Le “invettive” di Strehler contro l’arroganza dei politici. E difese gli uomini di cultura dagli intellettuali, di cui diffidare

(di Andrea Bisicchia) Leggendo il libro di Giorgio Strehler, “Lettere agli Italiani”, edito dal Saggiatore, a cura di Giovanni Soresi, con prefazione di Ferruccio de Bortoli, si capisce il motivo per cui, quando fu ideato, nel 1992, non abbia trovato l’interesse di nessun editore, dato che ci voleva del coraggio per pubblicarlo, a causa delle invettive che Strehler non risparmiò a nessuno, nemmeno agli organi dello Stato che riteneva inadeguati nei confronti della cultura.
Oggi il lettore si trova dinanzi a un materiale che, lontano dai fatti di cronaca, col tempo, ha acquistato una dimensione storica, ovvero una sua “classicità”, che gli permette di conoscere a fondo non solo il grande regista, ma anche l’uomo che ha combattuto affinché la sua figura d’artista non venisse scalfita dalle beghe della politica, in particolare da chi fingeva di non conoscere l’eccezionalità del Piccolo e la sua necessità nella Milano che non sapeva rinunziare alla sua storia illuminista.
Gli articoli, raccolti nel volume, vanno dal 1975 al 1996 e trattano argomenti che attengono alla politica di quel lasso di tempo, a cominciare dal concetto di Resistenza, da intendere come comportamento quotidiano, a quello di materialismo dialettico, abbandonato dalla sinistra italiana e, in particolare dal PSI, a cui si sentiva legato, quello di Nenni, però, di Pertini, di Lombardi, per i quali, i valori morali avevano ancora un senso. Strehler distingueva gli uomini della politica dagli uomini della cultura che, a loro volta, erano diversi dagli intellettuali, verso i quali non nascondeva una certa diffidenza, perché li riteneva poco propensi a sporcarsi le mani. A parecchi politici rimproverava l’arroganza e l’indifferenza nei confronti della cultura.
Faceva distinzione tra “Stato Spettacolo” e “Politica Spettacolo”, distinzione che riteneva fuorviante rispetto alla vera cultura, che non ha bisogno di essere spettacolarizzata, avendo necessità di leggi giuste, rapide e indipendenti. In verità, a suo avviso, i politici da sempre non vogliono avere tra i piedi persone indipendenti, preferiscono i conniventi, anzi evitano gli intellettuali e, quando li coinvolgono nelle liste, mostrano ben poco interesse per farli eleggere. Strehler riuscì, grazie alla sua grandezza, a diventare Senatore della Repubblica, come Indipendente di sinistra, una sinistra da intendere come elemento di sviluppo sociale, al servizio dei deboli, dei precari e dei senza lavoro. Nelle vesti di Senatore, il 20 febbraio del 1990, lasciò i colleghi alquanto perplessi dinanzi a un discorso che seppe alternare sentimenti di carattere sociale e politici, con esigenze di tipo culturale e, in particolare, di cultura teatrale.
Non nascondeva l’esistenza di problemi urgenti, angosciosi, drammatici nel divenire della società, questi, però, non dovevano impedire alla politica di interessarsi e preoccuparsi della situazione culturale, sempre più contingente, che non può né deve rispondere soltanto all’“utilità produttiva” e, pertanto, a interessi di tipo economico. In quel discorso, si scagliò contro chi professava una teatralità senza limiti, né scopi e poco professionale. Difese Milano dall’attacco di tangentopoli, sostenendo che il primato della corruzione spettasse a Roma, dove sono enormi gli interessi economici poco controllabili. Non risparmiò il Ministro Mammì e la sua riforma televisiva, tutta a vantaggio dei pubblicitari, tanto che le opere d’arte trasmesse potevano essere interrotte a piacimento, così come non trattenne le sue invettive contro coloro che avevano esagerato “lo scandalo del Piccolo”, in occasione della nuova sede, inventato da pseudopolitici che non sapevano distinguere gli onesti dai disonesti e che si comportavano come dei “poveri nani malvagi”.
Nelle sue invettive non risparmiò la viltà di tanti compagni o avversari leali che, in quella occasione, si trincerarono in un assordante silenzio, così come non risparmiò Walter Veltroni per non aver voluto pubblicare, sull’Unità, di cui era direttore, la lettera di Willy Bordon contro il “colpo di stato “nei confronti del Piccolo.

