Film sul mito di Euridice, con un linguaggio teatrale, a cui si ispira. La magia della musica grazie a Monteverdi e a Gluck

“EURIDICE”, MITODRAMMA SCRITTO E DIRETTO DA DANIELE CAMPEA; VISTO AL CENTRO STUDI FRANCO ENRIQUEZ, IN “PRIMA NAZIONALE”. PREVISTA UNA TOURNEE AMERICANA.

(di Andrea Bisicchia) – A conclusione del Festival, dedicato a Franco Enriquez, in occasione dei Premi assegnati a registi, attori-attrici, Istituzioni teatrali, Direttori di teatro, ho potuto vedere “EURIDICE”, Mitodramma scritto e diretto da Daniele Campea, un’Opera cinematografica che rilegge il mito attraverso il linguaggio teatrale, musicale, visivo, interpretato da Susanna Costaglione, Fausto Marciano, Sofia Ponente, Marcello Sacerdote, Edoardo Oliva.
Il Mitodramma, a differenza del Mimodramma costruito attorno al corpo dell’attore e della sua maschera e, a differenza del Melodramma, costruito sul rapporto parola e musica, è una invenzione di Daniele Campea che è stato capace di far convivere cinema-teatro-musica-arte figurativa.
Lo spettatore rimane affascinato dalla sua capacità di far coesistere linguaggi diversi, articolati in modo sapienziale e che danno molto spazio a immagini della natura, articolati con le note musicali di Gluck, Corelli, Monteverdi, Cajkovskij, Wagner.
Dicevamo dello spettatore che si trova trascinato dalla potenza delle immagini, oltre che dalla potenza musicale. Al centro dell’azione, troviamo Euridice che Daniele Campea ha sottratto alla semplice funzione di personaggio collegato ad Orfeo, tanto da diventare lei la vera protagonista, non certo in maniera realistica, bensì visionaria, come lo è l’intera rappresentazione, essendo questo il vero compito del Mitodramma, ovvero quello di raccontare la trama non in maniera tradizionale, ma come se fosse vissuta in una situazione di disagio, visto che l’azione si svolge, particolarmente, nell’oltretomba.
A dire il vero, io preferisco distinguere l’OLTRE dall’OLTRETOMBA, l’OLTRE indica il superamento del limite, del pensiero e della metafisica, poiché va vissuto in una dimensione diversa, avendo a che fare col rapporto tra l’Essere e l’esistenza, mentre L’OTRETOMBA si limita a rappresentare la dimensione ultraterrena, o meglio la sede delle anime defunte.
Daniele Campea ha cercato di farli vivere insieme. Sappiamo come il mito di Orfeo abbia interessato non soltanto i filosofi e i poeti antichi, Platone, Virgilio, Ovidio, trattandosi di un mito fondativo, quello della poesia lirica, della musica e della religione, tanto che l’Orfismo divenne una religione misterica entrando in competizione con il dionisismo e la religione eleusina, ma il mito è stato ripreso da tanti autori contemporanei, da Cocteau, autore di “Orfeo” , una trasposizione in chiave moderna, dove si cerca di dimostrare come sia la vita e non la morte a logorare i sentimenti, tanto che le domande degli autori contemporanei , riguardo il gesto di Orfeo, saranno ben diverse da quelle del mito: fu un gesto trasgressivo? Un gesto rinunziatario? Una riappropriazione della propria vita?
A questo punto, debbo confessare che amo molto “EURIDICE” di Anouilh, una rivisitazione ironica, ambientata in un teatro, essendo, Euridice, una giovane attricetta che si innamora di Orfeo, un musicista squattrinato. Solo che, subendo violenza sessuale da parte del Direttore di Compagnia, decide di uccidersi, perché voleva essere pura agli occhi del suo amante.
Anche Cesare Pavese scrisse un breve dialogo tra Orfeo e Bacca per dimostrare che Orfeo fu tradito dal Destino, mentre Euridice sarà la voce narrante del racconto di Claudio Magris: “Lei dunque capirà”. In fondo, essendo i miti delle vere e proprie Favole, ciascuno potrà raccontarle a suo modo.
Daniele Campea è un giovane regista indipendente che realizza i suoi film fuori dai grandi circuiti produttivi, ha scelto una sua visione del mito, appoggiandosi, soprattutto, a Monteverdi e a Gluck, trasferendo il mondo mitico in un proprio immaginario eliminando la magia della voce, spostando, i suoi interessi, verso immagini vorticose ricche di fascinazione, ma anche di forte tensione drammatica.
Il film che avrà una tournée in America dovrebbe essere accreditato da un produttore italiano perché abbia visibilità anche sui nostri schermi.

