Milano celebra la Grande Bellezza. Tutto il glamour dell’Art Déco in 250 pezzi. Con uno sguardo alla Stazione Centrale

MILANO, sabato 1 marzo 2025 ► (di Patrizia Pedrazzini)

C’è una sola parola capace di definire la mostra sull’Art Déco aperta a Milano fino al prossimo 29 giugno, ed è “Bellezza”. Dall’Allegoria della Primavera di Galileo Chini al monumentale Centrotavola per le Ambasciate d’Italia di Giò Ponti e Tomaso Buzzi, dal ritratto di Wally Toscanini di Alberto Martini al sontuoso mosaico di Jouve e Gaudin, nel quale una pantera nera è impegnata in una lotta mortale con un pitone, dalla fulminea Diana saettante con piccole antilopi (che D’Annunzio volle nel proprio Vittoriale) di Marcel Bourin al Vaso globulare con pesci di Lalique, a Palazzo Reale, di sala in sala, è tutto un trionfo di glamour, eleganza e raffinatezza. E di cultura. E di ricchezza, tanta ricchezza.
Tanto che viene da domandarsi come, e se veramente, Milano (ma non solo, anche Parigi, Londra, Monaco, Vienna, Praga e Berlino) abbia conosciuto e vissuto tutto questo splendore. Tuttavia così è stato, nella prima metà del Novecento, e per un tempo fra l’altro brevissimo: solo dieci anni, tra il 1920 e il ’30.
Ne fanno fede le 250 opere in mostra a Palazzo Reale: vetri, porcellane, maioliche, dipinti, sculture, oggetti d’arredo, tessuti, abiti haute couture, accessori, gioielli, e ancora mosaici e vetrate. A evocare le atmosfere di alberghi sontuosi, teatri e palazzi opulenti, stazioni e mezzi di trasporto dagli arredi sfarzosi, transatlantici da sogno. Un’epoca affascinante e irripetibile, caratterizzata da un’eleganza cinica e scintillante, sospesa fra il tentativo, e il desiderio, di lasciarsi alle spalle il ricordo lugubre della Grande Guerra e la voglia di rinnovamento e di modernità.
Un caso per tutti: la figura femminile. La donna degli anni Venti ha una silhouette asciutta, magra, dai caratteri androgini, scattante, nervosa: libera dai corsetti, capelli à la garçonne, può condurre una vita dinamica, persino praticare sport. A dettare i nuovi canoni di bellezza sono le dive del cinema muto: indipendenza, anticonformismo, capricciosa volubilità. Ed ecco allora, in mostra, gli abiti dalla linea sartoriale semplice, simili a tuniche diritte dal punto vita abbassato, ma impreziositi da accessori-gioiello e da raffinate decorazioni a ricamo.
Un sogno lungo un decennio, che risente del fascino di tutto quanto richiami l’esotico e il selvaggio: di qui le sculture di animali in bronzo (il Grande avvoltoio e la Gazzella con cucciolo di Sirio Tofanari), in pietra, in terraglia, destinate a far mostra di sé sui mobili delle eleganti case alto-borghesi. E la riscoperta degli antichi miti. Ninfe, naiadi, satiri occhieggiano ridenti nella boscaglia o dalle acque, ma è Diana la dea che più e meglio impersona l’immagine dell’eterno femminino: giovane, scattante, pericolosamente seducente, selvaggia e crudele, gelida e ammiccante.
E le eccezionali invenzioni per la Richard-Ginori di Giò Ponti, ma anche i lavori di Buzzi, Venini e Chini, dell’artista del vetro Vittorio Zecchin, del maestro ebanista Ettore Zaccari, dell’orafo Alfredo Ravasco. E di molti altri protagonisti della scena italiana che si affermarono con successo alle Biennali internazionali di arti decorative e moderne della Villa Reale di Monza nel 1923, quindi nel ’25, nel ’27 e nel ’30 (che avrebbero poi dato vita, nel ’33, alla Triennale di Milano).
Suddivisa in quattordici sezioni, l’esposizione milanese coglie anche l’occasione di mettere in mostra un ulteriore capolavoro dell’Art Déco: il Padiglione reale della Stazione Centrale (inaugurata nel 1931), un gioiello “nascosto” progettato dall’architetto Ulisse Stacchini quale sala d’attesa del re e della sua famiglia. Collocato all’estremità destra del fabbricato della stazione, affacciato su Piazza Luigi di Savoia, occupa, per una superficie complessiva di 1093 metri quadrati, due piani: sotto la Sala delle armi e, sopra, la Sala reale, a sua volta affacciata sul binario 21, riservato agli arrivi e alle partenze del treno reale. Oggi il Padiglione è oggetto di un accurato progetto di restauro, ma in mostra è possibile ammirare disegni e fotografie d’epoca, e due album originali con le stampe delle lastre relative alla costruzione del treno (nel ’29) e della stazione, nonché due “troni” originali in noce ed ebano, parte del mobilio storico del Padiglione.

