“Aspettando Godot”. Un quaderno come un laboratorio. Per conoscere le varianti delle tante trasposizioni sceniche

(di Andrea Bisicchia) – Nell’Ottobre del 1984, il pubblico milanese poté assistere a qualcosa di insolito e di diverso. L’occasione fu data dalla messinscena di una trilogia, al Pier Lombardo, oggi Franco Parenti, formata da “Aspettando Godot”, “Finale di partita”, “L’ultimo nastro di Krapp”, prodotta dal San Quentin Drama Workshop, diretto da Rick Cluchey, che interpretava il personaggio di Pozzo.
Beckett regista, in quella occasione, aveva scelto, del suo testo più famoso, una interpretazione ricca di clownerie, non di tipo metafisico, ma di tipo circense, con le tipiche gag e con la ricerca della risata. Il pubblico italiano non era abituato a ridere vedendo “Aspettando Godot”, al contrario di quello Dublino, dove ebbi modo di vederne una edizione, che rideva clamorosamente.
Visto da Beckett, “Aspettando Godot” divenne anche una vera e propria partitura verbale che conteneva momenti di allegria. Arbasino, che aveva visto lo spettacolo a Londra, intitolò la sua recensione “Aspettando Totò”, per sottolineare il divertissement, quell’aria di Varietà che verrà ripresa da Antonio Calenda, in una edizione del 1987, con Mario Scaccia e Pupella Maggio.
Oggi dobbiamo riferire di un evento editoriale, dovuto a Cue Press, che ha pubblicato i “Quaderni di regia e testi riveduti. Aspettando Godot”, a cura di Luca Scarlini, una specie di laboratorio in cui possono imbattersi gli amanti del teatro di Beckett che avranno modo di conoscere tutte le varianti che lo hanno accompagnato durante le sue trasposizioni sceniche.
Sappiamo bene che la storia di un testo è quella delle sue interpretazioni, si tratta di una legge a cui si assoggettano tutte le interpretazioni registiche, a dimostrazione che non possa esistere una analisi fissa o stabile, identica a un’altra, e che ogni messinscena avrà una sua storia, tanto che quella che sembrerebbe l’ultima e definitiva, non è altro che una versione diversa della precedente.
Leggendo i “Quaderni di regia” si rimane persino sorpresi nel notare le infinite varianti, gli approfondimenti, gli spostamenti di dialogo, le nuove versioni d’autore che li contraddistinguono, con le sue decisioni di cambiamento, con le indicazioni dei movimenti e persino delle luci, alle quali vanno aggiunte le preziose Note dovute al curatore.
Insomma ci si trova dinanzi alla fase di un processo creativo che non ha mai fine, utilissimo per chi volesse, in avvenire, rimettere in scena “Aspettando Godot”, perché non potrà fare a meno delle preziose indicazioni, dei suggerimenti, degli emendamenti, delle aggiunte testuali, delle rielaborazioni, delle modifiche, dei ripensamenti fatti da Beckett, a dimostrazione di come, pensare in termini letterari, sia una cosa ben diversa dal pensare in termini teatrali.
Il volume contiene una Nota sul progetto editoriale e una di Luca Scarlini, mentre determinante è la Prefazione all’edizione critica di James Knowlson, che ricostruisce la storia dei due “Quaderni”, da quando Beckett decise di accettare di dirigere personalmente “Aspettando Godot” allo Schiller Theater di Berlino, sostenendo che, attraverso il filtro dei Quaderni, la danza di Lucky, per esempio, potrebbe essere intesa come quella dell’uomo prigioniero della dipendenza e della solitudine.

Samuel Beckett, “Quaderni di regia e testi riveduti. Aspettando Godot” a cura di Luca Scarlini, Cue Press 2021, pp. 448, € 54, 99.

