(di Andrea Bisicchia) – Sulle pagine di questo giornale ci siamo occupati da poco di Stephane Mallarmé, in occasione di una nuova traduzione di “Il pomeriggio del Fauno”, da parte di Carmelo Claudio Pistillo, edito da La Vita Felice.
Oggi ci occupiamo di “L’Esprit Nouveau” di Guillaume Apollinaire, edito da Nino Aragno, un testo-conferenza che il poeta lesse al Teatro Vieux Colombier di Parigi.
Si tratta dei due autori più rappresentati della Francia di fine secolo, due sperimentatori che, però, non rinunciarono all’apporto della tradizione classica, necessaria a loro avviso per fare trionfare la modernità.
Il testo è breve, consta di 26 pagine, ma è preceduto da una lunga introduzione di Giovanni Balducci, che ne è anche il curatore, il quale dapprima introduce il lettore alla vita e alle Opere di Apollinaire, mentre verso la fine esprime il suo giudizio, sostenendo che “L’Esprit Nouveau” possa considerarsi “un serbatoio inesauribile” per capire in che modo la poesia possa attraversare la modernità senza subirla, facendone invece la materia di una nuova espressività.
Dinanzi all’uso smodato di opere del passato che viene fatto attraverso traduzioni e adattamenti alquanto mediocri e semplicistici senza alcun rigore filologico, mi trovo d’accordo con Apollinaire quando sostiene proprio su “L’Esprit Nouveau” la necessità di avvicinare le diverse culture senza cancellarne le differenze.
La Conferenza la scrisse nel 1917, dopo la Prima guerra mondiale, a cui partecipò come interventista ritornando ferito, in essa cercava di spiegare come Parigi avrebbe potuto essere la capitale di questo nuovo spirito, essendo anche la patria del Cubismo e del Surrealismo, movimenti che impose all’attenzione internazionale con degli scritti saggistici.
A dire il vero, Apollinaire ebbe contatti anche col Futurismo, avendo Marinetti pubblicato a Parigi il suo primo Manifesto, solo che del movimento non accettò il “Disordine”, che ritenne persino eccessivo per il nuovo spirito che aveva in mente. Egli detestava il caos benché auspicasse il valore della libertà artistica, oltre che una “opulenza inimmaginabile” per quanto riguarda l’inventiva, inoltre coltivava l’arte della parola estendendola al canto e alla danza, rivendicando, contro il cosmopolitismo, il nazionalismo artistico, tanto da voler convincere i suoi lettori che lo spirito nuovo fosse espressione della nazione francese. Detestava le imitazioni, chi le esercitava doveva essere considerato uno sperimentatore, non disdegnava le onomatopeie, ovvero la ricerca di un linguaggio capace d riprodurre i suoni e i ritmi della vita moderna. Era persino convinto che lo spirito nuovo fosse pieno di insidie e di pericoli, come accadde per le Opere di Jarry che ebbe la capacità di trasferire il “riso dalle regioni inferiori in cui giaceva contorto e offrire al poeta un lirismo del tutto nuovo”. Anche il ridicolo, se si è artisti, lo si può sublimare, ne seppe qualcosa Moliere. In fondo, il sublime appartiene solo ai poeti, anche ai moderni, essendo, i poeti, sempre in cerca di una verità nuova.
La Francia, a suo avviso, è un “seminario” di poeti, in essa nascono come fossero dei “missionari”, con la volontà di domare la “profezia”: “quella cavalla ardente che finora non siamo mai riusciti a dominare”.
Guillaume Apollinaire: “L’ Esprit Nouveau “, Nino Aragno Editore, pp 70. € 12











