Verrà la morte… Fu il tormento di Cesare Pavese. Non gli bastarono gloria e amori. Infine, prevalse il “vizio assurdo”

(di Andrea Bisicchia) Tra il 1960 e il 1967, “Il vizio assurdo”, di Davide Lajolo, fu pubblicato in due edizioni, nella collana del Saggiatore e in quella dei “Gabbiani”, inoltre, nella riduzione fattane insieme a Diego Fabbri, fu rappresentato nel 1974, al Teatro Verdi di Padova, con la regia di Giancarlo Sbragia. Doveva debuttare a Torino, ma il Teatro Stabile si oppose, forse su pressione della casa editrice Einaudi e di alcuni intellettuali che ruotavano attorno a essa che non accettarono quella versione per la scena. Vidi lo spettacolo al Nuovo di Milano, ricordo, alla fine, Luigi Vannucchi scendere in platea mentre, rivolgendosi al pubblico, diceva le notissime parole lasciate scritte da Pavese: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”.
Quattro anni dopo, Vannucchi si toglierà la vita.
Lo spettacolo era diverso del libro, nella collezione teatro, gli Associati pubblicarono il testo che evidenziava la tesi di Fabbri, ovvero che Pavese, prima di suicidarsi, avesse fatto delle telefonate agli amici, ma che nessuno rispondeva alla sua richiesta di aiuto. Lo spettacolo inscenava gli ultimi momenti di chi si era autocondannato a morte, in attesa di qualcuno che potesse aiutarlo.
Lajolo, nel suo libro, non va in cerca di una drammatizzazione, avendo scelto di lavorare col bisturi per sezionare il mondo interiore di Cesare, le sue ansie, le sue paure, le difficoltà con le donne, per le quali, diceva, non valeva la pena uccidersi. Del resto, Pavese stesso gli aveva confidato, a proposito della sua biografia: “Coglieresti soltanto la parte migliore, quella che c’è nei miei libri, ma io ho altro qui dentro”.
È questo altro che Lajolo indaga, soprattutto, attraverso le pagine del Diario, allora non ancora pubblicato, dato che la prima edizione risale al 1964, col titolo: “Il mestiere di vivere”.
Il volume è diviso in 16 capitoli, il ritratto di Pavese inizia con la sua nascita in campagna, a Santo Stefano Belbo, quindi gli anni a Torino, in una casa di periferia, gli studi al liceo D’Azeglio, le prime poesie, l’Università, l’incontro con la donna dalla voce rauca che tanto lo farà soffrire, fino a vendicarsi delle altre donne. Sono anche gli anni di formazione che lo vedono deambulare tra campagna e città e che gli fanno scoprire le fabbriche, la fatica del lavoro, la miseria. Lajolo ricostruisce questi momenti, scegliendo pagine tratte dai racconti, dai romanzi, dal Diario e dalle lettere. Si intravede, da lontano, la ferita subita da Torino, con l’eccidio del 1922 quando, tra le sedi devastate, ci fu “Ordine Nuovo”, mentre Gramsci veniva minacciato di fucilazione. Lajolo indaga l’uomo e lo scrittore, la sua formazione accanto ad Augusto Monti, l’amicizia con Massimo Mila, con Mario Sturani, di cui riporta una parte dell’epistolario, l’amore per i classici e per la letteratura americana, l’odio per la scienza, e l’interesse per il cinema e, ancora, le frequentazioni con Leone Ginzburg e Norberto Bobbio.
In un ampio capitolo, Lajolo ci racconta l’amore, non corrisposto, con la donna dalla voce rauca, “dal fisico aspro e dagli atteggiamenti mascolini” e la ricerca di un rifugio nel Mito. Un altro tema affrontato è quello dei suicidi, della loro presenza in alcuni racconti, da leggere come un preludio al suo, non certo per colpa della donna americana. In verità, sono tantissime le donne protagoniste dei suoi romanzi, ciascuna con un proprio carattere, con le proprie ambizioni, con le proprie voglie di concedersi o non concedersi.
Sono intense le pagine dedicate al confino, con l’analisi del romanzo “Il carcere” e delle lettere, in gran parte riportate nel volume, e quelle dedicate ai successi editoriali, anche se questi non serviranno a riscattarlo dal vizio assurdo e dall’epilogo atroce.
Il volume contiene una postfazione di Andrea Bajani
Pavese morì il 27 agosto 1950, lo ricordiamo a settanta anni dalla scomparsa.

