Cinque sorelle, cinque storie e lo spettro di una disgrazia. Vita e morte nel film di Emma Dante in concorso a Venezia

(di Patrizia Pedrazzini) Dove vanno a finire le vite delle persone? Che ne è dei loro sogni, della spensieratezza della loro infanzia, delle aspettative della loro adolescenza? Cosa rimane dei momenti felici? E la vita e la morte, sono davvero così distinte? Magari i morti potrebbero continuare a vivere accanto ai vivi, e i vivi morire senza nemmeno rendersi conto di essere in realtà, pur vivendo, già morti.
Sette anni dopo l’esordio cinematografico a Venezia con “Via Castellana Bandiera”, la regista palermitana Emma Dante torna alla Mostra della città lagunare con “Le sorelle Macaluso”, trasposizione (con qualche modifica) sul grande schermo di una sua opera teatrale che aveva debuttato sul palcoscenico nel 2014.
Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella sono cinque sorelle che vivono, sole, in un appartamento all’ultimo piano di un palazzone vista mare alla periferia di Palermo, sovrastato da una sorta di sottotetto adibito a ricovero per decine e decine, anche centinaia, di bianchi colombi che le giovani affittano per matrimoni e cerimonie di vario genere.
Il film è la storia delle loro modeste esistenze, dalle gioie dell’infanzia ai dissidi dell’età adulta, alla mestizia della vecchiaia. Fra dissapori e liti furibonde, dispetti e dolori, incomprensioni e rimpianti. E una disgrazia accaduta quando erano ancora quasi tutte bambine, e che continuamente riaffiora, nei ricordi e nei sensi di colpa: “Se mi davi retta sarebbe stato tutto diverso: era una giornata così bella…”.
Un film praticamente tutto al femminile (le due uniche presenze maschili non sono che pallide comparse), e nel quale, più che le voci e i differenti caratteri, sono i corpi a parlare e a raccontare: i primi piani delle labbra accarezzate dal rossetto, i nei fra le rughe del viso, le schiene emaciate adagiate nella vasca da bagno, le gambe smagrite dalla malattia, i chili in più che faticano a far salire le scale. E lo spettro della morte, così vivo nella silenziosa, avida, disperata abbuffata di cassate e cannoli: senza fame, senza piacere, fino in fondo.
Sostenuto da una efficace colonna sonora (la scena finale scorre sulle note di “Meravigliosa creatura” di Gianna Nannini), “Le sorelle Macaluso” è un film nel quale angoscia e tristezza si alternano, spesso mischiandosi, a tenerezza e commozione, non di rado nella medesima scena. Come quella, ricorrente, dei cassetti dei vecchi mobili, dai quali emergono, mai veramente dimenticati, vecchi ricordi in grado di evocare momenti, situazioni, vite intere. Pieni di polvere, sciupati, inutili, da gettare, ora che tutto è finito o sta finendo. Ma possono, vite intere, morire davvero?
Forse la risposta è nel volo dei bianchi colombi (metafora anch’essa ricorrente nei passaggi cruciali della storia) che lasciano liberi il sottotetto e altrettanto liberi vi fanno ritorno tutte le sere, ma non prima di aver imbiancato il cielo di qualcosa che somiglia alla speranza. E allora, forse, la morte non è detto che trionfi.

20 film da Venezia a Milano, 14 sale cinematografiche e 8 giorni di programmazione. I primi titoli delle Vie del cinema

MILANO, domenica 6 settembre – Da mercoledì 23 a mercoledì 30 settembre tornano a Milano, in anteprima, i film della Mostra di Venezia, per iniziativa di AGIS lombarda in collaborazione con Fondazione La Biennale di Venezia.
Venti i titoli dalla 77esima Mostra del Cinema programmati per “le vie del cinema” e quattordici le sale cittadine per otto giorni di programmazione nei quali gli spettatori avranno modo di scoprire cinematografie inedite, nuove o poco note che si affiancano alle proposte del cinema italiano.

QUESTI I PRIMI TITOLI ANNUNCIATI

Dal Concorso “The Disciple” di Chaitanya Tamhane, regista indiano che ha costruito un omaggio alla musica tradizionale del suo paese. Dall’Iran arriva “The Sun (Khorshid)” (foto sopra) di Majid Majidi, un’insolita avventura del dodicenne Alì alla ricerca di un misterioso tesoro nascosto nelle cantine della scuola che frequenta.