“LETTERE AGLI ITALIANI”, di Giorgio Strehler, a cura di Giovanni Soresi, prefazione di Ferruccio de Bortoli – edito dal Saggiatore 2021 – pp. 184 – € 18.

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Quando, nel ’50, lo squattrinato Gadda cominciò a uscirne, grazie al lavoro radiofonico in RAI. E ai tre Re di Francia

(di Andrea Bisicchia) – Nel 1950, Carlo Emilio Gadda stava molto male economicamente. Come si direbbe oggi, viveva in una situazione di indigenza, ovvero senza un soldo in tasca. L’amico Giovan Battista Angioletti (1896-1961), giornalista e scrittore, vincitore di un Bagutta e di uno Strega, che aveva fatto gli studi di ingegneria, come Gadda e che, come lui, aveva optato per quelli letterari, fino a diventare responsabile dei servizi culturali del Terzo Programma radiofonico della Rai, gli procurò un incarico a tempo determinato, col compito di ideare e drammatizzare avvenimenti e personaggi storici in formato radiofonico. Gadda si mise a lavorare con molto impegno, grazie al quale, divenne nel 1952, redattore ordinario di due rubriche, “L’Osservatore delle Lettere e delle Arti” e l’“Osservatore dello Spettacolo”.
Proprio in quell’anno, Gadda concepì le cinque puntate dedicate ai “Luigi di Francia”, che Adelphi pubblica in una edizione, curata da Martina Bertoldi, a cui si deve una “Nota al testo” che testimonia competenza e buona conoscenza dell’Opera gaddiana.
Il Gran Lombardo iniziò il suo lavoro con Luigi XIII, figlio di Maria dei Medici, dalla nascita (1601) alla maturità, ai suoi rapporti con Richelieu e con le altre cariche pubbliche, raccontandoci la Parigi di quel tempo, con i suoi salotti e i suoi inganni, soffermandosi sulla guerra di Mantova e l’assedio di Casale, sugli anni che precedettero la sua morte, avvenuta nel 1642, dopo essersi riconciliato, poco prima, con Gesù.
Più complesso è il ritratto di Luigi XIV (1638), che ebbe una vita più lunga, più spericolata e più produttiva a livello politico, consigliato dal cardinale Mazzarino, dopo la sua reggenza. Gadda evidenzia i tumulti della Fronda, i rapporti con gli Ugonotti e con i Giansenisti, il problema delle annessioni, la costruzione di Versailles, la lega di Augusta e la guerra di successione spagnola, quindi la pace e la morte avvenuta nel 1671, lasciando molti debiti a Luigi XV, di cui Gadda ci racconta il carattere, gli amori, le tassazioni, i suoi rapporti con i filosofi dell’Enciclopedia, optando per un sovrano, in fondo, amato, benché debole nel governare e titubante nel decidere.
Un capitolo è dedicato al “Borghese gentiluomo” di Molière, scritto al tempo del Re Sole, che tutti i teatranti dovrebbero leggere, per l’analisi perturbante che ne fa Gadda e per il suo ritratto impietoso della borghesia del tempo che considerava “spregiata per la sua rozzezza”, perché intendeva elevarsi al rango dell’aristocrazia ormai squattrinata che, con sotterfugi, cercava di dilapidare la nuova classe sociale, col pretesto di accordarle il rispetto e l’introduzione nel mondo aristocratico, solamente grazie alla sua ricchezza.
Al di là delle storie che racconta, a volte poco note, il volume va letto per l’uso che Gadda riesce a fare del linguaggio narrativo, col ricorso a invenzioni linguistiche e a quella ironia che non lo abbandonerà mai, la stessa che troveremo nei suoi capolavori.
Il materiale storico dei tre Luigi è molto ricco e complesso, grazie al lavoro di Martina Bertoldi veniamo a sapere quali siano stati le fonti memorialistiche, cronachistiche e storiche, con particolare riferimento all’“Histoire de France” di Michelet e all’Antologia di uomini illustri di Jean-Baptiste Ebeling, illuminandoci, in tal modo, sulla nascita dei testi gaddiani che sappiamo ebbero una prima pubblicazione, nel 1964, presso l’editore Garzanti che già, nel 1955, grazie all’assegno mensile corrisposto, permise a Gadda di abbandonare la Rai e di lavorare come scrittore a tempo pieno.
Gadda dopo le dimissioni, collaborò ancora con la Rai, visto che, nel 1958, ne trasmise una “Conversazione a tre voci”: “Il guerriero, l’Amazzone, lo Spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo”, di cui si ricorda una edizione teatrale, vista al Filodrammatici di Milano (1967) con la Compagnia del Porcospino, di cui facevano parte Bonacelli, Montagna, Barilli, con la regia di Sandro Rossi, un testo violentemente satirico nei confronti della retorica neoclassica che da Foscolo arriverà al Carducci e a D’Annunzio.
Gadda era diventato un autore conteso tra i grandi editori, Einaudi si offrì di essere l’editore definitivo, generando una contesa con Garzanti che, furibondo per certi accordi con l’editore rivale, finì per esigere dei risarcimenti dallo scrittore, per quanto aveva donato.
Il volume è arricchito da 37 tavole in bianco e nero, che Gadda molto probabilmente conosceva de visu, come si può intuire da certe sue frasi, ovvero dalle descrizioni verbali che dava all’opera visiva.