Davide Lajolo, “Il vizio assurdo – Storia di Cesare Pavese”; Minimun Fax 2020, pp. 380, € 19,50

Tanti narratori, tanti neorealisti. Forse solo per il cinema – da De Sica a Blasetti, a Rossellini – il neorealismo fu univoco

(di Andrea Bisicchia) Il volume che Claudio Milanini ha dedicato al “NEOREALISMO”, edito da Cue Press, ha un doppio valore, quello di una ricognizione storica e quello di una serie di interventi, in forma di articoli, di conferenze, di saggi che sono la testimonianza delle poetiche e delle polemiche che esplosero durante il periodo che dagli anni Quaranta arriva agli anni Sessanta, durante il quale, si cercò di indagare una nuova realtà sociale attraverso il cinema, la pittura, la narrativa, utilizzando la formula del Neorealismo, la cui ambiguità fu foriera di un ampio dibattito su quotidiani come L’Unità o settimanali come Rinascita, La Fiera letteraria, oppure su riviste come Paragone, Prospettive, Società, Realismo, Filmcritica.
Si trattò di una ennesima etichetta che assemblava esperienze diverse? O di un diverso modo critico di accostarsi alla situazione drammatica conseguente alla dittatura fascista?
Per Milanini, il termine si adattava meglio al cinema, mentre, per quanto riguarda la narrativa, a suo avviso, si affermarono tanti neorealismi quanti furono i principali narratori che scelsero la realtà nella misura in cui fossero stati capaci di parteciparvi, impegnandosi, nel frattempo, a evitare la trappola del cronachismo, paventata da Salinari. Gli interventi raccolti spaziano tra cinema, pittura, narrativa, e sono etichettati con una serie di titoli: “La stagione dell’impegno”, “Primi bilanci interni”, “Sviluppi e crisi”, “Autocritiche e polemiche postume”.
I nomi degli autori sono notevoli, si va da Visconti a Rossellini, a Zavattini, Lizzani, De Sica, per il cinema, da Vittorini a Calvino, Pavese, Gadda, Iovine, Brancati, Cassola, Pratolini, Pasolini, per quanto riguarda la narrativa.
Uno dei temi più argomentati fu quello della responsabilità dell’Arte nei confronti dei problemi del proprio tempo e di come interpretare i nuovi ambiti della realtà nei confronti dei quali era necessario un approfondimento che evitasse il documentarismo per dare spazio ai valori poetici. Si discuteva di impegno, di engagement, che non doveva essere di tipo politico, bensì “naturale”, come sosteneva Vittorini, difensore accanito della narrativa che, a suo avviso, non era un’arte minore rispetto alla filosofia o alla religione, essendo stata capace di denunciare i delitti del fascismo ed essendosi liberata da ogni forma di asservimento, evitando di proporsi come una forza consolatoria, per essere un mezzo di protezione dalle sofferenze, perché compito dell’arte, diceva, non è quello di occuparsi platonicamente dell’anima né, cristianamente, d’amore, bensì di lavoro, di eguaglianza, di emancipazione.
La nuova figura di intellettuale non può commettere gli stessi errori di quello fascista, sempre asservito al potere, era necessario liberarlo anche dalle pretese del partito Comunista di legarlo alla sua ideologia per non far dire ad Andreotti che fosse a caccia di posti e di stipendi.
C’è da dire, a proposito degli scrittori di matrice cattolica, che essi avevano scelto un altro tipo di militanza, non solo democristiana, perché più attenta ai valori universali dello spirito, magari dettati dalla fede in Dio, tanto da essere accusati di eccessivo pudore, di timidezza e di mancanza di rischio.
Carlo Bo si sforzò di tenere una porta aperta nei confronti di chi la pensava diversamente, sostenendo, però, il primato dello spirito in letteratura. Insomma, cercare il consenso da una parte o dall’altra non giovava, certo, alla narrativa che doveva reinventare artisticamente la realtà, dominandola, per non lasciarsi dominare, magari favorendo quella “confusione di stili” denunziata da Pasolini.
Calvino invitava a distinguere le Opere poetiche da quelle cronachistiche o saggistiche che rendevano il panorama letterario sempre più eterogeneo. Una sistemazione critica cercò di darla Niccolò Gallo, allora curatore editoriale della Mondadori, nel saggio più lungo, contenuto nel volume, nel quale osserva come, in fondo, sia rimasta, nella narrativa del Dopoguerra, una “tentazione decadentista”, quella della narrazione poetica, alla quale andrebbe aggiunto un impegno morale capace di aprirsi alla nuova fase storica che l’Italia stava vivendo, per abbattere il fenomeno dell’incultura del dopoguerra. Gallo passa in rassegna quasi tutti gli autori del tempo, oltre che i “generi” da loro adoperati, auspicando una narrativa che si liberasse dalle forme chiuse per imporre una propria originalità.
Dobbiamo essere grati a Milanini, non solo per la lucida introduzione di carattere storico, ma anche per aver raccolto interventi d’autore, difficilmente reperibili.

