Una madre, una figlia, un segreto. E un amore malato. Così il più viscerale dei legami finisce (ancora una volta) in thriller

(di Patrizia Pedrazzini) – “Run”, del trentenne regista statunitense di origini indiane Aneesh Chaganty (“Searching”), è la storia di un rapporto malato. Viscerale, contorto e malato. Quindi che non può funzionare. Anche se, a ben guardare, non è detto.
Diane vive in una bella e accogliente, ancorché isolata, casa con la figlia adolescente Chloe. La ragazza, nata prematura e con un sacco di problemi (è asmatica, diabetica, sofferente di cuore, e in più non può camminare), trascorre le giornate su una sedia a rotelle. Accudita in tutto e per tutto – medicine, alimentazione, studi – dall’amorevole madre, che le ha letteralmente dedicato l’esistenza. Peccato che non frequenti coetanei, non abbia amiche, né contatti col mondo esterno. Nonostante questo, è sveglia, intuitiva, intelligente, e con una gran voglia di andare al college. Anche se non si capisce come mai le sue ripetute richieste di iscrizione non ottengano risposta. Il rapporto fra le due, comunque, funziona: la madre pensa a tutto, la figlia obbedisce ed è grata.
Finché un giorno, casualmente, Chloe si accorge di una strana pastiglia verde fra i medicinali che Diane, rigorosamente su ricetta medica, le compra. E si insospettisce.
Che il rapporto psicologico fra un genitore, una madre soprattutto, e un figlio, o una figlia, possa sfociare nel morboso e trasformarsi in un incubo, è cosa nota, e trasferita a più riprese sul grande schermo. Ne sapeva qualcosa Hitchcock, anche se né il grande regista inglese, né tanto meno il suo “Psycho”, sono in questa sede minimamente scomodabili.
Di fatto, “Run” è un horror-thriller (più thriller che horror) che evoca sì pellicole del calibro di “Misery non deve morire”, del 1990, o, prima ancora, dell’impagabile “Che fine ha fatto Baby Jane?” (1962), ma senza le finezze psicologiche e la sottile morbosità che intessevano e sostenevano le trame di questi film.
Per cui qui, alla fine, tutto si riduce a una buona dose di incalzante tensione (neanche tanta, in verità), qualche forzatura (la fuga sul tetto), e un ritmo che accelera sì i tempi e non annoia lo spettatore, ma che poco o niente concede all’approfondimento caratteriale e al vissuto delle due protagoniste.
Che sono, nei panni di Diane, l’attuale regina dell’horror contemporaneo Sarah Paulson (“American Horror Story”, “Ratched”), lineamenti, sguardo ed espressione ideali per trasmettere al meglio quanto di neanche tanto sottilmente possa celarsi in una femminilità psicopatica; in quelli di Chloe, la ventitreenne esordiente Kiera Allen, che non solo vive paralizzata su una sedia a rotelle anche nella vita reale, ma che, nel film, riesce benissimo a non farsi schiacciare dal talento della Paulson.
Inquietudini, segreti, case che si trasformano in prigioni. Se solo si provasse anche un po’ di paura…

Un omaggio a Nanni Moretti apre il 18 giugno “Bagnacavallo al cinema”. In rassegna 80 proiezioni fino al 18 settembre

