Triennale Milano riapre al pubblico. Il cartellone dei prossimi mesi: un anno di esposizioni, spettacoli ed eventi culturali

Francis Kéré, Progettista dell’allestimento 23ª Esposizione Internazionale, Ersilia Vaudo, Curatrice 23ª Esposizione, Stefano Boeri, Presidente Triennale Milano (foto Gianluca Di IoIa)

MILANO, mercoledì 28 aprile Triennale Milano, in occasione della riapertura al pubblico, ha presentato la programmazione dei prossimi dodici mesi, fino all’apertura della 23ª Esposizione Internazionale: dal 20 maggio al 20 novembre 2022. Un anno in cui mostre, spettacoli, festival, eventi, concerti, dialoghi animeranno gli spazi del Palazzo dell’Arte e il Giardino Giancarlo De Carlo, che ospiterà le attività di Triennale Estate.
Attraverso questa programmazione, la Triennale vuole ribadire la centralità della cultura in un momento complesso come quello attuale, l’importanza di mantenere sempre vivo il dialogo con la città, le istituzioni, i pubblici, gli artisti, gli altri spazi culturali.

Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, afferma: “Nel 2023 Triennale Milano celebrerà i cento anni dalla sua fondazione. Durante la sua lunga storia, Triennale – una tra le uniche istituzioni al mondo in grado di porsi come crocevia tra le discipline e i saperi – ha dimostrato la capacità di leggere e interpretare il proprio tempo, di intercettare con anticipo temi e urgenze, di porsi come un luogo aperto di dialogo, confronto e dibattito. Oggi più che mai Triennale vuole essere simbolo e riferimento della ripartenza culturale per la città di Milano e per tutta l’Italia. E lo fa attraverso la sua ampia programmazione di mostre ed eventi, che spazia dal design – centrale in questo il ruolo del Museo del Design Italiano – all’architettura, dal teatro alle performing arts, alla fotografia, per arrivare all’importante appuntamento del 2022 con la 23ª Esposizione Internazionale, dal titolo Unknown Unknowns, in cui, deviando lo sguardo dalle certezze antropocentriche, Triennale si aprirà allo sconosciuto e all’ignoto con uno scambio fluido tra le arti e le scienze”.

I curatori di Triennale Milano – Umberto Angelini per il settore Teatro, danza, performance, musica, Lorenza Baroncelli per Architettura, rigenerazione urbana, città; Lorenza Bravetta per la fotografia; Damiano Gullì per le attività del public program; Marco Sammicheli per il settore Design, moda, artigianato – hanno sviluppato un programma in cui i diversi ambiti espressivi si intrecciano e dialogano, esplorando i temi centrali del nostro presente.
La riapertura al pubblico di Triennale Milano (dal martedì alla domenica, dalle ore 11.00 alle ore 20.00) coinciderà con l’avvio di numerose iniziative, che permetteranno di tornare a vivere insieme la cultura, sempre nel pieno rispetto delle disposizioni per la tutela della sicurezza dei visitatori, degli artisti e dei lavoratori.

Orari apertura mostre: martedì – domenica, ore 11.00 – 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.00) – Prevendita obbligatoria per il sabato e la domenica ed entro il giorno prima della visita.
Informazioni e Prevendite: www.triennale.org

Posata la prima pietra della Scala del futuro. 36 metri in altezza e 18 metri di profondità, fin sotto la falda acquifera

Milano, lunedì 26 aprile Posata la prima pietra del nuovo edificio che sorgerà in via Verdi, opera essenziale prevista come complementare al necessario ampliamento della sede storica del Teatro alla Scala già al momento dell’acquisto della palazzina stessa, avvenuto nel 1997.
Le nuove soluzioni organizzative e produttive che potranno essere adottate con questo intervento consentiranno di migliorare lo svolgimento dell’attività artistica, grazie all’ampliamento dell’area di montaggio e smontaggio delle scene e alla realizzazione delle nuove sale prova per l’Orchestra e il Ballo, oltre a garantire gli spazi necessari al rientro in Teatro di quelle funzioni amministrative ancora ubicate in sedi esterne. Il piano economico-finanziario prevede un investimento complessivo di 17 milioni di euro.
La realizzazione del progetto architettonico è stata affidata all’Architetto Mario Botta che, insieme allo studio dell’Architetto Emilio Pizzi, si era già occupato dell’importante intervento di restauro e ristrutturazione della sede storica del Teatro e dell’area tecnica della torre scenica realizzata tra il 2001 e il 2004, al fine di garantire la coerenza stilistica della nuova palazzina con gli altri edifici del Teatro.
Il linguaggio è quello tipico dell’architetto ticinese: geometrie precise, alternanza di pieni e vuoti e cura nel rivestimento. Come per la torre scenica nel 2004, si scaverà diciotto metri al di sotto del suolo (gli ultimi metri sono sotto il livello della falda acquifera) e si arriverà all’altezza della torre stessa (circa 36 metri fuori terra). Complessivamente sono sei piani sotterranei e undici fuori terra. I piani sotterranei saranno in gran parte occupati da un unico spazio, la sala prove per l’orchestra, con una superficie di circa 310 metri quadri e alta 14 metri. Le dimensioni e l’altezza della sala, appositamente concepite dal punto di vista acustico con la consulenza del noto progettista acustico Yasuhisa Toyota, consentiranno di avere il miglior risultato musicale per le prove e di poter utilizzare tale ambiente anche come sala d’incisione.
Il palcoscenico diventerà invece ancora più profondo raggiungendo i 70 metri con la creazione di un’area in cui sarà possibile eseguire il montaggio/smontaggio delle scene senza disturbare le attività di prova o spettacolo in corso. Saranno inoltre realizzati una nuova sala prove ballo della superficie di circa 150 mq, posta all’ultimo piano dell’edificio, e nuovi spazi per l’archivio storico documentale, attualmente ubicato in un deposito esterno.