Dal Fuori Concorso il documentario “Salvatore-Shoemaker of Dreams” di Luca Guadagnino, omaggio all’artigianalità di Salvatore Ferragamo, calzolaio delle dive di Hollywood. Inedite le testimonianze raccolte dal regista: da Scorsese alla costumista Deborah Nadoolman Landis in un racconto che svela la storia umana e professionale di Ferragamo.

Per Orizzonti Concorso “Apples (Mila)” di Christos Nikou, esordiente regista greco già assistente di Lanthimos che propone un film distopico sul significato della memoria.

Molti, come sempre, gli incontri con gli attori e i registi reduci dalla città lagunare. Lunedì 21 settembre alle ore 18, al Cinema Palestrina, incontro con Paolo Mereghetti e Bruno Fornara che presentano al pubblico il programma della manifestazione.

LE 14 SALE DELLE VIE DEL CINEMA

Anteo Palazzo del Cinema, Arcobaleno Filmcenter, Arlecchino Film in Lingua, Beltrade, Centrale Multisala, Cinema Teatro Martinitt, CityLife Anteo, Colosseo Multisala, Ducale Multisala, Eliseo Multisala, Mexico, Orfeo Multisala, Palestrina, Plinius Multisala.

BIGLIETTI E CINECARD

Prevendita online dei singoli biglietti (a 8 € – in vendita da martedì 22 settembre, dalle ore 14) e delle Cinecard (6 ingressi a 33 € / 12 ingressi a 48 € – in vendita online da venerdì 18 settembre).
Cinecard e biglietti – in prevendita solo online su lombardiaspettacolo.com

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Ecco “Tenet”: spy story, fantascienza e Armageddon. Ma Nolan ha il diritto di chiedere tanta fatica per capire un film?

