Vietato prendersi troppa confidenza coi narcotrafficanti

Cameron Diaz e Penelope Cruz in una scena del film “The Counselor” di Ridley Scott

Cameron Diaz e Penelope Cruz in una scena del film “The Counselor” di Ridley Scott

(di Paolo Calcagno) Nella società attuale il motore principale, quello capace di far girare a mille le ruote del mutamento dei codici comportamentali e di lanciare a gran velocità unioni e relazioni, alleanze e partner-ship, oppure di provocarne catastrofici schianti contro il muro dell’ “out of control”, è il crimine. Che la trasgressione criminale si possa rivelare come “nuova forma di creatività” lo sosteneva già James Graham Ballard, una ventina d’anni fa, nei suoi straordinari romanzi, tradotti e arricchiti dal coltissimo talento di Antonio Caronia. Quanto noiosa e intorpidita ci appare la cosiddetta coesione sociale nel confronto con la contagiosa amoralità che si esalta euforicamente nell’odierno paesaggio esistenziale, che oltre alle guerre in successione, ci mostra quotidianamente passatempi da brividi, quali stupri, sequestri di persona, aggressioni, risse mortali, arricchimenti illeciti a danno della comunità, devastazioni, omicidi! E la violenza, che secondo Marc Augé dà corpo all’amministrazione delle “nuove paure” (dall’aggressione alla fermata del metrò all’espulsione dal posto di lavoro), non si è forse estesa agli scenari quotidiani, alla maniera dei tatuaggi, un tempo praticati esclusivamente dai marinai e dai pendagli da forca, oggi in bella mostra sulla pelle della vicina di casa?
Dei mutamenti dei codici e degli scenari etici (in qualche modo, persino filosofici) si occupa spesso il Premio Pulitzer Cormac McCarthy, autore di romanzi già trasposti con successo sul grande schermo, dal film Premio Oscar “Non è un paese per vecchi”, per la regia dei fratelli Coen, a “The Road”, firmato da John Hillcoat, fino a “Sunset limited”, diretto e interpretato da Tommy Lee Jones. Stavolta, lo scrittore americano tratta il tema in una sceneggiatura che il celebre regista Ridley Scott ha adattato per il suo nuovo film “The Counselor” (Il procuratore), di cui è coproduttore McCarthy stesso.
Per dare carne e sangue agli affascinanti anti-eroi della vicenda Ridley Scott ha messo insieme una squadra di superstar da delirio: Michael Fassbender, Brad Pitt, Cameron Diaz, Penelope Cruz e Javier Bardem. Ciudad Juarez, in Messico, è la base di questa storia di confine dove si commettono crimini di ogni genere, stupri e omicidi, legati al traffico di droga. Il resto è eccesso illimitato: Ferrari, ville da sogno, festini con orge in piscina, diamanti, cocaina a colazione, persino