Tutti maschi, al Carcano, come ai tempi di Shakespeare. In una (sognata) “Bisbetica” di spericolata violenza psicologica

Tindaro Granata e Angelo Di Genio in “La bisbetica domata”. Regia di Andrea Chiodi. Produzione LuganoInScena. Al Teatro Carcano

LUGANO/MILANO ► (di Marisa Marzelli) Proprio mentre esplodono le denunce femminili contro molestie e vessazioni maschili e fa sentire forte la sua voce il movimento “Me too”, risulta forse un’idea spericolata portare in scena un testo come la Bisbetica domata. Insieme al Mercante di Venezia, questa è forse l’opera più ostica di Shakespeare da far digerire al pubblico d’oggi. Che rispetto ai cliché della moglie indocile e del mercante ebreo – in epoca elisabettiana da additare e punire come negativi – ha acquisito tutt’altra sensibilità.
Ci prova però la nuova produzione di LuganoInScena, in coproduzione con il LAC di Lugano e il Teatro Carcano. Lo spettacolo ha debuttato il 19 e 20 dicembre a Lugano e a quell’esordio si riferisce la seguente recensione.
Nell’adattamento e traduzione di Angela Demattè, il lavoro è diretto da Andrea Chiodi, regista varesino non ancora quarantenne, assistente di Carmelo Rifici alla direzione artistica del LAC.
Caratteristica da cui non si può prescindere è un cast di otto interpreti tutti maschi, impegnati in più ruoli. Se è vero che ai tempi di Shakespeare i cast erano normalmente solo al maschile, quindi dal punto di vista filologico non c’è molto da obiettare, è anche vero che nei recenti cartelloni abbiamo visto una Medea/Franco Branciaroli (nella ripresa di una storica regia di Luca Ronconi) e un Riccardo II/Maddalena Crippa (regia di Peter Stein), come a sottolineare (del resto basta ricordare Orlando di Virginia Woolf) che l’identità di genere si è fatta liquida.
Ma nell’allestimento di Chiodi e compagni c’è anche la “filosofia” portata avanti e sperimentata con convinzione dalla direzione artistica di Rifici al LAC, che ormai i classici non è il caso di rappresentarli sempre secondo i canoni della tradizione, vanno svecchiati e resi più vicini al sentire di un pubblico (soprattutto giovane) contemporaneo.
E questa Bisbetica fa suoi vari stilemi della scena più à la page. Come grande energia e vigore atletico richiesti agli interpreti; molto movimento; commistione di elementi di epoche diverse, inserite con effetto spiazzante (in questo caso, l’esplodere di intromissioni musicali incongrue per il contesto: da Perry Como ad Elvis Presley); focalizzazione sull’elemento visivo e sensoriale prima e più che su coerenza e compattezza nel riproporre il testo. Alla fine, risulta poco convincente – o non sufficientemente sottolineata – la tesi che la bisbetica Caterina appaia quietata ed addomesticata ma solo in virtù della manipolazione nell’uso delle parole.

Angelo Di Genio (Petruccio) in una scena di “La bisbetica domata”. Foto Masiar Pasquali

