Cézanne e Renoir. Così diversi, così vicini. A Milano il confronto fra due giganti dell’Impressionismo. In 52 opere

MILANO, mercoledì 20 febbraio ► (di Patrizia Pedrazzini) Centocinquant’anni fa, per l’esattezza il 15 aprile del 1874, riuniti nello studio parigino del fotografo Nadar, in Boulevard des Capucines, 31 artisti innescarono, con una grande mostra, una rivoluzione destinata a cambiare nel profondo il modo di intendere e di fare pittura: l’Impressionismo.
Ora due di loro, Paul Cézanne e Pierre-Auguste Renoir, approdano, direttamente dall’Orangerie e dal Musée d’Orsay della capitale francese, a Milano. Con cinquantadue dipinti, esposti nelle sale di Palazzo Reale fino al prossimo 30 giugno.
Dalle prime tele degli anni Settanta dell’Ottocento alle opere più mature del primo Novecento, scopo dell’esposizione è mettere a confronto i caratteri e gli stili diversi dei due itinerari artistici, che peraltro sfociarono nella nascita di una sincera amicizia, divenuta poi negli anni ammirazione reciproca, fatta anche di interessi condivisi per alcuni determinati generi pittorici: la natura morta, il paesaggio, il ritratto, il nudo.
Ma anche caratterizzata da stili differenti: più rigoroso, quasi geometrico, dai contorni netti, i colori pieni, la pennellata forte e decisa, Cézanne; più armonico, portato alle atmosfere delicate, sfumato, incline alla resa delle forme attraverso il colore, Renoir.
Ecco allora, nelle sale di Palazzo Reale, il piacere del confronto.
Per esempio, in tema di esterni, fra “Arbres et maisons” del primo e “Paysage de neige” del secondo. O meglio ancora, a proposito di nature morte, fra coppie di dipinti tanto simili quanto a soggetto, tanti differenti quanto a rappresentazione pittorica. Dove la quasi sensualità delle pesche morbide e vellutate, delle fragole rosse, delle pere mature disposte su soffici tovaglie di Renoir si contrappone, in maniera inequivocabile, ai frutti sodi e gialli che, contornati di nero, Cézanne colloca, facendoli emergere, su tavoli spogli e dagli spigoli netti.
Per passare ai ritratti, caratterizzati in Renoir da atmosfere dolci e serene, ammantate di tenerezza, mentre le figure di Cézanne appaiono spesso distanti, severe, comunque poco sorridenti, talvolta quasi astratte. Fino ai quadri delle bagnanti (“Trois baigneuses” di Cézanne e “Baigneuse assise” di Renoir), dal cui confronto emerge chiaramente la contrapposizione fra il nudo disteso, morbido e voluttuoso del secondo e quelli in piedi, muscolosi, quasi atletici, decisamente più “freddi”, del primo.
Bella la ricostruzione in dimensioni reali, a metà del percorso espositivo, degli atelier nei quali i due artisti lavorarono nel sud della Francia: a Jas de Bouffan Cézanne, a Cagnes-sur-Mer Renoir: tavoli, ripiani, tele, cavalletti, tavolozze, stracci, pennelli, e i finestroni a riquadri affacciati sul verde e sulla luce della Provenza.
Mentre a fine mostra attende un ultimo confronto, questa volta però con due opere di Picasso (“Grande nature morte” e “Grand nu à la draperie”), a riprova dell’impatto e dell’influenza che i due impressionisti hanno avuto sulle successive generazioni di pittori.

“Cézanne/Renoir”, Milano, Palazzo Reale, fino al 30 giugno 2024

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I Preraffaelliti in mostra a Forlì con 350 opere. Rinnovarono la pittura reinventando miti, stili e personaggi del passato

