Per il Nobel Jon Fosse è difficile riconciliarsi con la vita. Dopo che questa ci ha condannati a soffrire. E a smarrirci

(di Andrea Bisicchia) – L’investitura del Nobel è molto simile all’investitura di un Papa, nel senso che, grazie alla popolarità raggiunta, anche gli scritti, che si tenevano nel cassetto, trovano immediata pubblicazione.
In Italia, Jon Fosse non vantava certo una grande popolarità, si deve a case editrici che hanno scelto di pubblicare solo teatro, sia per quanto riguarda i testi che per quanto riguarda i saggi, la pubblicazione di commedie o drammi, come “Variazioni di morte”, “Sonno”, “Io sono il vento”, editi da Titivillus, o delle sue prime composizioni, come “E non ci separeremo mai”, “Qualcuno verrà”, “Il nome”, edite da Cue Press, a cui dobbiamo anche la pubblicazione dei suoi “Saggi”, dove sono raccolti gli scritti sulla Concezione del dramma, sulla Linea Ibsen-Joyce-Beckett-Bernhard, oltre che sul rapporto tra scrittura e gnosi.
Sempre a Cue Press dobbiamo lo studio di Leif Zern: “Quel buio luminoso. Sulla drammaturgia di Jon Fosse”, con una Premessa di Vanda Monaco Westerstahl che lo inquadra come un autore schivo che, come scritto nella motivazione del Nobel, dava “voce all’indicibile”, o, meglio, a un linguaggio privato che, però, sapeva tradurre in linguaggio universale. Per Leif Zern, a cui dobbiamo anche una monografia su Bergman, il compito del teatro per Fosse è quello di esplorare l’invisibile, l’ignoto, oltre che l’indicibile e, per dimostrarlo, crea dei parallelismi con altri autori, da Xaver Kroetz, da lui definito il “Foucault della scena”, benché i suoi drammi fossero degli studi sull’alienazione e l’esclusione sociale, a Beckett, per i suoi silenzi, a Pinter, per i suoi personaggi anonimi.
Solo che Fosse, a suo avviso, preferisce le categorie di “smarrimento”, di “misticismo che sa di gnosi” che gli permette di alternare l’esplorazione del rapporto tra il limite e l’illimitato, con lo stare sulla soglia ed entrare nella vita.
Per Fosse, siamo tutti sostituibili, essendo diventati delle identità sconosciute, non solo a noi stessi, ma anche agli altri, dato che tutto si muove verso una degradazione o una perdita, tanto che appare difficile riconciliarsi con la vita, dopo che questa ci ha condannato a soffrire e ad essere puniti per colpe reali o immaginarie. Come gli uomini politici non hanno saputo imparare dalla Storia, così gli uomini comuni non hanno saputo imparare dalla Vita.
Molto importante è l’analisi che Zern fa dei testi di Fosse, avendo seguito tutte le messinscene europee, a cominciare da quelle di Ostermaier, per finire a quelle di Patrice Chereau.
Il suo saggio ha inizio con le interpretazioni di “E non ci separeremo mai”, di “Qualcuno verrà”, per continuare con “Il nome”, “Barnet”, “Sogno d’autunno”, opere nelle quali egli ha individuato un tema ricorrente, quello del “trasloco”, nel senso che gli esseri umani sono sempre alla ricerca di luoghi solitari, dove non vogliono attendere nessuno, perché in loro l’attesa non ha alcun valore ontologico.
Altri temi affrontati sono quelli della “precarietà” del vivere come dinanzi a una soglia, con la paura di attraversarla.
Cosa resta, allora? Abbandonarsi al tempo, in attesa che accada qualcosa o che non accada. Forse, la drammaticità dei testi di Fosse nasce proprio da questa incertezza, oppure dalla assenza di alternative, che diventano linfa vitale di tensioni senza conflitti, anzi è proprio la vitalità delle incertezze che crea la tensione scenica, nel senso che i personaggi non sono l’uno contro l’altro, ma uno accanto all’altro, versione diversa da quella dei personaggi pirandelliani, nel “Giuoco delle parti”, quando Leone Gala rimprovera la moglie per non essergli mai stata accanto, ma sempre contro.
Mentre stiamo scrivendo, a Torino ha debuttato “La ragazza sul divano”, pubblicato da Einaudi, dopo una prima pubblicazione fatta da Editoria & Spettacolo, con la regia di Valerio Binasco, con un cast d’eccezione, che si potrà vedere successivamente al Piccolo Teatro Strehler.
Binasco è certamente il principale interprete di Fosse, avendo messo in scena “E la notte canta”, “Un giorno d’estate” “Sonno” e “Sogno d’autunno”. La storia di “La ragazza sul divano” è quella di una pittrice che dipinge una giovane che forse è sempre se stessa.