Scuola, enti locali, burocrati, trafficoni. Tutti insieme appassionatamente nel gran calderone d’un teatro in crisi

(di Riccardo Pastorello) – I recenti avvenimenti, che hanno precipitato il teatro italiano in un abisso dal quale uscire sarà forse non impossibile, ma molto lungo e faticoso, pongono alcuni quesiti sulle origini della debolezza strutturale del nostro sistema.
Vorrei provare a elencarne alcuni che sono comuni all’andamento della gestione generale del paese per quello che riguarda le attività di spettacolo cosiddette creative e/o culturali e al relativo sostegno dello Stato.
La prima debolezza, che è alla base di tutte le altre, è senza dubbio il costante e perdurante calo di importanza delle attività di spettacolo “di qualità” nella scala delle priorità culturali del nostro sistema educativo. Un numero sempre minore di insegnanti – gli unici a poter fare da tramite fra i giovani e il teatro – si premura di organizzare e educare i ragazzi, a “fare teatro” (anche nel rispetto di indicazioni ministeriali) piuttosto che a “andare a teatro”, facendo così un corretto lavoro di formazione del potenziale pubblico del futuro. Le famiglie, a loro volta, sono sempre meno propense a indirizzare una parte delle loro scarse risorse economiche a questo tipo di investimento.
A questo calo hanno inoltre contribuito mezzi dal potere comunicativo che, se meno qualificati dal punto di vista educativo e culturale, sono molto più forti di quelli a disposizione dello spettacolo dal vivo. È sotto gli occhi di ognuno che la cosiddetta comunicazione social abbia rappresentato una regressione puerile del livello culturale, ma dotata di una forza di convincimento del tutto inimmaginabile fino a poco più di venti anni fa. McLuhan ha già detto tutto in proposito e aggiungere altro non avrebbe senso.
Allo stesso tempo, nel corso di venti anni, da mezzo elitario, apprezzato però da un gran numero di utilizzatori, il teatro ha cominciato a godere dell’interesse della classe politica in tutte le sue articolazioni e gradi. Ottima cosa, si dirà. Non è purtroppo andata proprio così. Con l’intenzione di sostenerlo, il settore è stato frantumato in tante piccole repubblichette nelle quali a volte l’assessore di turno e il dirigente di settore della pubblica amministrazione, con poche competenze del mestiere del teatro, hanno sostenuto, realtà di scarso rilievo. Il sistema si è allargato, ma a un livello più basso del previsto, sia dal punto di vista artistico che da quello manageriale. Il riscontro della presenza degli spettatori è stato del tutto negletto.
Nel suo complesso, negli ultimi quindici o venti anni, la richiesta di spettacolo si è stabilizzata. Invito tutti quelli che oggi fanno propaganda a se stessi, continuando a compiacersi che tutto vada bene – a casa loro, poiché a casa degli altri, ovviamente, va tutto male – a riconsiderare i dati degli spettatori di oggi e quelli di quindici anni fa. Ci si accorgerà che i soggetti che propongono spettacolo si sono moltiplicati e la quantità complessiva dei fruitori è rimasta pressappoco la stessa. Ergo: non solo non c’è stata crescita, ma si è verificata una frantumazione dell’offerta che qualsiasi sociologo o economista della cultura giudicherà regressiva.
A livello centrale si poteva fare molto e invece che cosa è successo? Molte cose interessanti da un punto di vista teorico, ma che nella pratica hanno tenuto a galla quasi tutti i beneficiari dei contributi statali, aggiungendone altri in presenza di risorse diminuite in termini assoluti con sempre minore quantità di quelle destinate al palcoscenico.
Tenuti a galla in senso del tutto negativo, poiché rimanere a galla non può che avere un significato negativo.
Le circolari prima, a partire dal direttore generale Carmelo Rocca e i regolamenti degli ultimi decenni a firma dei vari Ministri, cosa hanno dunque fatto? Una cosa molto semplice e tipicamente italiana: hanno accontentato tutti quelli che andavano accontentati. Ognuno arroccato nel proprio piccolo o grande settore.
Molti di quelli che avrebbero dovuto essere posti in capo alla competenza territoriale delle Regioni, che tanto si sono date da fare per acquisire competenze sul settore con la riforma del titolo V della Costituzione, sono rimaste al centro, in una posizione del tutto anomala, poiché la loro attività non usciva da un tipico e limitato ambito territoriale. Allo stesso tempo, in una logica di tipico assistenzialismo, hanno continuato, con alterne fortune, a chiedere il sostegno anche dell’Ente locale.
Insomma, il calderone è talmente pieno, che si è creata una marmellata nella quale non si distingue più un sapore da un altro e nel quale la contribuzione diretta ha mostrato tutti i suoi limiti. Infatti il sistema si basa da una parte su una sclerosi che porta a storicizzare i contributi e, dall’altra, ad avere una sorta di datore di lavoro occulto rappresentato dallo Stato e dagli Enti locali che ci dicono quanto, dove e come fare il nostro lavoro. I teatranti sono sempre meno occupati nel lavoro di palcoscenico e sempre più attenti a calcoli cabalistici o a combattere la burocrazia o a farsi la guerra, tentando di ottenere dallo Stato un occhio di riguardo in più degli altri, mentre l’unica cosa che dovrebbero capire è che se non si ritorna alla centralità del prodotto, ogni confronto diventa impossibile. Per la televisione lo ha detto molto bene Giovanni Minoli in una recente intervista al Corriere della sera.
Ma allora cosa dovrebbero fare i poveri teatranti, che senza saperlo hanno stretto da soli intorno al loro collo il cappio che oggi li strangola? Cambiare soprattutto la loro mentalità, accettare e chiedere nuovi strumenti: un serio Tax Credit, un altrettanto serio sostegno alla distribuzione (scomparsa dall’orizzonte della politica che ha voluto solo produzione e poi produzione e poi altra produzione) e la fine delle etichette che già esse stesse tentano di definire chi è bravo e chi non lo è. E una seria politica di sostegno, poiché sostenere non è assistere. Sostenere significa muovere e far crescere un sistema che si autoregola e che ha un riscontro nell’economia reale. Assistere significa tenere in vita il più a lungo possibile chi nella realtà è già morto o è divenuto irrilevante.
Dovremmo infine meditare tutti sul fatto che proprio durante questa grande emergenza che l’intero paese ha vissuto, nessuno di noi abbia pensato che ora e non domani o dopodomani, il sistema vada riorganizzato dalle fondamenta, perché se arrancava prima, senza una rivoluzione copernicana, come potrà farlo nel momento in cui sono venute meno le condizioni basilari del suo funzionamento?