“Art Déco. Il trionfo della modernità”, Milano, Palazzo Reale, fino al 29 giugno 2025
palazzorealemilano.it
mostraartdeco.it

 

Milano celebra la Grande Bellezza. Tutto il glamour dell’Art Déco in 250 pezzi. Con uno sguardo alla Stazione Centrale

MILANO, sabato 1 marzo 2025 ► (di Patrizia Pedrazzini) – C’è una sola parola capace di definire la mostra sull’Art Déco aperta a Milano fino al prossimo 29 giugno, ed è “Bellezza”. Dall’Allegoria della Primavera di Galileo Chini al monumentale Centrotavola per le Ambasciate d’Italia di Giò Ponti e Tomaso Buzzi, dal ritratto di Wally Toscanini di Alberto Martini al sontuoso mosaico di Jouve e Gaudin, nel quale una pantera nera è impegnata in una lotta mortale con un pitone, dalla fulminea Diana saettante con piccole antilopi (che D’Annunzio volle nel proprio Vittoriale) di Marcel Bourin al Vaso globulare con pesci di Lalique, a Palazzo Reale, di sala in sala, è tutto un trionfo di glamour, eleganza e raffinatezza. E di cultura. E di ricchezza, tanta ricchezza.
Tanto che viene da domandarsi come, e se veramente, Milano (ma non solo, anche Parigi, Londra, Monaco, Vienna, Praga e Berlino) abbia conosciuto e vissuto tutto questo splendore. Tuttavia così è stato, nella prima metà del Novecento, e per un tempo fra l’altro brevissimo: solo dieci anni, tra il 1920 e il ’30.
Ne fanno fede le 250 opere in mostra a Palazzo Reale: vetri, porcellane, maioliche, dipinti, sculture, oggetti d’arredo, tessuti, abiti haute couture, accessori, gioielli, e ancora mosaici e vetrate. A evocare le atmosfere di alberghi sontuosi, teatri e palazzi opulenti, stazioni e mezzi di trasporto dagli arredi sfarzosi, transatlantici da sogno. Un’epoca affascinante e irripetibile, caratterizzata da un’eleganza cinica e scintillante, sospesa fra il tentativo, e il desiderio, di lasciarsi alle spalle il ricordo lugubre della Grande Guerra e la voglia di rinnovamento e di modernità.
Un caso per tutti: la figura femminile. La donna degli anni Venti ha una silhouette asciutta, magra, dai caratteri androgini, scattante, nervosa: libera dai corsetti, capelli à la garçonne, può condurre una vita dinamica, persino praticare sport. A dettare i nuovi canoni di bellezza sono le dive del cinema muto: indipendenza, anticonformismo, capricciosa volubilità. Ed ecco allora, in mostra, gli abiti dalla linea sartoriale semplice, simili a tuniche diritte dal punto vita abbassato, ma impreziositi da accessori-gioiello e da raffinate decorazioni a ricamo.
