Luoghi santi e musei come terapie di sopravvivenza contro disagi sociali, impotenza, depressioni, perdita di sicurezze

(di Andrea Bisicchia) La psicologia è una scienza che, nel tempo, si è aperta a contributi di genere diverso che riguardano, in particolare, le risorse umane analizzate in rapporto col mondo del lavoro e con quelli dell’ambiente, dell’habitat, della biodiversità, della frammentazione sociale e, persino, di quella abitativa. In un momento in cui le scienze economiche sembrano essere diventate le linee guida, a scapito di quelle umanistiche, si sono moltiplicate le depressioni, le fonti del malessere sociale, i disagi dovuti all’impotenza nel progettare degli argini, tanto che si avverte la necessità di trovare nuovi rimedi o delle cure particolari.
Paolo Inghilleri, professore ordinario di Psicologia sociale, presso l’università di Milano, in un suo recentissimo libro, pubblicato da Cortina, “I luoghi che curano”, ha cercato di spiegare le cause di questo malessere diffuso in maniera esponenziale e, nello stesso tempo, ha indicato alcuni tentativi di cura che potrebbero trasformarsi in vere e proprie terapie di sopravvivenza.
Inghilleri dilata le sue ricerche in campi diversi che coinvolgono la natura, gli oggetti, i paesaggi, oltre che le costruzioni architettoniche. Il disagio della nostra civiltà è dovuto, secondo lo studioso, allo scontro tra i nostri desideri e la legge che dovrebbe consentirci di realizzarli. C’è da dire che il disagio della civiltà è un noto libro, nel quale Freud spiegava come ogni forma di civiltà rendesse impossibile, al singolo, di essere felice, proprio perché qualsiasi civiltà, parzialmente depressa, può dare sicurezza, ma non certo felicità. Inghilleri non è d’accordo col Maestro perché, a suo avviso, le regole sociali possono essere propedeutiche a una condizione di vita sopportabile, dove è possibile vivere momenti di felicità, grazie anche all’utilizzo della resilienza, termine molto abusato, che, proprio in psicologia, va ritenuta la capacità dell’individuo di adattarsi, in maniera positiva, a una condizione traumatica.
Per inghilleri esistono dei luoghi che curano come: santuari, templi, musei, luoghi santi che propriziano il meccanismo dello star bene grazie all’efficacia terapeutica del rito, ma esistono anche oggetti che curano, essendo, spesso, tramiti con gli spiriti che possono essere di aiuto al paziente, visto che, sugli oggetti, si depositano le nostre memorie e, quindi, i nostri processi mentali che ci mettono in relazione col nostro passato e con coloro che fanno parte di questo passato.
In psicologia, sostiene Inghilleri, la mente e l’inconscio: “non sono attivi solo grazie al funzionamento del cervello e della psiche, ma anche e, soprattutto, grazie alle relazioni con gli altri”, sono queste che ci fanno provare delle emozioni, relazioni che si verificano nei luoghi che creiamo e pratichiamo, essendo, la piacevolezza ambientale, fonte di emozioni positive, piacevolezza che puo esserci offerta da architetti come Renzo Piano, Stefano Boeri o Alejandro Aravena, citati dall’autore, o che possiamo crearci noi stessi quando cerchiamo di adattare il nostro alloggio, grande o piccolo, al nostro modo di essere felici, perché ci fa sentire in equlilibrio con noi stessi e col mondo esterno, come a dimostrare che il benessere sociale possa intersecarsi col benessere psicologico e procurare degli effetti benefici.

Paolo Inghilleri, “I luoghi che curano”, Cortina Editore 2021, pp. 160, € 17www.raffaellocortina.it

Il prezioso privilegio delle riviste online. Contro la dittatura della carta. La libertà di approfondire senza limiti di spazio

