Oscar 2022. Baci abbracci lacrime e cazzotti. È “CODA” il miglior film. Ma “Dune” rastrella sei statuette. Fuori l’Italia

LOS ANGELES, lunedì 28 marzo Will Smith, miglior attore protagonista per “Una famiglia vincente”, sferra un pugno in faccia al presentatore Chris Rock, reo di avere appena fatto una battuta infelice sulla moglie Jada Pinkett Smith. Poi, ricevendo la statuetta, piange parlando dell’importanza della famiglia. Sempre in tema di affetti e commozioni, il miglior film dell’anno è “CODA”, premiato anche con altri due riconoscimenti. Ma a fare man bassa, sei statuette su dieci nominations, è il fantascientifico “Dune” (foto sopra) di Denis Villeneuve, che si aggiudica soprattutto i premi “tecnici”. Delusione in campo italiano: niente da fare per Sorrentino, che lascia l’onore del miglior film internazionale al giapponese “Drive My Car”.

TUTTI I VINCITORI

Miglior film
I segni del cuore (CODA), regia di Sian Heder

Miglior regista
Jane Campion – Il potere del cane (The Power of the Dog)

Miglior attore protagonista
Will Smith – Una famiglia vincente – King Richard (King Richard)

Miglior attrice protagonista
Jessica Chastain – Gli occhi di Tammy Faye (The Eyes of Tammy Faye)

Miglior attore non protagonista
Troy Kotsur – I segni del cuore (CODA)

Miglior attrice non protagonista
Ariana DeBose – West Side Story

Migliore sceneggiatura originale
Kenneth Branagh – Belfast

Migliore sceneggiatura non originale
Sian Heder – I segni del cuore (CODA)

Miglior film internazionale
Drive My Car (Doraibu mai kā), regia di Ryūsuke Hamaguchi (Giappone)

Miglior film d’animazione
Encanto, regia di Byron Howard e Jared Bush

Miglior montaggio
Joe Walker – Dune (Dune: Part One)

Miglior scenografia
Patrice Vermette – Dune (Dune: Part One)

Miglior fotografia
Greig Fraser – Dune (Dune: Part One)

Migliori costumi
Jenny Beavan – Crudelia (Cruella)

Miglior trucco e acconciatura
Linda Dowds, Stephanie Ingram e Justin Raleigh – Gli occhi di Tammy Faye (The Eyes of Tammy Faye)

Migliori effetti speciali
Paul Lambert, Tristen Myles, Brian Connor e Gerd Nefzer – Dune (Dune: Part One)

Miglior sonoro
Mac Ruth, Mark Mangini, Theo Green, Doug Hemphill, Ron Bartlett – Dune (Dune: Part One)

Migliore colonna sonora originale
Hans Zimmer – Dune (Dune: Part One)

Migliore canzone originale
No Time To Die (musiche di Billie Eilish; testo di Billie Eilish e Finneas O’Connell) – No Time To Die

Miglior documentario
Summer of Soul, regia di Questlove, Joseph Patel, Robert Fyvolent e David Dinerstein

Miglior cortometraggio documentario
The Queen of Basketball, regia di Ben Proudfoot

Miglior cortometraggio
The Long Goodbye, regia di Aneil Karia e Riz Ahmed

Miglior cortometraggio d’animazione
The Windshield Wiper, regia di Alberto Mielgo e Leo Sanchez

“The Duke”, ovvero come rubare un’opera d’arte e farla (più o meno) franca. Con humour. E per il bene della società