Un sogno lungo un decennio, che risente del fascino di tutto quanto richiami l’esotico e il selvaggio: di qui le sculture di animali in bronzo (il Grande avvoltoio e la Gazzella con cucciolo di Sirio Tofanari), in pietra, in terraglia, destinate a far mostra di sé sui mobili delle eleganti case alto-borghesi. E la riscoperta degli antichi miti. Ninfe, naiadi, satiri occhieggiano ridenti nella boscaglia o dalle acque, ma è Diana la dea che più e meglio impersona l’immagine dell’eterno femminino: giovane, scattante, pericolosamente seducente, selvaggia e crudele, gelida e ammiccante.
E le eccezionali invenzioni per la Richard-Ginori di Giò Ponti, ma anche i lavori di Buzzi, Venini e Chini, dell’artista del vetro Vittorio Zecchin, del maestro ebanista Ettore Zaccari, dell’orafo Alfredo Ravasco. E di molti altri protagonisti della scena italiana che si affermarono con successo alle Biennali internazionali di arti decorative e moderne della Villa Reale di Monza nel 1923, quindi nel ’25, nel ’27 e nel ’30 (che avrebbero poi dato vita, nel ’33, alla Triennale di Milano).
Suddivisa in quattordici sezioni, l’esposizione milanese coglie anche l’occasione di mettere in mostra un ulteriore capolavoro dell’Art Déco: il Padiglione reale della Stazione Centrale (inaugurata nel 1931), un gioiello “nascosto” progettato dall’architetto Ulisse Stacchini quale sala d’attesa del re e della sua famiglia. Collocato all’estremità destra del fabbricato della stazione, affacciato su Piazza Luigi di Savoia, occupa, per una superficie complessiva di 1093 metri quadrati, due piani: sotto la Sala delle armi e, sopra, la Sala reale, a sua volta affacciata sul binario 21, riservato agli arrivi e alle partenze del treno reale. Oggi il Padiglione è oggetto di un accurato progetto di restauro, ma in mostra è possibile ammirare disegni e fotografie d’epoca, e due album originali con le stampe delle lastre relative alla costruzione del treno (nel ’29) e della stazione, nonché due “troni” originali in noce ed ebano, parte del mobilio storico del Padiglione.