(di Marisa Marzelli) È il primo grande evento cinematografico di quest’anno sciagurato per ogni forma di aggregazione dal vivo. Il più recente e attesissimo film di Christopher Nolan, Tenet, ce l’ha fatta ad uscire in sala (almeno in alcuni Paesi, mentre nelle sale americane arriverà a settembre e solo in certe città). Il britannico Nolan ha tenuto duro, non ha accettato proiezioni sulle piattaforme digitali, e intanto la curiosità cresceva, alimentata da uno spasmodico battage promozionale.
Vedremo se Tenet (costato oltre 200 milioni di dollari) avrà la forza di riconciliare gli spettatori con la fruizione “di massa” nelle sale cinematografiche, dopo mesi di reclusione casalinga.
Ed eccolo, il gioiello annunciato.
In perfetto stile Nolan, al limite delle capacità di prestare attenzione e districarsi in un groviglio narrativo di indizi e depistaggi.
Scritto e diretto dallo stesso autore, Tenet è una spy-story che sconfina nella fantascienza.
A grandi linee la trama sembra relativamente semplice: c’è un agente segreto (John David Washington, figlio di Denzel, identificato solo come “il protagonista”), aiutato da un giovane collega (Robert Pattinson, già bel vampiro della saga Twilight), impegnato a salvare il mondo da un oligarca russo (Kenneth Banagh) intenzionato a distruggere l’umanità. Potrebbe scapparci la terza guerra mondiale. Il fatto è che, a differenza dei vari Bond ed epigoni, Washington deve muoversi tra piani temporali differenti, affrontando l’inversione temporale: il passato che interagisce con il presente, l’uno speculare all’altro. Insomma, un’interpretazione palindroma del tempo. Da qui tutta una serie di opportunità narrative, di dettagli da ricomporre come in un rompicapo, mentre l’azione procede frenetica e spettacolare.
La prima conseguenza è che lo spettatore (anche quello concentrato e attentissimo) non ce la fa a star dietro a tutto, gli sfugge sempre parecchio nell’arco di 150 minuti di proiezione. Quasi tutti si concentrano solo su alcuni elementi (possono essere i dettagli da incastrare o le azioni dei protagonisti, o i dialoghi) ma il quadro generale resta sfocato. Nessuno esce dalla sala senza convincersi che per capirci di più è necessario rivedere Tenet almeno una seconda volta.
Mi permetto di riferire un’esperienza personale: dopo la proiezione eravamo in otto a discutere del film e ognuno sottolineava qualche particolare visivo o frase di dialogo che agli altri erano sfuggiti.
Questo suo undicesimo è il film più ambizioso di Nolan, evoluzione coerente di tutta la sua poetica cinematografica (non poco cerebrale), nonché della sua maestosa capacità di filmare scene impossibili. Si ritrovano schegge, tra l’altro, di Memento (2000, su un uomo che ha perso la memoria a breve e tenta di ricostruirla per piccolissimi frammenti), The Prestige (2006, su come un prestigiatore inganni la percezione della realtà con i trucchi), Inception, (2010, sogni dentro altri sogni si mescolano alla realtà), Interstellar (2014, la terra sta morendo e alcuni scienziati viaggiano verso un cunicolo spazio-temporale nell’universo), Dunkirk (2017, spazio e tempo agiscono su un fatto reale come l’evacuazione di Dunkerque nella seconda Guerra Mondiale). E si ritrova “la mania” di Nolan di ammantare di spiegazioni scientifiche le imprevedibili evoluzioni della mente umana nell’interpretare e rendere visivamente i pensieri.
C’è tanto, troppo in Tenet (parola palindroma che suggerisce un flusso, un’interrelazione costante da una parte all’altra) e lo spettatore può anche interrogarsi se un regista abbia diritto di chiedergli tanto impegno e dedizione per tentare di capire un film. Sorge il dubbio che Nolan, com’era già successo a David Lynch, sia troppo avanti nell’esplorare il cervello umano perché il pubblico sia invogliato a seguirlo.
Ci si può anche chiedere: alla fine, un film così denso che cosa vuole dirci? Ce lo siamo chiesti, con i sette amici fermatisi a chiacchierare a fine proiezione (ma stavamo a distanza, formando un cerchio piuttosto ampio). Forse influenzati dalle mascherine impugnate o pendule attorno al collo, ci siamo detti che forse Nolan vuole informare l’umanità che l’Armageddon è già iniziato tempo fa. Ora dobbiamo combattere anche contro noi stessi del recente passato per cercare di disinnescarlo.
Non sarà una risposta esaustiva ma forse aiuta a decifrare la spettacolare sequenza iniziale d’azione dove in un teatro dell’opera in Cecenia, mentre gli orchestrali accordano gli strumenti, irrompe un commando terroristico e si vede il pubblico addormentato (o morto?) perché è stato diffuso in sala un gas. Se qualcuno ha buona memoria, si ricorderà del sequestro avvenuto in un teatro di Mosca nel 2002 da parte di un commando ceceno; le forze speciali russe introdussero dal sistema di ventilazione un agente chimico e ci furono oltre un centinaio di morti.

L’apertura della Mostra del Cinema di Venezia (2 settembre) in diretta nei cinema italiani. Con proiezione del film “Lacci”

VENEZIA, sabato 22 agosto – La Biennale di Venezia annuncia che, grazie alla collaborazione con l’ANEC – Associazione Nazionale Esercenti Cinema, con la Rai Radio Televisione Italiana e Rai Gold – Rai Movie, la cerimonia di apertura della 77ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che si svolgerà mercoledì 2 settembre 2020 in Sala Grande (Palazzo del Cinema, Lido di Venezia), sarà trasmessa in diretta nelle sale cinematografiche italiane.

Non poteva mancare in questo contesto un segnale forte di supporto alle sale cinematografiche”, dichiara il Direttore della Mostra, Alberto Barbera. “Grazie a chi ci ha proposto di portare nelle sale la cerimonia di apertura e a chi lo sta rendendo possibile. L’iniziativa, senza precedenti, nasce dal desiderio di offrire un gesto di concreta solidarietà all’industria del cinema, così duramente colpita dalla crisi generata dal Coronavirus e, in particolare, all’esercizio cinematografico, elemento imprescindibile per la conoscenza, la fruizione e la circolazione dei film”.

La trasmissione in diretta della cerimonia di apertura sarà arricchita da un altro momento straordinario e altrettanto importante: grazie alla disponibilità dei produttori e della casa di distribuzione, le sale aderenti all’iniziativa, previ accordi con 01 Distribution, proietteranno in contemporanea con la presentazione a Venezia il film di apertura fuori concorso, “Lacci”, diretto da Daniele Luchetti e interpretato da Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno, Adriano Giannini, Linda Caridi.