(di Andrea Bisicchia) Massimo Marino è un critico e saggista che collabora col Corriere della Sera, edizione di Bologna, già autore di un manuale teatrale, edito da Carocci: “Lo sguardo che racconta”, che è una vera e propria analisi del ruolo del critico teatrale e delle sue trasformazioni, essendo egli stato testimone di quella transizione epocale che, dal teatro di regia, quando veniva giudicato il testo e la sua trasformazione scenica in una sorta di seconda creazione artistica, si è passati a quello performativo, per il quale, il testo conta ben poco, essendo stato sostituito dalla fisicità del performer.
Marino è un critico militante che non esaurisce il suo lavoro nella presentazione o recensione di uno spettacolo, avendo svolto anche attività laboratoriale presso il Centro Interfacoltà di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, ha pertanto integrato la sua attività pratica con una teorica, di cui risentono i suoi scritti, sempre meditati e, in certi casi, con un andamento saggistico. Basterebbe leggere i testi raccolti nel volume Ebook: “Il teatro indistruttibile” edito da Doppiozero, la rivista online su cui non ha limiti di spazio per le sue recensioni, per conoscere il suo metodo critico. Il teatro, oggi, deve molto a giornali online, che, al contrario di quelli cartacei, dove lo spazio della critica è stato ridotto a trenta righe, una volta alla settimana, si possono recensire spettacoli come una volta, quando sui quotidiani venivano offerti al critico due lunghe colonne. “Doppiozero”, “Tuttoteatro”, “A teatro”, “Lo Spettacoliere” offrono al lettore la possibilità di approfondire l’analisi di una messinscena e, quindi, di restituire, alla critica, la sua dignità, la sua funzione che non è quella di ritenersi un simulacro.
“Questo fantasma” è il titolo del volume edito da Titivillus, nel 2010, di Andrea Porcheddu e Roberta Ferraresi, da ritenere un altro tentativo, insieme a quello di Marino, di riflettere sullo stato della critica, dopo aver subito il tradimento dei direttori dei grandi quotidiani, quasi insofferenti alla stessa funzione del critico, senza avvedersi che i giornali sono comprati da persone che vogliono confrontarsi con i pareri autorevoli di chi svolge quella professione e, magari, capire quali siano i codici linguistici per accedere all’analisi di una rappresentazione.
Il volume è suddiviso in capitoli che hanno, come argomento, le “Cronache”, dove si possono leggere pagine dedicate a spettacoli come “Aldo Moro” di Daniele Timpano, “L’Amleto” di Punta Corsara, le realizzazioni del CollettivO CineticO, di cui Marino esalta la geometria e la poesia, le sgrammatiche antologie di Kitsche, di Ricci/Forte e di Filippo Timi, il teatro di Scimone-Sframeli, di Alessandro Berti, quello poetico di Fabrizio Sinisi; poi ci sono le “Questioni” riguardanti il Teatro Valle occupato, il problema della censura, dello streaming, al tempo del covid, che l’autore ritiene da utilizzare come un documento e non certo come teatro. Non mancano i ritratti dedicati a Romeo Castellucci, Massimiliano Civica, Lucia Calamaro, Chiara Guidi, Deflorian-Tagliavini, Armando Punzo, Antonio Latella, Enzo Moscato, Giuliano Scabia, Toni Servillo, Rimini Protokoll e, infine, “Memorie” riguardanti Brecht, Fellini, Bernhard, Living, Ronconi, Fo, Ganz, Taviani, Bobò.
Si tratta di un materiale di prima mano, utile da consultare, perché ripercorre la recente storia di un teatro in cerca di una sua nuova definizione, la stessa che non si riesce più a trovare nemmeno nei Festival storici, come quello di Primavera dei Teatri, o di Sant’Arcangelo, di cui Marino è stato direttore.
Insomma, ci si trova dinnanzi a un modo di guardare il teatro per svelarne le fragilità, ma anche la necessità, pagine intense e lunghe, soprattutto, che intrecciano conoscenze, ricordi, competenze, domande su che cosa sia il teatro oggi, su che cosa dobbiamo chiedergli, sul modo diverso di guardarloPerché, allora, il teatro è indistruttibile? Perché è “un controveleno a quella semplicità, a quella velocità, a quella semplificazione che ci sta portando all’esaurimento, alla violenza, all’egoismo, al culto di stare chiusi nei propri gusci”. È come un invito a liberarci dal male, e così sia.