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Creazione artistica e ricerca scientifica. Per ragionare sulla “bestia” che terrorizza l’uomo fin dai tempi di Atene: la peste

(di Andrea Bisicchia) Nel 1977, Vittorio Gassman realizzò un’edizione di “Edipo Re”, con la traduzione di Quasimodo, che la RAI riprese con la regia televisiva di Franco Enriquez. Ciò che distinse quella messinscena dalle altre, fu l’idea di rendere protagonista la peste, col Coro che andava in cerca della purificazione della pandemia mentre del fango, simbolo della peste, continuava a bollire, ma che si poteva spegnere solo nel caso in cui ne fossero state trovate le cause.
In un libro, pubblicato da Cortina, “Far fronte all’ombra. Cosa insegnano le pesti”, Roberto Escobar fa spesso riferimento alla peste che colpì Atene nel 426 a. C., durante il secondo anno della guerra del Peloponneso, la stessa che ispirò la tragedia di Sofocle.
La peste, proprio perché non usa armi né ideologie, si mostra per quello che è, un flagello che svela quanto sia effimera la nostra vita. L’autore si impegna a raccontarci cosa, in passato, ci abbiano insegnato le pesti, facendo ricorso a una metodologia di carattere storicistico, col soccorso di altre discipline, a cominciare dall’ermeneutica, per rintracciare le origini linguistiche del termine che rimandano a sinonimi come calamità o disgrazia, inoltre arricchisce il suo percorso della “conoscenza dell’ombra”, attraverso una serie di riferimenti a romanzi, racconti, film, grazie ai quali, gli aspetti letterari o cinematografici cercano di semplificare il rapporto con la malattia, facendo convivere l’elemento fantastico della creazione artistica con quello della ricerca scientifica, con riferimenti ai vari cronisti del tempo in cui vengono ambientate le trame.
Si diceva che Escobar sia partito dalla peste ateniese, utilizzando le cronache di Tucidide, per approdare a quella di Giustiniano, con riferimenti alle cronache di Procopio, per continuare con la peste del 1348 a Firenze, ben documentata da Giovanni Villani, o con la peste raccontata da Manzoni, Leopardi, La Fontaine, De Foe, Puskin, Poe, Pirandello, Camus, autori che, ciascuno a suo modo, hanno descritto lo spettacolo della “belva” che divora gli ammalati che spesso, come reazione, ricorrevano all’autoinganno, credendo di sfuggire al male o cercando una specie di consolazione che invano si sforzava di imporsi alla “bestia eccitata” o incattivita dalle decisioni politiche o religiose che venivano prese per poterla sconfiggere.
Le pagine più intense sono quelle dedicate al capolavoro manzoniano, nelle sue tre stesure, con ampio florilegio delle cronache del Tadino o del Ripamonti sulla peste milanese, a cui Manzoni attinse nelle pagine ad essa dedicate, con riferimenti anche alle processioni, alle orazioni, alle suppliche al Cardinale Federico per favorire la “traslazione del Santissimo corpo di Carlo Borromeo” perché potesse intercedere presso la misericordia divina.
Non mancano le pagine dedicate a coloro che fecero “bottega”, utilizzando “il pubblico spavento”, oppure ai demagoghi, ai politici corrotti che approfittavano del triste evento. Intense anche le pagine critiche dedicate al racconto “La mosca” di Pirandello e, in particolare, quelle dedicate alla “Peste” di Camus.
Il lettore può trarre tanti insegnamenti del materiale messo a disposizione da Roberto Escobar, per capire in che modo l’uomo sia sempre convissuto con le paure delle pestilenze, non molto diverse da quelle di oggi, dopo l’ondata di covid, alle quali è difficile credere a causa delle incertezze dovute alle stesse verità scientifiche. Esistono delle verità raggiungibili, verificabili e altre irraggiungibili che non si possono verificare. Le verità, in fondo, si divertono a creare tranelli, confusioni, illusioni, inganni, autoinganni, soprattutto quando le pesti perdurano nel loro flagello.