La trama è nota. Un padre ricco è intento a maritare due figlie. Bianca, la minore, dolce e sottomessa. Caterina, la maggiore, indipendente, dal carattere fiero che tiene alla larga i pretendenti. Finché non si fa avanti il giovane forestiero (e avventuriero, perché sembra più interessato alla dote che alla ragazza) Petruccio, il quale la trasforma in arrendevole, con sistemi che oggi non facciamo fatica a definire di violenza psicologica domestica. Triste conclusione.
Ma – ecco la lungimiranza drammaturgica di Shakespeare – il plot è inserito nella cornice di un ubriacone che immagina o sogna la vicenda, istigato da un signorotto-cacciatore che lo fa assistere ad una recita (classico espediente di teatro nel teatro) dell’episodio di Caterina e Petruccio. Il tutto è dunque sospeso in un’aura onirica. In quest’ambiguità lo spettacolo dà il suo meglio, assecondato dalle scenografie astratte ma suggestive (Matteo Patrucco), dagli eleganti costumi (Ilaria Ariemme), dalle musiche originali del ticinese Zeno Gabaglio, dalle luci che indulgono a toni turchesi.
A livello attoriale si ricompone la coppia di Geppetto e Geppetto (Premio Ubu 2016 come Nuovo progetto drammaturgico) composta da Tindaro Granata (Caterina) e Angelo Di Genio (Petruccio). Accanto a loro Christian La Rosa, Igor Horvat, Massimiliano Zampetti e i freschi di diploma Walter Rizzuto e Ugo Fiore (Scuola del Piccolo di Milano) e Rocco Schira (Scuola Dimitri di Verscio, Canton Ticino). L’affiatato gruppo sembra divertirsi molto in scena e suggerisce l’idea di una compagnia di ragazzotti uniti da qualche passione sportiva. Non a caso (anche se il dettaglio ha anche altra valenza, nel senso della competizione della vita) tutti portano sulla schiena un numero, come giocatori di calcio.
La regia di Chiodi (almeno al debutto) non per tutto lo spettacolo ingrana i ritmi giusti, ma quando ci riesce impone alla pièce un tono di fresca impertinenza. Senza strafare. È sì post-moderna, ma non ancora post-post, quindi quasi misurata.
“La bisbetica domata” di William Shakespeare – Adattamento e traduzione Angela Demattè – Regia Andrea Chiodi – Da mercoledì 7 a domenica 18 febbraio: al Teatro Carcano, corso di Porta Romana, 63 – 20122 Milano.

www.teatrocarcano.com

Personaggi e interpreti
(Ostessa, Paggio, Caterina) Tindaro Granata; (Smalizia, Petruccio) Angelo Di Genio; (Signore, Tranio, Giuseppe) Christian La Rosa; (Primo cacciatore, Gremio, Nicola, Vincenzo, sarto, vedova) Igor Horvat; (Bianca) Rocco Schira; (Battista, Grumio) Massimiliano Zampetti; (Secondo servo del Signore, Ortensio, Curtis, Pedante) Walter Rizzuto; (Primo servo del Signore, Lucenzio, Nataniele) Ugo Fiore.

Dalle Alpi alle Piramidi. O quasi. Il tour di Giovanni Sollima da Trento a Palermo. E con un violoncello fatto di ghiaccio

TRENTO, lunedì 22 gennaio ► (di Carla Maria Casanova) La storia di questo “tour” è speciale. Inizia sulle Alpi trentine, dal ghiacciaio Presena, presso il Tonale e va a finire in mezzo al mare, in Sicilia. Il percorso (dal 29 gennaio all’11 febbraio) ha poche tappe: Trento, Muse (Museo delle Scienze); Venezia, Isola di San Giorgio; Roma, Terme di Diocleziano e Galleria d’Arte Moderna; Palermo, Politeama (due concerti). È il “N-Ice cello Giovanni Sollima tour”, vale a dire il viaggio che Sollima compirà a giorni lungo la Penisola.
Di Giovanni Sollima (Palermo 1962) si sa: virtuoso del violoncello, compositore italiano contemporaneo più eseguito al mondo, musicista eclettico che, oltre a suonare, costruisce strumenti  composti da elementi tra i più improbabili, musicista accolto con ovazioni nelle grandi sale internazionali, dalla Carnegie hall di New York alla Scala di Milano. È conosciuto per esibirsi spericolatamente anche nei luoghi più impervi, dai picchi montani agli abissi marini, alle dune del deserto (in quello tunisino di Timbain, tra rocce e sterpaglie, in un concerto per violoncello e…pietre).
Ora Sollima suonerà su un violoncello di ghiaccio. È infatti opera dell’artista americano Tim Linhart, specializzato nella costruzione di  strumenti di ghiaccio, “materia viva che, sia pur effimera, sviluppa suoni magici”. Sarà un camion-frigo a compiere il percorso del Gran Tour lungo tutta la Penisola con la sua preziosa merce destinata a sciogliersi ai raggi del sole. Questa volta non il sole, ma le onde del mare sono l’ultima tappa del violoncello di Sollima, in una suggestiva cerimonia a Palermo, l’11 febbraio. All’indomani del concerto al Politeama, una barca di pescatori trasporterà il violoncello in mare aperto, lo calerà in acqua e lì lo lascerà sciogliersi nel Mediterraneo.
Se il progetto è artistico, molto forte è anche il messaggio ambientale, l’ invito a riflettere sulla crisi idrica, causa di (e causata da) conflitti e conseguenti migrazioni climatiche di massa di proporzioni abnormi. I migranti ambientali non sono riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra e non godono quindi di nessuna protezione internazionale. Il problema è grave a livello mondiale: entro il 2050 il numero di questi disperati varierà da 50 a 350 milioni.
La straordinaria avventura del N-ice violoncello sarà raccontata anche in un docu-film made in Trentino di Corrado Bungaro, regista e violinista, che proporrà  riflessioni e testimonianze di importanti artisti e pensatori incontrati lungo l’itinerario on the road.

