Picasso, l’arte “primitiva” e le metamorfosi “senza tempo”. Al Mudec oltre 40 fra dipinti e sculture del maestro di Malaga

MILANO, venerdì 23 gennaio – ► (di Patrizia Pedrazzini) Non c’è passato né futuro nell’arte. Se un’opera d’arte non può vivere sempre nel presente, non ha significato”. Per Pablo Ruiz y Picasso (Malaga, 1881 – Mougins, 1973) nell’arte non esistono un “prima” e un “dopo”, così come non esiste un’arte “altra”, o “diversa”. L’arte, per il maestro spagnolo, è una sorta di “tutto senza tempo”. Da cui il profondo rispetto che sempre l’artista mostrò nei confronti di tutte le manifestazioni artistiche appartenenti ad altre culture e ad altri tempi, e che seppe, più di ogni altro della sua generazione, comprendere e reinventare. A cominciare dall’arte cosiddetta “primitiva”.
Questo il filo conduttore della mostra “Picasso. La metamorfosi della figura”, al Mudec di Milano fino al 30 giugno. Oltre quaranta opere fra dipinti e sculture, e 26 fra disegni e bozzetti di studi preparatori appartenenti al preziosissimo “Quaderno n. 7”, il taccuino del 1907 che racconta, per immagini, l’evoluzione del processo creativo che sfocerà, di lì a poco, in un’opera destinata a modificare nel profondo l’arte del XX secolo: “Les Demoiselles d’Avignon”.
Il tutto all’interno di un percorso espositivo che mai si allontana dalla passione che il genio di Malaga sempre manifestò per le fonti artistiche primigenie, assimilandole nella propria produzione dal 1906 agli ultimi lavori degli anni Sessanta: l’arte africana, prima di tutto, ma anche quella neolitica e proto-iberica, e quella oceanica, e ancora l’antica arte egizia, e quella della Grecia classica (i vasi a figure nere). Un “tutto” preso, fatto proprio, rimodellato e restituito, in una continua e costante “metamorfosi” delle figure, non di rado connotate da un forte significato erotico, destinata a sfociare e a dare corpo a un’arte a tutti gli effetti universale.
Articolata in cinque sezioni, la mostra ha ovviamente il proprio fulcro in quella (la seconda) dedicata al famoso “Quaderno n. 7”, cuore dell’intero percorso espositivo. Da notare come Picasso abbia riempito, nel corso della vita, un gran numero di quaderni da disegno con schizzi e appunti – almeno 189 – e come in almeno 16 di questi si trovino spunti e riferimenti a “Les Demoiselles d’Avignon”. Dipinto che, concepito inizialmente come una scena di bordello, con cinque donne e due uomini, venne fatto oggetto dall’autore di una serie di modifiche, che finirono col porre al centro della scena solo le figure femminili. Mentre l’intera opera evidenzia il rimando a molteplici fonti, dalle “Bagnanti” di Cézanne alla scultura iberica, all’arte catalana, alle maschere africane.
Nella medesima sezione, è esposto anche il dipinto “Femme Nue”, sempre del 1907, prestito del Museo del Novecento di Milano.
Dopo una terza sezione dedicata al Cubismo, cui Picasso diede vita, insieme a Braque, si passa alla quarta, riferita al periodo compreso fra gli anni Venti e la Seconda Guerra Mondiale, quando l’artista abbandonò il Cubismo per tornare alla rappresentazione classica. E quando ancora una volta la forza delle opere africane, e la loro espressività atemporale, tornano prepotentemente alla ribalta, come in alcuni bozzetti per “Guernica” (presenti in mostra) e nelle figure tragiche degli anni della guerra.
Mentre alle opere realizzate fra il 1930 e il ’70, lontane dalle geometrie rigide e decisamente molto più morbide, sorta di forme mescolate e distorte, distanti dalla rappresentazione diretta, tuttavia riconoscibili come elementi umani, è riservata la quinta sezione: l’essenza, la magia finalmente afferrata, il termine di un percorso artistico ora veramente, come la sua idea di arte, “senza tempo”.

