Werther. Il supremo sacrificio immolato al dovere. E, per un debole e psichicamente fragile, non resta che il suicidio

(di Carla Maria Casanova)

MILANO, martedì 11 giugno ► Werther, capolavoro di Jules Massenet, torna alla Scala dopo 44 anni. È un’opera difficile, volendo attenersi ai goethiani “dolori del giovane Werther”, ma anche, e forse più, se si vuole esercitare una lettura diversa.
Il canovaccio originale sarebbe semplice: una giudiziosa ragazza, Charlotte, vive in provincia facendo da madre ai suoi innumerevoli fratellini (sei!). È fidanzata con Albert, che sua madre morente le ha designato quale sposo. Ma incontra Werther. Colpo di fulmine reciproco. Solo che lei manterrà la promessa ad Albert e lui (Werther), disperato, si suiciderà. La storia fa un po’ rabbia. Perché mai questi due – Charlotte e Werther- che hanno perfettamente capito di essere fatti l’uno per l’altro, non disattendono le imprudenti direttive della cara estinta e vivono il loro amore? Eppure, succede, da che mondo è mondo.
Il regista Christof Loy, che con questa ripresa debutta alla Scala, complica le cose. Approfittando dell’introduzione del personaggio di Sophie, sorella di Charlotte, che Massenet inserisce nel suo Werther, Loy stabilisce di fatto due coppie, o piuttosto le scompone in un triangolo – Charlotte-Werther-Sophie-, confinando Albert in un ruolo di terzo incomodo. Perché anche Sophie è innamorata di Werther e Loy punta molto su questo allargamento della coppia, quasi spostandovi tutta la vicenda. Per esempio, mette in bocca a Sophie, e non al padre, la fatale informazione “Albert est de retour”, che mette fine al sognante duetto amoroso tra Charlotte e Werther, riportandola alla dura realtà. Pare quasi che Loy lo faccia dire a Sophie con un’ombra di sadica soddisfazione. Ma è un di più freudiano che non altera la sostanza degli eventi. Eventi che un critico definì, quasi in un gioco di parole, “meno passionali che non sensibili, sensuali più che non sensibili”.
Forse Massenet, ultimo di 21 fratelli, scappato di casa per l’incapacità di vivere la disciplina familiare (e, al momento, in crisi con il suo rapporto con la moglie) e lo stesso Goethe, giovane scombinato che a vent’anni rischiò di morire in preda ai suoi eccessi “naturisti”, entrambi si identificavano in Charlotte, vittima del supremo sacrificio dell’amore immolato al dovere. Sacrificio che Werther, più debole e psichicamente fragile, risolve con lo sbrigativo suicidio.
Il regista Christof Loy, con la sua lettura, aveva dunque il compito di lavorare finemente sui personaggi. Una scorsa alla locandina degli interpreti non ci accordava la sicurezza di risultati sorprendenti, potendo puntare solo su Benjamin Bernheim, tenore oggi considerato il migliore Werther. In effetti è elegante e corretto, con voce ampia e morbida ma, forse sovrastato dall’orchestra, non ha suscitato il doveroso delirio nel celeberrimo “Ah non mi ridestar!”. (Pourquoi me reveiller” dato che l’opera è data in lingua originale). Come mai Kraus, che voce bella non aveva, faceva piangere di commozione?
Charlotte è l’avvenente Victoria Karkacheva, che più bella ed elegante non si può, però così poco partecipe alle sue amorose disavventure. Il baritono Jean Sébastien Bou è Albert, l’incolpevole guastafeste che vorremmo toglier di mezzo, come Kate Pinkerton in Madama Butterfly. Ma poi della storia cosa si fa? Vocalmente Bou è parso discontinuo, più convincente nell’agire, vedi la nevrotica lettura della scoperta corrispondenza tra Werther e sua moglie. Qui bene l’intuizione registica.
Sophie, la giovane Francesca Pia Vitale allieva perfezionatasi all’Accademia della Scala, si industria a costruire il suo personaggio un po’ contorto, combattuto tra l’innamoramento per Werther e l’ovvio antagonismo con Charlotte.
Questo romantico groviglio sentimental-psicopatico trova comunque prodigioso supporto nella strumentazione abilissima di Massenet, dal taglio musicale nuovo e struggente, estroso e variegato. Puccini se ne ricorderà poi.
Non mi è parso che il direttore Alain Altinoglu sia particolarmente incline al sentimentalismo. L’orchestra ha spesso fatto irruzione in sonorità possenti. Il Coro delle petulanti Voci Bianche, ben istruito da Bruno Casoni, si è profuso nei gioiosi “Noël, Noël !” che intervengono ignari di quanto siano fuori luogo (vedi il Carnevale del IV atto di Traviata).
L’allestimento minimalista offre una parete bianca, sfondata al centro da una grande porta da dove si intravvede quel che succede “fuori”, cioè fuori dal dramma dei protagonisti: l’interno borghese della casa di Charlotte, il tradizionale albero di Natale, una grande tavola apparecchiata, un giardino sotto la neve. Scene risolte con belle immagini da Johannes Lelacker, e abili luci di Roland Edrich.
Però i costumi (di Robbiy Duiveman) stile Anni ’50, le donne in lussuosi abiti da sera più adatti a una passerella, spostano la vicenda intima ad un evento esibizionistico. Che non è il senso del dramma del Werther.
Lo spettacolo in lingua originale, è dato in due tempi per la durata complessiva di due ore e trenta minuti. Repliche i 15, 19, 24, 27 giugno e 2 luglio.