Roberto Escobar, “Far fronte all’ombra. Cosa insegnano le pesti”, Cortina Editore 2022, pp. 135. € 12.

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Il Teatro Quirino, 150 anni di spettacoli memorabili. Tutti i più grandi attori e i più celebri registi sono passati di qua

(di Andrea Bisicchia) La storia di un teatro non è soltanto quella dei suoi spettacoli e dei suoi interpreti, ma anche del luogo dove è stato costruito e, pertanto, del suo spazio architettonico, a cui vanno aggiunti la Sala, il Palcoscenico e, infine, gli artisti.
Si tratta di storie spesso complesse, specie se, come il Quirino, ha raggiunto 150 anni, risalendo la sua origine al 1871, anno in cui la Capitale fu trasferita da Firenze a Roma.
Nacque per volontà di un principe illuminato, Maffeo Barberini Colonna, amante dell’arte, lo stesso che rilevò nel 1887 “La Tribuna” (1883), fondata da Alfredo Baccarini e Giuseppe Zanardelli, il giornale politico letterario, dalla storia un po’ travagliata, come del resto fu quella del teatro costruito dapprima in legno, vicino alla Fontana di Trevi e alla Galleria Sciarra, oggi Galleria Colonna.
A dire il vero, sono parecchi i teatri di cui ci hanno raccontato la loro storia, in volumi riccamente addobbati di Locandine, con foto di spettacoli e biografie di attori, registi etc. Dal Piccolo, agli Stabili di Genova, di Torino, di Brescia, di Trieste, di Bolzano, dall’Accademia d’arte drammatica al Teatro Bellini, a quelli del Franco Parenti, ideati dalla Shammah o dell’Elfo-Puccini, ognuno curato da studiosi con ben noti accrediti, molto diversi, avendo ciascuno un proprio progetto editoriale.
Il volume, a cura di Elisabetta Centore: “Il teatro con la Q, 150 anni di Teatro Quirino (1871- 2021), Manfredi Edizioni, si caratterizza per una sua struttura particolare, avendolo, la curatrice, diviso in quattro Atti, con nove Intermezzi e un Epilogo, come per dire al lettore: “Stai entrando in un teatro più che in un libro”, merito soprattutto di Maria Paola Puponi, direttrice editoriale e, per la consulenza iconografica, di Tommaso Le Pera. La storia del Quirino è anche una storia di rifacimenti, in particolare quelli affidati a due noti architetti come Giulio De Angelis e Francesco Morra, nel 1881, e successivamente a Marcello Piacentini, nel 1914 e nel 1954, e, infine, a Enrico Nespega nel 1982.
Gli ultimi lavori risalgono alla nascita della S.R.L, di cui Geppy Gleijeses è Direttore artistico insieme a Gugliemo Ferro e Rosario Coppolino, Direttore Amministrativo.
I primi cinque anni di gestione privata di Geppy, dopo quella pubblica dell’ETI, sono stati alquanto tormentati, visto il lascito di ben 18 dipendenti che non si sapeva come pagare, mettendo in ginocchio le spese del teatro e lo stesso Geppy che dovette scontrarsi con un esaurimento, alleviato dalle cure dell’attrice Marianella Bargilli, allora sua seconda moglie. Per fortuna i 18 dipendeti furono, successivamente, liquidati e il Quirino ripartì con la nuova Società, divenendo il teatro che si è caratterizzato per una continuità di gestione che ha permesso l’equilibrio finanziario ed economico, grazie anche all’idea di farne un teatro per tutti, rispettando lo spirito popolare per cui era nato, oltre che il ricorso alla multidisciplinarietà dei generi teatrali.
Dicevamo che la vera storia di un teatro è quella dei suoi artisti, ebbene sul palcoscenico del Quirino sono passati tutti i grandi, da Ermete Zacconi a Giacinta Pezzana, a Eduardo Scarpetta, Adelaide Tessero, Tina Di Lorenzo, Leopoldo Fregoli, Maria Melato, Ruggero Ruggeri, Federico Stella, Alda Borelli, Vittorio De Sica, Ettore Petrolini, Macario, Sergio Tofano, Marisa Merlini, Luigi Cimara.
Per arrivare ai giorni nostri, basterebbe ricordare Eduardo, Gassman, Pilotto, Mastroianni, Turi Ferro, Mariangela Melato, Morelli-Stoppa, la Compagnia dei Quattro, diretta da Enriquez, con Valeria Moriconi, Glauco Mauri, Mario Scaccia e, ancora, Dario Fo, Mariano Rigillo, Michele Placido, fino a Geppy, in Compagnia con la Bargilli, con la D’Abbraccio, con Vanessa Gravina.
L’elenco è certamente incompleto e serve soltanto per dare l’idea di come il Quirino sia soprattutto un teatro d’attori, anche se lo hanno attraversato tutti i migliori registi, da Strehler a Ronconi, a Squarzina, alla Cavani, e a tantissimi altri.
Si diceva che la qualità del libro va ricercata anche nella struttura della curatrice, alla quale dobbiamo ben nove Intermezzi, dedicati a Virginia Zucchi, la donna che inventò il tutù, ad Ambrogio Bagni, il suggeritore, figura determinante nel teatro d’allora, a Ferruccio Benini, Alfredo Sainati, alle varie figure di registi che hanno allestito i propri spettacoli al Quirino, ma vanno ancora sottolineati due capitoli, a parte, uno dedicato alla storia degli Scapetta e uno a Gassman, a cui il teatro è intitolato. Per finire, va segnalato un florilegio di spettacoli, scelti dalla Centore, tra i più importanti, rimasti nella menoria dello spettatore, con relative schede e immagini.
Determinante la ricchissima iconografia che ne permette una fruizione particolare.