 

E, fra le dita, il sottile piacere dello scrocchio delle pagine d’un libro nella nostra poltrona preferita. Che volete di più?

Per le strenne di Natale, “lo Spettacoliere” propone ai Lettori un piccolo e selezionato elenco di LIBRI forse un po’ inusuali. Alcuni di essi sono impreziositi dal tempo, forse fuori edizione, rintracciabili solo su qualche bancarella, oltre che su internet. Se li trovate, nuovi o usati, non perdete l’occasione di prenderli. Niente è uguagliabile al piacere della lettura e allo scrocchio della carta fra le dita.
Accanto a saggi e romanzi, troverete nel nostro servizio anche l’indicazione di alcune proposte di letture che possono fare la felicità di tanti appassionati. Per i godimenti della mente e degli occhi. Ci riferiamo ai CATALOGHI delle mostre più famose, tuttora aperte al pubblico nelle maggiori città italiane. I visitatori, forse passando frettolosamente o distrattamente accanto al bookshop, non avranno avuto l’occasione di soffermarsi su queste preziose opere esposte sui banchi. Gli appassionati d’arte, però, nell’indugiare a sfogliarle, avranno provato elettrizzanti fremiti di possesso. Oltre a trovare ispirazione per fare un regalo fuori dai soliti schemi.
Come per gli amanti del CINEMA. Dallo schermo al libro. Se una pellicola ha entusiasmato, non è detto che non susciti lo stesso godimento qualora ci si immerga nella tranquilla lettura invernale proprio di quel libro dal quale è stato tratto il film. E c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Non abbiamo l’ambizione di aver fatto una larga ed esaustiva elencazione di titoli. Crediamo di avervi offerto solo qualche idea. Tra l’altro, con un libro, non dovrete affannarvi ad andare in giro per il mondo per trovare chi sa quale ricco regalo. Un libro e un abbraccio: che volete di più? (PAP)

 

VI SIETE PERSI UN FILM? LEGGETE IL LIBRO

(di Marisa Marzelli)

Il 30 novembre è uscito nelle sale il film Assassinio sull’Orient Express, diretto da Kenneth Branagh (anche protagonista nel ruolo del detective belga Hercule Poirot) e con un grande cast: Penelope Cruz, Judi Dench, Willem Dafoe, Johnny Depp, Michelle Pfeiffer. Internazionalmente ha avuto un buon successo. Perciò la produzione ha annunciato, quasi fosse un sequel, di aver già messo in cantiere Assassinio sul Nilo. Forse sarà ancora Branagh a dirigere e interpretare Poirot, ma manca la conferma. Vale la pena rileggersi i due romanzi originali della celebre giallista britannica Agatha Christie. Assassinio sull’Orient Express (Oscar Mondadori 2017, € 13.50) è stato pubblicato nel 1934; Poirot sul Nilo, questo il titolo italiano della prima edizione del libro del 1936.