una coppia di ghepardi al guinzaglio della donna del capo (Cameron Diaz e Bardem). Fassbender è il procuratore del titolo, un avvocato che vive un’esistenza normale con la fidanzata Penelope Cruz, ma al ritmo frenetico di spese che non può permettersi. Sopravvalutandosi, il giovanotto strizza l’occhio e assiste “i signori del cartello della droga”, convinto che la sua avidità sia protetta dalla sua posizione sociale e dal suo ruolo di procuratore. Brad Pitt, un avventuriero di quel “giro”, invano lo mette in guardia contro eventuali coincidenze che potrebbero involontariamente mandare una o più esistenze al diavolo da un momento all’altro: “Quelli sanno cos’è una coincidenza, solo che non ne hanno mai vista una. Io sono pronto a scomparire in ogni momento della giornata: lei può fare altrettanto?”.
A causa di un gesto persino generoso (fa rimettere in libertà il nipote di una delinquente sua assistita), il procuratore è ritenuto fra i responsabili di un furto di un carico di droga. Un equivoco, una maledetta coincidenza, ma che non eviterà la catastrofe al procuratore e ai suoi amici del mondo del crimine da parte della banda rivale più potente, imbeccata dalla figura più spregiudicata del clan.
La strepitosa miscela del virtuosismo descrittivo e della ricerca visionaria del regista di capolavori, quali “I Duellanti”, “Blade runner”, “Alien”, “Thelma & Louise”, con la potenza esplosiva della scrittura di McCarthy avrebbe dovuto garantire meraviglie ed emozioni infinite sull’amato lenzuolo bianco. Insomma, qualunque esito al di sotto del capolavoro sarebbe stato una delusione per gli appassionati di Cinema.
Il risultato? Non è ciò che ci si aspettava. La super-coppia non ha soddisfatto le attese.
Intendiamoci, il film è molto godibile, girato superbamente, e alcune sequenze sono una delizia: il sesso fino all’orgasmo con il parabrezza del suo bolide giallo, praticato dalla felina Cameron Diaz, e, soprattutto, l’incredibile telefonata tra il procuratore disperato, oramai allo sbando, privato di tutto ciò che possedeva e amava, e un legale vicino ai narcotrafficanti che gli illustra con calma olimpica l’importanza, cruciale e inappellabile, del diverso “punto di vista” della vittima da quello dei suoi “castigatori”. Probabilmente, la mancata deflagrazione della miscela esplosiva composta dalla quotidianità inquietante di McCarthy, dove tutto ha luogo (lo spregiudicato arricchimento, ma anche l’eliminazione inaspettata), e dalla ricerca avventurosa di Ridley Scott sui grandi principi dell’esistenza, andava messa in conto quando, con eccesso di fiducia, è stato dato fuoco alla miccia.