Leif  Zern, “Quel buio luminoso. Sulla drammaturgia di Ion Fosse” – Cue Press 2023, pp. 92. € 22,99

I critici di teatro? Pochi ma più liberi. Una raccolta di saggi, recensioni e riflessioni di Edoardo Fadini dal 1965 al 2006

(di Andrea Bisicchia) Non c’ è dubbio che, per chi scrive per un giornale, debba rispondere alla ideologia del proprietario, e non c’è dubbio che, quando si è intervistati da una testata, di destra o di sinistra, bisogna, in parte, concedere qualcosa in cambio, per dare un senso di parte al titolo dell’articolo.
Per quanto riguarda la figura del critico, si può dire che egli subisca di meno il rapporto di subalternità, specie oggi, visto che i direttori dei giornaloni si interessano, soprattutto, di confezionare la prima pagina, poco interessandosi delle altre che non leggono neanche.
Questo atteggiamento permette, ai pochi critici rimasti, di sentirsi più liberi e di non accettare nessuna “velina”.
Simili considerazioni mi sono venute in mente leggendo il libro dedicato a Edoardo Fadini (1928-2013): “SCRITTI SUL TEATRO. INTERVENTI, RECENSIONI, SAGGI”, a cura di Armando Petrini e Giulia Pititu, edito da Cue Press 2023. Il volume raccoglie molte delle sue recensioni, apparse su L’Unità dal 1965 al 1969, su “Rinascita” dal 1966 al 1975, sul Trimestrale “Teatro”, di cui era direttore insieme a Bartolucci e Capriolo, su “Sipario” 1968-76 e sulla Rivista “Fuori campo” 1972, ai quali vanno aggiunti dei saggi che lo hanno impegnato nel periodo che va da 1987 al 2006. Come è possibile intuire, dalle date, Fadini ha molto contribuito a chiarire certe situazioni assunte dal teatro italiano dal 1968 in poi, gli anni della rivoluzione culturale, fino all’inizio del terzo millennio, e lo ha fatto con una serie di strumenti diversi, avvalendosi, in molti casi, della recensione, per poter fare delle considerazioni di carattere saggistico. I suoi presupposti teorici sono da ricercare negli autori, di scuola francese, da lui letti, come Blanchot, Barthes, Foucault, Lacan, Derrida, ai quali, un po’ tutti, ci siamo abbeverati, dato che aprirono un ampio dibattito sul linguaggio e sulla scrittura, oltre che sul ruolo della parola.
Vengono in mente: “Lo spazio letterario” (1955) di Blanchot, il cui cammino saggistico, si concluderà con “La scrittura del disastro” (1980), libri fondamentali per cercare di dare delle risposte a ciò che accadeva, non soltanto, nell’ambito della letteratura, ma anche del teatro. Nel 1968, il teatro viveva una stagione di ripensamenti, di protesta contro le Istituzioni teatrali, diventate elefantiache, contribuendo a quel “disastro”, di cui parlava Blanchot, con le sue accuse contro le ideologie, ma anche con la convinzione di quanto fosse difficile salvare una umanità allo sbando, per la quale non basta la scrittura.
Fadini parte proprio da qui, dal rapporto tra scrittura letteraria, quella che veniva utilizzata dai Teatri Stabili e scrittura scenica, quella utilizzata dai gruppi emergenti, dopo il Convegno di Ivrea, a cui egli dedica un saggio illuminante. Il volume parte da una specie di “Anno zero”, che, per quanto riguarda gli Stabili, coincideva con le dimissioni di De Bosio a Torino, e di Strehler a Milano, dove, nel frattempo, nascevano nuove realtà come il Pier Lombardo e il CRT e dove Dario Fo iniziava la sua nuova avventura con “La Comune”, per arrivare al periodo del Decentramento, quello vero, e non “quello spostato in luoghi più o meno poveri”, che aveva cambiato i rapporti tra scena e platea, tra testo scritto e testo agito.
Fadini non ha peli sulla lingua quando c’è da schierarsi anche contro Strehler, magari per evidenziare il lavoro di Mario Ricci, di Carmelo Bene (benché non fosse amato dal PC), di De Berardinis, di Quartucci, indicando metodi di lettura che non dovevano limitarsi a “vedere” cosa accadesse sulla scena, ma a capire quali emozioni essa fosse capace di suscitare, essendo, per lui, la scrittura una “ forma di esistenza”. Per questo motivo, egli si schierò contro il vecchio concetto di regia, preferendo un nuovo approccio performativo al palcoscenico, motivo per il quale concepì il teatro come “evento”, persino politico, e non solo come espressione estetica. Riteneva necessario prima capire e, quindi, “decifrare” tale scrittura, ed esortava, nello stesso tempo, a intendere il concetto di “mutamento”, lo stesso che Sisto Dalla Palma aveva suggerito nel suo volume “Teatro dei mutamenti”. C’era bisogno, secondo lui, che il teatro si autodistruggesse per rinascere, attraverso una nuova carica “sensoria”, da contrapporre alla ricerca dei significati.