Tratti dai libri di Stephen King sono usciti quest’anno i rifacimenti cinematografici di It e La Torre Nera. Il primo film ha avuto successo, il secondo si è rivelato un grande flop. Per capirne le ragioni si possono leggere i testi originali. It è stato pubblicato nel 1986 ed è considerato uno dei capolavori horror di King. È la storia di sette ragazzini di un paese del Maine. Diventati adulti, dovranno affrontare le paure che li avevano traumatizzati da piccoli, in particolare un clown assassino. Il film di Andrés Muschietti, uscito quest’estate, racconta la prima parte, quella dell’adolescenza. La seconda parte della storia uscirà prossimamente. La Torre Nera (Sperling & Kupfer) è invece una serie di otto romanzi fantasy. Ma altri testi di King si agganciano a personaggi e situazioni di questa serie. È ovvio che comprimere in un solo lungometraggio una vera e propria saga come La Torre Nera era impossibile. E, visto l’insuccesso del film, difficilmente si farà un sequel cinematografico. Per farsi un’idea, meglio trovare il tempo e la pazienza di dare un’occhiata ai romanzi.

All’orsetto Paddington sono stai dedicati due film di successo: il primo è uscito nel 2014, il secondo da poche settimane. Ma forse non tutti sanno che Paddington è il protagonista di una trentina di libri per l’infanzia (famosissimi in Gran Bretagna) scritti dall’autore Michael Bond, scomparso nel giugno scorso a 91 anni. Ai bambini che hanno apprezzato Paddington al cinema i genitori potrebbero regalare un libro di Bond.

Il racconto dell’ancella (Ed. Ponte delle Grazie, pp 329, € 14.50) è un romanzo distopico della pluripremiata autrice canadese Margaret Atwood, pubblicato nel 1985. È tornato ora di grande attualità in concomitanza con lo scandalo molestie sessuali e la discussione sui rapporti di potere tra i generi. Ma anche perché è andata in onda quest’anno la prima stagione dell’omonima serie televisiva americana in dieci puntate (è in cantiere la seconda stagione), ideata da Bruce Miller. La serie ha vinto otto premi Emmy (gli Oscar della televisione): migliore serie drammatica (titolo originale: The Handmaid’s Tale), migliore attrice protagonista (Elisabeth Moss), migliore attrice non protagonista, migliore attrice guest star, miglior regia e altri premi tecnici. In Italia è in onda dal 26 settembre su TIMvision, che offre un servizio on demand. Purtroppo, le serie non trasmesse dalle reti generaliste, in genere non le conosce quasi nessuno. Ma si può sempre leggere il romanzo originale.

Infine, consigliamo un evergreen. Uno di quei libri di cinema che hanno fatto anche la storia del cinema, solo che le nuove generazioni non lo sanno. Si tratta de Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut (Il Saggiatore, pp 316, € 13, c/o Feltrinelli). La prima edizione risale al 1966. Truffaut aggiunse poi ai 15 capitoli originari un ultimo capitolo nel 1980, alla morte di Hitchcock. È una lunga intervista in cui i due registi parlano di narrazioni e questioni tecniche, di emozioni e consapevolezza di fare arte cinematografica. Con passione e svelando qualche trucco della messa in scena. Dopo quell’intervista, Hitchcock fu riconosciuto davvero come un mito, il maestro del brivido.

 

DIETRO LE QUINTE. TRA LETTERATURA E SOCIOLOGIA

(di Andrea Bisicchia)

Jean-François Lyotard, “La condizione postmoderna” (Feltrinelli,1979, pagg 122, € 11).
Considerato un classico del secondo Novecento, “La condizione postmoderna” di Lyotard contiene un metodo di lettura che può essere applicato alla ricerca sia sociologica che letteraria o teatrale. Scritto nel 1979, l’autore proponeva il dissenso come metodo critico.