TEATRO ALLA SCALA: “WERTHER”, dramma lirico in quattro atti, di Jules Massenet. Nuova produzione Teatro alla Scala in coproduzione con Théâtre des Champs-Élysées. Direttore Alain Altinoglu. Regia e coreografia Christof Loy.
www.teatroallascala.org

Così viene cancellata l’Odissea. Ma la faranno rinascere gli attori sui gradoni di Pompei. E con i versi di Emilio Isgrò

(di Andrea Bisicchia) C’è stato un momento in cui abbiamo registrato un vero e proprio attacco ai classici, accusati di essere razzisti, di raccontare guerre cruente, di portare in scena trame violente, oltre che tragedie familiari, anche se l’accusa preminente è stata quella di utilizzare testi che grondano sangue, come ha mostrato la recente realizzazione di “Aiace”, con la regia di Luca Micheletti, al Teatro Greco di Siracusa.
A dire il vero, l’attacco al canone classico è conseguenza di un bieco moralismo che sa di americanismo deleterio che crede sempre di essere all’avanguardia azzerando tutto, dopo essersi inventata la locuzione “cancel culture”, adoperata come forma di ostracismo e di boicottaggio nei confronti di tutto ciò che abbia a che fare con i classici antichi e, soprattutto, con lo sfatamento dei miti, riconosciuti contenitori di storie inaudite.
Non si tratta solo di miti pagani, ma anche cristiani, che hanno a che fare con l’iconoclastia, tanto che sono stati presi di mira la “Bibbia” e l’”Odissea”. A quest’ultima ha lavorato Emilio Isgrò con la sua arte della cancellazione, il cui risultato debutterà al Festival di Pompei, diretto da Roberto Andò, il 13 giugno, con la regia di Giorgio Sangati.
Isgrò è noto per le cancellature che ne hanno fatto l’esponente più accreditato del concettualismo pittorico, ma noi lo conosciamo come autore teatrale, in particolare, della sua “Orestea”, in dialetto siciliano, regia di Filippo Crivelli, con le macchine sceniche di Arnaldo Pomodoro, che abbiamo visto a Gibellina, nel triennio 1983-85, pubblicata, l’anno successivo, da Feltrinelli, ristampata, con altri testi, nel volume curato da Martina Treu, per l’Editrice Le Lettere. Fu un vero evento che alternava il realismo con un lirismo fantastico, evento non dissimile dal “Ratto di Proserpina” di Rosso di San Secondo, messo in scena da Guido De Monticelli, sempre a Gibellina.
Nell’ultimo decennio, i poemi omerici hanno avuto molte trasposizioni sceniche, ricordo una Iliade, con Sebastiano Lo Monaco, nelle vesti di rapsodo che raccontava la guerra di Troia, su testo originale e montaggio di Monica Centanni, vista al Piccolo Teatro Studio, 2010, mentre, nel 2015, al Piccolo Teatro Strehler, abbiamo visto “Odyssey” di Robert Wilson, nella riscrittura di Simon Armitage. Il regista texano adattò i 24 libri in una narrazione nella quale ogni episodio scivolava nell’altro con una miriade di apparizioni degli dèi, Calipso, i mangiatori di loto, il Ciclope, Circe, Tiresia, le Sirene, il regno dei morti, l’isola dei Feaci, il ritorno a Itaca, Penelope, spettacolo indimenticabile, voluto fortemente da Sergio Escobar.
L’idea di Isgrò è molto diversa, egli insieme al regista ha ideato una installazione che permetterà al pubblico che occupa la platea di vedere scorrere, sui gradoni, il poema omerico che viene cancellato a vista, dal quale nascerà il nuovo testo che sarà recitato dagli attori. Sui gradoni si muoverà anche Emilio, anni 86, vestito in nero da rockstar, mentre Ulisse è interpretato da Luciano Roman.
Isgrò ha dichiarato che il suo gesto “vuole riportare in vita frammenti di un mondo sepolto, risvegliare i fantasmi lontani incitandoli a reinventare le storie in libertà e senza censure”. Le sorprese non mancheranno, avendo, Isgrò, immaginato la figura di Ulisse in maniera pirandelliana, facendolo fingere pazzo per evitare la guerra, come a volerla condannare, mentre, nel suo delirio, chiamerà l’Otre dei venti “computer”, da intendere come nuovo vaso di Pandora, nel frattempo le Sirene ingannatrici le vediamo trasformate in fake news, grazie alla loro capacità di sedurre. Forse si tratta di un modo diverso di cancellare la poesia dei testi classici, magari per contrapporre una maniera diversa di concepire il mondo poetico.

