Premio “Emilio Salgari” di Letteratura Avventurosa. I tre vincitori. Premiazioni a Negrar di Valpolicella il 25 novembre

Mercoledì 1 giugno, nella Sala Rossa della Provincia di Verona sono stati presentati i tre romanzi e i tre autori vincitori e finalisti della IX Edizione del Premio “Emilio Salgari” di Letteratura Avventurosa, organizzata e promossa dall’Associazione “Ilcorsaronero” di Verona, con il Comune di Negrar di Valpolicella (VR) e l’Università del Tempo Libero di Negrar.
Il Premio Emilio Salgari di Letteratura Avventurosa nasce nel 2006 con l’intento di valorizzare la letteratura contemporanea d’avventura e far riscoprire la Valpolicella, terra veronese dove il famoso scrittore Emilio Salgari trascorse gli anni dell’adolescenza e dalla quale trasse ispirazione la sua creatività.
La formula del premio, inalterata e vincente dalla prima edizione, prevede che sia scelta una rosa di tre opere di autori nazionali pubblicate tra il 2020 e il 2022 scelte da una Giuria di Esperti nel panorama delle pubblicazioni italiane d’avventura.

I tre vincitori:

Gian Luca Barbera, Mediterraneo (Solferino, 2021)

Luca di Fulvio, La ballata della città eterna (Rizzoli, 2020)

Orso Tosco, London Voodoo (Minimum Fax, 2022)

Agli autori è riconosciuto il premio assegnato dalla Giuria mentre il premio della Giuria Popolare composta da biblioteche, circoli di lettori, associazioni culturali e lettori sarà assegnato, dopo il conteggio dei voti, nella cerimonia prevista il 25 novembre a Negrar di Valpolicella. In tale data, tutti i finalisti e il vincitore della Giuria Popolare riceveranno un premio in denaro, una statuetta riproduzione della statua di Salgari realizzata dallo scultore Sergio Pasetto e posizionata davanti alla Biblioteca Civica di Verona (v. foto) e gli attestati da parte delle Autorità e dei maggiori sostenitori del Premio. In tale occasione, riceverà il premio “Ilcorsaronero” una scrittrice o uno scrittore di riconosciuta importanza internazionale a insindacabile scelta della Rivista “Ilcorsaronero”.

Per informazioni sul premio, il suo regolamento, la sua storia e i suoi Albi d’oro:
www.premiosalgari.eu.

Quando registi, attori e organizzatori (da Costa a Gassman, da Grassi a De Bosio) erano visti anche come intellettuali

(di Andrea Bisicchia) – La crisi dell’intellettuale coincide sempre con la crisi della scrittura e con la conseguente crisi di senso. Un tempo la figura dell’intellettuale aveva un potere, non solo ideologico, ma anche artistico, successivamente, con la crisi delle ideologie, si scopre, non più depositario di valori, soprattutto, quando, questi, ne riflettevano l’impegno e l’attività quotidiana.
C’è stato un periodo, durante il quale, venivano ritenuti intellettuali anche registi, attori, organizzatori, sia di cinema, come quelli legati alla  Nouvelle Vague, che faceva capo a Grillet, Resnais, Sollers, o come Antonioni, Fellini, Bertolucci, sia di teatro, come Orazio Costa, anche docente all’Accademia Silvio D’Amico, Vito Pandolfi, regista e docente di Storia del teatro, all’Università di Genova, Luigi Squarzina, docente al Dams di Bologna e, quindi, Strehler su cui, in occasione del centenario, vengono pubblicati numerosi libri, Luca Ronconi, di cui esiste una vasta bibliografia, De Bosio col suo illuminante contributo, insieme a Ludovico Zorzi, alla conoscenza del Ruzante, Enriquez, vero intellettuale della Compagnia dei Quattro. Organizzatori, come Paolo Grassi e Ivo Chiesa, sono noti per i loro scritti e i loro interventi pubblici. E che dire di attori come Vittorio Gassman, autore di libri di Poesia, di romanzi e di autobiografie, o come Giorgio Albertazzi, a cui dobbiamo una serie di pubblicazioni, come Carmelo Bene, poeta e drammaturgo, come Romolo Valli, ritenuto l’intellettuale principe al tempo della sua direzione del Festival di Spoleto, come Franco Parenti, sul cui comodino, accanto al letto, si vedevano libri di Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, di Heiddegger, “Essere e nulla”, di Severino, “Il destino della necessità”, e che ospitava, nel teatro a lui intestato, filosofi, storici della scienza, delle religioni, di sociologia, di politica.
Il loro potere era anche ideologico, oltre che artistico, avendo trasferito il proprio impegno in quello della scrittura e dell’interpretazione che, al loro interno, contenevano una forte carica politica. In questo senso, furono dei veri e propri rivoluzionari, perché ebbero la capacità di trasformare il linguaggio scenico, comportandosi come dei veri semiologi. Non per nulla, il periodo aureo dei registi, degli attori e degli organizzatori, corrispose a quello, altrettanto aureo, della scienza semiologica. Un grande semiologo, come Roland Barthes, diceva che “la lingua non è reazionaria, né progressista, ma fascista. Il fascismo non è costringere qualcuno a tacere, ma costringerlo a dire”.
Ecco, la lingua ha il potere di dire, di classificare, di dare un senso ai fatti che, da soli, come ha detto Pirandello, sono un sacco vuoto e, pertanto, insopportabili. Gli artisti citati non portavano in scena la realtà come un fatto, ma portavano dei pensieri e creavano dei valori, erano capaci di selezionare, di comunicare con competenza, non erano dei vacui influenzer, né venditori di fumo, come Perelà di Palazzeschi, non screditavano il sapere e non erano asserviti a nessuno, filtravano, nel loro lavoro, fermenti sociali e politici, erano, insomma, capaci di mettere ordine al nostro disordine.
Oggi cos’è rimasto? Gabriele Lavia e Umberto Orsini continuano a studiare, Andrée Ruth Shammah porta avanti il suo teatro con lo spirito e la determinazione di sempre, Claudio Longhi ha messo in aspettativa la sua carica di docente, ereditando il teatro, considerato il vero tempio della regia, grazie a Strehler e Ronconi, con la convinzione che la categoria di regia sia da modificare.