BAGNACAVALLO, martedì 8 giugno (di Andrea Bisicchia) Organizzata dal Circolo FuoriQuadro, fortemente voluta dal Sindaco e dall’Assessore che, per l’occasione, hanno rinnovato, con 300 poltrone da designer, lo spazio seicentesco del Parco delle Cappuccine, ha inizio il 12 giugno, per protrarsi fino al 5 settembre, la Rassegna cinematografica. Si apre con un omaggio a Nanni Moretti, di cui sarà riproposto “Caro diario” (1993), in versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, mentre il regista presenterà il suo ultimo film, “Tre piani”, al Festival di Cannes, dove, 20 anni fa, aveva vinto la Palma con “La stanza del figlio”.
Così, mentre le Arene estive si stanno organizzando per presentare i loro programmi, mentre arrivano lamenti da parte degli esercenti che dicono di avere perso più del settanta per cento degli affari, Gianni Gozzoli e Ivan Baiardi non nascondono un certo ottimismo perché, col ritorno degli sponsor, completamente assenti nella scorsa stagione, e con l’utilizzo dei ristori, appena arrivati, hanno deciso di dividere la programmazione in due parti: la prima dal 12 giugno al 19 luglio, con 32 titoli; la seconda, dal 20 luglio al 5 settembre, verrà programmata con le varie novità provenienti dai Festival internazionali.
Tra i film più noti, sono da ricordare:
“Rifkin’s Festival” di Woody Allen, che racconta la crisi di una coppia durante il festival di San Sebastian, “Lei mi parla ancora” di Pupi Avati, la storia di Nino, aspirante romanziere che racconta, dopo la morte della moglie, la sua storia, “The Father. Nulla è come prima” di Florian Zeller, che vede una figlia ansiosa recarsi dal padre con sintomi di Alzheimer, “Mank” di David Fincher, che ha per oggetto la Hollywood degli anni Trenta, “Corpus Christi” di Jan Komasa, protagonista un giovane che avrebbe voluto diventare prete, ma la sua fedina penale glielo impedisce, “Due“ di Filippo Meneghetti, storia di due donne mature che si amano da decenni, solo che un evento improvviso le mette alla prova, “La vita che verrà” di Phyllida Lloyd, con protagonista una donna che fugge, con i suoi figli, dal marito violento, “Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice, su Gabiele D’ Annunzio, spiato da un federale messo alle sue calcagna, “Un altro giro”, di Thomas Vinterberg, che vede quattro amici mettere a fuoco una teoria, secondo la quale, bere alcol permette di raggiungere, con una quantità prestabilita, stati percettivi che incrementano la creatività del genio.
Non manca un omaggio a Emma Dante con la proiezione delle “Sorelle Macaluso”, la storia di Cinque sorelle palermitane, combattive e disperate che, per sopravvivere, alternano le loro tragedie con sogni improvvisati.
Secondo tradizione, i film sono d’essai, inoltre verranno mantenuti gli incontri: “Accadde Domani”, con l’attore Denis Campitelli per il film “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti (24 giugno ), col regista Domenico Ciolfi per “Il caso Pantani” (30 giugno ), con la regista Anita Rivaroli e il direttore d’orchestra Marco Sablu per il film “We are the Thousand” (6 luglio), con Elisabetta Sgarbi, nelle vesti di regista, col musicista Mirco Mariani, per “Extraliscio – Punk da Balera” (11 agosto ).
C’era aria di ottimismo per una possibile rinascita, alla presentazione della trentasettesima stagione, sedicesima gestita dal Circolo FuoriQuadro, dopo la riapertura del Teatro Goldoni, che ha fatto registrare il tutto esaurito, con le dovute distanziazioni, come a voler dimostrare in che modo cinema e teatro possano contribuire, insieme, a quella svolta culturale attesa da tempo.

Le proiezioni inizieranno alle 21,30. Il costo dei biglietti: 6 euro intero, 5 euro ridotto.
www.arenabagnacavallo.it

Via, via, sempre più lontano, sempre più a Nord. Per una sempre più profonda conoscenza della natura. E di se stessi

(di Emanuela Dini) Un uomo, una baita di montagna, un cane, un paio di sci, una distesa innevata. La libertà? La felicità? Forse. Ma non basta, e allora scatta il senso dell’avventura, della ricerca, di una fusione con una natura che ti fa sentire piccolo, di un andare verso un confine e un limite sempre più lontano, sempre più a nord…
Un po’ diario intimo, un po’ autobiografia, inno all’amicizia e alla voglia di farsi domande, “Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord” è la storia del viaggio di due amici tra Canada e Alaska, sulle orme degli autori più amati – Ernest Hemingway, Raymond Carver, H.D. Thoreau, Jack London, Herman Melville e Chris McCandless di Into the Wild – alla ricerca di una nuova dimensione, nel confronto con una natura gigantesca e potente, un mettersi alla prova per sperimentare in prima persona un nuovo rapporto con se stessi e con l’ambiente.
Paolo Cognetti è l’autore del fortunato romanzo “Le otto montagne”, vincitore del Premio Strega 2017 e tradotto in 35 lingue, storia dell’amicizia tra due ragazzi, Pietro e Bruno, e del loro diventare uomini in montagna, «Un modo di vivere la vita, un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura».
Milanese, Cognetti a 30 anni abbandona la città e va a vivere in una baita di pietra e legno in Valle d’Aosta, seguendo il sogno di diventare scrittore. Dieci anni più tardi, cioè ai giorni nostri, quarantenne di successo, parte con l’amico Nicola Magrin, artista e illustratore, verso quel Grande Nord che attira entrambi.
Viaggio di scoperta, viaggio sulle orme degli scrittori più amati, con tanto di visita alle loro tombe, viaggio di riflessione e introspezione, con ricordi d’infanzia, frequenti pensieri ai padri, visita a un’anziana coppia amica dei genitori che vive isolata sulle rive di un lago canadese, incontro con una poetessa che vive anche lei in una baita isolata in mezzo al nulla e legge Italo Calvino. Un itinerario verso il Grande Nord che ha per meta il mitico bus di Chris McCandless di “Into the wild” (rimosso nel giugno 2020 per motivi di sicurezza, in quanto molti turisti che cercavano di raggiungerlo rischiavano la vita e dovevano essere soccorsi) ma anche un viaggio dentro se stessi, un domandarsi  a 40 anni “chi siamo e cosa vogliamo”, frammenti di dialogo e ricordi dei due amici che si uniscono a esperienze quotidiane del viaggio, dal fare benzina a comperare gli attrezzi necessari alla loro avventura.
Il film è girato sapientemente (e possiamo immaginare faticosamente, viste le ambientazioni), a metà tra documentario e diario, con affettuosi ed emozionanti primi piani, particolari di vita quotidiana, panorami possenti ma mai da cartolina. Anzi, ritrae anche gli aspetti più sgradevoli di città deserte mezze abbandonate, personaggi border line, clima ostile. E racconta un misurarsi faticoso con una natura che non regala niente, il guado di un fiume, gli incendi nei boschi, i sentieri nella foresta, il fuoco acceso con i rami secchi, gli stivali pieni d’acqua messi ad asciugare…
Un Grande Nord dell’anima, che non è una meta conclusiva e non dà risposte ma regala l’aprirsi a uno scenario di nuove domande.

