La mente malata di una madre disperata, alla quale, di notte, le streghe hanno scambiato il figlio appena nato

“MELANCHOLIA, LA FAVOLA DEL FIGLIO CAMBIATO” di LUIGI PIRANDELLO, DRAMMATURGIA E REGIA di CLAUDIO DI SCANNO, TEATRO COMUNALE DI POPOLI, PESCARA.

(di Andrea Bisicchia) – Ammetto di essere ossessionato da “I Giganti della montagna” e, di conseguenza, da “La favola del figlio cambiato”, che Pirandello utilizzò nei “Giganti “, convinto che il teatro di poesia potesse vivere soltanto in un luogo come La Villa della Scalogna, dove il tempo si è fermato e dove la poesia può incontrare il mondo magico di Cotrone.
Claudio Di Scanno, direttore di DRAMMATEATRO, aveva già messo in scena “I Giganti della montagna”, una regia che piacque molto a Franco Cordelli. Anch’io l’ho molto apprezzata, così quando ho saputo della sua realizzazione di “La favola del figlio cambiato“, che lui ha fatto precedere dal termine “Melancholia”, avendo già visto le edizioni precedenti, mi sono recato a Popoli (Pescara ) per essere testimone di questa nuova edizione e del progetto che è stato creato attorno ad essa, che consiste in un Seminario condotto dalla Professoressa dell’Università Chieti-Pescara Antonella Di Nallo e da un Convegno che si svolgerà all’Università dell’Aquila, Capitale della Cultura.
Della Favola esistono l’edizione musicale di Malipiero, andata in scena in Germania e, successivamente in Italia, nel 1934, ripresa nel 1952 con la Direzione di Nino Sanzogno, regia di Giorgio Strehler, ed esiste l’edizione teatrale, andata in scena nel 1956 con la regia di Orazio Costa.
Seguirono altre messinscene, quella di Piero Sammataro, 1982, a cui fu presente tutta la critica, forse perché la si vedeva per la prima volta, da De Monticelli a Bertani, a D’Amico, da Geron a Gregori, a Paganini, e quella di Quartucci (1988) che la trasformò in monologo per Carla Tatò.
Avendole viste tutte, non potevo mancare a quella di Claudio Di Scanno che, credo, rimarrà alla storia come l’edizione che abbia saputo penetrare il vero mistero della “Favola”.
La prima cosa che mi ha colpito è stata il lavoro sul testo che ha privilegiato l’enigma, il segreto che, in questo caso, appartiene alla mente malata della Madre a cui è stato scambiato il Figlio, di notte, dalle Streghe che, come raccontano gli etnografi, erano solite scambiare i figli, appena nati, per chiedere delle ricompense. Claudio Di Scanno ha preferito all’etnografia, anche se sarà evocata da una Ninna Nanna da brividi, di Rosa Balistreri, “La siminzina”, che dava allo spettacolo un senso arcaico, la psicoanalisi, evidente nel termine Melancholia che precede il titolo, ovvero la scienza che studiava la psicosi maniaco depressiva , grazie alle cognizioni antropanalitiche che si erano sviluppate nel secondo ottocento.
La Melancholia non è altro che la depressione conseguente ad un momento in cui è avvenuto un distacco, uno scambio che genera, in chi l’ha subito, una specie di trauma. Insomma, per Claudio Di Scanno, la Madre, a cui hanno scambiato il figlio, soffriva di queste manie, tanto che il regista avanza persino l’ipotesi che il suo vero figlio fosse quello brutto, cosa che l’avrebbe fatta impazzire, mentre le Donne che, a loro volta, subivano il fascino di Vanna Scoma, la fattucchiera che viveva con le “fatture”, le davano della pazza. La follia diventa la linea guida della prima parte dello spettacolo che Claudio Di Scanno arricchisce con una drammaturgia visiva, affidata a Daniele Campea che, con le sue immagini filmiche di vecchi manicomi piene di donne malate di mente, inserisce lo spettatore nella mente turbata della Madre, creando una atmosfera veramente emozionante.
Questa drammaturgia visiva, Di Scanno l’accompagna con una drammaturgia della Voce, affidata al soprano Emanuella Marulli, sempre in scena, tra musiche di Rossini, Verdi, Wagner, il tutto, però, costruito con una perfetta logica scenica e con una coerenza interpretativa, le sole che debbono stare a base del Teatro di Regia, tanto che lo stesso palcoscenico palpitava, come palpitava il cuore della Madre, interpretata da una straordinaria Susanna Costaglione (nella foto), soprattutto, quando vede il Veliero portare via il Figlio e quando lo vede ritornare malato per rinascere nel clima caldo dell’isola. Ottimi gli altri interpreti, da Emanuela Marulli a Rebecca Di Renzo, Martina Mastrogiuseppe, Giulia Chiccarelli, Lorenzo Maieron e Pier Luigi Lorusso.
Pubblico commosso e molto plaudente.