“The Counselor”, regia di Ridley Scott, con Michael Fassbender, Brad Pitt, Cameron Diaz, Penelope Cruz, Javier Bardem. Stati Uniti 2013.

La Brianza ricca e senza scrupoli, secondo gli stereotipi di Paolo Virzì

Valeria Bruni Tedeschi e Fabrizio Gifuni in una scena del film “Il capitale umano” di Paolo Virzì.

Valeria Bruni Tedeschi e Fabrizio Gifuni in una scena del film “Il capitale umano” di Paolo Virzì.

(di Paolo Calcagno) Paolo Virzì è un regista livornese, caustico e spontaneo, tecnicamente molto preparato e con la virtù di saper far affiorare la profondità. Virzì ha il dono di cogliere i particolari di situazioni complesse e di elevarli a espressioni che rendono ampiamente e godibilmente l’idea del tema che affronta: è un regista bravo, ma non geniale, istintivo ma non acuto. Ama “spiare” ciò che conosce, o che lo sollecita a livello di pelle (“Ovosodo”, “Caterina va in città”, “Tutta la vita davanti”, i suoi film più riusciti e interessanti), ma se punta l’obiettivo su tematiche critiche della nostra società non va oltre una pseuda antropologia sociale, benché narrativamente corretta, e rischia di affidarsi a stereotipi usurati che aggiungono poco o nulla alla nostra conoscenza, che si profilano come moralistici e che, certo, non emozionano.
Con “Il capitale umano” Virzì ha trasferito dal Connecticut in Brianza il romanzo-thriller di Stephen Amidon: una vicenda di speculazione e corruzione ad opera della borghesia medio-alta, pronta a tutto pur di avvantaggiarsi a spese altrui, priva di principi etici e di qualità affettiva. Alta finanza, auto costose, ville con feste sfarzose, abiti di lusso e rolex in evidenza ai polsi, la vetrina luccicante allestita da Virzì per mostrarci la famiglia di un immobiliarista senza scrupoli (Fabrizio Gifuni), di quelli che sono riusciti “a far fallire questo Paese”, come gli rimprovera la consorte (Valeria Bruni Tedeschi), prototipo della bambola di ceramica, triste e dolente, tipica di quel ramo sociale, che cerca di sottrarsi al peso della sua inutilità con iniziative culturali che non approdano a nulla se non alle scontate corna di cui beneficia l’intellettualino di turno (Luigi Lo Cascio).
Fabrizio Bentivoglio e Valeria Golino interpretano, anch’essi convincentemente, l’ebete tramonto di una famiglia di industrialotti brianzoli. Costoro sono i genitori della “deb” Matilde Gioli, fidanzatina dell’altro esordiente Guglielmo Pinelli, figlio del potente affarista supercafonal, destinato anch’egli a precipitare negli abissi di un’operazione finanziaria mal calcolata.
Un cameriere finito sotto le ruote di un “suv” durante una fuga notturna causa il “giallo” che imbratta la vita delle rispettabili famiglie, senza tuttavia aggiungere brividi o scossoni benefici al placido racconto filmico di Virzì. Né il riferimento al “capitale umano”, che dà il titolo al film (ossia la valutazione della cifra che in base a età e reddito della vittima stabilisce il risarcimento che spetta ai familiari), eleva più di tanto il “tasso d’interesse” di questo film che, sebbene ben realizzato tecnicamente, non va oltre il melassato racconto sui “ricchi e cattivi” che tanto ha fatto incazzare l’assessore leghista al Turismo della Provincia di Monza, Andrea Monti, l’ultimo a sventolare la bandiera della favola della laboriosa e onesta borghesia brianzola, umiliata e offesa da Roma ladrona e dal suo Cinema.