FORLÌ, domenica 25 febbraio ► (di Andrea Bisicchia) – Le mostre organizzate dal Museo San Domenico di Forlì non deludono mai, sia per l’originalità delle proposte che per la qualità della ricerca i cui valori, altamente filologici, sono indiscutibili. “Preraffaelliti. Rinascimento Moderno” ne è la conferma, dato che, i curatori, sotto la direzione di Gianfranco Brunelli, si sono cimentati, non tanto con i notissimi Preraffaelliti viennesi, ma con i meno noti, fondamentali per capire in che modo avvenne la rivolta degli artisti europei, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando anche la scuola inglese si fece notare per una sua particolare attenzione all’arte medievale e rinascimentale.
I nomi che spiccano sono quelli di William Hunt, John Millais e Dante Gabriel Rossetti, tutti attenti a rinnovare la pittura anglosassone. In mostra, i visitatori possono ammirare circa 350 opere che raccontano un lungo periodo produttivo, molto intenso, dopo la scoperta del Medioevo e del Rinascimento italiano, soprattutto di quest’ultimo che, utilizzando i ritrovamenti del periodo ellenistico, sia della pittura che della scultura e dell’architettura, impresse quella riforma che non fu certo seconda a quella dei maestri a cui si era ispirata.
È quanto accade nella seconda metà dell’Ottocento e nell’inizio del Novecento, con i movimenti dei Nazareni, più legati all’arte medioevale, dei Preraffaelliti inglesi e austriaci, più legati alla scoperta del Rinascimento, a cui aderiranno anche i nostri pittori del Movimento “Novecento”, inventato dalla Sarfatti, di cui uno dei protagonisti è stato Achille Funi, a cui Ferrara ha dedicato una grande mostra.
Fu per tutti un atto di ribellione? Certamente sì, perché in tutti fu grande l’esigenza di rinnovare non solo il linguaggio pittorico, ma anche le tematiche da affrontare che spaziavano dal mondo visionario medievale, ben riflesso anche nella narrativa di Walter Scott, col romanzo “La donna del lago” e di Horace Walpole, autore del “Castello di Otranto”, considerato il primo romanzo gotico, le cui prime edizioni si possono ammirare in una bacheca.
La mostra ha anche un significato didattico, perché gli organizzatori hanno portato, nelle varie sale, opere di Cimabue, Beato Angelico, Giovanni Bellini, Cosimo Rosselli, Luca Signorelli, Filippo Lippi, Andrea Mantegna e Sandro Botticelli, per potere fare il confronto e capire meglio il concetto di Rinascimento Moderno, dato come sottotitolo alla mostra che si articola in varie sezioni, avendo come filo conduttore il modo con cui è possibile reinventare il passato. A dire il vero, anche molti artisti del terzo millennio hanno fatto largo uso di questo concetto, con la reinvenzione dei miti e dei personaggi della tragedia greca, grazie a modelli precedenti che risalgono a De Chirico e Savinio, ma l’operazione avviene soprattutto in teatro, questo per dire che ci sono delle epoche, durante le quali certi artisti amano confrontarsi con le proprie origini, magari rinnovandole, non solo con la fantasia, ma anche con i nuovi mezzi tecnologici di cui possono disporre.
Secondo i curatori della grande mostra, per la quale è stato determinante il contributo della Cassa di Risparmio di Forlì, i veri precursori del Revival Gotico sono: John Herbert e William Dyce, mentre quella che fu definita” La Confraternita Preraffaellita” fu maggiormente attenta all’arte rinascimentale, discostandosi dal Movimento dei Nazareni, presente con parecchi quadri, che era più di stampo romantico ed idealistico, attivo in Germania, ma anche in Italia, in particolar modo a Roma.
Eppure, entrambi i movimenti ebbero in comune il senso della rivolta che poteva avvenire rinnovando, ciascuno a suo modo, il linguaggio dei classici del passato. Non tutti i Preraffaelliti si rivoltarono contro l’accademismo, furono in tanti a scegliere come modello persino Michelangelo, presente nella mostra con una sua scultura di grandi dimensioni, oltre a Botticelli, presente con tre esemplari, e col il magnifico “Pallade e il Centauro”. Il revival rinascimentale continua con William Morris e Dante Gabriel Rossetti, ai quali sono dedicate due sale, mentre in altre stanze si possono ammirare le opere di George Frederic Watts e Frederic Leighton, ottimi conoscitori dei pittori veneti, come Veronese e Tiziano che portarono a conoscenza degli inglesi.
La mostra si conclude con le opere di Aristide Sartorio, Adolfo De Angelis, Lemmo Rossi Scotti, Filadelfo Simi, Giuseppe Cellini, anch’essi affascinati dalla pittura di Botticelli.

“PRERAFFAELLITI. RINASCIMENTO MODERNO”, al Museo San Domenico di Forlì. Fino al 30 giugno
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“Memorie dell’anima” dell’inconfondibile Chagall. In mostra a Mestre (che ce la mette tutta per competere con Venezia)

