Pupi e pupari, in uno straordinario excursus di Giovanna Marino: avvincente storia siracusana, che risale al IV secolo a.C.

(di Andrea Bisicchia) – GIOVANNA MARINO è docente di tradizioni popolari, recentemente si è occupata di CREDENZE POPOLARI SICILIANE, collegate all’area delle superstizioni, dei miti dei quali l’autrice ci propone non solo notizie di carattere folkloristico, ma anche di carattere storico, con una metodologia che lei applica in ogni sua ricerca. Ne è testimonianza un libro, appena pubblicato: “NELLA TERRA DEGLI ULIVI” incontro con i Comuni di Siracusa tra storia-stemmi-miti e folklore, nel quale ripercorre la storia degli Stemmi che, a suo avviso, rappresenta “una eredità di valori”.
L’ambito di ricerca riguarda la Provincia Regionale di Siracusa con argomentazioni che fanno uso di un linguaggio non accademico. Già il titolo “La terra degli ulivi” va inteso come un sinonimo di saggezza, non per nulla l’ulivo era caro ad Atena, dea della sapienza.
In tutti i suoi scritti, Giovanna Marino utilizza un procedimento di tipo sapienziale, che applica ad argomenti che altri hanno cercato di occultare. Per anni, gli studiosi di teatro hanno evitato di parlare di una “Scuola” legata all’OPRA DEI PUPI nella Provincia siracusana. Chi si è occupato di questo argomento ha privilegiato la “Scuola” catanese e quella palermitana. Giovanna Marino è entrata a gamba tesa sull’argomento, dimostrando come la storia dei pupi possa vantare un puparo siracusano già nel IV secolo avanti Cristo, come viene attestato da Senofonte (430-354 a.C.) il quale in una sua opera: “IL Convivio” fa riferimento a un “puparo siracusano che soleva alleviare i convitati del banchetto nelle sale di Callia, ricchissimo cittadino ateniese, con rappresentazioni di opere di pupi”.
Questa notizia la si trova nel volume “L’OPRA DEI PUPI NELLA PROVINCIA DI SIRACUSA”, edito da Stella Del Mare, dove la Marino ha esteso la sua ricerca iniziando dal significato etimologico di pupo e puparo, il cui nome legittimo fa risalire agli inizi dell’Ottocento.
Sul teatro dei pupi si sono occupati Carmelo Alberti (Mursia 1984), il quale legò il fenomeno ad un panorama politico alquanto incerto, il volume si caratterizza per la serie di Documenti che si possono leggere nella seconda parte.
Notevole fu il contributo monografico della Rivista trimestrale del Teatro Regionale Toscano (Anno IV, numero 13, 1981) dove, tra i tanti interventi, si trova quello di Paola Daniele, a cui si deve una paginetta dedicata a L’Opra dei Pupi a Siracusa, con particolare riguardo alla famiglia Puzzo, alla quale Giovanna Marino, nel suo volume, dedica molto spazio.
Ricordo, nel 1983, il libro di Barbara e Fortunato Pasqualino: “L’Arte dei Pupi”, edito da Rusconi, con una ricchissima iconografia.
Nel 1986, l’Università di Palermo, col suo Laboratorio Antropologico, pubblicò un intenso volume, a cura di Antonio Pasqualino, che raccoglieva gli Atti del Convegno internazionale sul teatro di Figura, oltre che copioni e analisi degli spettacoli oggetto degli studi. In Appendice si trova un breve capitolo dedicato a Giacomo Cuticchio, padre di Mimmo, certamente il puparo più attivo anche a livello internazionale.
Per concludere, vorrei ricordare il voluminoso studio di Bernadette Majorana: “Pupi e Attori, ovvero L’Opera dei Pupi a Catania”, edito da Bulzoni nel 2008. A questi va aggiunto il libro della Marino che ha ricostruito la storia dei Pupari siracusani dedicando molto spazio alla famiglia Puzzo, ai loro copioni, fatti di veri e propri Cicli, per tenere avvinti gli spettatori, ma anche ai loro Cartelloni che erano delle vere e proprie opere d’arte. Don Ciccio Puzzo (1877) ebbe molti figli che portarono avanti il suo magistero, Giovanna Marino non ne tralascia
nessuno, racconta i loro successi, ma anche le loro difficoltà quando decisero di dare vita a uno spazio proprio. Il Teatro Eden, o il Teatro di Via Dante.
L’autrice ricorda anche l’attività di Antonio Lampugnano che abbandonò Siracusa per trasferirsi a Milano, lavorando anche per la RAI.
Con Lampugnano e con i fratelli Pasqualino organizzai a Milano, al Teatro San Babila, una grande Mostra sui Pupi e sui Cartelloni che ebbe grande eco sulle pagine dei giornali milanesi.
Giovanna Marino dedica anche un breve capitolo a due impresari, sempre siracusani, Carmelo Pulvirenti e Andrea Bisicchia (mio nonno), quindi estende la sua ricerca alla Provincia, in particolare ad Avola dove si erano imposti i pupari Mavilla, Mangiagli, Li Gioi, per dedicare l’ultimo capitolo ai pupari di oggi che operano in Ortigia: i Vaccaro e i Mauceri.