“Art Déco. Il trionfo della modernità”, Milano, Palazzo Reale, fino al 29 giugno 2025
palazzorealemilano.it
mostraartdeco.it

Picasso, l’arte “primitiva” e le metamorfosi “senza tempo”. Al Mudec oltre 40 fra dipinti e sculture del maestro di Malaga

MILANO, venerdì 23 gennaio – ► (di Patrizia Pedrazzini) – “Non c’è passato né futuro nell’arte. Se un’opera d’arte non può vivere sempre nel presente, non ha significato”. Per Pablo Ruiz y Picasso (Malaga, 1881 – Mougins, 1973) nell’arte non esistono un “prima” e un “dopo”, così come non esiste un’arte “altra”, o “diversa”. L’arte, per il maestro spagnolo, è una sorta di “tutto senza tempo”. Da cui il profondo rispetto che sempre l’artista mostrò nei confronti di tutte le manifestazioni artistiche appartenenti ad altre culture e ad altri tempi, e che seppe, più di ogni altro della sua generazione, comprendere e reinventare. A cominciare dall’arte cosiddetta “primitiva”.
Questo il filo conduttore della mostra “Picasso. La metamorfosi della figura”, al Mudec di Milano fino al 30 giugno. Oltre quaranta opere fra dipinti e sculture, e 26 fra disegni e bozzetti di studi preparatori appartenenti al preziosissimo “Quaderno n. 7”, il taccuino del 1907 che racconta, per immagini, l’evoluzione del processo creativo che sfocerà, di lì a poco, in un’opera destinata a modificare nel profondo l’arte del XX secolo: “Les Demoiselles d’Avignon”.
Il tutto all’interno di un percorso espositivo che mai si allontana dalla passione che il genio di Malaga sempre manifestò per le fonti artistiche primigenie, assimilandole nella propria produzione dal 1906 agli ultimi lavori degli anni Sessanta: l’arte africana, prima di tutto, ma anche quella neolitica e proto-iberica, e quella oceanica, e ancora l’antica arte egizia, e quella della Grecia classica (i vasi a figure nere). Un “tutto” preso, fatto proprio, rimodellato e restituito, in una continua e costante “metamorfosi” delle figure, non di rado connotate da un forte significato erotico, destinata a sfociare e a dare corpo a un’arte a tutti gli effetti universale.
Articolata in cinque sezioni, la mostra ha ovviamente il proprio fulcro in quella (la seconda) dedicata al famoso “Quaderno n. 7”, cuore dell’intero percorso espositivo. Da notare come Picasso abbia riempito, nel corso della vita, un gran numero di quaderni da disegno con schizzi e appunti – almeno 189 – e come in almeno 16 di questi si trovino spunti e riferimenti a “Les Demoiselles d’Avignon”. Dipinto che, concepito inizialmente come una scena di bordello, con cinque donne e due uomini, venne fatto oggetto dall’autore di una serie di modifiche, che finirono col porre al centro della scena solo le figure femminili. Mentre l’intera opera evidenzia il rimando a molteplici fonti, dalle “Bagnanti” di Cézanne alla scultura iberica, all’arte catalana, alle maschere africane.
Nella medesima sezione, è esposto anche il dipinto “Femme Nue”, sempre del 1907, prestito del Museo del Novecento di Milano.
Dopo una terza sezione dedicata al Cubismo, cui Picasso diede vita, insieme a Braque, si passa alla quarta, riferita al periodo compreso fra gli anni Venti e la Seconda Guerra Mondiale, quando l’artista abbandonò il Cubismo per tornare alla rappresentazione classica. E quando ancora una volta la forza delle opere africane, e la loro espressività atemporale, tornano prepotentemente alla ribalta, come in alcuni bozzetti per “Guernica” (presenti in mostra) e nelle figure tragiche degli anni della guerra.
Mentre alle opere realizzate fra il 1930 e il ’70, lontane dalle geometrie rigide e decisamente molto più morbide, sorta di forme mescolate e distorte, distanti dalla rappresentazione diretta, tuttavia riconoscibili come elementi umani, è riservata la quinta sezione: l’essenza, la magia finalmente afferrata, il termine di un percorso artistico ora veramente, come la sua idea di arte, “senza tempo”.

“Picasso. La metamorfosi della figura”, Milano, Mudec, via Tortona 56, fino al 30 giugno 2024

www.mudec.it

Corpi estranei invadono i palcoscenici d’Italia. E due mali, ansia e angoscia, creano un vuoto che diventa un baratro