MESTRE (VENEZIA), martedì 28 novembre (di Carla Maria Casanova) Le indicazioni sono un po’ confuse, per quel maledetto (diciamo pure opportunista e megalomane) vezzo di Mestre di considerarsi Venezia città Metropolitana. Intendiamoci: Mestre è una cittadina carina, con qualche zona interessante, ma Venezia… Mi viene in mente la mosca sul corno del bue che alla domanda “che fai?” risponde “Ariamo”. E io ritengo scandaloso che Mestre debba approfittarsi dei privilegi faticosamente conquistati da Venezia, che ha natura, posizione, regime, situazione fisica ed artistica che NULLA ha da dividere con nessuna altra città al mondo. Men che meno con Mestre. Amen.
Veniamo al dunque. Cercando su Internet la Mostra “Chagall. Il colore dei sogni può capitare di trovare l’indicazione: piazzale Candiani, Venezia. Come arrivarci? Da Venezia, stazione Santa Lucia! A voglia! Ci si arriva dalla stazione di Mestre. Oppure da Venezia piazzale Roma, con il bus n. 2 diretto a Mestre, che in 15/20 minuti porta alle vicinanze di piazzale Candiani, Mestre. Anche lì ci sono problemi perché piazzale Candiani (nessuna segnalazione) è a dieci minuti a piedi dalla fermata dell’autobus. Se di buona gamba si può andare a piedi dalla stazione, sempre di Mestre, s’intende. Forse si fa prima. Importante chiedere non del piazzale ma del Centro Culturale Candiani, sorto intorno al piazzale. È un grande Centro Cultural Commerciale con moquette fin dal pianterreno. Qui, deserto, non che la Mostra Chagall sia meglio indicata, ma oramai la si trova. Ascensore, secondo piano.
Detta mostra è bellissima. È proposta dalla Fondazione MUVE (Musei di Venezia, d’accordo) con un modello nuovo e intelligente, realizzato grazie alla ricchezza del patrimonio di Ca’ Pesaro, cui si aggiungono prestiti concessi da importanti Musei internazionali.
Non solo opere di Chagall, ma anche di grandi Maestri che abbiano attinenze con quelle del mitico quasi centenario Maestro di Vitebsk (1887-1985) offrendo una straordinaria occasione di approfondimento critico.
La mostra,”curata da Elisabetta Barisoni – prestigioso catalogo lineadacqua -, è in atto fino al 24 febbraio 2024. Si presenta con la travolgente immagine iconica del Rabbino n. 2. Chagall raccontava di aver incontrato un vecchio e averlo vestito con gli abiti usati da suo padre per la tradizionale preghiera del mattino. Fu molto attento a tutti gli indumenti di rito; il tallit sulle spalle, la kippah, i tefillin (le scatolette di cuoio che si legano sulla fronte e al braccio sinistro…). Lo dipinse in bianco e nero, con qualche tocco di blu. Ne fece due copie: la prima fu venduta, la seconda, presentata alla Biennale di Venezia 1928 fu poi acquistata da Ca’ Pesaro dopo una sofferta trattativa per l’astronomica somma di 25.000 lire. In questo arcaico Rabbino c’è tutto Israele.
Nella mostra, Chagall funge da filo rosso attraverso l’arte del Novecento che ha guardato a lui. Lui che, vissuto a Parigi all’inizio del Novecento e ancora negli anni Trenta, rifiutò di accorparsi a surrealisti e futuristi. Lui troppo realista. Anzi, supernaturalista. Quello che conta è “la memoria dell’anima, unica verità da trasmettere”. Tanti suoi contemporanei si ispirarono così strettamente al suo stile e ai suoi colori da poter essere quasi confusi: George Grosz (Il gatto e l’anatra), il finlandese Veikko Aaltona (Deposizione), Odilon Redon (Sacerdotessa), Emil Nolde (piante in fiore)… ma Chagall  resta inconfondibile. Forse è l’anima. O l’innocenza. Anche se Chagall non ha nulla del naif. Anzi, la sua natura fantasiosa è assai tormentata.
Il percorso espositivo si articola in 6 sezioni: il sogno simbolista; il paese natale (“è soltanto mio / il paese che è nell’anima mia”); gli artisti in esilio; il colore dei sogni: i soggetti religiosi; il progetto grafico sulle Favole di La Fontaine.
La più ”facile” è  la sezione di Vitebsk, antico villaggio della Bielorussia, con le capanne di legno, gli animali, l’omino  che scala il tetto, quello che vola sopra le case, la capra, (ma forse è un asino) che sorride, l’uomo nel cielo con il violino, l’unico strumento concesso a un popolo errante…
Riconosciamo Chagall a occhi chiusi.
Ne seguiamo gli insegnamenti e le conquiste pittoriche negli operati degli Artisti ebraici che negli Anni Trenta sono dovuti scappare, ma di lui hanno inteso la lezione. Commovente la sezione delle opere religiose.  Il sogno di Salomone, Il perdono di Dio, L’uomo guidato dl Signore sulla retta via… «Dio, tu che ti celi nelle nuvole, o dietro la casa del calzolaio, fa’ che la mia anima dolorosa si riveli, rivelami la mia strada.» pregava Marc vagando per le strade di Vitebsk.
Nato da genitori Chassidim (movimento del risveglio) Chagall è disperatamente religioso. Nelle innumerevoli Crocefissioni, è lui, con il suo popolo eletto, il crocefisso. Terribile l’incertezza (“il popolo di Israele è davvero il popolo eletto, come sta scritto nella Bibbia?”). È forse l’ultima sezione, le Favole di La Fontaine, che serba le emozioni più grandi. Progetto grafico realizzato dall’Artista negli Anni Venti, si dipana in una fantasia onirica gioiosa cui prendono parte, tra gli altri, George Grosz, Mario di Maria, la giovane Marta Naturale (classe 1990) Mentre si fa sera; il pluripremiato autodidatta Carlo Hollesch.
Un discorso, quello della mostra, nuova nella sua unicità, che ci mette a conoscenza di pittori celebri e non, forse dimenticati, forse mai conosciuti. Tutti protervamente legati a quella cellula indistruttibile e inconfondibile che fu la magica parabola di Marc Chagall.
Ma scendete alla stazione di Mestre, non a Venezia santa Lucia.