GIOVANNA MARINO, “L’OPRA DEI PUPI NELLA PROVINCIA DI SIRACUSA”, edizione Stella Del Mare 2006, pp 144, € 15.

Quando, nell’epoca “Vittoriana”, la Bellezza estetica perse la sua purezza, per paura della sifilide, mortificatrice del sesso

(di Andrea Bisicchia) – Nella Collana “Biblioteca Aragno”, si possono leggere delle vere e proprie chicche riguardanti autori come Apollinaire, Artaud, De Quincey, Lawrence, si tratta di testi che si riferiscono a Conferenze o Saggi brevi.
Sulle pagine di questo giornale ci siamo occupati di “L’Esprit Nouveau” di Apollinaire, oggi ci occupiamo di “La bellezza malata” di David Lawrence, a cura di Giovanni Balducci, un saggio edito nel 1929, nel quale, l’autore di “L’Amante di Lady Chatterley”, si chiede se la pittura inglese fosse rimasta indietro rispetto a quella francese, caratterizzata da quel “Nuovo spirito” esaltato da Apollinaire.
Il saggio in questione è diviso in due parti, nella prima Lawrence si sofferma sulla qualità estetica della bellezza che, a suo avviso, si è “ammalata”, essendo diventata sempre più fragile ed essendo il riflesso di una condizione umana attraversata da continue vulnerabilità sia nel tessuto sociale che in quello politico. L’epoca Vittoriana era ormai al tramonto, si avvertiva una sorta di fallimento e di paura, dovuta, quest’ultima, alla diffusione della sifilide, sentimenti cha Lawrence cercava di portare alla luce attraverso la narrativa, così come G.B. Shaw aveva fatto col teatro.
Perché la bellezza si era ammalata? Forse perché aveva perso la sua purezza estetica, ed aveva scelto di andare incontro alla vita sociale con tutti i suoi problemi, tanto da rimanerne contaminata, finendo per non essere più oggetto di contemplazione. Sono anni in cui non è più la purezza che attrae, bensì l’inquietudine, la paura che sono tali da trasformare l’attrazione estetica in attrazione fisica. Come dire, non c’è più spazio per l’anima perché tutto gira attorno al corpo, tanto che non esistono più giudizi formali, essendo ogni cosa assoggettata alla esperienza fisica e visiva, specie se anche il corpo si ammala.
In una società in cui prevale la paura, non c’è più sicurezza dato che la paura investe persino il modo di pensare e di amare, anzi l’amore viene assoggettato ad un vero e proprio orrore per la vita sessuale, tanto che, a un certo punto, Lawrence sostiene che la poesia amorosa avesse perso la carne. Il tema della paura Lawrence lo fa risalire al Rinascimento, addirittura al teatro di Shakespeare, fino ad affermare che tragedie come Amleto, Macbeth, Otello siano costruite sulla paura: paura dell’incesto, paura del regicidio, paura dell’inganno e del tradimento. Per Lawrence, accanto ad una paura di carattere immaginativo, bisognava accostare un altro tipo di paura, quella della sifilide che imperversava nell’epoca vittoriana, la stessa che contribuiva a creare l’orrore per il sesso, proprio a causa della paura del contagio fino a contenere gli impulsi naturali.
Ed eccoci al dunque, ciò che lo scrittore scriveva nel suo saggio lo ritroviamo nei suoi romanzi, in particolare in “Donne innamorate” e in “L’amante di Lady Chatterley”, nei quali l’amore romantico è stato sostituito da un amore vitalistico, fatto di passioni estreme, nel quale si rispecchia il malessere della società del suo tempo.
Come doveva essere inteso l’amore di un guardiacaccia per una Lady? se non come bisogno di un equilibrio sociale, alimentato dagli istinti a lungo repressi? Leggendo “La bellezza malata”, continuavo a pensare a “L’amante di Lady Chatterley “, a quella percezione sensoriale che Lawrence cercava nella vita oltre che nell’opera d’arte, come avveniva, a suo avviso, nella pittura di Cezanne, argomento che occupa la seconda parte del volume, perché egli vedeva nella vita artistica del pittore una lotta per abbattere tutti i cliché legati alla composizione pittorica, anche se, non sempre, riuscì a distruggerli.

