Non si sa più chi sia o cosa voglia lo spettatore teatrale. Noia? Indifferenza? Stanchezza? Meglio quando fischiava

(di Andrea Bisicchia) Una volta c’era” Lo spettatore critico”, titolo di un libro di Gerardo Guerrieri, quello di chi, pur avendo un’ampia conoscenza del lavoro teatrale, si metteva nei panni del pubblico, poi ci fu “Lo spettatore addormentato”, titolo di un libro di Ennio Flaiano, che invocava i fischiatori, perché insofferente alle mode, alle riscritture, ai rimaneggiamenti, alle modernizzazioni, ai copioni che non riguardassero la contemporaneità e che generavano noia e sonno. Oggi c’è lo “Spettatore paziente”, quello notato da Anna Bandettini al Franco Parenti, in occasione dello spettacolo “Così è, se vi pare” di Pirandello, nella “riscrittura” di Elio Germano che, non solo deve indossare l’odiosa mascherina, ma tenere, per un’ora e mezza, una cuffia e un visore per potersi fare catapultare, dalla tecnologia, nel salotto di casa Laudisi, ed ancora c’è ”Lo spettatore educato”, quello notato da Paolo Paganini, al teatro Manzoni, in occasione del “Don Chisciotte”, con Alessio Boni, che ha dovuto subire due ore di spettacolo inutile.
In verità, la pazienza dello spettatore va ricercata in un teatro che rimastica se stesso, che ha poco da dire e che, soprattutto, non lascia alcun segno di sé, rendendo, lo spettatore, sempre più smarrito.
A dire il vero, è smarrito anche il critico e, in particolare, lo storico del teatro che non può procedere per assemblamenti, per teorie estetiche, perché tutto sembra essere di breve durata, oltre che soggetto a una occasionalità che rende il prodotto teatrale sempre più superfluo. Non esistono più registi di riferimento che siano anche maestri, ne esistono tanti che vanno a ruota libera, forse non per colpa loro, ma per quella crisi sociale e identitaria che non ha prodotto un autore capace di rappresentarla, né un regista che abbia saputo portarla in scena. E allora? Allora si cerca l’esibizione, la trasgressione, lo scandalo, il meraviglioso con l’aiuto della tecnologia, magari credendo, in questo modo, di non annoiare il pubblico, al quale, però, si chiede di essere paziente, anziché pretendere di essere impaziente, di avere delle pretese, di non rimanere passivo e, quando occorre, di fischiare.
Oggi il teatro ha perso la sua purezza, vive di contaminazioni, di sofisticazioni, di imbrogli, anche teorici, nel senso che si cerca di giustificare anche quello che non ha senso, con la scusa di star vivendo un’epoca di trasformazione e di ricerca, benché non esistano le condizioni.
Il vero teatro, quello che fa pensare, che sa parlare della realtà a lui contemporanea, è sempre un teatro di ricerca, non, per questo, avanguardista. Erano avanguardisti i maestri della scena, capaci di indagare il mistero che sta dietro ogni testo. Le Avanguardie storiche erano di breve durata e caratterizzate da “Plausi e botte”, titolo di un libro di Giovanni Boine, le cui critiche, all’inizio del Novecento, erano cariche di polemiche che rendevano partecipe lo spettatore.
Certo, dietro la crisi del teatro, c’è anche quella del pensiero, sempre più debole, la qualcosa alimenta la crisi della conoscenza. Si potrebbe avanzare l’ipotesi di una certa stanchezza che ha coinvolto, non solo gli artisti, ma anche lo spettatore che prova difficoltà a distinguere il vero dal falso, quello che la scena offre e quello che lo spettatore dovrebbe pretendere, forse per questo motivo, dovrebbe ritornare a fischiare, seguendo il consiglio di Flaiano, così come continua a fare lo spettatore del teatro lirico, quando non si trova d’accordo con ciò che vede.