Ma, per il Teatro, invaso da “corpi estranei” e con incassi milionari, sembra proprio che non ci sia più nulla da fare

DUE MALATTIE MORTALI STANNO COLPENDO IL NOSTRO TEATRO: LA SUPERPRODUZIONE E L’ONDATA DI MONOLOGHI, AFFIDATI A “CORPI ESTRANEI”

(di Andrea Bisicchia) – Sulle pagine di questo giornale abbiamo, più volte, giudicato negativamente la presenza di “Corpi estranei” che, da tempo, invadono le tavole dei nostri palcoscenici.
Si tratta di persone che non sanno nulla della materia teatrale e che, al massimo, percepiscono cosa sia una “quinta” o un “piazzato”.
Non hanno fatto scuole di teatro, benché siano dei professionisti provenienti da altre discipline, come la filosofia, la politica, il giornalismo, la psicoanalisi, la sociologia, la religione. Non sono, certo una invenzione di oggi, fu il PIER LOMBARDO a inventare la loro presenza in scena per un puro scopo culturale e non commerciale. Furono pensati dei veri e propri cicli, da “PROCESSO ALLA CULTURA”, a “PROCESSO ALLA MAFIA”, a “RELIGIONE E POTERE”, a TEATRO E FILOSOFIA”.
Si entrava gratis, ai relatori venivano rimborsate le spese, gli spettatori assistevano a qualcosa di inusuale. Il successo fu illimitato. Dopo qualche decennio, iniziò ad affermarsi una nuova figura, quella del Responsabile di Eventi Culturali che ha patrocinato i primi festival, come quello della Letteratura a Mantova che, in breve tempo, si sono moltiplicati all’infinito. Sempre, nel giro di pochi anni, son nate delle Agenzie che promuovono, soprattutto, Monologhi, affidati a personaggi diventati famosi grazie alla loro presenza in trasmissioni televisive e che sono nel loro libro paga, dato che preparano, per loro, delle vere e proprie tournée.
Si sa che i volti televisivi fanno incassare molto e che assicurano esauriti in teatri da 1500 posti, tanto che, in un anno, questi “corpi estranei”, riescono ad incassare oltre 15milioni di euro contro i 100mila euro delle Compagnie di tradizione.
A farcelo sapere è stato Marco Lepre, in una intervista ad Anna Bandettini, il quale, per fare chiarezza, si è appena dimesso dalla Commissione Prosa del Ministero della Cultura, svelando l’inganno di quelli che noi abbiamo chiamato “corpi estranei”.
L’inganno consisterebbe nel fatto che costoro sono entrati nel sistema dei finanziamenti che, visti gli incassi, sono privilegiati dai parametri quantitativi e dagli Algoritmi che stabiliscono le sovvenzioni.
Accade che un Monologo, senza scene, con una sola sedia, incassando cifre enormi per la notorietà del filosofo, del giornalista, del sociologo di turno, alteri i parametri, drenando risorse non più a un professionista del teatro, ma a professionisti che, col teatro, non c’entrano nulla.
Questa tipologia di Monologhi non può rientrare in nessun “cluster”, ovvero gruppo di appartenenza, perché fa impresa a se, divorando soldi che dovrebbero essere assegnati a chi lavora, con fatica, a teatro. Se proprio la si vuole includere, bisognerebbe creare un cluster a parte che non abbia nulla a che fare col Fus.
A dire il vero, in tempi recenti, il Monologo ha perso le sue caratteristiche, c’è chi ne scrive uno alla settimana, banalizzando persino la cronaca a cui gli autori fanno riferimento.
Lukasc distinse varie forme di Monologo, distinguendo tra monologo interiore, monologo drammatico, monologo allegorico, come a dire che il monologo ha le sue regole prettamente teatrali e che non po’ essere un genere di tipo commerciale.
Per prima cosa, andrebbe regolarizzata la super produzione per evitare che i parametri vengano sempre più diluiti, tanto da ridurre le assegnazioni a qualcosa che ha a che fare con l’elemosina.
La durata teatrale di tanti monologhi è minima e, pertanto, inconsistente, specie quando si diventa produttori di se stessi. Giustamente, Marco Lepre fa notare che quelle piccole realtà, andrebbero sostenute da Comune e Regione, evitando di intralciare il Fondo Unico dello Spettacolo.
C’è qualcos’altro che andrebbe definito, ovvero il rapporto tra Attori professionisti e non Attori, il fatto che costoro fanno uso del Teatro dell’Oralità, magari senza saperlo, che ha bisogno della dizione giusta, del lavoro drammaturgico che non ha lo scopo di divulgare una lezione, essendo ben diverso il modo di porgere l’espressione verbale.
Infine, ci sarebbe l’aspetto fonico, ovvero la qualità della voce che differenzia l’attore dal non attore, specie se quella di quest’ultimo ha suoni non piacevoli, non avendo studiato dizione.

