(di Andrea Bisicchia) – Ciò che vado notando, da qualche tempo, è lo stato euforico che sta attraversando il teatro. I Direttori vantano la moltiplicazione delle presenze, degli incassi, della produttività, delle progettazioni, tutti sembrano felici di un andamento così positivo. Eppure, l’euforia non è considerata una forma di felicità, anzi, molto spesso, è ritenuta una illusione passeggera, uno stato di esaltazione dovuto alla direttiva intrapresa dalla società moderna che sta vivendo, a sua volta, uno stato di euforia permanente, convinta che porti bene, come ci insegna l’etimologia del termine: Eu (bene) foria (portare).
Quando si è euforici? Generalmente dopo la fine di una guerra, dopo un lungo stato di frustrazione, di povertà, periodi che il teatro ha vissuto, nel passato, attivamente.
Oggi, a dire il vero, sta provando un periodo di ebbrezza, tanto da essere vivace e prospero, lo confermano le Sale sempre piene, mentre i conti sono in pareggio, non importa se i lavoratori dello spettacolo si lamentino per gli stipendi molto bassi e non importa se gli Under 35, che tutti vogliono adottare, debbano accontentarsi di qualche Festival che dà pochi giorni di lavoro. Eppure, sappiamo bene che l’euforia sia stata conseguenza di una sconfitta, nel senso che non canta sempre vittoria, non essendo la vittoria mai un trionfo, anche se tutti i teatranti ne sono ossessionati, essendosi liberati da un lungo periodo di malessere, dovuto a crisi economiche, spesso tumultuose. Solo che il Teatro ha prosperato, artisticamente, nei periodi di povertà, mentre durante i periodi di prosperità ha subìto la crisi della artisticità, avendo inseguito l’abbondanza, l’opulenza, generando uno stato emotivo che ha preso il sopravvento sulla maestria, anche perché i maestri sono rimasti in pochi.
Insomma, l’euforia di oggi non è certo quella del dopoguerra, foriera di spettacoli memorabili che hanno corrisposto ad un periodo aureo finché i successi estetici non si trasformarono in puri estetismi che diedero spazio a nuove creatività, dapprima molto povere, come quelle delle Cooperative, delle Cantine e della Seconda Avanguardia nata con MILANO ’90.
Quando si cominciarono a vedere un po’ di soldi, subentrò un altro stato euforico, che portò alla nascita delle Multisale. Sappiamo bene che le sbornie, per mantenere lo stato di eccitazione, si lasciano prendere dalla produttività. I teatri sono colmi di autori, di registi, di attori che continuano a scrivere monologhi perché hanno perso l’idea dello stare insieme (con le dovute eccezioni), e la convinzione che non si nasce tutti primattori.
C’è ancora da dire che l’euforia del dopoguerra veniva monitorata da una critica attenta, altamente professionale e che proprio l’euforia ha distrutto il Teatro d’Arte.
Oggi dobbiamo costatarne l’assenza, ovvero quella presenza costante sempre attenta alla dismisura, quella che i greci chiamavano tracotanza. Quando un artista non può confrontarsi con chi è capace di giudicarlo, non può ritenersi tale. Forse, proprio per questo, si fa tanto teatro, una fortuna per i lavoratori dello spettacolo, solo che è giusto chiedersi quali spettacoli rimarranno nella mente dello spettatore se tutto diventa effimero, privo di artisticità.
L’euforia non basta a tener in vita il teatro, nel senso che, quanto viene prodotto, si consuma nello spazio di una Stagione.