“Il capitale umano”, di Paolo Virzì, con Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio. Italia, 2013.

Judi Dench diverte e commuove nella ricerca del figlio strappatole cinquant’anni prima

Judi Dench e Steeve Coogan in una scena di "Philomena", di Stephen Frears

Judi Dench e Steeve Coogan in una scena di “Philomena”, di Stephen Frears


(di Paolo Calcagno) Non sono molti i registi che riescono a raccontare in maniera avvincente stranote vite di personaggi storici (mi riferisco a “The Queen”) liberandole dalla polvere dei cliché martellanti con cui vengono imposte dai media, o ignote esistenze, “regine” delle pagine strappalacrime dei tabloid inglesi, elevandole con rara efficacia narrativa a simboli critici dell’ipocrisia clericale e a esempi quasi inarrivabili dell’amore e del perdono. Nel secondo caso, mi riferisco a “Philomena”, il film di Stephen Frears (già autore di “My beautiful laundrette”, “Le relazioni pericolose”, “The van”), premiato alla Mostra di Venezia 2013 per “la migliore sceneggiatura”, scritta peraltro dal protagonista maschile e produttore del film, Steeve Coogan. In entrambe le occasioni, il maestro britannico del grande schermo, due volte candidato all’Oscar, ha fatto perno su interpreti di straordinario talento, quali Helen Mirren (premio Oscar per “The Queen”) e Judi Dench (candidata all’Oscar, già conquistato con la sua interpretazione in “Shakespeare in love”, con una delle 6 precedenti nomination), divenuta popolarissima con il ruolo di “M”, il capo di James Bond, in vari film sul mitico “007”.
Philomena Lee è ancora un’adolescente irlandese di estrazione popolare quando scopre i piaceri del sesso cui si abbandona con il suo giovane moroso. Purtroppo, la fanciulla rimane incinta, il fidanzatino se la squaglia e la famiglia per nascondere lo scandalo la manda in convento, a Roscrea. Affidata completamente al severo sistema educativo delle suore, la ragazza partorisce Anthony che le viene concesso solamente per un’ora al giorno, durante una pausa dal suo massacrante lavoro di lavandaia del convento. Le ragazze-madri rinchiuse a Roscrea scoprono ben presto che i loro bambini vengono, sì, aiutati a venire al mondo e allevati fino alll’età di tre anni per poi essere “venduti” a facoltose famiglie, spesso straniere, che visitano il convento con la superficialità mondana con cui si frequentano gli allevamenti di cani o di cavalli. Anche Anthony viene strappato con autoritaria inappelabilità all’amore di Philomena e ceduto a una ricca famiglia americana. Siamo in Irlanda, nel 1952, non nel medioevo, quando questa storia accadde realmente per, poi, essere raccontata nel romanzo di Martin Sixsmith “The lost child of Philomena Lee” (in Italia, divenuto “Philomena” e pubblicato da Edizioni Piemme). Invano, da adulta, Philomena cercherà di rintracciare il suo Anthony: le suore di Roscrea non esiteraanno a respingere i suoi legittimi tentativi di avvicinamento al figlio perduto con crudeli bugie su un incendio che aveva ingoiato documenti e certificati, tranne l’illegale contratto di rinuncia a pretese sul bambino, anche negli anni a venire, sottoscritto dalla protagonista del commovente caso. Cinquant’anni dopo, l’ormai anziana signora irlandese incontra un disincantato giornalista in disgrazia, costretto per motivi politici a lasciare il suo lavoro di corrispondente estero della Bbc e di malavoglia divenuto collaboratore di una rivista specializzata in storie di vita vissuta.
Steve Coogan, distintosi in ruoli brillanti sugli schermi e sui palcoscenici britannici, è irresistibile nell’interpretazione del giornalista snob che si degna di seguire la vicenda di cronaca vera, ma non dimentica mai di citare il suo nobile passato di “ex Bbc, ora non più”. Ma contagiosa è anche l’empatia con cui Coogan fa avvicinare umanamente il giornalista a Philomena, via via che la vicenda scorre. E, certo, la prova d’attore di Steve Coogan è elemento fondamentale in questo film, oltre alla maestria narrativa di Stephen Frears, delicato e premuroso nel riprendere la spontaneità e la semplicità di Philomena, scrollando di qualsiasi melassa la sua candida caparbietà nel voler scoprire il destino del figlio; e oltre al talento da attrice di razza di Judi Dench che ci conquista con l’entusiasmo del personaggio (Philomena si eccita infantilmente sulla piccola vettura da trasporto dell’aeroporto e la paragona all’auto scoperta del Papa) e ci commuove con la sua devozione religiosa che le consente di accettare l’immenso dolore che le riserva la sua appassionata ricerca e di perdonare le suore che hanno manovrato il caso con protervia e violenza integraliste da Santa Inquisizione. Non ci sembra giusto per chi vorrà vedere il film di Frears riferire i dettagli dello sviluppo della storia di “Philomena” che, pur senza essere un capolavoro, si distingue per essere un film ottimo, sostenuto da una sceneggiatura precisa ed efficace nell’alternare il divertimento godibile della commedia all’intensità coinvolgente del dramma.

“Philomena”, di Stephen Frears, con Judi Dench e Steeve Coogan. Gran Bretagna 2013

Come sono tristi i funerali di John May nel deserto dei suoi “clienti” dimenticati

