Tutto finisce, solo un perenne cambiamento dura, grazie al lavoro dello spirito, e anteponendo la politica all’economia

(di Andrea Bisicchia) Prima della nascita di un mondo altamente tecnologizzato, la visione che ne avevamo, corrispondeva a quella del Kosmos greco e del “seculum” cristiano. Poi, con l’illuminismo, arrivò la grande trasformazione per dimostrarci che, quel che veramente dura, sia il perenne cambiamento, che, a sua volta, dovrà essere opera di un “lavoro assolutamente libero”, che Cacciari definisce “spirituale” nel suo nuovo libro, “Il lavoro dello spirito”, edito da Adelphi, essendo, tale lavoro, a suo avviso, l’unico possibile, in “creativo”, solo che tale funzione si è dissolta nella forma capitalista della produzione e della meccanizzazione, sempre attenta a costruire “gabbie d’acciaio “, con la volontà di imprigionarlo.
Scrive Cacciari: “Il Prometeo liberato dalla rivoluzione, viene incatenato in un’altra rivoluzione, quella economica che vorrebbe essere permanente, perché fondata su una produttività illimitata e sull’ accumulo di denaro dal denaro”, tutto questo è conseguenza del capitale finanziario inventore di un nuovo “spirito”, appartenente al sistema dello “Stato commerciale”, che ha inglobato in sé lo “Stato politico”, decretando la fine della società borghese.
Per arginare questo primato, è necessario, secondo Cacciari il “lavoro dello spirito” che sia, però, controllato dall’Autorità politica.
Su questo tema, Cacciari si confronta con Max Weber, facendo riferimento a una sua lezione del 1919: “Il lavoro dello spirito come professione”, dove l’illustre sociologo rivendicava tale Auctoritas in un mondo già dominato dal potere economico, generatore di disuguaglianze, poiché si era assunto il compito di dettare nuove gerarchie di valore, per poter creare un sistema di valori diverso da cui ci si può salvare solo se tale sistema riuscirà a “farsi politico”, col compito di gestire, a sua volta, il processo di produzione e accumulazione della ricchezza.
Fatte queste considerazioni, in un momento in cui la società borghese era riuscita ad arricchirsi, è necessario capire in che modo tale problema si presenti oggi in tutta la sua drammaticità, onde rivalutare il potere della politica che possa fare intendere, alla potenza economica, in che modo, in essa, scienza e tecnica non possano armonizzarsi. Solo così la potenza della politica potrebbe agevolare il lavoro dello spirito, con la consapevolezza che lavoro politico e lavoro dello spirito possano presentarsi come forme egemoni a supporto del lavoro moderno. Si tratterebbe di una specie di katekon col compito di frenare l’assalto del potere finanziario, insomma, una specie di Anticristo che potrà essere sconfitto col ricorso a quella che Schmitt definiva: “teologia politica”, la sola che dovrebbe appartenere al politico di professione che sia, però, capace di porsi in analogia col lavoro intellettuale e scientifico e che sappia mettere in pratica l’etica della responsabilità.
Già Max Weber auspicava le qualità specifiche del politico, convinto che non si possa governare se si è inadeguati, se non si sanno prendere delle decisioni, magari accorciando le distanze tra governanti e governati e se non si conosce la vera arte dell’agire politico. Weber segnalava, già all’inizio del Novecento, la necessità dei valori ideali e delle mete che debbano trascendere il puro scopo funzionale e materiale delle scelte da fare in politica, se si vuol venire incontro ai bisogni dei cittadini.

Massimo Cacciari, “Il lavoro dello spirito” – Adelphi Edizioni 2020 – pp. 120 – € 13.