Edoardo Fadini, “SCRITTI SUL TEATRO: INTERVENTI, RECENSIONI, SAGGI”, Edito da Cue Press 2023, pp. 410, € 39,99

La vita non può essere separata dal pensiero: il solo capace di dare ordine al disordine. E di dare un senso alle assurdità

(di Andrea Bisicchia) Leggere le riflessioni di Edgar Morin sulle scienze umane, sul rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica, tra democrazia e socialismo e, ancora, sulla missione dell’intellettuale, oggi, è una vera e propria gioia, sia per la semplicità della sua esposizione sia per la profondità del pensiero.
Ma c’è qualcosa in più che Morin sembra volerci trasmettere, ovvero che si possono superare i cent’anni di vita, solamente se si continua a studiare, perché lo studio rende non soltanto la vita, ma anche la mente, sempre attiva.
Nella sua ultima raccolta di testi personali, politici, sociologici, filosofici, letterari, edita da Cortina, “Ancora un momento”, l’autore condensa il suo enorme sapere per interrogarsi sulla complessità della vita di cui lui stesso continua a meravigliarsi, dato che le chiede “ancora un momento”, per continuare ad osservarla e a stupirsi.
Stupirsi di che cosa?
Di ciò che accade nel mondo, dei prodigi che lo attraversano, ma anche delle ascese e cadute e soprattutto del potere della conoscenza, delle sue aporie, delle difficoltà, in particolare, quando si cerca di fermare il tempo e di continuare a chiederle “ancora un momento”.
Lo stupore di Morin non consiste soltanto nell’essere vivo a centouno anni, ma di essere cosciente, di avere ancora un buon rapporto con le scienze sociali e filosofiche e, in particolar modo, col pensiero, quello che va sempre in cerca delle profondità, convinto com’è che la vita non possa essere separata dal pensiero, il solo capace di dare ordine al disordine, di rendere semplice la complessità di sapere miscelare l’assurdità della vita con gli errori che possono essere generati.
L’errore, sostiene Morin, è un rischio costante della conoscenza, spetta all’intellettuale vigilare per correggerlo, essendo, l’errore, relativo, come la verità. Infatti, come non esiste una verità assoluta, alla stessa maniera non esiste un errore assoluto. La lotta all’errore, per Morin, “Comporta lo studio attento delle diverse informazioni e dei documenti contraddittori”. Ciò non vuol dire verificare i fatti, bensì rispettarne la complessità e identificarli, evitando l’isteria e l’indignazione e di trasformare il confronto in una sterile battaglia, in cui non si vogliono accogliere le idee contrarie senza deformarle, cosa che accade, tutti i giorni, soprattutto in politica, capace di utilizzare non la cultura dei libri, ma la cultura dei media, che dispone di pochi mezzi di riflessione, dando adito a una nuova barbarie, oltre che alla degradazione del vivere sociale, contro la quale dovrebbe erigersi proprio l’intellettuale e, magari, darsi una missione, come faceva una volta, quando ricorreva all’uso della coscienza, ritenendola una conoscenza che riflette su se stessa, che si alimenta di informazioni, di comunicazioni, di scambi di idee, mentre la coscienza si alimenta soltanto con le attività cognitive.
A questo punto, Morin tira in ballo gli studi umanistici, che non considera, certo, un lusso intellettuale.
Molto critico il suo saggio sul pensiero socialista, ormai a suo avviso in rovina, essendo privo delle basi cognitive necessarie per elaborare una forte ideologia e progettare un progresso per l’umanità, in grado di controbattere lo sviluppo tecno-economico, tecno-burocratico e tecno-scientifico.