Quando registi, attori e organizzatori (da Costa a Gassman, da Grassi a De Bosio) erano visti anche come intellettuali

(di Andrea Bisicchia) La crisi dell’intellettuale coincide sempre con la crisi della scrittura e con la conseguente crisi di senso. Un tempo la figura dell’intellettuale aveva un potere, non solo ideologico, ma anche artistico, successivamente, con la crisi delle ideologie, si scopre, non più depositario di valori, soprattutto, quando, questi, ne riflettevano l’impegno e l’attività quotidiana.
C’è stato un periodo, durante il quale, venivano ritenuti intellettuali anche registi, attori, organizzatori, sia di cinema, come quelli legati alla  Nouvelle Vague, che faceva capo a Grillet, Resnais, Sollers, o come Antonioni, Fellini, Bertolucci, sia di teatro, come Orazio Costa, anche docente all’Accademia Silvio D’Amico, Vito Pandolfi, regista e docente di Storia del teatro, all’Università di Genova, Luigi Squarzina, docente al Dams di Bologna e, quindi, Strehler su cui, in occasione del centenario, vengono pubblicati numerosi libri, Luca Ronconi, di cui esiste una vasta bibliografia, De Bosio col suo illuminante contributo, insieme a Ludovico Zorzi, alla conoscenza del Ruzante, Enriquez, vero intellettuale della Compagnia dei Quattro. Organizzatori, come Paolo Grassi e Ivo Chiesa, sono noti per i loro scritti e i loro interventi pubblici. E che dire di attori come Vittorio Gassman, autore di libri di Poesia, di romanzi e di autobiografie, o come Giorgio Albertazzi, a cui dobbiamo una serie di pubblicazioni, come Carmelo Bene, poeta e drammaturgo, come Romolo Valli, ritenuto l’intellettuale principe al tempo della sua direzione del Festival di Spoleto, come Franco Parenti, sul cui comodino, accanto al letto, si vedevano libri di Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, di Heiddegger, “Essere e nulla”, di Severino, “Il destino della necessità”, e che ospitava, nel teatro a lui intestato, filosofi, storici della scienza, delle religioni, di sociologia, di politica.
Il loro potere era anche ideologico, oltre che artistico, avendo trasferito il proprio impegno in quello della scrittura e dell’interpretazione che, al loro interno, contenevano una forte carica politica. In questo senso, furono dei veri e propri rivoluzionari, perché ebbero la capacità di trasformare il linguaggio scenico, comportandosi come dei veri semiologi. Non per nulla, il periodo aureo dei registi, degli attori e degli organizzatori, corrispose a quello, altrettanto aureo, della scienza semiologica. Un grande semiologo, come Roland Barthes, diceva che “la lingua non è reazionaria, né progressista, ma fascista. Il fascismo non è costringere qualcuno a tacere, ma costringerlo a dire”.
Ecco, la lingua ha il potere di dire, di classificare, di dare un senso ai fatti che, da soli, come ha detto Pirandello, sono un sacco vuoto e, pertanto, insopportabili. Gli artisti citati non portavano in scena la realtà come un fatto, ma portavano dei pensieri e creavano dei valori, erano capaci di selezionare, di comunicare con competenza, non erano dei vacui influenzer, né venditori di fumo, come Perelà di Palazzeschi, non screditavano il sapere e non erano asserviti a nessuno, filtravano, nel loro lavoro, fermenti sociali e politici, erano, insomma, capaci di mettere ordine al nostro disordine.
Oggi cos’è rimasto? Gabriele Lavia e Umberto Orsini continuano a studiare, Andrée Ruth Shammah porta avanti il suo teatro con lo spirito e la determinazione di sempre, Claudio Longhi ha messo in aspettativa la sua carica di docente, ereditando il teatro, considerato il vero tempio della regia, grazie a Strehler e Ronconi, con la convinzione che la categoria di regia sia da modificare.