L’umorismo teologico? Sì. Ma non facciamo confusione fra religioni monoteiste e politeiste. E attenzione al fanatismo

(di Andrea Bisicchia) La comicità è una cosa seria, specie quando si esprime attraverso l’umorismo, che la rende addirittura tragica. Nel volume di Maurizio Bettini, Massimo Raveri, Francesco Remotti, un antichista, uno storico delle religioni dell’Asia orientale, un antropologo: “Ridere degli dei, ridere con gli dei”, edito da Il Mulino, la comicità può assumere un valore drammatico nel momento in cui la si ricerca all’interno delle religioni, soprattutto, in quelle monoteiste, come è stato dimostrato dal recente attentato a Charlie Hebdo.
Gli autori si chiedono quale sia il rapporto tra gli esseri umani e le divinità, sia occidentali che orientali, oltre che con le religioni e le loro gerarchie. Noi sappiamo, attraverso Agostino, che il cristianesimo aveva bandito ogni forma di comicità applicata alla teologia e, con lui, si mostrarono d’accordo gli islamici, mentre gli ebrei accettavano l’ironia e il motto di spirito, come ci ha insegnato Sigmund Freud.
Base di partenza, per gli autori, sono le religioni antiche, quelle che definiscono “senza nome” e che non si oppongono ad altre religioni. Di solito vengono chiamate religioni pagane, che si caratterizzano per i loro racconti mitici, e, allora, come accostarsi a questi racconti? Come ricercare nelle loro trame, sempre aggrovigliate, oltre che nei loro personaggi, delle strutture mentali o concettuali?
C’è chi sostiene, come Pierre Clastres, allievo di Levi-Strauss che “se si vuol preservare, integralmente, la verità dei miti, non bisogna sottovalutare la portata del riso che essi provocano”. In una messinscena delle “Baccanti”, con la regia di Ronconi, al Teatro Greco di Siracusa, durante lo spettacolo il pubblico rideva, come se non prendesse sul serio ciò che accadeva sulla scena, eppure si trattava di Euripide e non delle “Rane” di Aristofane, come a dimostrare che nella Grecia del V secolo a.C. si poteva ridere degli dei e con gli dei.
Fu in quel tempo che si posero le basi di un umorismo teologico, non certo appartenente alle religioni monoteiste.
Per Maurizio Bettini, esistono delle culture, nelle quali, ridere degli dei era una pratica comune, in particolare, nella cultura greca e in quella romana, essendo culture politeiste. Comparativamente parlando, sostiene Bettini, le religioni, alle cui divinità sono attribuiti caratteri di unicità, non ammettono promiscuità, mentre è convinto che quelle caratterizzate dalla pluralità degli dei, questi possano essere rappresentati come personaggi comici.
Per Massimo Raveri, il riso è un fenomeno multiforme, complesso e dinamico, come è possibile verificare nella spiritualità asiatica che vanta, a tale proposito, correnti diverse, quella gioiosa e quella distruttiva. Il suo studio riguarda la cultura giapponese e le contigue tradizioni religiose che prendono le mosse dai riti dello Shinto, che segnavano le varie fasi della coltivazione del riso col ricorso alle festività e alle cerimonie, attraverso le quali si richiedevano le protezioni del dio. Raveri ci ricorda che, nella tradizione Shinto, gli dei erano entità misteriose, oltre che ambigue ed energiche, e che non venivano mai rappresentati figurativamente. Riferendosi al buddismo zen, egli ritiene che esso avesse saputo utilizzare il comico per declinare un cammino verso il risveglio e la
liberazione.
Per Francesco Remotti, l’umorismo e la comicità nelle religioni africane serpeggiano nelle tradizioni orali, grazie a una desacralizzazione che a sua volta evita la caduta nelle forme divine assolute e che spesso è colma di furore e di ferocia, oltre che di fanatismo, poiché, desacrilizzando gli dei, questi si avvicinano sempre più agli uomini, nel senso che diventano più inclusivi e più aperti ai valori della convivenza e del suo contrario.
Gli autori di questo libro si chiedono, ancora, se il riso teologico debba essere considerato qualcosa di stolto e di superficiale o se esista una via più saggia e più virtuosa che possa andare oltre il fanatismo e il fatalismo storico.

Maurizio Bettini, Massimo Raveri, Francesco Remotti: “Ridere degli dei, ridere con gli dei” – Il Mulino 2020 – pp. 240 – € 22.