“ANCORA UN MOMENTO” di Edgar Morin, Cortina Editore 2024, pp.156, € 14

Quando la scienza diventa poesia. E così Piero Lotito, dopo 5000 anni, fa rivivere l’uomo di ghiaccio trovato nel 1991

(di Paolo A. Paganini) Conosco la campagna perché, da bambino, ci andavo in vacanza, d’estate, con mia mamma, più di cinquant’anni fa. Quindi la conosco solo per modo di dire. Mio padre non aveva nemmeno questo privilegio. Lui amava la città, solo la città. Da bravo giornalista di cronaca, la sua vita stazionava tra caffè, Carabinieri e Tribunale. Basta.
Quindi grande è stata la mia sorpresa, quando scopersi, in Piero Lotito, giornalista e scrittore, non solo le conoscenze agresti e pastorali, ma anche un amore e un afflato poetico – non per sentito dire – ma vissuto da giovanissimo, in campagna, nella sua bella e numerosa famiglia, tra allevamenti di amatissimi cavalli e oche e caprette.
Conservare quei lontani momenti di fanciullesca libertà lo rende tuttora gioiosamente ispirato (v. il suo libro di giovanili ricordi anni Cinquanta, “Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin” – Edizioni Aires, 2022).
Ora, la sua bucolica passione per cavalli e animali da cortile l’ha spinto a un amatissimo salto di “soli” cinquemila anni fa, trasferendo il suo vissuto e il suo amore per la natura in un villaggio alpigiano altoatesino, dove, tra boschi, alte cime e prati innevati, nel 1991 è stato trovato, conservato nei ghiacci, “l’uomo di Similaun”, comunemente conosciuto come “Ötzi”, e divenuto, per appassionati e studiosi, una fonte inesauribile di informazioni su com’era la vita in quell’epoca primordiale.
Ora, Piero Lotito, nel romanzo “Di freccia e di gelo”, Mondadori 2024 (pp. 196, € 19), su quelle “inesauribili informazioni” scientifiche ha innestato i suoi preziosi e personali ricordi, adattandoli e ravvivandoli, né da storico né da scienziato, ma in un raffinato gioco di fantasia, che ha stupendamente il sapore della realtà. E della verità.
Da romanziere e cronista, Lotito illumina quell’immaginata cronaca plurisecolare con un inesauribile piacere di farla rivivere romanzandola.
Ed ecco dunque Ötzi, giovane cacciatore insieme con l’amato e burbero papà, a caccia di cervi, stambecchi e caprioli, mentre la mamma, nel recinto domestico, accudiva gli animali da cortile, trattava le pelli, dopo aver scuoiato capre e animali di caccia. E raccoglieva radici ed erbe medicinali e saporiti arbusti per profumati minestroni.
Ötzi imparò presto che la vita era da conquistare e la morte da accettare. Ma anche la vita era da accettare.
Dopo la tragica scomparsa del padre, dovette industriarsi per provvedere al sostentamento della famigliola. Ötzi era abile nell’adattarsi alla vita e alla vita pratica. Per esempio, un arco perfetto. Ötzi – impariamo anche noi qualcosa – lavorando con una selce affilata, ripulì e adattò un giovane ramo strappato dall’”albero della morte”, così chiamato a causa dei tossici veleni dei suoi frutti e delle sue intoccabili linfe.
Di capitolo in capitolo (che sono ben 27) scopriamo la vita di Ötzi, le esperienze, le avventure, le disgrazie, le imprudenze, gli incidenti.
E l’amicizia, l’amore e il sesso: anch’essi illuminata esemplarità di eterni valori, ieri come oggi. Ma anche la solitudine, dopo la morte anche della mamma.
Non solo i valori “buoni” accompagnavano le sue giornate di cacciatore ormai a tempo pieno, in quel suo villaggio di pastori e contadini. Doveva fare i conti anche con la loro ostilità, l’invidia, la diffidenza. E con i vecchi amici, ora anche sposi e padri, che gli avevano girate le spalle, ma che, per l’antico affetto, gli consigliavano di lasciare il villaggio…
Sì, quel povero corpo di fragili ossa e pelle incartapecorita, scoperto nel 1991, e conservato in un museo di Bolzano, in un sarcofago di ghiaccio e gelo, senza i quali diverrebbe soltanto fango, il suo scheletro sa ancora rivelare i muscoli, i nervi e le vene, ed è stato studiato, minuziosamente analizzato da scienziati e ricercatori. Si sa che è morto a 46 anni, che era alto un metro e cinquantasei centimetri, ma della sua vita, dei suoi sentimenti, delle sue abitudini non si sa niente. Ha provveduto Lotito, creando un mondo parallelo alla scienza, quello della fantasia, complementare ma non antagonista. Non vuole competere con il rigore di macchine di precisione e calcoli matematici. Sapiente e interessante uno, commovente ed entusiasmante l’altro. Soprattutto per servirsi della scienza e tramutarla – perché no? – in poesia.