(di Patrizia Pedrazzini) –  “Il ritratto del duca” (“The Duke”), del sudafricano (inglese d’adozione) Roger Michell (“Notting Hill”), è un film per certi versi lieve e scanzonato, una commedia venata di tristezza e di malinconia, sempre brillante, ma che, tuttavia, non si esime dal portare sotto i riflettori temi pesanti, dal lutto familiare alla sperequazione sociale, dalla tutela dei più deboli – gli anziani prima di tutto – alla criminalità giovanile.
La storia è vera, e si dipana a Newcastle, città portuale del nord-est inglese. Da dove, nel 1961, il tassista sessantenne Kempton Bunton parte per mettere a segno il primo (e per ora unico) furto nella storia della National Gallery di Londra: rubare – non si sa come, ma ci riesce – il ritratto del Duca di Wellington (il generale che piegò Napoleone, e che diede il nome a un gustoso filetto), opera di Francisco Goya, appena acquistato all’asta dal Regno Unito per 140 mila sterline.
Come riscatto, per restituirlo, l’anziano Robin Hood avanza una richiesta quanto meno singolare: che il governo inglese investa di più nella cura dei pensionati, a partire dalla possibilità che possano usufruire della tv senza pagarne il canone.
La verità si conoscerà solo dopo anni: non è stato Kempton il ladro, ma suo figlio, trasformato in malvivente dal desiderio di contribuire all’economia familiare, ma soprattutto di “regalare” ai due anziani genitori, segnati dalla morte della giovane figlia (morta a seguito di un incidente con la bicicletta che il padre le aveva regalato, e del quale l’uomo si sente ovviamente responsabile), un poco della serenità perduta.
Fin qui la storia. Che la pellicola di Michell trasforma in una performance attoriale di primissimo livello. Kempton Bunton, e con lui il suo animo fatto di amore per la letteratura, di humour, di affetto per i suoi cari e per il mondo, è un impareggiabile Jim Broadbent (“Harry Potter e il principe mezzosangue”, “Cloud Atlas”), irresistibile bugiardo, campione di simpatia, “impostore” naif dal cuore buono. Mentre una quasi irriconoscibile Helen Mirren (Oscar come miglior attrice protagonista per “The Queen”) dà volto, corpo e carattere al personaggio della moglie, donna acida e inasprita dalla vita, che trova nella cura maniacale della casa e della pulizia il solo modo per fingere l’oblio di un dolore troppo grande da sopportare. E la schermaglia tutta british, ironica e spassosa, fra i due è certamente la parte migliore del film.
Insomma la storia semplice e riconciliante di un brav’uomo che ce la mette tutta per cambiare il mondo. E magari, senza rendersene conto, anche quel che resta della propria esistenza. Della propria famiglia e dei propri affetti. E chi l’ha detto che una cattiva azione non possa sortire un buon effetto?

Un cast stellare nella saga della famiglia Gucci, diretta da Ridley Scott. Romanzata? Gli sconcertati eredi contestano

(di Emanuela Dini) Quello che si dice un filmone. “House of Gucci”, regia di Ridley Scott e un cast da superstar – Lady Gaga (nella foto), Adam Driver, Jeremy Irons, Al Pacino, Jared Leto, Salma Hayek – è la saga della famiglia Gucci, raccontata in maniera romanzata e prontamente contestata dagli eredi Gucci che si sono detti “sconcertati e infastiditi” di come Ridley Scott abbia descritto i loro avi “teppisti, ignoranti e insensibili al mondo che li circonda, attribuendo ai protagonisti e agli eventi un tono e un atteggiamento che non sono mai appartenuti a loro”.
Basato sul romanzo di Sara Gay Forden “House of Gucci, una storia vera di moda, avidità, crimine”, il film  ripercorre la storia della famiglia, il matrimonio e poi divorzio tra Maurizio Gucci e Patrizia Reggiani, ragazza dalle molte ambizioni e pochi scrupoli e mandante dell’omicidio dell’ex marito, le lotte intestine in famiglia per il controllo del pacchetto azionario con corollario di colpi bassi, sgambetti e vendette e tutto il variopinto mondo dei ricchi e potenti tra la Milano da bere, St. Moritz e New York degli anni ’80 e ’90.
Un filmone, sorretto da una recitazione strepitosa – e come poteva essere altrimenti, visto il cast stellare? – una ricostruzione degli ambienti accurata e suggestiva, con riconoscibilissimi scorci milanesi come l’Università Statale, villa Necchi Campiglio, corso Venezia e una sceneggiatura succosa che non risparmia caratterizzazioni potenti da drammone: padri contro figli, lotte intestine in famiglia, seduzioni e gelosie, sortilegi e magia nera.
Grande eleganza degli ambienti, case da favola, abiti da sogno, le creazioni di Gucci in vetrina (la produzione ringrazia la fattiva collaborazione della maison, nell’accedere al museo e mettere a disposizione i pezzi iconici), le scene in montagna con sci e abbigliamento sportivo autenticamente vintage, le auto d’epoca scelte con cura, compresa una Lamborghini Countach.
Insomma, un affresco che presenta un Maurizio Gucci ammaliato dall’arrampicatrice sociale, lo zio Aldo maneggione e faccendiere, suo figlio Paolo dal talento incompreso, sornione e disperato – e la fantastica interpretazione di Jared Leto vale una menzione speciale – una Patrizia Reggiani (Lady Gaga) bellissima, seducente e dolente. Bravissima.
Due ore e 40 che scorrono veloci, qualche curiosa inesattezza per un film che vuole raccontare una storia vera, come citare solo la figlia Alessandra (nata nel 1977) della coppia Reggiani-Gucci, quando c’era anche Allegra (nata nel 1981), o fare arrivare Maurizio Gucci in bicicletta sul portone dove viene ucciso, quando in realtà ci andava a piedi. Peccati veniali per una storia extra large dall’inconfondibile stampo americano, luccicante e corposa come i maxi pacchi regalo dalle carte colorate, fiocchi e nastri esagerati da mettere sotto l’albero di Natale.