Zubin Mehta aprirà a settembre il Maggio. E intanto tutti stupiscono al gentile omaggio di Nancy: un milione di dollari

FIRENZE, domenica 23 gennaio ► (di Carla Maria Casanova) – L’annuncio che Nardella (sindaco di Firenze) e Pereira (sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino) invitassero a un incontro stampa con Nancy e Zubin Mehta suonava curioso. Su Zubin, dal 1985, direttore principale, ed ora direttore onorario a vita, del Teatro del MMF, tutto regolare. Ma che cosa significava la presenza della di lui consorte? Il motivo è chiarito in cifre: un milione di dollari donato alla istituzione del Maggio.
Dice Pereira: “Quando lo scorso anno abbiamo inaugurato l’Auditorium, maestosa sala da 1200 posti, ho pensato che la persona più meritevole cui dedicarlo era Zubin Mehta che a questo teatro ha tanto dato da oltre 35 anni, senza contare il suo debutto, avvenuto nel 1961. Gli ho chiesto se accettava l’intitolazione a suo nome e quando ne ho parlato a Nancy il grande cuore di lei si è sciolto ed ha corrisposto con una donazione di una parte delle loro azioni americane, corrispondente a un milione di dollari.”
È noto che Alexandre Pereira è “l’uomo delle sponsorizzazioni”. Nessuno bravo come lui ad accaparrarsele. Lo sapevano anche alla Scala, dove commisero il grande errore di non confermarlo allo scadere del suo mandato. Certo che un milione di dollari nessuno se lo aspettava.
La biondissima Nancy Mehta si proclama innamorata dell’Italia (da tempo lei e il Maestro hanno preso in collina, appena fuori Firenze e acquistato un’altra prestigiosa dimora poco più in là che hanno ora affittata a Pereira) “Qui è tutto meraviglioso, le città, il paesaggio. Quando ritorno a casa nostra respiro aria nuova. Qui la vita è bellissima!
Nonostante ciò e le prolungate permanenze italiane, Nancy non parla italiano. Fa il suo lunghissimo speech in inglese, davanti allo sparuto gruppo di giornalisti (si tratta sostanzialmente di fotografi) che non paiono captare nemmeno una parola. Ma interviene Pereira (che di lingue ne sa 6 o 7) a manifestare il suo comprensibile entusiasmo. Ed a spiegare che questo “gesto” dovrebbe servire da esempio per tanti altri miliardari, i quali magari oltre ad andare su Marte…
Il messaggio è lanciato soprattutto alla iper class americana dove si sa che i magnati sono sempre pronti a superarsi. Nello slancio Pereira parla anche della prossima apertura del Teatro del Maggio (si sa che alla inaugurazione già avvenuta non tutti i servizi e gli impianti erano attivi e poi c’è stata l’orrida pausa del Covid…)
Dunque”, dice Pereira, “per settembre, a lavori terminati, apriremo definitivamente il teatro…
No settembre, forse dicembre”, corregge Nardella più realistico.
E qui si instaura una nobile gara, dove entrambi si riservano di confermare la data esatta. “Dobbiamo chiarire con l’impresa dei lavori”, dice Nardella “la quale non ha mai parlato di settembre. D’altronde, un’opera da 300 milioni di euro come il teatro del Maggio, e con le vicende degli ultimi due anni, può comportare anche eventuali ritardi.”
Pereira non vuol sentir ragioni. Su questo faceto dibattito si inserisce amichevolmente Zubin Mehta: “Ma infine, quando si riapre, questo teatro? Io non ne so niente…”
L’arcano sarà chiarito il 1° febbraio, con la conferenza stampa dell’annuncio della stagione, anzi delle prossime stagioni. “Non più di tre, prossime stagioni”, precisa Mehta: “sono sopravvissuto a 13 soprintendenti, ma non esageriamo.”
Per ora è in programma – in data da definirsi – il concerto di apertura diretto da Mehta, con musiche di Mahler, Strauss e Mozart, concerto che sarà portato in tournée a Macerata, Rimini, Siena, Firenze (forse in piazza della Signoria). Sul versante operistico si prospettano una spettacolare Aida digitale (Pereira ha la fissa di un certo regista), seguita da Traviata, Carmen e Lohengrin.
Il teatro della Pergola verrà riportato ai suoi giusti splendori con una ripresa delle mozartiane Nozze di Figaro.
Alla domanda fatta a Mehta se accarezza sempre il proposito di dirigere Parsifal, il maestro conferma: “Sì, certo, ci penso ancora.”