Maurizio Bettini, “Viaggio nella terra dei sogni” (Il Mulino, pagg 460,euro 50).
Noto antichista, Bettini ci offre un panorama della letteratura onirica, dal periodo classico ai giorni nostri, tracciando un parallelo fra il Trattato sui sogni di Artemidoro e quello di Freud, mettendo contemporaneamente a confronto le teorie sui sogni indicate da filosofi, antropologi, scrittori, con quelle di psicoanalisti e neuro scienziati.

Stefano Massini, “ L’interpretazione dei sogni” (Mondadori, pagg 360, euro 19).
Sempre per rimanere nell’ambito della dimensione onirica, il romanzo di Massini, di cui vedremo la versione teatrale al Piccolo Teatro, offre la possibilità di integrare il pensiero del padre della psicanalisi con quello della nostra contemporaneità e della coscienza dell’uomo moderno.

Carlo Di Lieto, “L’Io diviso. La letteratura e il piacere dell’analisi” (Marsilio, pagg 440, euro 35).
E ancora, per rimanere nell’ambito del rapporto tra letteratura e psicanalisi, consiglio il libro di Di Lieto che pone la scienza analitica come metodo ermeneutico. Notevole, all’interno del volume, il saggio su “Il teatro dei miti”, una particolare lettura di “La nuova colonia”, “Lazzaro”, “I giganti della montagna” di Pirandello, nel quale l’autore prende in esame il concetto di alterità e di coscienza dissociata come metodo di lettura.
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Oltre alla singolare rosa di libri, scelti da Andrea Bisicchia, la Redazione ricorda e raccomanda anche un prezioso volume dello stesso Bisicchia. Per dare continuità monografica alle indicazioni da lui tracciate, in un suo volume scritto nel 1979, “Teatro a Milano.1968-78.Il Pier Lombardo e altri spazi alternativi(Mursia, 1979, pagg 198, euro 12), l’autore analizza quello stesso periodo esaminato più sopra da Jean-François Lyotard, il filosofo di fenomenologia, proponendo, come metodo critico, l’alternatività, nel momento in cui il teatro degli Stabili aveva perso la sua carica innovativa che permise la nascita, a Milano, delle Coopetative e, a Roma, quella delle “ Cantine”, ovvero dell’Avanguardia romana.

 

PIÙ CHE CATALOGHI, LIBRI D’ARTE E DI STUDIO

(di Patrizia Pedrazzini)

Mondi bizzarri, paesaggi visionari, donne bellissime, attori kabuki, ma anche gatti, carpe e animali fantastici. Oltre a leggendari eroi, samurai e briganti. Uno dei maggiori artisti giapponesi dell’Ottocento, Utagawa Kuniyoshi, è in mostra a Milano, al Palazzo della Permanente, fino al 28 gennaio. Un’esposizione che consente di ripercorrere, attraverso 160 opere, l’intero cammino creativo dell’eclettico maestro, evidenziandone la raffinatezza e la modernità. Edito da Skira, il catalogo “Kuniyoshi. Il visionario del mondo fluttuante” è lo specchio fedele della mostra. Svelto, immediato, coloratissimo, suddiviso in cinque sezioni tematiche, consente al lettore quasi di prolungarne la visione, scoprendo di volta in volta, di ogni singola silografia, nuovi particolari, nascosti dettagli. (A cura di Rossella Menegazzo, 216 pagine, € 42). (Qui la nostra recensione)

Dentro Caravaggio. Ovvero venti capolavori del grande maestro proposti per la prima volta tutti insieme, ma anche e soprattutto affiancati dalle rispettive immagini radiografiche. Per consentire al visitatore dell’eccezionale mostra (a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, fino al 28 gennaio) di verificare, per ogni opera, il percorso personale dell’artista, dall’idea iniziale alla realizzazione finale. Il relativo catalogo, “Dentro Caravaggio” (edito da Skira 384 pagine, € 46), è il racconto di questa prospettiva nuova e inesplorata. Curato da Rossella Vodret, si avvale di saggi dei maggiori studiosi di Michelangelo Merisi, nonché dello studio di opere autografe e di alcuni selezionati documenti provenienti dall’Archivio di Stato di Roma e da quello di Siena, inerenti la vicenda umana e artistica del pittore. Molto più di un catalogo: un libro di arte e di studio. (Qui la nostra recensione)