DAVID HERBERT LAWRENCE, “LA BELLEZZA MALATA”. NINO ARAGNO EDITORE ed. 2026; pp 60, € 15

Opera di grande prestigio e diffusione. Anche la Spiritualità ha un suo glorioso spazio nell’ambito della Critica religiosa

(di Andrea Bisicchia) – In un’epoca in cui si cerca di dequalificare lo spirito a vantaggio di una esistenza costruita sui consumi e sul potere del denaro, dove tutto è stato esplorato, cosa è rimasto del Mistero, dell’Ignoto, dell’Oltre? C’è ancora qualcuno capace di espugnarli? La Letteratura riesce ancora a misurarsi con tali categorie? A chi spetta? A romanzieri che indagano la realtà della cronaca, oppure a romanzieri che esplorano la realtà dello spirito? Insomma, c’è ancora posto per una Letteratura Religiosa?
Quello che continuo a notare è l’uso che viene fatto, da parte di autori laici, se non atei, dei libri sacri che vengono citati senza, però, quella base teologica necessaria per interpretarli. Costoro inseguono il disagio economico, le disuguaglianze, non più risolvibili con il pensiero marxista, da tempo andato in pensione, quel pensiero che, per anni, dopo la seconda guerra mondiale, aveva imperversato nella narrativa di Vittorini, Pavese, Cassola, Fenoglio, Bassani, non certo di Calvino che ne intuì i limiti, riversando i suoi interessi verso un mondo visionario e profetico, cosa che faranno anche Pasolini, soprattutto nelle Opere Teatrali, e Testori sia nell’Opera narrativa che in quella teatrale.
Si tratta di una Letteratura in rivolta, capitanata da autori che non cercano la benedizione dei partiti di sinistra, benedizione accettata da tanti altri che scrivono romanzi senza alcuna originalità, perché incapaci di sublimare il corso della storia.
Eppure, tutti scrivono romanzi, tutti scrivono Monologhi, se ne producono talmente in abbondanza che, dopo una stagione, vanno diritti al macero.
Perché?
Perché mancano i grandi autori, capaci di entrare in contatto con i grandi temi, essendo questi diventati privi di qualsiasi tensione religiosa.
Il volume “Litterae et Religio. Incroci tra Letteratura Religione e Cristianesimo “, edito da Il Pozzo di Giacobbe, a cura di Diego Tosto, apre un ampio dibattito sulla letteratura del passato e su quella più recente che abbiano obbedito ai richiami della coscienza, piuttosto che a quelli di un facile realismo.