Anacronismi ed ebbrezze di paradisi tecnologici. Il teatro ci è sfuggito. E non ci aiuta più a comprendere il nostro tempo

(di Andrea Bisicchia) Il teatro è, spesso, idolatrato e, nel contempo, detestato, si passa dall’ammirazione, al suo contrario. Qual è il motivo di questo procedimento distopico? Forse va ricercato nel fatto che l’uomo ha sempre visto il teatro come una specie di àncora di salvezza, un luogo dove si possa incontrare qualcuno che cerca di proporti delle verità reali o immaginarie, capaci di dare un senso alla vita.
Quando, allora, lo si detesta?
Quando non svolge più il suo compito, ovvero quando non induce a farti delle domande, quando si esercita come una mera professione che non cerca il dialogo, ma che permette l’esercizio di un mestiere col fine di guadagnare, spesso ricorrendo a materiali che appartengono al passato, nel vano tentativo di riportarlo in vita, esercizio che Bauman chiama “Retrotopia” e che dà il senso dell’anacronismo.
Visto che viviamo in un tempo in cui si cerca di proiettare il presente verso un futuro sempre più tecnologico, anche il teatro dovrà adattarsi. Questo tentativo è chiamato da Fukuyama: “Tecnotopia”.
Il teatro non può non risentire dei risultati di altre professionalità, senza cercare di porsi in una situazione di tipo comparativo. Lo ha fatto nell’ultimo ventennio, col continuo ricorso alla tecnologia per dare un senso alla “nuova scena”.
Chi ama il teatro, chi fa lo spettatore di professione, si pone nella situazione dell’interlocutore che propone delle domande su come il teatro possa farci comprendere il nostro tempo, in un momento in cui è di moda parlare di post-umano, di transumano, ovvero di teorie che guardano sempre più ai risultati della tecnica e della scienza, che hanno abbattuto le barriere di ogni forma di idealismo e quindi di umanesimo, come dire che certi ideali non siano da ricercare  in quel che il teatro attualmente propone, essendo i suoi prodotti più inclini a rappresentare il passato e non il futuro, bensì in quello più attento alle verità della cronaca che non alle verità assolute, quelle che non contemplano la realtà, ma il disvelamento di ciò che sta dentro la realtà.
Abbiamo trascorso un anno, durante il quale sui palcoscenici è stato proposto Dante nelle forme più convenzionali, ora ricorrendo alla didattica, ora alla declamazione, ora ai suoi significati filosofici, ora alle analogie tra l’Inferno dantesco e quello del nostro vivere quotidiano.
Chi ha scelto di non ricorrere alla parola che ritiene ammalata, ha optato per il teatro performativo, di cui bastano due esempi per capire il motivo di tali scelte: la prima riguarda lo spettacolo di Romeo Castellucci, un’”azione” teatrale, e non una rappresentazione, che ha proposto, riferendosi alla pandemia, una parata di scheletri (v. foto in alto), nella notte tra il 20 e il 21 novembre, che ha attraversato, in silenzio, alcuni luoghi storici di Milano, come un “Mistero” medioevale; la seconda riguarda uno spettacolo di Ersan Mondtag, dato al Piccolo, che ha proposto un testo senza parole, ma che deve essere ricreato dalla mente del pubblico.
Sono esempi estremi, ma necessari per capire in che modo, il teatro, possa dare un senso alla vita, da ricercare nel pensiero e nelle capacità di interpretare anche gli “Atti senza parole” di beckettiana memoria.

Auguri 2022