Giovanni Boldini, dalla natìa Ferrara a Parigi. Era il 1871, il tempo dell’energia, della creatività, dell’ottimismo. Della bellezza e della gioia di vivere. Il mondo perfetto per donne “divine” e aristocratiche, snelle, sublimi, eleganti, dalle lunghe e morbide mani, le stesse che il pittore tanto amava. Pubblicato in occasione della mostra che Torino dedica all’artista alla Reggia di Venaria, fino al 28 gennaio, il catalogo “Giovanni Boldini. Genio e pittura” raccoglie un’ampia selezione di opere provenienti da circa 30 musei di tutto il mondo e da collezioni private italiane e straniere. Edito da Skira/Arthemisia (288 pagine, € 39), si avvale di articolate ricerche storiche e di archivio, nonché di oltre venti lettere inedite che rappresentano un fondamentale contributo per ricostruire la biografia del pittore. A cura di Tiziano Panconi e Sergio Gaddi.

“Milano e la mala. Storia criminale della città dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca” è il catalogo dell’omonima mostra aperta a Milano, a Palazzo Morando, fino all’11 febbraio. Edito da Spirale d’¿Idee (304 pagine, € 42), a cura di Stefano Galli, si avvale di oltre 180 immagini in bianco e nero e venti schede di approfondimento, oltre alle biografie delle bande criminali oggetto dell’esposizione. Una carrellata di immagini autentiche, di scatti magari non perfetti, tuttavia veri e unici (molti dei quali oggi non troverebbero spazio sui giornali), che costituiscono l’ossatura della mostra, ma che, a mostra conclusa, sarebbe un vero peccato non poter conservare. Insieme alle prime pagine dei quotidiani di quegli anni (“La Notte” fra tutti), anch’esse fedelmente riprodotte. Per non dimenticare, o per iniziare a conoscere, una Milano che non c’è più. (Qui la nostra recensione)

“Arcimboldo” (Skira, 176 pagine, € 33) è il titolo del catalogo che accompagna l’omonima mostra, in programma a Roma, a Palazzo Barberini, fino all’11 febbraio. Milanese, formatosi alla bottega del padre nell’ambito dei seguaci di Leonardo, Giuseppe Arcimboldo è noto soprattutto per le sue teste composte di frutti e fiori: “bizzarie” che ne hanno fatto uno dei protagonisti della cultura manieristica internazionale. Suddiviso in sei sezioni, il catalogo, a cura di Sylvia Ferino-Pagden, raccoglie i capolavori più noti del pittore, i ritratti, i preziosissimi disegni acquerellati di giostre e fontane. Un’opportunità unica per andare alla riscoperta delle corti dell’Europa centrale nella seconda metà del XVI secolo, immergendosi in una cultura “curiosa”, che amava combinare l’osservazione minuziosa e scientifica con il gioco, la meraviglia e l’ironia.

Milano ai tempi della mala. Bische, “loschi affari” e morti ammazzati. In 170 foto e reperti, da via Osoppo al bel René

1977, l’arresto di Vallanzasca

(di Patrizia Pedrazzini) Sorridono contenti, Francis Turatello e Renato Vallanzasca, immortalati mentre brindano alle nozze (in carcere) del secondo, cui il primo ha fatto da testimone. Sono giovani e belli, ancorché delinquenti. Pieni di soldi e di donne. È il 1979. Finirà male. Francis “Faccia d’angelo” sventrato a coltellate, a 37 anni, nel carcere di massima sicurezza di Badu ’e Carros, in Sardegna, dal camorrista Pasquale Barra, detto “’o animale”. Che subito dopo, si racconta, si sarebbe avventato sul cadavere addentandone l’intestino. Brutta morte.
Quanto al “bel René”, è ancora dentro (nella sua non breve carriera criminale è riuscito a collezionare quattro ergastoli e 295 anni di reclusione), e ha decisamente perso lo smalto di un tempo.
Ecco, per chi quegli anni li ha vissuti e li ricorda è forse questa la foto più “suggestiva” fra i 170 fra scatti in bianco e nero e reperti che riempiono la bella mostra “Milano e la mala. Storia criminale della città dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca”, a Palazzo Morando fino all’11 febbraio.