L’”Odissea Cancellata” di Emilio Isgrò, diretto da Roberto Andò, regia di Giorgio Sangati. Con Luciano Roman, e Clara Bocchino, Francesca Cercola, Eleonora Fardella, Francesca Fedeli, Gianluigi Montagnaro, Antonio Turco. Installazione scenica Emilio Isgrò. 13-14-15 giugno al Festival di Pompei. Produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale.

 

Il “mitico” Hans Fazzari ha presentato il ricco e prestigioso cartellone delle cinquantenarie “Serate Musicali 2025”

MILANO, venerdì 31 maggio ► (di Carla Maria Casanova) Hanno già festeggiato la loro cinquantesima stagione, Le Serate Musicali, nate nel 1971 da “una idea peregrina” di Hans Fazzari, il “più antico” direttore artistico italiano.
Pianista e compositore classe 1931, Fazzari è l’autore anche di questa stagione 2025 presentata ieri negli spazi dello Steinway & Sons Flagship Store. Mito del mondo della musica, personaggio che ha conosciuto tutti gli artisti mondiali degli ultimi settant’anni, molti dei quali lui stesso ha scoperto e resi noti, Fazzari si dichiara fisicamente un po’ acciaccato (ma in definitiva da trent’anni a questa parte è sempre lo stesso) ma la memoria è vispissima e la fioritura di aneddoti che riesce a esibire non ha eguali. Ci passano Benedetti Michelangeli, e Horowitz e Toscanini…
Ieri, ricordata la nascita delle Serate, avvenuta con un accordo “casuale” con il conte Gian Carlo Dal Verme , presidente della Società del Giardino, e il critico Giulio Confalonieri, e rievocati i faticosi inizi limitati a piccole serate musicali che mai avrebbe pensato sfociassero in sedi quali il Conservatorio, con la presenza di solisti prestigiosissimi, Fazzari ha illustrato questa ultima stagione citando in primis un altro mito, presente in ben due concerti grazie alla grande amicizia: la pianista georgiana Elisso Virsaladze (anni 82) ancora in pista a livello internazionale. Suonerà a Milano il 3 febbraio e il 10 novembre 2025. Per chi non ricordasse, Fazzari ha protervamente ribadito che lei è sempre stata “molto meglio di Horowitz”. Così come Mikhail Pletnev (a Milano il 6 ottobre).
Non sono tutti, ovviamente, “pezzi” di questo calibro, ma basta uno sguardo al programma per rendersi conto del livello della manifestazione che avrà inizio il 2 gennaio con un concerto straordinario fuori abbonamento della Sofia Sinfonietta Orchestra, ospitata al Teatro San Babila, per concludersi il 15 dicembre 2025.
Scorrendo anche velocemente il programma, si cita la inaugurazione ufficiale il 13 gennaio con il Concerto Maratona dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Davide Crescenzi, pianista Emilio Aversano. Una serata particolare, nell’ambito del ‘700 napoletano e dintorni, sarà prodotta dall’insieme Ab Armoniae onlus con l’esecuzione dell’opera “La Tilda” di Cilea, riesumata da Denia Mazzola Gavazzeni, anche interprete.
Nel repertorio classico, si alternano i pianisti Freddy Kempf, Yevgeny Sudbin, Carlo Levi Minzi, Sandro Ivo Bartoli, Enrico Pompili, Roberto Cappello, i violinisti Uto Ughi, Gidon Kremer, Florin Croitoru che suona il “Violino Cattedrale”, il Guarneri del Gesù di George Enescu.
E ancora i violoncellisti ZlatomirFung, Boris Andrianov, Steven Isserlis; il flautista Paolo Taballione. Una serata è dedicata a Carlo Boccadoro che presenta sue musiche di cui Serenata e il Concerto per clarinetto con Fabrizio Meloni.
Ogni nome è un mondo di suoni e di successi che si riaffaccia alla memoria. Accanto ai grandi interpreti sarà dato spazio a giovani complessi e solisti, come il pianista Cristian Sandrin che ha in programma la Variazioni Goldberg di J.S.Bach.
Ancora una volta, Hans Fazzari ha così dimostrato di sapere procedere con grande destrezza nel vasto mondo della musica, dove tutti gli sono amici.