Prosa, Musical, Danza, Family, Comico: oltre quaranta appuntamenti al “Fabbri” di Forlì. Per la prima volta i Momix

IN UNA AFFOLLATISSIMA SALA DEL COMUNE DI FORLI’, ACCADEMIA PERDUTA HA PRESENTATO LA NUOVA STAGIONE DEL TEATRO DIEGO FABBRI.

(di Andrea Bisicchia) – Prima di addentrarmi nella Nuova Stagione del Teatro Diego Fabbri di Forlì, avvenuta in una affollatissima sala del Comune, alla presenza del Sindaco e Vicesindaco, vorrei fare una mia riflessione. Accademia Perduta è un Teatro di Produzione dal 2015 ed è in vetta, per punteggi, tra i vari Teatri di questo genere. Negli ultimi due anni, tra produzioni e coproduzioni ho contato ben 20 spettacoli, tutti con una loro circuitazione, alcune lunghissime, come nel caso di “Gli Innamorati” di Goldoni.
Quest’anno la scelta è caduta su uno degli autori più importanti del secondo Novecento, Slawomir Mrozek, posizionato, da Martin Esslin, nel suo volume “Il teatro dell’Assurdo”, tra Beckett, Ionesco, Pinter, Genet.
Mi sono chiesto se non sia venuto il momento, per Accademia Perduta, di un ulteriore salto di qualirà, passando da Teatro di Produzione a TRIC, ovvero a un teatro di Rilevante Intetresse Culturale. Del resto, la Bassa Romagna per numero di teatri e di spettatori, ne avrebbe assoluto bisogno. La mia non è soltanto una riflessione, ma anche un auspicio per un teatro che ha i conti a posto e nessun debito.
Veniamo alla Nuova Stagione del Diego Fabbri che, sempre sotto la Direzione Artistica di Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, propone oltre 40 appuntamenti tra Prosa Classica e Contempranea, Musical, Danza, Family, Teatro Moderno e Teatro Comico. Dicevamo della Prima Nazionale di “Emigranti” di Mrozek, autore di culto, da noi frequentato negli anni Settanta-ottanta del secondo Novecento, di cui ricordiamo “Tango”, “Il gobbo”, “Il Ritratto”, il Mattatoio”, “In alto mare”.
Per quanto riguarda “Emigranti”, ricordo l’edizione, con la regia di José Quagliò, protagonisti Giulio Brogi e Gastone Moschin, mentre oggi lo vedremo nella versione di Leo Muscato, con Claudio Casadio e Valerio Santoro.
“Emigranti” si distacca da tanti testi sullo stesso argomento per il valore universale della composizione che non si limita, come fanno oggi in molti a raccontarci fatti di cronaca sull’argomento, senza alcuna poesia, mentre l’autore polacco ci racconta una storia di solitudine, di incomunicabilità, colpa della assurdità dell’esistenza. I due protagonisti, un intellettuale e un operaio, durante la notte di Capodanno, finiranno per discutere delle crudeltà della vita, di piccole confessioni familiari e intellettuali, il tutto con un linguaggio che alterna il comico col drammatico.