(di Andrea Bisicchia) – Essendo specchio del mondo, il teatro vive le sue stesse e le continue metamorfosi, con tutte le ascesi e cadute, ma anche col suo precipitare, spesso, nel vuoto, fonte, a sua volta, di lacerazione, la malattia dei teatranti. Il vuoto è creatore d’ansia, in particolare la stessa che deve adeguarsi alle trasformazioni, solo che l’ansia è una nemica della creatività, perché genera angoscia, oltre che mancanza di alternative, così il vuoto diventa baratro.
Ansia e angoscia sono due mali del nostro secolo, la loro diffusione ha generato uno strano malessere che ha coinvolto nuove generazioni di scrittori che utilizzano il romanzo per descrivere tale fenomeno, con le sue note conseguenze.
È chiaro che le reazioni non manchino, ma i risultati non sono sempre adeguati. Anzi, spesso, le reazioni appaiono inconsulte e danno adito, soprattutto in teatro, a coloro che cercano di approfittarne, magari col sostituire il genere drammatico con altri generi, tanto da assistere a una vera e propria invasione di corpi estranei, tra i quali ha maggiore consistenza proprio il genere narrativo che, una volta, veniva usato come forma sperimentale, come una alternativa momentanea ad una crisi linguistica, vedi le trasposizioni fatte da Ronconi, da romanzi come “Er pasticciaccio brutto di Via Merulana”, “Lolita”, etc. Oggi, tale trasposizione, è diventata una consuetudine tanto che sono in molti, attori e registi, che preferiscono leggere e ridurre, novelle, racconti, romanzi, piuttosto che portare in scena opere teatrali.
Il 2003 ha registrato una specie di record e il 2024 non è da meno, visto che è iniziato, a Milano, per esempio, con “Ragazzi di vita “ di Pasolini, al Franco Parenti, interpretazione e regia di Fabrizio Gifuni, col romanzo di Lemebel, “Ho paura torero”, con la regia di Claudio Longhi e l’interpretazione di Lino Guanciale al Piccolo Teatro, con “Il racconto dell’ancella”, capolavoro narrativo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza, interprete Viola Graziosi, applauditissima, al Filodrammatici; nel frattempo altre riduzioni di romanzi girano su altri palcoscenici italiani, come “La ferocia “ di Nicola Lagioia e “Oliva Denaro” di Viola Ardone, con Ambra Angiolini. E che dire degli spettacoli che nascono in rete, con attori che non hanno studiato la materia, che provengono direttamente dal web e che vantano un successo ottenuto solo sui social? Mi riferisco ai Sansoni, ovvero ai fratelli palermitani Fabrizio e Federico Sansone, e ancora alle Coliche, ovvero ai fratelli romani Claudio e Fabrizio Colica.
Se il teatro cade nella trappola di generi e mezzi diversi, perde la sua specificità, tanto che altri corpi estranei ne prendono il sopravvento. Si tratta di politici, accademici, magistrati, giornalisti, i quali, non c’entrano nulla col teatro, se non la possibilità di andare sul palcoscenico a realizzare qualcos’altro, eppure fanno le loro tournée, in certi casi più lunghe di una Compagnia di giro. I due “attori” di maggior successo sono: Marco Travaglio che, da due anni, porta in giro “I migliori anni della nostra vita”, che vanta una quarantina di debutti, e Alessandro Barbero, con un calendario dove c’è un po’ di tutto, da Dante a San Francesco, da Cesare al Papa e anche a cosa si mangia. Entrambi riempiono i teatri come se fossero Orsini e Branciaroli C’è da dire che fanno bene il loro lavoro, ma col teatro vero non hanno nulla a che fare, se non quello di invadere il palcoscenico. E che dire di De Magistris o di Maurizio de Giovanni, magistrati prestati alla scena? Il primo con “Istigazione a sognare”, dove racconta l’intreccio tra mafia e politica, mentre il secondo con “La scatola di biscotti” ci racconta la storia di una donna che si ritrova a fare i conti col passato, la regia è di Andrea Renzi.
Dai magistrati ai politici, il passo è breve, Alessandro Di Battista ha scelto di fare l’attore nello spettacolo “Assange”, mentre Nichi Vendola ha voluto provare il brivido del palcoscenico con “È fatto giorno”, dedicato a Rocco Scotellaro.
Anche uno psicanalista, come Massimo Recalcati, che crede di essere un buon attore quando fa lezioni di psicoanalisi, tanto che si è cimentato con la scena scrivendo “Amen”, visto al Parenti.
C’è chi dice che si tratti di teatro civile, in verità si tratta di corpi estranei che, senza la professionalità e la continuità che richiede il vero teatro, invadono il palcoscenico facendo felici certi Direttori di teatro, essendo i risultati del botteghino eccellenti, i quali, se parli loro di “declino” del teatro, si offendono pure.
Non credo che questo deragliamento sia un fenomeno passeggero, forse c’è da aspettarsi di peggio.