“Picasso. La metamorfosi della figura”, Milano, Mudec, via Tortona 56, fino al 30 giugno 2024

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Corpi estranei invadono i palcoscenici d’Italia. E due mali, ansia e angoscia, creano un vuoto che diventa un baratro

(di Andrea Bisicchia) – Essendo specchio del mondo, il teatro vive le sue stesse e le continue metamorfosi, con tutte le ascesi e cadute, ma anche col suo precipitare, spesso, nel vuoto, fonte, a sua volta, di lacerazione, la malattia dei teatranti. Il vuoto è creatore d’ansia, in particolare la stessa che deve adeguarsi alle trasformazioni, solo che l’ansia è una nemica della creatività, perché genera angoscia, oltre che mancanza di alternative, così il vuoto diventa baratro.
Ansia e angoscia sono due mali del nostro secolo, la loro diffusione ha generato uno strano malessere che ha coinvolto nuove generazioni di scrittori che utilizzano il romanzo per descrivere tale fenomeno, con le sue note conseguenze.
È chiaro che le reazioni non manchino, ma i risultati non sono sempre adeguati. Anzi, spesso, le reazioni appaiono inconsulte e danno adito, soprattutto in teatro, a coloro che cercano di approfittarne, magari col sostituire il genere drammatico con altri generi, tanto da assistere a una vera e propria invasione di corpi estranei, tra i quali ha maggiore consistenza proprio il genere narrativo che, una volta, veniva usato come forma sperimentale, come una alternativa momentanea ad una crisi linguistica, vedi le trasposizioni fatte da Ronconi, da romanzi come “Er pasticciaccio brutto di Via Merulana”, “Lolita”, etc. Oggi, tale trasposizione, è diventata una consuetudine tanto che sono in molti, attori e registi, che preferiscono leggere e ridurre, novelle, racconti, romanzi, piuttosto che portare in scena opere teatrali.
Il 2003 ha registrato una specie di record e il 2024 non è da meno, visto che è iniziato, a Milano, per esempio, con “Ragazzi di vita “ di Pasolini, al Franco Parenti, interpretazione e regia di Fabrizio Gifuni, col romanzo di Lemebel, “Ho paura torero”, con la regia di Claudio Longhi e l’interpretazione di Lino Guanciale al Piccolo Teatro, con “Il racconto dell’ancella”, capolavoro narrativo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza, interprete Viola Graziosi, applauditissima, al Filodrammatici; nel frattempo altre riduzioni di romanzi girano su altri palcoscenici italiani, come “La ferocia “ di Nicola Lagioia e “Oliva Denaro” di Viola Ardone, con Ambra Angiolini. E che dire degli spettacoli che nascono in rete, con attori che non hanno studiato la materia, che provengono direttamente dal web e che vantano un successo ottenuto solo sui social? Mi riferisco ai Sansoni, ovvero ai fratelli palermitani Fabrizio e Federico Sansone, e ancora alle Coliche, ovvero ai fratelli romani Claudio e Fabrizio Colica.
Se il teatro cade nella trappola di generi e mezzi diversi, perde la sua specificità, tanto che altri corpi estranei ne prendono il sopravvento. Si tratta di politici, accademici, magistrati, giornalisti, i quali, non c’entrano nulla col teatro, se non la possibilità di andare sul palcoscenico a realizzare qualcos’altro, eppure fanno le loro tournée, in certi casi più lunghe di una Compagnia di giro. I due “attori” di maggior successo sono: Marco Travaglio che, da due anni, porta in giro “I migliori anni della nostra vita”, che vanta una quarantina di debutti, e Alessandro Barbero, con un calendario dove c’è un po’ di tutto, da Dante a San Francesco, da Cesare al Papa e anche a cosa si mangia. Entrambi riempiono i teatri come se fossero Orsini e Branciaroli C’è da dire che fanno bene il loro lavoro, ma col teatro vero non hanno nulla a che fare, se non quello di invadere il palcoscenico. E che dire di De Magistris o di Maurizio de Giovanni, magistrati prestati alla scena? Il primo con “Istigazione a sognare”, dove racconta l’intreccio tra mafia e politica, mentre il secondo con “La scatola di biscotti” ci racconta la storia di una donna che si ritrova a fare i conti col passato, la regia è di Andrea Renzi.
Dai magistrati ai politici, il passo è breve, Alessandro Di Battista ha scelto di fare l’attore nello spettacolo “Assange”, mentre Nichi Vendola ha voluto provare il brivido del palcoscenico con “È fatto giorno”, dedicato a Rocco Scotellaro.
Anche uno psicanalista, come Massimo Recalcati, che crede di essere un buon attore quando fa lezioni di psicoanalisi, tanto che si è cimentato con la scena scrivendo “Amen”, visto al Parenti.
C’è chi dice che si tratti di teatro civile, in verità si tratta di corpi estranei che, senza la professionalità e la continuità che richiede il vero teatro, invadono il palcoscenico facendo felici certi Direttori di teatro, essendo i risultati del botteghino eccellenti, i quali, se parli loro di “declino” del teatro, si offendono pure.
Non credo che questo deragliamento sia un fenomeno passeggero, forse c’è da aspettarsi di peggio.