“HOUSE OF GUCCI”, regia di Ridley Scott. Con Lady Gaga (Patrizia Reggiani), Adam Driver (Maurizio Gucci), Jared Leto (Paolo Gucci), Jeremy Irons (Rodolfo Gucci), Al Pacino (Aldo Gucci), Salma Hayek (Pina Auriemma). Durata 160 minuti.

Un film per le feste, che incanta grandi e piccini. E lo merita. Clifford, un cagnone che ingigantisce, quanto più è amato

(di Marisa Marzelli) Il binomio di successo cani/bambini non si smentisce nemmeno in Clifford: il grande cane rosso, piacevole favola di sapore natalizio realizzata in live action e animazione. Cioè, mentre il resto del film si sviluppa con attori e ambientazione reali, l’animale del titolo è creato in CGI (immagini generate al computer) e interagisce con il cast.
Film per famiglie, tradizionale nell’impostazione narrativa, non manca di elementi d’interesse a più livelli. La storia, tratta da una collana di libri scolastici del fumettista e scrittore americano Norman Bridwell, scomparso a 86 anni nel 2014, è ben nota ai giovani anglofoni ma meno da noi, a parte il passaggio in tv di una serie poco vista.
È il racconto della dodicenne Emily, che vive a New York con la madre single. La ragazzina frequenta con una borsa di studio una scuola prestigiosa, ma si sente triste, isolata e bullizzata dalle altezzose compagne ricche. Mentre la madre è fuori città per lavoro, Emily, con uno zio pasticcione che le fa occasionalmente da baysitter, s’imbatte in un anziano misterioso (l’ex Monty Python John Cleese), che le regala un minuscolo cucciolo rosso, asserendo che crescerà tanto quanto sarà l’affetto che saprà donargli la padroncina. E l’affetto sarà proprio tanto, perché al risveglio, il mattino dopo, il cane è alto quasi tre metri, troppo per il minuscolo appartamento. Da qui, un turbine di buffe avventure che travolgono Emily, lo zio casinista e il cane gigante con il coinvolgimento del multietnico vicinato, di forze dell’ordine, troupe televisive e del cattivo di turno, a capo di una azienda specializzata in esperimenti genetici per ingrandire gli animali, che vuole ad ogni costo impadronirsi del cane.
Diretto con mano svelta da Walt Becker, già regista di Alvin superstar-Nessuno ci può fermare, quarto titolo della serie Alvin (sempre un lavoro in live action e computer grafica), negli Stati Uniti Clifford si è rivelato un successo imprevisto. Costato circa 64 milioni di dollari, è uscito qualche settimana fa sia al cinema che sulla piattaforma in streaming, ma si è capito subito che il riscontro nelle sale sarebbe stato superiore al previsto. Al punto che la casa di produzione Paramount Pictures ha subito deciso di mettere in cantiere il sequel, con la speranza di avviare uno nuovo franchising.
Cosa possa aver incantato tutto il pubblico, anche quello adulto che accompagna figli e nipoti al cinema, è difficile dire; probabilmente si tratta di un mix di qualità formali e contenutistiche. Clifford sfoggia una trama lineare ma non banale, ritmo incalzante, empatia, qualche battuta irresistibile, buon livello della recitazione e della fotografia, buona resa tecnica (anche se è difficile nell’animazione rendere naturali e credibili i cani, figuriamoci in questo caso, con il protagonista che non ha nemmeno dimensioni reali).
Sul piano contenutistico, la morale della favola a portata di bambino promuove valori come la ricerca della serenità negli affetti in modo semplice e simpatico ma al contempo, su un altro livello a misura di adulto, emerge senza pedanteria e con intelligenza e umorismo un frastagliato discorso sulle diversità. È un diverso il cane, così rosso e così fuori taglia; è diversa la bambina, non di famiglia abbiente ma calata in una realtà scolastica di figli di papà; è tutta una diversità il mondo di chi interagisce con i protagonisti, dai negozianti latinos allo scorbutico portinaio nero, al milionario cinese padre di un bambino timido ma determinato. Diversità e ricerca di equilibrio tra tante differenze, amalgamate da un tour a rotta di collo tra i quartieri così antitetici della Grande Mela: da Harlem a Manhattan.
Quanto al cast, oltre al già citato John Cleese in poco più di un cameo (ma sufficiente per evocare lo spirito pungente di quel che furono i britannici Monty Python) se la cavano bene la Emily di Darby Camp, con già all’attivo vari film e cinque serie televisive (tra cui il recente successo Big Little Lies – Piccole grandi bugie, con Reese Witherspoon, Nicole Kidman, Meryl Streep) e anche l’attore inglese Jack Whitehall, nei riusciti panni del giovane zio con la vocazione del Peter Pan che si rifiuta di crescere ma, in fondo, con un grande cuore.