Ascesa e caduta della critica teatrale. In coincidenza con l’epoca d’oro della regia, al tempo dei giornali. Poi, il web

(di Andrea Bisicchia) – Quando si parla di critica teatrale, è giusto distinguere diverse maniere di accostarsi all’analisi di una messinscena. C’è quella del critico teatrale tout court, quella del poeta critico, quella dello scrittore o del saggista, a ciascuno dei quali si deve un approccio diverso nei confronti dello spettacolo che recensisce, benché esista, per tutti, un solo compito, quello di cogliere la profondità che c’è dietro una realizzazione scenica.
In che cosa, allora, si differenzia il loro metro di misura e in che modo adattano il loro linguaggio critico, pur nella consapevolezza che non esista un canone unico?
Le loro recensioni, in verità, dipendono da una cultura specifica, dallo stile, dalla emotività e da un personale senso estetico. Per fare degli esempi, il poeta Montale e il poeta Quasimodo sono stati, uno critico musicale per il Corriere d’Informazione, l’altro per il settimanale Epoca, i loro contributi risentivano parecchio della loro formazione, Montale conosceva le partiture, avendo studiato canto lirico, anche se in “Satura” ebbe da dire “sull’orrido repertorio operistico”, riferendosi ai Libretti che avevano poco di poetico, Quasimodo era interessato alla cultura classica, alla traduzione dei Lirici greci e di qualche tragedia come “Ecuba”.
Erano gli anni in cui la recensione veniva condizionata da fattori diversi, soprattutto, dalla velocità dei tempi, dovendo uscire il giorno dopo il debutto. Erano anche gli anni di tanti critici passati alla storia, come De Monticelli, Geron, Lazzari, Pensa, Bertani, Ronfani, Danzuso, Terron, Chiaretti, Quadri, Tian, Blandi, Savioli, Almansi, Gregori, Palazzi, solo per citare coloro che ci hanno lasciato, tutti attenti ai risultati della regia critica e del linguaggio scenico.
Erano gli anni, durante i quali, a una “prima” c’erano, spesso, più critici che pubblico, al contrario di oggi, dato che si registrano pochissime presenze, in ordine sparso. Poi arrivò il golpe di qualche Direttore, a dire il vero, poco illuminato, che decise di far pubblicare le recensioni una volta la settimana, accompagnando gli specialisti con il nome di qualche poeta o scrittore, credendo di fare qualcosa di originale, senza riflettere che gli interessi dei poeti o dei narratori erano più legati alla letteratura che non alla drammaturgia.
Poeti come Giovanni Raboni, come Sanguineti, come Mussapi dovettero far convivere simili interessi. Di Raboni conosciamo la competenza, la profondità di analisi, certe predilezioni piuttosto che altre, oltre che la giusta misura, elementi che lo accomunavano sia a Sanguineti che a Mussapi. Per quanto riguarda gli scrittori o saggisti, sono da ricordare Arbasino, Garboli, Flaiano, Chiaromonte e, persino, Sciascia che sperimenterà, sulle pagine dell’Espresso, la critica teatrale.
Un caso a sé è Franco Cordelli che, pur essendo un narratore già sulle pagine di Paese Sera aveva iniziato l’attività di critico teatrale, prima di passare al Corriere. Le sue recensioni risentono di un certo autobiografismo legato alla storia delle sue frequentazioni teatrali, un autobiografismo che mette a confronto ciò che ha visto con ciò che vede, ovvero mescolando il suo passato col presente.
Il problema di oggi non è più come “leggere” un testo o come tradirlo, ma come viverlo sulla scena, ovvero come trasformarlo in un’altra scrittura che è, sempre più spesso, quella performativa. C’era una volta il teatro che lasciava un segno, che permetteva ai critici di intervenire con giudizi molto ragionati, agevolati dal tanto spazio dedicato dai grandi quotidiani, che ne lasciava altrettanto alle analisi degli spettacoli, molto seguite, non solo dagli spettatori di professione, ma anche da giovani studenti, da impiegati, da operai. Erano gli anni in cui, sulle stesse pagine, si aprivano ampi dibattiti e nuovi modi di teorizzare.
Oggi bisogna accontentarsi di trenta righe o di “pillole” di dieci righe per potere esercitare la critica. Per fortuna ci sono le pagine Web, alcune molto importanti, che lasciano parecchio spazio, non solo ai critici “di una volta”, ma anche a giovani che si esercitano pensando a un futuro migliore.