Claudio Milanini, “NEOREALISMO”, Edizioni Cue Press 2020, pp. 230, € 32,99.

Ecco infine il “metodo” Mejerchol’d: lavorare, studiare e faticare. E la “biomeccanica”, la distanza critica dal testo

(di Andrea Bisicchia) La prima edizione degli scritti teatrali di V. Mejerchol’d uscì da Feltrinelli nel 1977, benché Editori Riuniti, nel 1962, avesse pubblicato, a cura di Giovanni Cirino, “La rivoluzione teatrale” che conteneva una parte dei suoi scritti. Per i registi degli anni Settanta fu una specie di shock, nel senso che trovarono in lui un modello diverso da quello brechtiano, appannaggio del Piccolo e di Strehler.
Ad appropriarsi della lezione del regista russo, fu, in particolare, il Gruppo della Rocca, con Roberto Guicciardini e con Guido De Monticelli, che avvalendosi della mamma Milly, docente di letteratura russa e traduttrice, poté approfondirne il metodo, mettendo in scena “Il mandato” di Erdman, che Mejerchol’d aveva realizzato nel 1925.
“L’ottobre teatrale, 1918-1939”, esce in una nuova edizione riveduta e corretta, sempre a cura di Fausto Malcovati, con una sua introduzione e con un più ricco apparato iconografico, anche a colore, presso l’Editore Cue Press. Il volume è diviso in due capitoli con tanti sottotitoli: “Mejerchol’d e il suo tempo” e “Mejerchol’d: il suo teatro”. Il lettore, pertanto, si troverà dinanzi a una serie di argomenti che vanno dalla Rivoluzione culturale, che coinvolse tutte le arti e, in particolare, il teatro, affiancato dalla ricerca laboratoriale, dalla pratica della biomeccanica e dalla teorizzazione di una nuova idea di regia, argomenti affrontati durante le conferenze e le lezioni che Mejerchol’d teneva con l’utilizzo esplicativo dei suoi spettacoli, più di quaranta lungo tutto il ventennio.
Il 1918 fu anche l’anno della fucilazione dell’intera famiglia Romanov, e l’inizio di una nuova storia per la Russia. Lenin esortava gli intellettuali a fare in modo che il loro messaggio fosse chiaro, dovendo essere indirizzato al pubblico della Rivoluzione in massima parte analfabeta. I fermenti culturali portarono all’apertura di molti teatri, affiancati da scuole e laboratori, tanto da assistere a una vera e propria proliferazione. Uno dei progetti preferito fu quello del Decentramento, al quale si accompagnò quello del Teatro di Quartiere, entrambi da noi sperimentati durante la rivoluzione sessantottesca. Mejerchol’d fu allievo fedele di Stanislavski che non si stancò di difendere, quando qualcuno metteva in discussione il suo metodo, ritenuto alquanto superato benché con esso il maestro russo si fosse opposto al dilagante naturalismo, divenuto convenzionale e superficiale, nei teatri di Stato.
Mejerchol’d predicava il movimento, il dinamismo, che solo l’attore biomeccanico poteva realizzare sulla scena, dando vita a una forma di straniamento che avrebbe consentito la distanza critica rispetto al testo, anticipando quella del teatro epico di Brecht.
La parte più interessante degli scritti è quella che riguarda il lavoro di regia che, a suo avviso, non si poteva mai improvvisare, essendo fondato sull’approfondimento, sulla preparazione, sullo studio febbrile che concede poco spazio all’improvvisazione, a chi ha la smania di raggiungere un successo immediato e un facile gradimento. Di una cosa Mejerchol’d era certo: che non si possa essere registi di se stessi, perché si concede poco all’interpretazione critica, per raggiungere la quale occorre molto lavoro. Il teatro non si racconta, diceva, si fa con tanta fatica, assumendosene tutte le responsabilità attraverso un periodo abbastanza lungo di preparazione e di maturazione che richiede un “doloroso” processo di analisi. Solo a questo punto, è possibile penetrare il mistero di un classico antico o contemporaneo e afferrare l’inafferrabile.
Consiglio, soprattutto, la lettura a tutti quei giovani che credono di essere registi solo perché mettono in scena un testo.