Un Testo è grande solo quando sa essere universale, Segue un altro autore contempraneo, Martin Mc Donagh che sa scrivere per il teatro e che con “La reginetta di Leane” ha riscosso grande successo in tutto il mondo.
Ho visto lo spettacolo, lo scorso anno, al Teatro Franco Parenti di Milano, anche produttore, con una regia veramente ispirata di Raphael Tobia Vogel, protaginisti Ivana Monti e Ambra Angiolini (nella foto sopra), che affrontano il tema della solitudine in un confronto serrato tra una madre e una figlia, in un gioco fatto di potere e di frustazione.
Le sorprese non finiscono perché c’è da segnalare un altro spettacolo importante “Orlando” della Woolf di cui avevo visto l’edizione di Bob Wilson con Isabelle Huppert e quella di De Rosa, con Anna Della Rosa, entrambe in forma monologante.
L’edizione dello Stabile delle Marche, con la regia di Giuseppe Dipasquale, si differenzia, sia per la presenza di una Compagnia di complesso, con Viola Graziosi, Arturo Cirillo, Davide Coco e altri, sia perché il regista ha concepito lo spettacolo come una sequenza di secoli, dal Cinquecento ad oggi, che diventa, anche, una storia delle varianti scenografiche.
Segnaliamo ancora una coproduzione di Accademia Perduta: “L’Inconveniente” di Juan Carlos Rubio, regia di Luca Manfredi, con Milena Vukotic e Giulia Fiume e, sempre nella Stagione di Prosa, ricordiamo “Il giuoco delle parti” di Pirandello, regia Giampaolo Romania, con Pippo Pattavina e una edizione di “Indovina chi viene a cena”, con Cesare Bocci e Vittoria Belvedere, vista la scorsa Stagione che mi ha molto convinto.
Per il TEATRO MODERNO, sono cinque gli spettacli che vanno seguiti, si tratta di “Animali Umani” di e con Roberto Mercatini, “Il Presidente” di Davide Carnevali, con Filippo Nigro, “Le Volpi” di Lucia Franchi e Luca Ricci, con Manuela Mandracchia, Giorgio Colangeli, “Alieni in Laguna” con Andrea Pennacchi, “Io, Charles” di Sonia Antinori, regia Alessio Pizzech con Marco Bocci e Pia Lanciotti.
Largo spazio al Teatro Comico, alla Danza e al Musical, molto attesi “Cantando sotto la pioggia” e “Virginia Raffaele”, con la regia di Federico Tiezzi, ai Momix, per la prima volta a Forlì.

Mito, favola, gioco. Ed ecco, negli anni Settanta, il teatro ragazzi competere col teatro dei grandi, oggi quasi alla pari

BIENNALE TEATRO, “COLPI DI SCENA”, ORGANIZZATA DA ACCADEMIA PERDUTA, HA PRESO IL VIA A FORLI, CON 16 SPETTACOLI, TANTO PUBBLICO, TANTI CRITICI E TANTI OPERATORI.