“I Luigi di Francia” di Carlo Emilio Gadda, a cura di Martina Bertoldi, Adelphi 2021, pp. 300, € 15.
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I sette talismani, cari agli dèi romani. Ma solo gl’indovini, nei profetici invasamenti, ne sapevano svelare il magico potere

(di Andrea Bisicchia) – Il nuovo libro di Mino Gabriele, “I sette talismani”, pubblicato da Adelphi, pur affrontando argomenti che appartengono all’antichistica, è di facile e piacevole lettura, benché il lavoro, svolto dall’autore, spazi su un lungo periodo di storia, già indagato da molti studiosi, con metodologie e approcci diversi che riguardano le capacità politiche, gestionali, organizzative, produttive, militari dell’Impero Romano, la cui durata fu, certo, dovuta alle sue leggendarie imprese, grazie alla virtù dei suoi imperatori, ma anche, come direbbe Machiavelli, alla fortuna.
Mino Gabriele sostiene che tale durata debba, inoltre, essere ricercata nell’intensa concezione che i romani ebbero del sacro, tanto da essersi creata una propria cosmologia religiosa, all’interno della quale, occupavano un posto particolare i “Pignora Imperii”, ovvero ben sette talismani che contribuirono a quel grande successo militare che permise la costruzione dell’Impero più lungo della storia, col contributo decisivo dei doni (Pignora) celesti e dell’aiuto delle divinità propizie, la cui tutela avveniva proprio grazie ai talismani e ai loro poteri magici che venivano svelati solo dagli indovini. Mino Gabriele ci racconta un mondo affascinante utilizzando fonti archeologiche, letterarie, storico-politiche, con ricostruzioni filologiche e con una attività critica che permettono di distinguere il vero dal falso, il visibile dall’invisibile.
Il potere degli indovini era fondamentale, il loro compito consisteva nello sciogliere l’arcano e nel tradurre il linguaggio del soprannaturale, grazie alle loro facoltà eccezionali, la cui esegesi doveva essere infallibile, benché interpretare il segno divino non fosse cosa facile. Come è noto, i greci potevano contare su indovini come Calcante, Mopso, Tiresia e la stessa Cassandra, pur se condannata a non essere creduta. C’erano, poi, chi, come le Pizie o le Sibille, poteva accedere alla Sapienza, grazie al divino furore e all’invasamento profetico.
Cicerone distingueva, come ci fa notare Gabriele, due tipi di divinazione, una che dipende dall’arte e che si esprime per congetture avendo imparato dalla osservazione delle cose passate, l’altra che prevede il futuro osservando i segni premonitori, ovvero i Pignora, di cui, per primo, ci racconta il grammatico Servio Mario Onorato, vissuto tra il IV e il V secolo d. C., noto anche per essere stato il primo commentatore di Virgilio. È proprio lui ad elencarli: L’ago della Madre degli dei, La Quadriga d’argilla dei Veienti, Le ceneri di Oreste, Lo scettro di Priamo, Il velo di Iliona, Il Palladio, Gli scudi sacri.
I Pignora, in fondo, testimoniavano, al monarca o all’imperatore di turno, il potere degli dei, oltre che la loro garanzia di vittoria, in caso di guerra. Tali strumenti si avvalevano del vaticinio che preannunciava il sostegno del dio, in quanto i Pignora possedevano le virtù della divinità che li aveva fatti arrivare ai romani, per le loro credenze religiose e per i loro valori giuridici e politici.
Ci racconta Macrobio che i romani fossero attenti a evocare gli dei tutelari, che possedessero una pratica segreta e ignota a molti e che fossero convinti di potere chiamare fuori gli dei tutelari delle città conquistate, per farli propri, tanto che se la città, prima del dio evocato, era invincibile, dopo veniva conquistata perché la si privava di ogni potere soprannaturale. Perché non venissero evocati e, pertanto, rubati, i talismani dovevano essere occultati con grande perizia, andavano, cioè, conservati come reliquie. Occorrerà attendere l’arrivo del cristianesimo per vedere distrutta, con feroce intolleranza, ogni traccia dei culti romani, per poi vederli sostituiti con i culti cristiani che, a loro volta, inventeranno i loro talismani.
Mino Gabriele non si limita, certo, come Servio, a elencare i sette Pignora, a ciascuno dedica un capitolo che ne spiega le origini e i significati, corredandoli con un fitto apparato iconografico che, lungo i secoli, ha fatto riferimento alla loro funzione.