A Francesco Tosto dobbiamo una monumentale opera, in cinque volumi, nella quale veniva indagato il rapporto tra la Letteratura e il Sacro. Oggi ha scelto alcune indicazioni di lettura che hanno a che fare con la funzione gnoseologica della letteratura che rimanderebbero a un dialogo costruttivo tra letteratura, religione e teologia, dialogo, in verità, di cui si sono occupati, in passato, teologi come Rahmer, Balthasar, Moeller, Guardini e, nel presente, Jossua, Castelli, Spadaro, Naro, secondo i quali, la letteratura riesce ad interloquire con altre discipline quando osserva l’uomo e la sua vita, mettendo “la grammatica” a disposizione dell’Infinito, per poterne conoscere i Fondamenti ontologici.
In verità, non si tratta di una letteratura al servizio del cristianesimo, la vera letteratura non è al servizio di nessuno, perché la sua forza consiste nel vedere dove gli altri non vedono, magari nel mondo del mistero cristiano, senza per questo essere apologetica.
Per Francesco Tosto, a tale proposito, è importante il ruolo della critica che dovrebbe essere quello di riconoscere, nella Letteratura, una funzione coscienziale ed essere nel frattempo testimonianza della esperienza dello spirito. A mio avviso, chi cerca trame nella realtà della cronaca, non ha futuro, perché lo scrittore vero sente sempre il bisogno di confrontarsi con l’infinito, con l’Oltre, con una Letteratura che interroga se stessa. Qualcuno ha osservato che il cristianesimo non è accettato dal punto di vista sociale, cosa non vera, perché la Letteratura religiosa ha sempre avuto contatti con le dinamiche socio-economiche. Su questo argomento, Giorgio Petrocchi, citato da Tosto, sostiene che religiosità e irreligiosità si intrecciano fino a darsi battaglia.
L’Opera di cui ci stiamo occupando è divisa in quattro parti; “I FONDAMENTI” in cui si cerca il significato cristiano e cattolico dell’esperienza religiosa, il rapporto tra teologia e letteratura, RISCRITTURE BIBLICHE, dove si analizzano autori che hanno fatto ricorso alla Lezione della Bibbia, a quella dei Vangeli, alla Storia dell’Inquisizione, SPIGOLATURE,  dove troviamo autori che hanno indagato l’abisso umano, ed infine “ CRISTIANESIMO E INCROCI DISCIPLINARI, dove si parla della “Filosofia dei religiosi”, del mondo classico e dei sui miti, della poetica del mistero, del rapporto tra Bioetica e Letteratura.
Notevole la Rassegna bibliografica sulla Letteratura e la Declinazione del Sacro.

“LITTERAE ET RELIGIO. INCROCI TRA LETTERATURA RELIGIONE E CRISTIANESIMO” a cura di DIEGO TOSTO, autore anche della PREFAZIONE. POSTFAZIONI DI VITO IMPELLIZZERI E ANTONIO SAPUPPO, Edizione Il Pozzo di Giacobbe 2026, pp 470, € 43.