Rapina di Via Osoppo, 1958, Archivi Farabola

Una sorta di “operazione nostalgia” alla riscoperta di una Milano che non c’è più, nella quale, al calar delle tenebre, le strade erano attraversate “quasi esclusivamente da loschi figuri, dediti ad altrettanto loschi affari”. La Milano dei night e del gioco d’azzardo, delle bische e della prostituzione e, di lì a poco, del mercato della droga. Enzo Barbieri, “il bandito dell’Isola” (o anche “il Robin Hood di via Borsieri”), Angelo Epaminonda detto “il Tebano”, Joe Adonis, Luciano Liggio, Luciano Lutring, meglio conosciuto come “il solista del mitra”, per via del fatto che andava in giro col fucile mitragliatore nascosto nella custodia di un violino. Quarant’anni di storia cittadina, più o meno dall’immediato dopoguerra al 1984, che ebbero il loro primo, grande “picco” nella rapina di via Osoppo, del 1958: sette uomini all’assalto di un furgone portavalori e un bottino, allora, di oltre 614 milioni di lire, portato via senza sparare un colpo. Tra l’altro il “colpo” rappresentò anche il momento più alto della “Ligera”, quella particolare forma di delinquenza tutta milanese che, nata nell’Ottocento e composta da piccoli gruppi di criminali, finì poi col diventare oggetto di romantico ricordo nel bagaglio delle canzoni popolari.
E i quartieri: il Giambellino, l’Isola, la casbah di via Conca del Naviglio, il Ticinese. E le forze dell’ordine, con il loro impegno e le loro vittime. Il vice brigadiere Giovanni Ripani, ucciso il 17 novembre 1976, a 27 anni, in Piazza della Vetra da rapinatori della banda Vallanzasca. E le figure del commissario Mario Nardone (“il Maigret italiano”) e del futuro questore Achille Serra. E, sparse per la città, le colonnine per le chiamate d’emergenza alla Polizia. I morti ammazzati sui marciapiedi del Lorenteggio, la strage di via Moncucco, la sparatoria di Dalmine, i ragazzi stroncati dall’eroina sulle panchine dei parchi. I “cumenda” ai tavolini del “Pussy Cat” e le prostitute in piazza San Babila.
E le locandine dei film di quegli anni: “Banditi a Milano” di Carlo Lizzani, del ’68, “Milano violenta”, di Mario Caiano (1976). E le prime pagine de “La Notte”, il quotidiano del pomeriggio che, con le sue tre edizioni, era più che mai “sulla notizia” in tema di cronaca milanese, e non solo, soprattutto “nera”. Perché c’è da dire che la mostra di Palazzo Morando, al di là del valore che riveste in quanto testimonianza di un passato che sarebbe un gran peccato dimenticare, è anche una buona occasione per riflettere su come il fotogiornalismo sia, negli ultimi decenni, profondamente cambiato. Oggi tante foto non solo non si riuscirebbero a fare, ma soprattutto sarebbero – fra codici deontologici, normative sulla privacy e protocolli di tutela – totalmente impubblicabili. E non è per rimpiangere i tempi andati, ma di sicuro allora le notizie non si aveva paura di darle. (Che poi ci sarebbe da discutere se sia peggio l’immagine di un morto ammazzato o l’intervista a due genitori disperati per la morte di un figlio, tanto cara a tanto contemporaneo trashume televisivo. Ma questa è un’altra storia).
Bella mostra. Per chi c’era e per chi vuole conoscere.

“Milano e la mala. Storia criminale della città dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca”, Milano, Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6. Fino all’11 febbraio 2018
www.mostramalamilano.it