(di Andrea Bisicchia) – Da alcuni anni, Claudio Casadio e Ruggero Sintoni di Accademia Perduta si sono inventati un Festival che hanno dedicato, alternandolo al Teatro Contemporaneo e al Teatro Ragazzi, con l’idea programmatica di offrire una “vetrina” delle nuove generazioni che operano entrambi nella contemporaneità, anche se con finalità diverse.
Quando si parla di Teatro Ragazzi, bisogna ricordare che ha una lunga storia, essendo nato negli anni Settanta del secolo scorso, in concomitanza con la crisi dei Teatri Stabili, con la nascita delle Cooperative, del Teatro di Base, della Comune, del Terzo Teatro, del Teatro di Strada, del Teatro Sociale e Politico.
Si trattò di una Stagione irripetibile, durante la quale tutto fu messo in discussione. Il Teatro Ragazzi, pur tra grandi difficoltà economiche, iniziò ad avere un suo spazio, fino ad imporsi a livello ministeriale, tanto che, oggi, molte realtà sono diventate Teatri di Produzione.
A dire il vero, le differenze tra Teatro Contemporaneo e Teatro Ragazzi si sono sempre più accorciate, sia per l’alta professionalità dei responsabili, sia per l’uso dei generi teatrali che spesso finiscono per incontrarsi.
Il Teatro Ragazzi fa ricorso a generi che riguardano il Mito, la Favola, il Mistero, il Gioco, generi che troviamo nel teatro di tutti i tempi che, nel nostro caso, vengono utilizzati per coinvolgere giovani spettatori, pronti a lasciarsi affascinare dalla bravura degli interpreti e dai loro racconti che si allontanano sempre più da pedisseque rivisitazioni o “riusi” delle favole antiche a vantaggio di una creatività sempre più attenta alle rivoluzioni sociali e alle modalità di ricezione.
A base del genere favolistico esiste un pozzo profondo a cui attingere, carico di simbologie, di allegorie, di mitopoiesi che hanno a che fare con l’ignoto, col terrore, con la paura, con lo sgomento e, persino, con la morte, categorie che ritroviamo nel teatro per i grandi.  C’è da chiedersi, allora, perché abbiamo ancora bisogno di favole e di eroi? Forse perché dinanzi al mistero della vita l’uomo qualunque si trova impreparato. Nelle favole che, molte volte, sono il riflesso di eventi storici, di suggestioni esoteriche, sempre legate al mutevole spirito dei tempi, l’uomo, sia grande che piccolo, va in cerca di legittimazione del suo stesso immaginario col quale alterna la creatività di oggi con le rielaborazioni dei miti fondanti.
Colpi di Scena diventa, pertanto, un punto di osservazione di come si siano evolute le favole classiche, le leggende popolari e di come siano diventate oggetto di spettacolo, con modalità diverse che vanno dal Teatro di Narrazione, al Circo, alla Danza, ai Pupazzi, al Teatro d’Ombre e di Figura, al Teatro d’Attore. Accademia Perduta, con Colpi di Scena, mette in atto la sua lunga esperienza, le ben note capacità di fare Rete, di dialogare con le Istituzioni, dalle quali ha sempre ottenuto riconoscimenti Culturali ed Artistici.
Il Programma di quest’anno è stato presentato, secondo consuetudine, a oltre 150 Operatori e ai critici che ne indagano, oltre che la professionalità, anche le forme e i contenuti che riguardano Miti arcaici, leggende, magie, viaggi, come se, gli artisti, volessero misurarsi con qualcosa che non appartiene a una verità effettuale, bensì a una che ha a che fare col meraviglioso, con lo stupore, ma anche col timore. Anzi, il meraviglioso diventa il riflesso di quell’anima popolare che, spesso, sconfina nel fantastico, nel gioco, col quale si misura sia la finitezza che l’infinitezza del mondo.
Dicevo prima che le differenze tra Teatro Ragazzi e Teatro Contemporaneo si sono molto accorciate, lo testimoniano alcuni spettacoli come: “Contro il sole. Il mito di Dedalo e Icaro” di Emanuele Aldrovandi, prodotto da Teatro Gioco Vita, oppure “Il mondo dei Quasi”, prodotto da Ater Balletto, per Danza Contemporanea, coreografia di Fernando Melo, o “Notturna”, prodotto da Accademia Perduta e Nadia Milani, uno spettacolo che rientra nella formula del Teatro Popolare, adatto a tutti.
Ma le sorprese non sono finite, perché, sempre in quest’ambito, entrerebbero, sia “Odissea”, con Francesco Piccotti, regia Fabrizio Pallara, prodotto da Divisoperzero, e “Charlie”, testo e regia Stefano Andreoli, prodotto da Accademia Perduta e Teatro Città Murata, “Il Ragazzo Volante, prodotto da La Baracca Teatro Tastoni.
Oltre ad Accademia Perduta, hanno partecipato a Colpi di Scena: la Compagnia del Buco, Nadia Milani, Teatro città Murata, TPC Tanti Cosi Progetti, Factory Compagnia Transadiatrica, Altri Posti In Piedi, Castaldo Santucci, Crampi, Fondazione TRG, Divisoperzero, Elsinor, Ater Balletto, Teatro Koreja, La Baracca Teatro Testoni, Solares Fondazione delle Arti, Teatro Delle Briciole, Sosta Palmizi/ Dododans, Teatro Gioco Vita.