Paolo Cognetti. “Sogni di Grande Nord”. Regia di Dario Acocella. Nelle sale solo il 7, 8, 9 giugno
www.nexodigital.it

Elogio della sbronza? Magari no. Ma se un goccetto al giorno facesse ritrovare la sete di vita (e la libertà perduta)?

(di Patrizia Pedrazzini) “Non bevo mai prima di colazione”. Parola di Winston Churchill, che di whisky ne buttava giù otto al giorno (più due brandy), per non parlare dell’amatissimo champagne. Il che non gli impedì di morire (sigari inclusi) a novant’anni compiuti, non prima di aver contribuito, alla grande, alla sconfitta dei tedeschi nella Seconda guerra mondiale. E comunque lo statista inglese è in ottima compagnia: da Čajkovskij a Hemingway, si contano a decine gli artisti e gli scrittori che nell’alcol hanno trovato coraggio e ispirazione.
Martin, Tommy, Nicolaj e Peter sono quattro uomini di mezza età, colleghi in quanto insegnanti nella medesima scuola superiore di una città danese, anzi di più. Sono quattro amici, quattro brave persone che magari dalla vita si aspettavano altro, ma che la vita ha costretto ad accontentarsi. Così si apprestano a invecchiare, fagocitati da un’esistenza ripetitiva, monotona, noiosa e mediocre che ha spento in loro i sogni e le attese della gioventù.
Finché un giorno, quasi per caso, al compleanno di uno di loro, salta fuori la bizzarra teoria di uno studioso norvegese, tale Finn Skårderud, il quale sostiene che l’uomo nasce con una carenza di alcol nel sangue dello 0,05%. L’equivalente di due bicchieri di vino. Tanto basta, ai quattro, per avviare un vero e proprio studio, nel quale le “cavie” sono loro stessi: prima cosa colmare il deficit iniziale, poi man mano aumentare via via la dose quotidiana di vino, birra e superalcolici, e vedere un po’ che cosa succede. All’inizio, tutto bene, anzi benissimo: l’autostima è la prima a risentirne positivamente, seguono la leggerezza, una diversa considerazione dei problemi, insomma una bella sensazione di benessere. Tutto, quasi miracolosamente, va meglio: i rapporti con i figli, con le mogli, con gli studenti. Martin, che insegna Storia e che i ragazzi vivevano come una palla al piede, si trasforma in un insegnante brillante e ammirato. Per non parlare del professore di ginnastica, di quello di filosofia e di quello di musica. Già, ma l’esperimento prosegue, e quando dai due bicchieri di rosso iniziali si arriva al cocktail di assenzio e alcol puro…
Sia chiaro, “Un altro giro”, del cinquantunenne regista danese Thomas Vinterberg (la Danimarca, come molti Paesi del Nord Europa, è sensibile al problema dell’alcolismo), non è un invito ad attaccarsi alla bottiglia, però è un film che ha l’innegabile coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Che, tradotto, suona più o meno così: ferme restando le conseguenze nefaste del bere, perché negare che un pizzico di irrazionalità aiuti a ritrovare la gioia di vivere e restituisca all’uomo il piacere della libertà perduta? Ovvio che l’esperimento dei quattro professori rasenti la follia (tra l’altro sono insegnanti), e che il loro comportamento sia quanto di meno educativo si possa immaginare, ma che cosa è meglio: un’esistenza infelice, depressa e magari disperata o una “botta di vita” ogni tanto, con tutti i problemi e i guai che ne conseguono? Un tema serio, tuttavia trattato non senza note di umorismo e, soprattutto, con grande comprensione e senza falsi pudori.
Nel ruolo di Martin, il più problematico dei quattro, Mads Mikkelsen offre qui una delle interpretazioni migliori: vulnerabile, sensibile, generoso, pacato fuori ma con il fuoco dentro, grandioso nel liberatorio ballo finale sulle note di “What A Life” degli Scarlet Pleasure.
Oscar 2021 per il miglior film in lingua straniera.