Vsevolod Mejerchol’d, “L’ottobre teatrale, 1918-1939” – Cue Press 2020 – pp. 496 – € 49,99.

 

Due “ingegneri” della ragione, de Bortoli e Salvatore Rossi. Riflessioni sulla funambolica instabilità dell’edificio Italia

(di Piero Lotito) Immaginiamo di trovarci nella sala più elegante di un fatiscente palazzo nobiliare – l’Italia di oggi – nel mezzo d’una chiassosa festa di compleanno che di festoso, in realtà, ha molto poco, percorsa com’è da velenosi battibecchi, maldicenze, scurrilità e altre sguaiataggini. Immaginiamo inoltre che, al colmo della confusione, due invitati decidano di lasciare l’impossibile compagnia per appartarsi in un lontano salottino e qui finalmente conversare sul destino di quella sala e dell’intero palazzo, più volte colpito da violente scosse di terremoto e mai restaurato, mai messo in sicurezza. Si scambiano, i due, dati tecnici e impressioni, scandagliano errori di costruzione e individuano pecche nell’antica direzione dei lavori, pensano a un piano di recupero, ipotizzano un costo. E alla fine, temendo che lo stesso sovraffollamento di quel giorno possa compromettere la stabilità dell’edificio, concordano il modo migliore di avvertire i festaioli dell’incombente pericolo, sollecitandoli nel contempo a darsi da fare per sventarlo.
Ecco, i due signori che hanno deciso di abbandonare la canea per scambiarsi nella quiete, a tu per tu, considerazioni sullo stato di salute del Palazzo Italia, sono Ferruccio de Bortoli e Salvatore Rossi, esperti “ingegneri” – rimanendo in metafora – e profondi conoscitori delle leggi e dei fenomeni che regolano la statica e la dinamica di quella complessa e anche funambolica costruzione che è il nostro Paese. Ricorrendo a uno strumento antico e insieme moderno come la lettera via mail, interrogandosi e argomentando su temi che spaziano dall’economia alla politica, dal rapporto del nostro Paese con l’Europa all’istruzione, al rispetto dell’ambiente, all’innovazione, alle leggi elettorali, ai difetti e ai pregi degli italiani, hanno via via dipanato una «conversazione patriottica sull’Italia» sfociata nel libro La ragione e il buonsenso (il Mulino).
Sulle prime, si spiega nell’introduzione, si pensava a un lavoro di impianto tradizionale: un libro di un solo autore, un lungo monologo. Poi, l’idea di un impegno a quattro mani: un giornalista come Ferruccio de Bortoli, per due volte direttore del Corriere della Sera, direttore del Sole 24 Ore, amministratore delegato di Rcs Libri e presidente di Flammarion, attualmente presidente di Vidas e della casa editrice Longanesi, e un economista come Salvatore Rossi, già direttore generale della Banca d’Italia, presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, e ora presidente di Tim, autori entrambi di saggi di economia e di politica. Due personalità di diversa estrazione professionale e anche di differente visione delle cose, ma dotate di un comune “metodo” di indagine: la ragione.
«Caro Salvatore…», «Caro Ferruccio…». Non è vero che oggi non ci si scriva più. Abbiamo a disposizione la posta elettronica, che è veloce quasi come il pensiero e permette, ricordano i due autori, «la vivezza del dialogo e la riflessività della scrittura». Così, le due firme si sono scambiate via mail il grosso delle riflessioni sull’Italia e sul suo futuro, ciascuno portando il proprio carico di conoscenza, «con obiettività, senza pregiudizi politici o ideologici: naturalmente nei limiti del possibile, perché gli esseri umani non sono freddi algoritmi, hanno passioni e fedi». E Ferruccio de Bortoli e Salvatore Rossi una fede forte la possiedono, dichiarandosi entrambi, si è detto, «credenti nella ragione».