Dal teatro alla multidisciplinarietà. Cambio di rotta di Oliviero Ponte Di Pino: arte contemporanea, festival, architettura

(di Andrea Bisicchia) – Da tempo, Oliviero Ponte Di Pino, dopo aver dedicato le sue attenzioni come critico al teatro, ha cambiato rotta, orientando i suoi interessi e i suoi studi al pubblico e al suo modo di partecipare alle pratiche culturali con un approccio multidisciplinare che vede coinvolti professionisti che appartengono ad Aree diverse, dal teatro dall’arte contemporanea ai festival, dall’arte contemporanea ai festival, soprattutto quelli partecipati.
Insieme a Gloria Bovio, architetta, specializzata in antropologia dell’Arte, ha curato il volume “Per una cultura della partecipazione”, edito da Mimesis.
A giudicare dagli interventi, risultano maggioritari gli studiosi di architettura, mentre per quanto riguarda il teatro, oltre a quelli di Oliviero Ponte Di Pino, va segnalato quello di Luca Ricci, regista e drammaturgo, creatore del Festival Kilowatt che si svolge annualmente a San Sepolcro, giunto quest’anno alla XXIVesima edizione, con le solite prove aperte, i laboratori, gli spettacoli di danza, gli incontri con la comunità. Vi partecipano collettivi under 35 che presentano i loro esiti scenici, generalmente nati a contatto col pubblico, oltre che artisti attivi nei linguaggi digitali della scena contemporanea.
Si tratta di un festival partecipativo basato, in modo particolare, sul coinvolgimento della comunità.  Eppure, Luca Ricci si lamenta, perché, a suo avviso, la situazione attuale non tutela la ricerca e la formazione del pubblico, essendo più attenta al teatro commerciale. Ricordo a Ricci che non si tratta di un fenomeno che riguarda la politica attuale, perché da decenni di Centro-sinistra è stato sempre così, con in più una dose di paternalismo. Convinto di ciò, per Ricci le previsioni per il futuro non sono rosee e che la “ideologia partecipazionista” si sia ammantata di retorica, sempre in cerca di oboli da chiedere alla politica di turno.
Sulla ricerca di oboli si è soffermato anche Oliviero Ponte Di Pino che, dopo aver fatto le dovute differenze tra partecipazione, inclusione, condivisione, progettazione, parlando dei molteplici Bandi di finanziamento che vengono fatti, soprattutto d’estate, sottolinea con molta onestà intellettuale che molti di questi Bandi sono fasulli, perché, tra i tanti progetti partecipativi, soltanto pochissimi meritano i famosi oboli, perché si sono scoperte le mancate competenze e le conoscenze metodologiche, tanto che molte partecipazioni si riducevano a momenti conviviali.
Oliviero Ponte Di Pino, quando parla di “partecipazione culturale”, non si riferisce solo al teatro, ma anche ai musei, alle librerie, agli spazi pubblici, ai progetti di restaurazione urbana, ai festival, alla architettura, come a sottolineare che la partecipazione comunitaria non sia una entità stabile, concetto ribadito da Marco Aime che, da antropologo, estende quella che lui considera una “parola trappola”, da quelli che, una volta, erano villaggi, luoghi campestri, alle città, avvertendo, nel contempo, una specie di nostalgia per come, in passato, venisse considerato il metodo partecipativo.
La domanda che viene spontanea è molto semplice: Esistono dei parametri per valutare la partecipazione? ed ancora, questi parametri sono sufficienti per raggiungere degli obiettivi? Nuovi pubblici? Forse, la risposta va ricercata nel lavoro multidisciplinare, nella co-progettazione, nella co-creazione, impostando l’attenzione verso il “processo” e non verso il “prodotto”. L’itinerario che porta dal processo al prodotto è stato indagato da Marco De Marinis in quella che egli definisce la “Nuova teatrologia”.
In fondo, si tratterebbe di una idea, come ha sottolineato Gloria Bovio, che apparteneva alle Avanguardie storiche e a quelle successive essendo, il loro compito, quello di intuire, in anticipo i segni dei mutamenti culturali. Molti sono gli stimoli nati da questo libro, molte le definizioni dei processi partecipativi, di come progettarli e di come renderli comunitari.

Gloria Bovio, Oliviero Ponte Di Pino (A cura di) “PER UNA CULTURA DELLA PARTECIPAZIONE”, Mimesis Edizioni 2026. Pp. 168, € 18