“Il Teatro con la Q. 150 anni di Teatro Quirino, 1871-2021”, a cura di Elisabetta Centore, Manfredi Edizioni 2021, pp. 240, € 25

Comico, tragico, grottesco: cioè Mario Scaccia. Soprattutto, attore libero, contro i tanti maneggioni e i registi “dittatori”

(di Andrea Bisicchia) Il libro di Michela Zaccaria, “Mario Scaccia”, è una vera sorpresa, non solo perché ricostruisce la storia di un attore all’Antica italiana, ma anche perché ci offre un ritratto inedito, quello di un combattente che non ha mai voluto inchinarsi alla “prepotenza” dei registi e dei Teatri Stabili che, a suo avviso, avevano messo l’Organizzazione al di sopra della Esecuzione. L’autrice, nel frattempo, riesce a darci una panoramica del teatro privato che, negli anni Settanta, dopo la rivoluzione sessantottesca, stava vivendo momenti di difficoltà, anche economiche, che rendevano precaria la vita stessa di parecchie Compagnie, comprese quelle primarie, come la Proclemer-Albertazzi, oltre che di molti attori.
Si potrebbe dire che trattasi di una storia che si ripete spesso in occasione di ogni trasformazione sociale e politica e che momenti di gloria, di popolarità, si alternano con altri di crisi, di danni economici, di discrediti.
Mario Scaccia ha vissuto, sulla sua pelle, tali momenti, fin dall’inizio della sua carriera accanto a Bragaglia, Benassi, Cimara, alla Sainati, quando, sfruttando i suoi studi al Magistero, iniziò a insegnare perché non arrivavano né proposte né contratti. Si trattò di un episodio momentaneo, perché la sua carriera cominciò ad essere più certa dopo il sodalizio con la Compagnia dei Quattro, insieme a Franco Enriquez, Valeria Moriconi e Glauco Mauri, con cui visse uno dei momenti più esaltanti, soprattutto, dopo il successo di critica e di pubblico di “Il rinoceronte” di Ionesco.
Il lavoro profondo della Zaccaria è impressionante e testimoniato dalla imponente teatrografia, che attesta il valore scientifico della sua ricerca che poté, quando l’attore era ancora in vita, usufruire del suo Archivio privato, da cui ha tratto un epistolario importante per meglio conoscere la storia di questo attore, non sempre amato, qualche volta anche dileggiato per il suo caratteraccio e per certe sue interpretazioni un po’ iperboliche, difficili da arginare che, qualche volta, nuocevano al personaggio che interpretava, e per le sue capacità di far convivere, contemporaneamente, il comico col tragico e col grottesco, tanto che Benassi coniò per lui il termine “farfalla”. Valga, come esempio, il giudizio di Nicola Chiaromonte, di cui, recentemente, sono state ripubblicate, nei Meridiani Mondadori, le Critiche teatrali, che ritenne l’interpretazione di Polonio troppo buffonesca e caricaturale. Scaccia rispose, da par suo, all’illustre critico, sostenendo che non si trovava a disagio in quella interpretazione, perché il suo Polonio non era altro che un “maneggione”.
