marciapiede. Per contro, la fidanzata Micaela (Natalia Tanasii), è infagottata in modo tale da far capire perché don José si sia lasciato irretire da Carmen, anche se pure lei di sex appeal non trabocca. Però Micaela ha quell’aria “Je dis que rien ne m’épouvante” (no, non son paurosa) che si prende sempre l’applauso più convinto, come Liù in Turandot. Carmen, Clémentine Margaine si difende bene, senza tentare nessuna seduzione fisica, tentativo che le avrebbe creato qualche problema. Ma ha una voce onesta se non smagliante ed è assai musicale. Vittorio Grigolo ha cantato con grande proprietà la celeberrima aria del fiore ed è venuto giù il teatro. Escamillo… C’era il toreador Escamillo?? certamente c’era: Giorgi Manoshvili, Ma non lo ricordo.
Chi certamente ricordo benissimo è Myung Whun Chung, sul podio (decima opera alla Scala, dove sarà il prossimo direttore musicale). Che meraviglia quei suoni asciutti, impeccabili e poi le dolcezze, gli abbandoni, l’ironia spumeggiante, la malinconia, la disperazione, la furia incontrollata.
L’Orchestra e il Coro della Scala l’hanno seguito si direbbe con piacere, oltre che con devozione, regalandoci il massimo risultato.
Alla fine, 11 minuti di applausi, con zittìi ovvii per Michieletto. Anche a lui, non tutte le ciambelle escono col buco. Nove le repliche, fino al 27 giugno.