Mino Gabriele, “I sette talismani” – Adelphi 2021, pp. 482, € 44.

Sacro, arti, poesia e teatro, come metodo di indagine per un tragitto verso l’eternità. Tra Pirandello, Testori e i Vangeli

(di Andrea Bisicchia) – In tutte le storie letterarie, il divino ne è stato spesso protagonista, in forme diverse, fino a guidare le trame e le azioni di un racconto o di un dramma. Non cè stata, per esempio, tragedia greca che non abbia fatto riferimento al divino, col ricorso al materiale mitologico. Quando il mito classico fu soppiantato dal mito cristiano, il divino assunse forme diverse che ebbero a che fare con i Libri rivelati, ben diversi dai poemi e dalle teogonie del mondo classico, e con la storia di Cristo.
Poi arrivarono il Positivismo, il Relativismo, il Nichilismo e la “morte di Dio”, ma, per correttezza, bisogna dire che fu abbandonata un’idea di Metafisica, di ontologia dell’Essere parziale, per vivere un nuovo rapporto tra l’Ente e l’Essere, nel senso che spettava a quest’ultimo porsi delle domande e, magari, darsi delle risposte, come dire che il divino andò problematizzandosi, nel senso che entrò in contatto con la società, alla ricerca di un dialogo alla pari.
Francesco Diego Tosto da decenni lavora sul rapporto tra la letteratura e il sacro, a lui dobbiamo ben cinque volumi dedicati a questo argomento che, per la struttura e per la partecipazione di illustri studiosi, meriterebbero di essere ristampati per I Meridiani Mondadori. Il suo ultimo lavoro è “Letteratura in dialogo”, edito da Bastogi, con la presentazione di Rosalba Galvagno e con la prefazione di Concetto Martello, entrambi docenti dell’Università di Catania. Il volume è dedicato a un illustre studioso, Giorgio Bàrberi Squarotti, scomparso nel 2017 che ha seguito, con attenzione, l’attività di Diego Tosto, il quale, continuando nel suo particolare interesse per la letteratura comparata e la multidisciplinarietà, ci offre un affascinante panorama , soprattutto dedicato ad autori siciliani, nel quale dapprima teorizza la sua idea di letteratura in dialogo, per applicarla, successivamente, ad autori, non solo siciliani, come Verga, Pirandello, Rosso di San Secondo, De Roberto, Sciascia, Bufalino, Tommasi di Lampedusa, ma anche toscani, come Mario Luzi o lombardi come Giovanni Testori.
Di tutti analizza le opere che abbiano a che fare col divino, col sacro, con la spiritualità. Di Pirandello, esamina le Novelle celebri che abbiano affrontato un simile argomento, ma anche alcune opere teatrali, in rapporto a quelle di Eduardo, cercando dei parallelismi tra commedie come “La grande magia” e “Enrico IV” o tra “Il berretto a sonagli” e “Ditegli sempre di sì”, tutte attraversate dal tema della follia. Per fare un altro esempio, il tema della morte viene trattato sia da Verga che da Pirandello, non come un itinerario verso il nulla, ma come un tragitto inquieto che può portare verso l’eterno, un tragitto che per Tosto diventa metodo d’indagine rivolto alle cose eterne, grazie alla relazione che persiste anche in autori atei, tra i Libri Sacri, in particolare la Bibbia e le loro espressioni artistiche.