Si stanno normalizzando i Teatri Stabili italiani. Ma all’Emilia Romagna Teatro (ERT) non c’è accordo sul nuovo direttore

(di Andrea Bisicchia) Mentre Claudio Longhi sta lavorando alla stagione del Piccolo Teatro, dopo essere stato scelto, alla Direzione, dal Consiglio d’Amministrazione (che, per l’occasione, si era avvalso di due nuovi componenti per raggiungere il numero legale); mentre i Teatri Stabili del Friuli Venezia Giulia e di Venezia possono avvalersi di due nuovi Direttori, già all’opera, il veronese Paolo Valerio e il romano Giorgio Ferrara che appena lasciato il Festival di Spoleto; e mentre a Roma il Consiglio d’Amministrazione si scontra con la Direzione Artistica per un trasparente bilancio, tutto tace per la nomina del nuovo Direttore dell’ERT (Emilia Romagna Teatro).
Eppure, a gennaio, erano stati fatti dei nomi altisonanti, come quelli di Romeo Castellucci, oggi Regista Residente al teatro della Triennale di Milano, di Valerio Binasco, consulente del Teatro Stabile di Torino, di Lino Guanciale, molto preso con gli sceneggiati televisivi, di Antonio Calbi, attualmente Presidente dell’INDA, di Elena Di Gioia, Direttrice di Agorà, allora molto papabile, forse perché bolognese.
A questi nomi mancava quello di Ruggero Sintoni che, a mio avviso, potrebbe essere un ottimo Direttore, visto il suo curriculum, essendo non solo Presidente di Accademia Perduta/Romagna Teatri, ma anche Presidente dell’Associazione Imprese Spettacoli dal vivo, noto anche per il buon funzionamento dei teatri che rappresenta e per la regolarità dei bilanci.
C’ è da dire che l’ERT vanta un parterre di soci abbastanza differenziato, perché fanno parte dei Comuni di Bologna, Modena, Cesena, Vignola e Castelfranco, quindi sembra difficile metterli d’accordo, dato che in una nota si leggeva, sempre a gennaio, che era necessario svolgere un iter, nel minore tempo possibile, per raggiungere un dialogo costruttivo. Alla fine è stato scelto un Bando di selezione, “non vincolante”, per il conferimento dell’incarico del nuovo Direttore. Al Bando, sembra, che abbiano partecipato più di cento contendenti, quindi chi sa quanto altri mesi dovranno passare.
Però, mi chiedo cosa voglia dire “non vincolante”, la risposta potrebbe essere che, una volta fatta la scelta, quella stessa potrebbe essere cambiata, proprio perché “non vincolante”.
E, intanto, il tempo passa, e all’ERT se la prendono con molta calma visto che, a causa del Covid, i teatri dovranno ancora rimanere chiusi a tempo indeterminato.