Massimo Marino, «Il teatro è indistruttibile. Otto anni in scena su “doppiozero”» – Ebook gratuito per festeggiare i dieci anni di: www.doppiozero.com

Imparò dalla farsa. Ma poi Totò costruì un genere tutto suo, fatto di sketch, brevi battute e una mimica burattinesca

(di Andrea Bisicchia) Goffredo Fofi è uno dei maggiori studiosi di Totò (1896- 1967), ne ha vissuto il mito, non solo quello dell’interprete, ma anche quello del poeta e dello scrittore, perché, come tutti i geni, anche Totò scelse di scrivere i testi che recitava durante gli avanspettacoli e che nascevano dal contatto diretto con la vita di tutti i giorni; aveva scelto, come genere, lo sketch che, nella categoria del comico, appartiene alla scala più bassa, perché la più popolare e, per il suo contenuto leggero, spesso improvvisato, costruito, soprattutto, su “soggetti” inventati dall’attore. Lo si usava nel cabaret, al Circo e, in particolare, nell’avanspettacolo, col compito di unire i vari “numeri” della rivista, una specie di intermezzo che lo si poteva alternare con un monologo o con un balletto.
Il teatro di fine Ottocento, proprio per la sua capacità di trasformare una materia consolidata, come quella delle farsa, utilizzava, spesso, lo sketch, concepito come un prodotto che si faceva notare per la sua immediatezza, simultaneità e dinamismo che non dispiaceva ai Futuristi.
La tradizione napoletana dei Petito e degli Scarpetta, ripresa dai De Filippo, prediligeva il genere farsesco, che divenne una vera e propria scuola per Totò, il quale lo utilizzava, essiccandolo, riducendolo a poche battute che si avvalevano, però, del suo un supporto mimico.
Goffredo Fofi ha raccolto tutti i testi scritti da Totò tra il 1932 e il 1946, nel volume pubblicato da Cue Press, offrendo al lettore un vero e proprio arsenale o laboratorio che fa ben capire da dove nascesse un tipo di comicità epigrammatica, costruita su intuizioni straordinarie che si avvalevano di un interprete eccezionale che, in parecchie occasioni, aveva al suo fianco, attrici come Anna Magnani e Isa Barzizza.
Nella introduzione, Fofi ne dà una lettura di natura sociologica, dato che, a suo avviso, i testi e la maschera di Totò avevano il compito di “scardinare l’ambiente borghese” e, a volte, anche quello politico, tanto che la censura fascista interveniva con continui tagli, riportati, da Fofi, nelle note. È chiaro che lo sketch, in generale, si fonda sulla gestualità, sulla deformazione, sullo storpiamento delle parole, sulla ripetitività di rime baciate, trasformate anche in ritornelli. Eppure si tratta di una comicità che nasce dalle frustazioni dovute alla miseria, alla fame, alle conseguenti vigliaccherie per sopravvivere, Totò diceva: “Io so a memoria la miseria, è il mio copione. Non si può essere attori comici senza aver fatto la guerra con la vita”.
Negli anni Trenta, la situazione economica non era certo prospera, molta gente moriva di fame, la medesima che Totò rendeva protagonista dei suoi sketch, ricorrendo, per evitare la censura, a situazioni paradossali o surreali, oppure all’azione marionettistica e burattinesca, con quel tanto di meccanicità, teorizzata da Bergson nel suo noto saggio: “Il riso” (1900).
Sandro De Feo scrisse, a proposito di Totò, che era “l’equivalente, nel suo campo, delle figure di Picasso o della musica dodecafonica”. Basterebbe leggere sketch come “La scampagnata”, per capire quali fossero le origini della sua comicità, costruita, appunto, sulla fame, sulla furbizia, intesa come sopravvivenza, o sarebbe sufficiente leggere: “Nel separé”, che ha come argomento l’amore clandestino, reso impossibile dalla povertà degli amanti. Non mancano gli sketch costruiti sul travestimento, con Totò nelle sembianze di un bambino o di un manichino per evitare la collera dei mariti traditi, nei quali faceva prevalere le sue qualità mimiche, travestimento che troviamo ancora nello sketch della “Cameriera”. Più ricchi sono gli sketch scritti negli anni Quaranta, come “L’Orlando curioso”, “Il figlio di Iorio”, “Salomé”, che riprendono storie abbastanza note, rese ridicole dalla destrutturazione comica. Il più noto è lo sketch, “L’onorevole in vagone letto”, conosciuto dal grande pubblico dei suoi film, un pubblico che amava, tanto da dire a un interlocutore: “Vedrai che il pubblico, alla fine, ci vorrà bene, perché gli faremo patire un sacco di risate”.