L’esempio è sufficiente per dimostrare come Scaccia avesse una sua personale idea della libertà interpretativa dell’attore, il cui compito consisterebbe nel credere soltanto alla sua arte, se ne è in possesso, senza lasciarsi intimorire dai tanti “maneggioni” del teatro italiano, contro i quali non ha mai smesso, lungo la sua carriera, di lanciare i suoi strali velenosi.
Michela Zaccaria divide il suo lavoro in sette capitoli, a cui fa seguire gli “Scritti D’Attore”, dai quali ricava la storia delle sue continue battaglie contro la dittatura dei registi, degli Organizzatori, dei Ministeri, in particolare quello retto da Corona, che voleva affidare ai Teatri Stabili la guida del teatro di prosa. Per difendere la sua categoria, scrisse lettere anche al Presidente Saragat e una al Presidente Pertini, per motivi diversi, trattandosi di un invito alla Prima di un suo spettacolo, “Romolo il grande”, solo per sentirsi confortato e perché la sua presenza avrebbe dato risonanza all’evento difficile, come lo era la novità di Dürrenmatt, convinto anche dal fatto che, certe proposte eccitanti, provenissero dal teatro privato.
Non credeva nella funzione sociale del teatro, sempre sostenuta dagli Stabili, perché, diceva, l’attore-artista non è chiamato a interpretare la società, bensì i testi che sono capaci di esprimerla.
La carriera di Scaccia è durata oltre 65 anni, è stata costellata da una infinità di testi, eppure la nostra memoria è legata ai suoi Molière, essendo stato regista e protagonista di Argante, Arpagone, Alceste, a Shakespeare, in particolare a Shylock, a Petrolini, con “Chicchignola”, insieme a Gianna Giachetti, forse il suo maggior successo, a Carlo Terron per “Nerone”, altro suo campo di battaglia. È stato diretto da registi importanti, oltre a Enriquez, bisogna ricordare Ronconi che lo volle nel “Candelaio”, Squarzina che gli affidò il personaggio di Volpone, Lamberto Puggelli che lo rese protagonista di un personaggio difficile, “Le esperienze di Giovanni Arce filosofo” di Rosso di San Secondo, che poteva fare soltanto lui, Antonio Calenda, il cui “Aspettando Godot”, che lo vide protagonista eccelso insieme a Pupella Maggio, Fiorenzo Fiorentini, Pietro De Vico, Sergio Castellitto, fu un successo memorabile.
Era il teatro che lui amava, quello fatto per il pubblico.
Il volume è corredato da una ricca iconografia con le “storiche” e bellissime foto di Tommaso Le Pera.

Michela Zaccaria, “Mario Scaccia” – Editore Bulzoni 2021,- pp. 326 – € 25.