A “Una battaglia dopo l’altra” la statuetta per il miglior film. Deluso lo strafavorito “Sinners” e Chalamet a bocca asciutta

(p.ped) – 16 marzo 2026 – Previsioni rispettate a metà nella composta (e politicamente misurata) edizione numero 98 dei Premi Oscar. Il miglior film è “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson, grande affresco sulle rivoluzioni familiari, politiche e sociali dell’America, che porta a casa in tutto sei statuette. Comprese Regia, Attore non protagonista (a Sean Penn), Sceneggiatura non originale, Montaggio e Casting. Segue, con soli quattro riconoscimenti, il favoritissimo “Sinners” (“I peccatori”) che, approdato alla cerimonia con 16 nomination (il numero più alto della storia degli Oscar), se ne va abbastanza con le pive nel sacco, a parte la statuetta per il Miglior attore protagonista, conquistata da Michael B. Jordan. Che a sua volta l’ha sottratta a un altro superfavorito, Timothée Chalamet, rimasto a bocca asciutta, forse a rimuginare sulla propria incauta e un po’ fatale affermazione di pochi giorni fa: “Non voglio lavorare nel balletto e nell’opera… a nessuno importa più”. Infine, giovane Chalamet a parte, niente anche questa volta per Leonardo di Caprio (in lizza come miglior attore), la cui “sfortuna” agli Oscar, a pare il solo e unico riconoscimento per “Revenant”, è ormai a livello di leggenda metropolitana.

Ecco l’elenco dei vincitori

Miglior film
Una battaglia dopo l’altra

Miglior regia

Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra

Miglior attrice protagonista

Jessie Buckley, Hamnet

Miglior attore protagonista

Michael B. Jordan, Sinners

Miglior attrice non protagonista

Amy Madigan, Weapons

Miglior attore non protagonista

Seann Penn, Una battaglia dopo l’altra

Miglior sceneggiatura originale

Sinners

Miglior sceneggiatura non originale

Una battaglia dopo l’altra

Miglior film internazionale

Sentimental value (Norvegia)

Miglior film animato

KPop Demon Hunters

Miglior cortometraggio

The Singers//Two People Exchanging Saliva (ex aequo)

Miglior corto animato

The Girl Who Cried Pearls

Miglior documentario

Mr. Nobody Against Putin

Miglior corto documentario

All the Empty Rooms

Miglior casting

One Battle after Another

Miglior montaggio

Una battaglia dopo l’altra, Andy Jurgensen

Miglior scenografia

Frankenstein, Tamara Deverell

Migliori costumi

Frankenstein

Miglior trucco

Frankenstein

Miglior suono

F1

Migliori effetti speciali

Avatar: Fuoco e cenere

Miglior colonna sonora

Sinners

Miglior fotografia

Sinner

Miglior canzone originale

“Golden”, KPop Demon Hunters

Due amici sgangherati. In un Veneto piatto e sonnolento. E con un’idea fissa: farsi ancora una bevuta, poi si vedrà

(di Patrizia Pedrazzini) – Doriano, detto anche Dori, e Carlobianchi (così, tutto attaccato), sono due cinquantenni senza arte né parte, amici di vecchia data, buoni quasi come il pane ma non ingenui, discretamente svalvolati, e con un pensiero fisso: farsi ancora una bevuta. Non l’ultima, solo un’altra, poi si vedrà. E poco importa che sia vino rosso, bianco, o birra, grappa o un più elegante cocktail: va bene tutto, purché sia alcolico. D’altra parte, lo reggono benissimo (chi l’ha detto, che i veneti non hanno il fegato?). Se poi c’è anche l’occasione di un piatto di lumache, magari con la polenta, ancora meglio.
Siamo in Veneto, ma non nel Veneto bellunese delle superbe cime dolomitiche, e nemmeno in quello dell’ammaliante e malinconica Laguna di Venezia. Siamo nel Veneto di mezzo, quella grande, estesa, sonnecchiante landa piatta che non brilla per particolari bellezze paesaggistiche, ma che più coglie e meglio caratterizza l’essenza di questa terra: la pianura. E dove, in uno dei loro sgangherati “viaggi” (devono andare all’aeroporto a prendere un vecchio amico, tale Eugenio detto Genio, di ritorno dall’Argentina e da una storia che non sta né in cielo né in terra), i nostri due incontrano Giulio, ventenne studente di Architettura molto perbene, un po’ timido e parecchio insicuro, e decidono bene di prenderlo sotto la loro etilica protezione, per “svezzarlo” un po’. Il giovane sulle prime è perplesso, ma poi, coinvolto da questa coppia che ai suoi occhi sembra aver capito tutto della vita, ci sta.
Incomincia più o meno così, e più o meno così prosegue, “Le città di pianura”, secondo film del regista, veneto di Feltre, Francesco Sossai. Un road movie (pellicola dedicata a un viaggio vissuto senza una meta precisa), a metà fra il country di casa nostra e il naif, scombinata quanto basta ma anche velata di dolcezza. E magari anche, perché no, di una nota di commozione. Con echi lontani che rimandano ad “Amici miei”, a “Il sorpasso”, e poco poco anche a “Profumo di donna”. Ma così, senza una meta e senza un vero perché. In un continuo su e giù fra un bar e un autogrill, fra mitiche trattorie ormai chiuse da anni e villette bifamiliari dove c’è sempre una donna, o una moglie, che importa, che li accoglie tutti e tre come se niente fosse. Avete alzato il gomito? E vabbe’, fatevi una dormita.
Eppure, questa terra anonima, che l’unica cosa che fa è correre tutta uguale fuori dai finestrini dell’auto, questa specie di non luogo che non si capisce bene che altro possa promettere se non un traballante viaggio ad alto tasso alcolico, racconta un mondo. Fatto di ritmi lenti, di occhiate che parlano più di un discorso, di percorsi tracciati, come una volta, su foglietti di carta invece che individuati su Google Maps, di scherzi da due soldi capaci di strappare una risata, di inseguimenti, in auto, al treno. Almeno finché strada e binari corrono appaiati, poi basta, via contenti verso un altro bar.
Certo che lo “svezzeranno”, il giovane Giulio. E lo faranno soprattutto regalandogli la conoscenza di un mondo che il ragazzo non conosce. E lui in un certo senso ricambierà, portandoli con sé a conoscere un monumento che desidera tanto vedere, perché lo ha studiato: la Tomba Brion, vicino a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, capolavoro dell’architetto veneziano Carlo Scarpa.
Già, una tomba. Forse come quella che sta per richiudersi sul mondo di Doriano e Carlobianchi, sulle loro vite disilluse, sulla loro amarezza affogata in un bicchiere. O forse no, non è detto. In fondo, c’è ancora tempo per un’altra bevuta.