Eddie Marsan in una scena di “Still Life”, di Uberto Pasolini

Eddie Marsan in una scena di “Still Life”, di Uberto Pasolini

(di Paolo Calcagno) Tutti i colori del grigio. Uberto Pasolini (nipote del grande Luchino Visconti, ma nessun legame con l’immenso Pier Paolo) ha una camera con vista sulla vita reale delle classi sociali disagiate, in caduta libera finanziaria e/o morale dagli arroccati privilegi del tempo che fu. Già produttore di successo di film quali “Full Monty” e “Palookaville”, Pasolini è alla sua seconda regia cinematografica dopo l’esordio con “Machan – La vera storia di una falsa squadra”. Con “Still Life” (Natura morta) il cineasta italiano continua a ispirarsi a persone e fatti reali.
Siamo nel South London, ai giorni nostri, dove John May (uno straordinario Eddie Marsan) svolge il suo lavoro di funzionario comunale, incaricato di rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine. Irriducibilmente meticoloso e ossessionato dall’organizzazione, John May va ben oltre il suo dovere nel portare a termine i compiti che gli vengono assegnati. Solo dopo aver verificato tutte le piste e gli indizi ed essersi intrappolato in una serie di vicoli ciechi, si arrende e accetta di chiudere un caso e di organizzare il funerale dei suoi “clienti” dimenticati, per i quali è lui a scegliere la musica più adatta e a scrivere i discorsi celebrativi che nessuno ascolterà mai. È rigoroso nell’assicurarsi che queste anime siano accompagnate all’estremo riposo in modo dignitoso, sia che si tratti di un’anziana donna che, ogni anno, inviava un biglietto di buon compleanno al proprio gatto, sia che si tratti di un signore australiano le cui ceneri vengono spedite nel suo Paese natale per la sepoltura.
Presentato in concorso nella sezioni Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Premio per la regia, “Still Life” è un ritratto etico dolente e spietato della classe media, in questo caso britannica ma riferibile a qualsiasi realtà della società dei consumi. Il pignolo e inarrestabile John May, protetto dalla sua plumbea corazza di funzionario non indietreggia di un centimetro nel suo assalto alla desolazione umana che gli sbarra il passo ogni volta che prova a convincere parenti ed amici a scavare nel fondo della solidarietà e degli affetti, oramai inariditi e impigriti dalle delusioni di esistenze sprecate nella rincorsa alle chimere del benessere.
Quando lessi di questi funerali senza seguito – spiega nelle sue note il regista Uberto Pasolini -, rimasi colpito dal pensiero di tante tombe solitarie e di tante funzioni funebri deserte. È un’immagine molto forte. Mi misi a riflettere sulla solitudine, sulla morte, sul significato dell’appartenenza a una comunità e di come la consuetudine del buon vicinato sia oramai scomparsa per molti di noi. Mentre scrivevo la sceneggiatura mi sono sentito in colpa per non conoscere i miei vicini di casa e la mia comunità locale. E per la prima volta sono andato alla festa di strada del mio quartiere, sentendo il desiderio di partecipare a quel piccolo tentativo di creare un legame tra vicini“. Il senso della mancanza di impegno nei confronti della comunità ha alimentato in Pasolini riflessioni più profonde sulla società contemporanea. “Qual è il valore che la società attribuisce alla vita dei singoli individui? Com’è possibile che tante persone siano dimenticate e muoiano sole? – continua il cineasta – La qualità della nostra società si giudica dal valore che assegna ai suoi membri più deboli e chi è più debole di un morto? Il modo in cui trattiamo i defunti è un riflesso del modo in cui la nostra società tratta i vivi. E nella società occidentale, a quanto pare, è molto facile dimenticare come si onorano i morti. Sono profondamente convinto che il riconoscimento della vita passata di ciascun individuo sia fondamentale per una società che voglia definirsi civile“.
Pasolini ha trasferito le sue riflessioni nello splendido film su John May, funzionario comunale di mezza età, con un’esistenza ordinata e tranquilla, organizzata e ripetitiva in ogni dettaglio: tutti i giorni indossa gli stessi vestiti, percorre lo stesso tragitto per recarsi al lavoro, consuma lo stesso pasto a pranzo e di ritorno a casa si cucina la stessa cena. Ma un giorno gli viene assegnato un nuovo caso: Billy Stoke, un vecchio alcolista, è stato trovato privo di vita nell’appartamento di fronte al suo. E quando John visita l’alloggio del defunto vicino di casa, scopre l’immagine speculare e contraria della propria esistenza: tanta è ordinata la sua mediocre quotidianità quanto sgangherata e malridotta si mostra quella del vicino passato a miglior vita. Le certezze di John incominciano a scricchiolare, il suo tran-tran da automa in mezze maniche va in crisi e una serie di colpi di scena scatenano il suo terremoto interno. Pasolini è duro e impietoso nel descrivere i contorni sociali delle sue storie, ma è sempre positivo e generoso con i suoi protagonisti. E “Still Life” va in questa direzione, diritto e profondo, fino alla candidatura all’Oscar per il miglior film straniero.

“Still Life”, regia di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan. Gran Bretagna, 2013.