Ciò che a Diego Tosto interessa svelare è la funzione epifanica della letteratura, della poesia, del teatro, oltre che le capacità di relazione che esistono tra le varie arti, inserendovi la funzione determinante, non solo della filosofia, ma anche della teologia, sulla scia di von Balthasar, di Ballarini, di Sequeri etc.
Il volume è diviso in sei capitoli dove vengono trattati argomenti come “Dialogo tra letteratura, religione e filosofia”, tra “Letteratura e Bibbia”, tra “Letteratura e cinema”, tra “Letteratura e teatro “, tra “Letteratura e disabilità”, tra “Arte, religione e letteratura nei documenti ecclesiastici”.
Per Diego Tosto non è determinante rintracciare elementi espliciti, nelle opere degli autori trattati, che facessero riferimento a motivi religiosi, bastano gli stati d’animo sofferenti, le coscienze turbate, le inquietudini angosciose per mettere l’uomo dinanzi al problema dell’esistenza di un Essere misterioso che possa non tanto risolverli, quanto dialogare e liberarlo da ogni forma di frustrazione. In questo senso, sarebbe sufficiente recuperare, secondo Tosto, lo “spazio semantico” della religione, della sua capacità di mettere in contatto il finito con l’infinito, l’immanente col trascendente. Per dimostrarlo, egli va alla ricerca di opere poco frequentate dagli studiosi, come le produzioni poetiche di Pirandello, Sciascia, Bufalino, o quelle dei racconti di De Roberto, attardandosi sul rapporto esistente tra la Bibbia e alcune di esse, dove ravvisa non tanto la conoscenza dei testi sacri, quanto la prospettiva cristiana che le attraversa. Anche per Sciascia il rapporto con le Sacre Scritture non avviene in maniera diretta, ma attraverso allusioni, regole di vita o “paradigmi esistenziali”.
Insomma, per Tosto i riferimenti scritturistici sono spesso evidenti nella narrativa siciliana contemporanea, anzi in alcuni autori il rapporto con l’Assoluto appare necessario, vedi la tentazione del divino in “Rubé”  di G. A. Borgese, vedi la figura del Christus patiens nel dramma “Lazzaro” di Pirandello, ispirato direttamente ai Vangeli, vedi il primato dei valori spirituali e biblici nel romanzo di Rosso di San Secondo “Incontri di uomini e angeli”, o ancora la religione popolare, presente nel racconto di Andrea Camilleri “Il campo del vasaio”.
Dicevamo che i riferimenti fatti da Tosto non riguardano solo la letteratura siciliana, avendo esteso le sue indagini su alcune opere di Luzi, Montale, Merini, Testori, di cui ricorda i drammatici riferimenti ai Vangeli, in particolare di Giovanni e alle Lettere di San Paolo, il più presente nelle opere degli autori citati.
Il volume, corredato da una vasta bibliografia, è ricco di indicazioni che potrebbero essere suscettibili di ulteriori studi, vista l’ampiezza degli argomenti.

Francesco Diego Tosto, “Letteratura in dialogo” – Bastogi Libri 2019 – pp. 236 – € 20