Dal 25 settembre al cinema.

 

 

“La casa degli sguardi”. Luca Zingaretti alla regia con un film fatto di rispetto e pudore. E di un giovane, grande interprete

(di Patrizia Pedrazzini) – Roma. Marco ha 23 anni, vive con il padre, che fa il tranviere, e vive male. Era ancora ragazzino quando ha perso la madre, e da allora non si è più ripreso. Ha cominciato a drogarsi, ha abbandonato la scuola, gli amici se ne sono andati, e anche la ragazza lo ha lasciato. Ha un animo gentile, gli piace scrivere poesie. Ma beve. Molto. Troppo. E quando beve fa disastri. Così, dopo esserselo andato a riprendere dopo l’ennesimo incidente, il padre gli trova un lavoro, come addetto alle pulizie all’ospedale “Bambino Gesù” della capitale. Il ragazzo non vorrebbe, ma poi accetta: “Non son capace”, “E te impari”.
Il test d’ingresso è ripulire, da solo, un bagno lurido e vomitevole. La quotidianità un mestiere duro, condiviso con colleghi ognuno dei quali ha la propria croce, disponibili tutti a dargli mano senza chiedere, ma non a fargli sconti. Come suo padre. L’eccezione, ma non più di tanto, è un bambino che tutti i giorni lo saluta e lo prende in giro dalla finestra della sua stanzetta, finché un giorno non si affaccerà più.
Esordio alla regia di Luca Zingaretti (che ne è anche interprete), “La casa degli sguardi” è un film duro e tenero insieme, mai melodrammatico, ma soprattutto è un film rispettoso. Che si sviluppa su un binario di questi tempi quasi anomalo, quello del pudore. Delle emozioni, dei sentimenti, delle stesse azioni. Anche la sola possibile scena di sesso, che sarebbe stato tanto facile e “normale” far vedere, non viene mostrata, per il semplicissimo motivo che non ce n’è bisogno.
Così come di pudore, e di amore, parla la figura del padre di Marco, uomo carico di responsabilità ma non vinto, ostinato ma a distanza, che sorveglia come un cane da guardia quel figlio che gli rimprovera di togliergli il fiato: “La devi smette de spiarme, papà, ma lo capisci che me dai l’ansia e me soffochi?”, “Ma te senti quando parli, te senti???”. E che non molla, né lo farà mai: “T’ho lasciato la cotoletta in caldo”.
Detto questo, nei panni del padre Luca Zingaretti emerge, verrebbe quasi da dire, per la distanza che riesce a prendere dall’immagine del figlio. Nel senso che non c’è un attimo, in tutto il film, nel quale tolga anche solo minimamente la scena al giovane protagonista, sulle spalle del quale riversa invece tutto il dramma, la sofferenza e la commozione che ha dentro, ma che riesce a trasmettere e far emergere nella figura del ragazzo.
Nei panni del quale il giovane Gianmarco Franchini (classe 2001) è non bravo, di più. Non solo ha le physique du rôle ideale – nel senso proprio di “faccia giusta” – per calarsi alla grande nella quotidianità del protagonista, ma riesce, immedesimandosi quasi a diventare un tutt’uno col il suo personaggio, a passare in pochi attimi dall’ingenuità alla disperazione, dalla disillusione al sogno, alla tristezza, al dolore, alla riconoscenza. Il che non è da poco.

Al cinema dal 10 aprile.