Goffredo Fofi, “Il teatro di Totò, 1932-1946” – Cue Press 2020, pp. 270, € 34,99.
www.cuepress.com

 

Sciascia. Testi inediti, polemiche, scritti di cinema. E Mafia, mala giustizia. E donne impavide che seppero puntare il dito

(di Andrea Bisicchia) Sin dalla discesa in campo, come scrittore, Sciascia non ha mai nascosto i suoi molteplici interessi, sia artistici che politici. Quelli artistici spaziavano dalla letteratura al teatro, al cinema, quelli politici nell’area moderata di sinistra o in quella di Pannella e del suo movimentismo.
Paolo Squillacioti ha curato, per Adelphi, un volume: “Questo non è un racconto”, che raccoglie testi inediti o sperduti, che hanno un filo conduttore proprio col cinema, arricchendoli con provvidenziali “note al testo” che mettono il lettore nelle condizioni di conoscere le date e le occasioni in cui quei testi furono scritti, ai quali il curatore ha cercato di dare una logica e, quindi, un ordine, oltre che una certa differenziazione. Trattandosi, in alcuni casi, di veri e propri documenti, dimostrano l’infatuazione giovanile di Sciascia per il cinema quando, addirittura, pensava di voler fare lo sceneggiatore di professione.
Il volume si apre con tre sceneggiature scritte per Lizzani (1968), per la Wertmuller (1968), per Sergio Leone (1972), dopo il successo di “A ciascuno il suo” (1967), regia Elio Petri e contemporaneamente a “Il giorno della civetta” (1968), regia Damiano Damiani. Gli argomenti trattati in questi tre inediti riguardano episodi di mafia, di mala giustizia, di aule giudiziarie, di donne coraggiose che non hanno avuto paura di indicare, tra gli imputati, chi siano stati i veri assassini.
C’è da dire che in quella scritta per la Wertmuller si sente l’ombra di Pirandello, poiché si tratta di un fatto eclatante che ha per protagonista una testimone che non potrà dire la verità a cui ha assistito di nascosto, perché, nel caso la dovesse dire, dovrebbe accettare di passare per pazza, anche per evitare brutte conseguenze per la propria famiglia.
La sceneggiatura per Sergio Leone sembra più quella di un western, con tanti morti ammazzati che, in fondo, rispecchierebbe le esigenze del mercato cinematografico degli anni Settanta.
Il volume contiene anche recensioni di libri che argomentano temi come l’erotismo nel cinema o che raccolgono, nella collana dell’editore Cappelli, in forma monografica, film come “Senso” di Visconti, “Il tetto” di De Sica, “La tempesta” di Lattuada, “La dolce vita” di Fellini etc.
Polemiche sono le sue osservazioni critiche sull’uso che viene fatto della Sicilia da parte di certi registi che non ne conoscono la storia e la cultura, prendendo la Sicilia come pretesto per creare delle situazioni paradossali su temi come il delitto d’onore che, in Italia, aveva aperto un dibattito politico e sociale, al contrario dei film di Germi come “Le svergognate”, “Divorzio all’italiana”, “Sedotta e abbandonata”, dei quali, salva soltanto il secondo. È l’immagine di una Sicilia falsa, come quella di Cimino, regista del “Siciliano”, storia del bandito Giuliano, raccontata con tutti gli stereotipi legati all’isola in cui quei fatti tragici ebbero a realizzarsi.
Importanti le sue analisi sul concetto di comicità, quella meccanica di Charlot, di Keaton, di Ridolini, attori che rispecchiavano l’idea di Bergson, da lui citato, riguardante il comico, che consisterebbe nei gesti, negli atteggiamenti, nei movimenti che si contraddistinguono per un certo meccanismo e un particolare automatismo. Rispetto a loro, osserva Sciascia, la comicità di Musco, ha qualcosa di naturale che la distingue dalla comicità bassa della farsa, per assurgere a una comicità alta, il cui “riso di natura” va distinto da quello della rappresentazione esteriore.
Quando si arriva agli anni Ottanta, Sciascia dichiara di annoiarsi col cinema, essendosi il suo entusiasmo degli anni Sessanta trasformato in pura noia, dato che il cinema, a suo avviso, non riusciva più a lasciare traccia di sé.
Non mancano altre pagine polemiche riguardanti film tratti dai suoi romanzi come: “Cadaveri eccellenti” o “Todo modo” che vennero attaccati da alcuni critici perché dicevano essere infedeli rispetto agli originali. Sciascia ha sempre sostenuto che i film appartengono ai registi che li hanno realizzati, alla loro scrittura, a patto che siano rimasti fedeli all’idea da cui sono nati i romanzi.

Leonardo Sciascia, “Questo non è un racconto” – Ed. Adelphi 2021, pp. 166, € 13.