Goya. Dai ritratti di corte agli orrori e agli incubi della guerra. Perché “il sonno della ragione genera mostri”

MILANO, martedì 31 ottobre (di Patrizia Pedrazzini) Che cos’hanno in comune san Francesco Borgia che, sullo scalone di un nobile palazzo, si congeda dai familiari riccamente vestiti, e lo stanzone claustrofobico di un manicomio abitato da malati di mente in atteggiamenti grotteschi e caricaturali? O la bellissima, dolce e aristocratica Maria Gabriela, marchesa di Lazán, e l’apocalittico Colosso barbuto e devastato dalla furia che, a pugni chiusi, sovrasta un intero popolo intento a fuggire da un pericolo incombente e mortale?
Niente.
A parte la mano dell’artista: il grande spagnolo Francisco José de Goya y Lucientes, nato in Aragona nel 1746 e morto in Francia nel 1828.
Quattro dipinti, quelli citati, separati – due prima, due dopo – da un evento, che lasciò un segno profondo nel Paese e in un certo senso “deviò” il percorso umano e artistico del pittore (e incisore): la guerra d’indipendenza spagnola, che fra il 1808 e il 1814 contrappose gli iberici alle truppe napoleoniche. Un conflitto particolarmente sanguinoso, caratterizzato da esecuzioni di massa e dal ricorso per la prima volta alla tecnica della guerriglia (termine che venne coniato proprio in occasione di questo conflitto).
E in effetti è come se ci fossero due Goya, nella mostra “Goya. La ribellione della ragione”, allestita a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, fino al prossimo 3 marzo. Una settantina di opere a testimoniare l’evoluzione, intima e professionale, del maestro. Che nasce come artista colto e accademico, legato ai temi tradizionalmente cari alla monarchia (quindi ritratti del re e dei nobili, e opere di argomento religioso, care alla committenza, che quanto meno “pagava”), per sviluppare poi uno sguardo “pietoso” verso soggetti più intimi e temi più sociali, fino alla satira e alla rappresentazione delle crudeltà della guerra. Non quella dei generali vittoriosi, quella del popolo che della barbarie è la sola vittima.
Come se la ragione avesse deciso di ribellarsi e di fare sentire la propria voce. Dando vita, in Goya, a un’arte sostenuta da un forte pensiero critico, ma insieme anche profondamente emotiva. Illuminismo e Romanticismo. Ragione e sentimento.
Dal dipinto che apre l’esposizione, “Autoritratto al cavalletto”, del 1785, ai ritratti convenzionali, alla sezione dedicata al popolo che si diverte (suddivisa nei tre momenti del gioco, della festa e dello spettacolo). E qui citeremo almeno “Il trascinamento del toro”, dove all’interno della popolare e cruenta corrida l’artista trova modo di inserire una sorta di “pietas” nei confronti delle vittime sacrificali: il toro e lo sfortunato cavallo.
E poi avanti con la produzione artistica, alla luce (sempre più fioca e incline al buio) di un atteggiamento sempre più critico e ribelle. I poveri, gli emarginati, i “matti”, le vittime della follia e del fanatismo religioso (“Processione di flagellanti”, “Scena di Inquisizione”). Fino alle due serie dei “Caprichos” (con il celeberrimo “Il sonno della ragione genera mostri”) e dei “Desastres de la guerra”: la violenza, le stragi, l’orrore.
Incisioni alle quali Goya affida il proprio pensiero più autentico e libero. E che l’esposizione milanese permette di ammirare, affiancate ognuna dall’originale matrice di rame. Matrici a loro volta appena restaurate (nel giugno di quest’anno) dalla Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, a Madrid, nell’ambito di un progetto di recupero senza precedenti. Per la prima volta in mostra.

“Goya. La ribellione della ragione”, Milano, Palazzo Reale, fino al 3 marzo 2024

www.mostragoya.it