 

La sfida del “Covid” alla nostra spregiudicata civiltà, cinica e degenerata. Bisognerà guardare a un nuovo umanesimo

(di Andrea Bisicchia) Ciò che colpisce dell’ultimo libro di Edgar Morin: “Cambiamo strada. Le 15 lezioni sul Coronavirus”, edito da Cortina, è la lucidità dello studioso che, alla soglia dei cent’anni, conferma la sua capacità di indagare il presente con una analisi tagliente e con audaci interpretazioni. Il presente non poteva che essere quello del Covid, che egli cerca di spiegare in 15 lezioni, non certo improntate a conoscenze mediche, bensì sociologiche, che riguardano l’uomo, nel suo ambiente sociale, vittima del nuovo flagello, dinanzi al quale, non può rimanere indifferente.
Morin si occupa della natura della crisi che reputa più grave di quella del 1929 e di quella del 2008, una crisi che ha coinvolto la scienza, oltre che l’intelligenza umana e che comporta una serie di sfide, abbinate a nuove forme di resistenza che dovrà, prima di tutto, essere intellettuale più che politica. Si tratta di sfide che riguardano l’esistenza, la globalizzazione, l’ecologia, il digitale, l’economia finanziaria, quella, in particolare, delle potenze farmaceutiche, pronte a mettere in atto i loro piani con la creazione di un possibile vaccino.
Per cambiare strada, l’autore invita a pensare a un nuovo “progetto di civiltà” che comporta una nuova nozione di umanesimo rigenerato dalla consapevolezza che si debba inventare un futuro diverso, meno degenerativo.
La degenerazione, secondo Morin, ha raggiunto il massimo per la carenza degli Stati, per il predominio di burocratizzazioni moleste, per un feroce parassitismo, ma, soprattutto, per il cinismo delle lobby finanziarie, per l’affermarsi di nuove oligarchie economiche e per un liberismo che ha generato una competitività subdola, migliorando l’assetto economico, a cui, però, sono seguiti sprechi e sperperi, conseguenza del consumismo spietato che ha favorito l’abbassamento della qualità della vita e l’aumento dell’intossicazione sociale.
Proprio nel momento in cui la disumanità sembra aver preso il sopravvento, Morin invoca il ritorno all’umanesimo che non vuol dire aspirare a un mondo più armonico, ma prendere consapevolezza del proprio essere effimero e comportarsi di conseguenza. Cambiare rotta vuol anche dire rigenerare la politica, liberarla dall’affarismo, dalle dipendenze dei grandi trust finanziari, ricordare che la vita va incontro a epidemie sempre più nocive e che il mondo globalizzato deve sottoporsi a una deglobalizzazione.
Morin ricorda che la Storia è fatta di grandezze, di crimini, di schiavitù, di sottomissioni, di creazioni e distruzioni, di fortuna e sfortuna e che la politica, spesso, ne è succube tanto da mettersi al rimorchio degli eventi, sempre più difficili, quando dovranno rispondere agli eccessi dell’economia che quantifica tutto e disumanizza ciò che tocca, specie se trattasi di economia liberista, fonte di ogni precipizio. Le società si trovano, pertanto, ad affrontare avventure sempre più inaudite, mentre le protezioni diventano sempre meno efficienti.
Di una cosa Morin sembra essere consapevole: che l’umanità è “in modo nuovo soggetto e oggetto della relazione inestricabile tra ciò che unisce (Eros), da un lato, e ciò che divide (Polemos) e distrugge (Thanatos), dall’altro”.

Edgar Morin, “Cambiamo strada. Le 15 lezioni del Coronavirus” – Editore Cortina 2020 – pp. 118 –  € 11.

Come ti psicoanalizzo grandi personaggi del cinema. E dal profondo ecco uscire ferite depressioni traumi e perversioni