La ragione e il buonsenso è un saggio “parlato”, potremmo definirlo, introdotto da due capitoli di narrativa, ciascuno dei quali sviluppa un racconto di fantasia – Giovanni e Amalia di de Bortoli e Sebastiano ed Elisa di Rossi – funzionale all’illustrazione dei temi successivamente trattati. Il tono complessivo è appunto del dialogo pacato, dove un interlocutore non soverchia mai l’altro, ma ascolta e poi controbatte nel merito con il linguaggio che gli è proprio, senza pretestuose divagazioni e inopportune libertà. «Caro Salvatore – scrive Ferruccio de Bortoli nelle prime mosse dell’epistolario –, l’economista sei tu. Io da giornalista vorrei proporti…». È il capitolo Decadenza o declino?, che citiamo come esempio della singolarità del volume, dedicato alla questione che meglio caratterizza gli eccessi di autocritica degli italiani, sempre pronti, anche con soddisfazione, a parlar male del proprio Paese. Una peculiarità, sappiamo, osservata con un certo sgomento dagli osservatori stranieri. Ai pensieri sviscerati da Rossi anche evocando questioni demografiche, e comunque riassumibili nell’incapacità italiana di cogliere negli anni ’90 del secolo scorso il cambiamento delle tecnologie dominanti a favore della digitale, Ferruccio de Bortoli risponde ricordando alcune occasioni perdute dalle grandi aziende italiane nella sfida di costruire «grandi gruppi internazionalizzati, globali. E soprattutto italiani». Fra le tante storie di queste sconfitte («Per fortuna ce ne sono molte altre di successo. Sono esempi straordinari: Luxottica, oggi Essilux, Brembo e altri»), si sofferma su quella «significativa, paradigmatica» del nostro principale gruppo industriale, «anche se la Fca – che ha sede legale e fiscale all’estero – oggi non è più italiana. E ancora di più dopo l’intesa con il gruppo francese Psa. Ed è spiacevole. Penso che in un altro paese – la Francia ma non solo – non sarebbe mai successo. Una storia esemplare quella della Fiat. Racchiude glorie e disfatte, ingegno e miopia. E dice molto di una sfida che abbiamo sostanzialmente perduto».
Così, il passo del libro, per l’“atteggiamento” italiano verso l’Unione Europea e viceversa, per la «Babele di falsi confronti» che trascina la politica in «un immenso, ininterrotto, talk show», per il significato di due fondamentali sentimenti quali l’amore e la libertà nella società italiana, per la costante sensazione di equilibrio instabile della posizione economica del Paese, ora dato per ricco e vivace e ora per povero e dimesso, per la chimerica entità che chiamiamo sostenibilità, troppe volte corrispondente a una «parola semivuota». La ragione e il buonsenso invita i lettori ad accomodarsi nell’angolo appartato che dicevamo e a farsi finalmente ascoltatori di prima fila d’un civile confronto sulla gloria e la miseria del nostro Paese, che avrà perso nobiltà, ma potrà pur sempre – se consapevole – recuperare grandezza.

Ferruccio de Bortoli e Salvatore Rossi, “La ragione e il buonsenso. Conversazione patriottica sull’Italia”, il Mulino 2020, pp. 155, € 15.