Mario De Biasi. Nella “sua” Milano, in edizione straordinaria, cento scatti iconici dell’uomo “che poteva fotografare tutto”

MILANO, mercoledì 15 novembre(di Patrizia Pedrazzini) Per Enzo Biagi, che fu suo direttore a “Epoca”, era “l’uomo che poteva fotografare tutto”. Di se stesso, accanto a uno scatto che lo ritrae, a Norimberga nel ’45, giovane, l’impermeabile ben abbottonato, i capelli arruffati, lo sguardo fisso alla macchina fotografica che tiene in mano (con tutta probabilità una Leica), aveva annotato: “Il mio sogno è qui”.
Bellunese (dell’abitato di Sois), Mario De Biasi era nato nel 1923. È morto dieci anni fa a Milano, la città nella quale, ancora quindicenne, aveva deciso di vivere, che aveva amato, e nella quale, quel sogno, era riuscito a realizzare
Così ora il Museo Diocesano della “sua” Milano gli rende omaggio dedicandogli, fino al prossimo 18 febbraio, una “Edizione straordinaria”: cento tra fotografie iconiche, provini e scatti inediti, dedicati in massima parte al capoluogo lombardo, sua città d’adozione. E incentrati soprattutto sui decenni Cinquanta e Sessanta. Che è poi come dire su una Milano (e su un mondo) che non c’è più. Ma proprio più. Sparita, dissolta in quella sorta di limbo lontano che oggi fa tanto “vintage”. Come le chiatte sui Navigli, la nebbia in piazza del Duomo, la modestia delle ragazze. I pendolari sul ponte della stazione di Porta Romana, i gasometri della Bovisa, i neonati nel cortile della Mangiagalli. Come quella locomotiva a vapore che – era il 1951 – esce sbuffando in pieno corso Vercelli: il “Gamba de legn”, come lo chiamavano affettuosamente i milanesi, che dal centro portava a Magenta. O come quella coppia che, in abiti semplici ma dignitosi, si affaccia a guardar giù dalle guglie del Duomo, non prima che la donna si sia tolta le scarpe e le abbia poste, ordinatamente appaiate, accanto a lei.
Così spesso con De Biasi Milano si trasforma in una sorta di set cinematografico, sfondo ideale per raccontare, attraverso l’obbiettivo, storie di gente comune. Immortalate con occhio curioso e attento ai dettagli, ma anche con una sorta di profonda pazienza che riesce, come per incanto, a trattenere la frenesia della metropoli, permettendo al visitatore di assaporarne l’ormai antica, profonda, autentica bellezza. E, insieme, a testimoniare i profondi cambiamenti, storici e culturali, che in quei due ormai lontani decenni rinnovarono l’identità del Paese.
Dopodiché, nel percorso espositivo non poteva certo mancare uno degli scatti più conosciuti di De Biasi, “Gli italiani si voltano”, realizzato nel ’54 per il settimanale “Bolero Film”: un gruppo di uomini osserva e segue, con manifesta ammirazione, Moira Orfei che, di spalle, fasciata in un vestito bianco, passeggia in piazza del Duomo. Un’immagine che ha fatto il giro del mondo, qui presentata a fianco dei provini, tuttora inediti, del servizio.
La mostra si chiude con la sezione “Da Milano alla Luna”, che include fotografie realizzate da De Biasi nei suoi viaggi extraeuropei. Dalla rivolta di Budapest all’Africa, alla Siberia, al Giappone, a New York. Fino all’allunaggio, nel 1969, dell’Apollo 11.
Le fotografie in mostra provengono dall’Archivio Mondadori e dall’Archivio De Biasi.
“Mario De Biasi e Milano. Edizione straordinaria”. Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, piazza Sant’Eustorgio 3. Fino al 18 febbraio 2024