(di Andrea Bisicchia) Viviamo in un periodo in cui le professioni si mescolano, le appartenenze si snaturano, le funzioni della critica si smarriscono, perché chiunque si ritiene di poter giudicare e criticare. La professionalità del critico, sia esso di teatro o di cinema, è pari a quella della professionalità di un medico, di uno psichiatra. Accade, così, di vedere il professionista di una materia cimentarsi con un’altra che non gli appartiene, la qualcosa potrebbe generare delle confusioni.
Un critico teatrale o cinematografico, che lo fa per mestiere, non si sognerebbe di intervenire in un referto medico o nei calcoli geometrici di un palazzo in costruzione.
Leggendo il libro di Vittorio Lingiardi: “Al cinema con lo psicoanalista”, edito da Cortina, non credo che ci sia stata invasione di campo, perché l’autore, ordinario di psichiatria, ha utilizzato la sua disciplina per analizzare una serie di film, non tanto dal punto di vista estetico, quanto dal punto di vista psicoanalitico.
Lingiardi è stato allievo di Eugenio Borgna e chi conosce i suoi libri sa bene come l’illustre psicoanalista, affascinato dalla fenomenologia, abbia utilizzato la narrativa, il teatro, il cinema per indagare il mondo oscuro dei suoi pazienti, convinto che le nostre malattie non siano diverse da quelle raccontate da forme d’arte diverse. Vittorio Lingiardi è ben consapevole di questo e, accostandosi all’analisi cinematografica dei sentimenti umani, è andato in cerca dei traumi, delle fragilità, delle malattie che sono diventate protagoniste di tante trame di film, convinto, come Jung e Hilman, che, compito degli psicoanalisti, è quello di aprire le finestre dei propri studi e di guardare fuori per scoprire l’anima del mondo. Del resto, esistono circostanze diverse che assimilano il cinema alla psicoanalisi. La prima è di ordine cronologico, essendo entrambe nate nel 1895, la seconda è da ricercare, secondo l’autore, nel rapporto luce-ombra, ovvero in ciò che si vede e in ciò che si nasconde e che, attraverso il racconto e attraverso l’analisi, viene alla luce.
È come mettere i film sul lettino dello psicoanalista, Lingiardi ne ha postati circa 200, assembrandoli con l’utilizzo dei primi versi dell’“Orlando furioso”: “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese”, che fa precedere da alcune poesie a tema.

Tra le Donne, troviamo film come “Amy” di Asif Kapadia, “Elle” di Paul Verhoeven, “Hannah” di Andrea Pallaoro, “Dafne” di Federico Bondi, “Julieta” di Pedro Almodóvar, “Lady Macbeth” di William Oldroyd.

Tra I cavallier, film come “Dogman” di Matteo Garrone, “Evviva Giuseppe” di Stefano Consiglio, “Lazzaro Felice”, di Alice Rohrwacher, “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi, “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini”.

Tra L’arme, “Alla mia piccola Sama” di Waad al-Khateab, “Il caso Spotlight di Tom McCarthy, “Il primo re” di Matteo Rovere, “L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski.

Tra Le cortesie, film come “Alice e il sindaco” di Nicolas Pariser, “Euforia” di Valeria Golino, “I villeggianti” di Valeria Bruni Tedeschi, “La ruota delle meraviglie” di Woody Allen, “Loro” I e II di Paolo Sorrentino.

Nelle Audaci imprese, film come “Bismillah” di Alessandro Grande, “Fuocoammare”di Gianfranco Rosi. “Hollyood” di Ryan Murphy, “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, “L’altro volo della speranza” di Aki Kaurismaki.

Ne abbiamo citato un florilegio per dare l‘idea della qualità e della diversità delle scelte, tutte rigorosamente d’essai, con tematiche che possono interessare uno psichiatra, non per nulla Lingiardi non indaga gli aspetti estetici, quanto quelli traumatici che stanno a base dei film raccolti nel volume, che si avvale di una introduzione di Natalia Aspesi.
Il lettore si trova dinanzi alle ferite, alle depressioni, alle perversioni, agli aspetti psicologici, al problema dell’inconscio, del male, del sesso come potere, delle dinamiche psichiche del pregiudizio, del trauma della persecuzione, degli abusi sui minori, della qualità del dolore, degli abissi della psiche, insomma dinanzi a veri e propri casi clinici che Lingiardi cerca di interpretare facendo uso della disciplina che insegna o che utilizza durante le sedute psicoanalitiche dei suoi pazienti.

Vittorio Lingiardi, “Al cinema con lo psicoanalista”, Cortina Editore 2020, pp. 220, € 15.