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Doisneau, non solo “Il bacio”. In 130 scatti tutta l’umanità delle sue foto “di strada”. E di una Parigi che è pura poesia

“L’Information scolaire”, Parigi, 1956

MILANO, mercoledì 10 maggio ► (di Patrizia Pedrazzini) Un fotografo, una fotografia. Robert Doisneau, “Il bacio all’Hôtel de Ville”. È così. Anche se l’archivio del maestro francese (vissuto fra il 1912 e il 1994), e tuttora conservato nell’Atelier di Montrouge, periferia sud di Parigi, di negativi ne conta 450.000. Anche se ormai lo sanno tutti che i due innamorati della foto altro non erano che due giovani attori che lo stesso Doisneau aveva fatto posare un po’ dappertutto a Parigi, alla Madeleine, in Place de la Concorde, su un autobus diretto al Chȃtelet, per poi scegliere alla fine lo scatto davanti all’Hôtel de Ville.
Il servizio glielo aveva commissionato la rivista “Life”. Niente da fare: “Le Baiser” è un’icona. E ci mancherebbe.
Ma quante altre immagini che parlano di umanità e di dolcezza, di sensibilità e di rispetto, di modestia, delicatezza e umiltà, si possono ritrovare fra gli oltre 130 scatti, tutti rigorosamente in bianco e nero, esposti fino al prossimo 15 ottobre al Museo Diocesano di Milano? Praticamente tutte.
In questo senso la mostra è una sorta di ammaliante passeggiata attraverso i giardini della capitale, lungo la Senna, per le strade del centro, ma soprattutto delle periferie, all’interno dei fumosi bistrot. Una passeggiata lunga cinquant’anni (ma concentrata sui decenni Quaranta e Cinquanta), che riesce a immortalare l’eterno fascino di una Parigi che non tornerà mai più, ma che non smette di far innamorare. Le donne con i vestiti stretti in vita, gli uomini con l’immancabile basco nero calato in testa, l’occhio attento e severo delle portinaie, i bambini (tanti bambini) che giocano per terra, stanno insieme, vanno a scuola, gli innamorati che si abbracciano, gli animali.
La strada. Ed è lì, lungo quei marciapiedi polverosi, sugli acciottolati bagnati, nelle modeste botteghe, davanti alle giostrine ferme, che la Parigi del dopoguerra diventa poesia. E che si capisce come Doisneau sia considerato, con Henri Cartier-Bresson, uno dei padri della fotografia umanista francese, nonché del fotogiornalismo da strada.
Ecco allora il viso pensieroso e gli occhi bassi di “Mademoiselle Anita” (1951); lo sguardo dell’anziano che fissa la testa esangue di un vitello appesa al gancio di una macelleria in “L’innocent”, del 1949; o ancora il cagnolino curioso che solo si volge al fotografo mentre il padrone è intento a osservare il lavoro di un pittore (“Le fox terrier du pont des Arts”, 1953). E tante altre ancora, a decine. Ma in tutte la stessa sensibilità nei confronti di un contesto sociale modesto, tuttavia sempre “trattato” con una sorta di dignitosa leggerezza che, chissà come, sembra parlare di libertà.
I bambini, per esempio, che popolano e riempiono di vita le periferie diroccate e i terreni inutilizzati di quelle che diventeranno le banlieues, e che il fotografo segue nei loro giochi, trasformandoli in protagonisti dei suoi scatti fin dalla metà degli anni Trenta.
Oggi tante di queste foto non sarebbero più possibili (e ce ne sarebbe da dire, in proposito). Ma oggi la strada è diventata un territorio ostile alla fotografia. Il che non fa che conferire ancora più valore all’opera di Doisneau e alla sua testimonianza.
“Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti. Nessun regista può ricreare l’inaspettato che si trova nelle strade”.

“Robert Doisneau”, Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, piazza Sant’Eustorgio 3, fino al 15 ottobre 2023

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