Scala stagione 2024-25. Un fitto cartellone che più bello non si può. 14 opere, 8 muove produzioni. E cast da capogiro

MILANO, mercoledì 29 maggio(di Carla Maria Casanova)Scala. Conferenza stampa di presentazione del cartellone stagione 2024-25. Cioè, di visibilizzazione degli sponsor, che meritano pur il loro spazio. Dai Fondatori emeriti Milano alla Scala e Assolombarda, ai fondatori sostenitori Intesa san Paolo e a2a, Giorgio Armani, agli innumerevoli fondatori permanenti tra cui Cariplo, Pirelli, Allianz, Esselunga. Irrinunciabili. Ora e sempre.
Il ridotto Arturo Toscanini non è mai stato così assiepato di pubblico. Un lunghissimo applauso (quasi da claque) saluta il sovrintendente Dominique Meyer che siede al tavolo con l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, Il direttore musicale Riccardo Chailly, il direttore del Corpo di ballo Manuel Legris. Per Meyer il mandato scadrebbe a febbraio 2025 ma “deciderò io se rimanere fino a novembre, dato che me l’hanno proposto. Io vorrei vedere almeno come si sviluppano i progetti messi in campo. Abbiamo lavorato tanto…”

Dopo il saluto, – altro applauso alla immancabile senatrice Liliana Segre, presente con la sua guardia del corpo -, si inizia. Per la prima volta in conferenza c’è una interprete con linguaggio dei segni, non molto necessario in verità, né qui né tanto meno sarebbe durante gli spettacoli musicali. Ma insomma, è sempre una attenzione di più verso il pubblico). Meyer, in perfetto italiano e con accenti affettuosi che coinvolgono gli astanti, annuncia che il bilancio del teatro è attivo. I soldi sono importanti, si sa. Anche i privati lo sanno e hanno sborsato, nell’anno, con bonifici e donazioni,44 milioni di euro, che non sono pochi.

Sul versante tecnico è stata studiata particolarmente l’acustica della sala, assai migliorata, e l’accesso al teatro per le persone con handicap (come si dirà? Con deambulazione diversamente perfetta??? È così complicato parlare oggi! Questo dico io). Meyer dice che è stata studiata una nuova formula di abbonamento, la quale premia le prenotazioni e dissuade il bagarinaggio.

Altre notizie e, finalmente, il cartellone! Un gioiello. 14 titoli di opere di cui 8 muove produzioni. Con grande coraggio (mai successo in 8 riprese dell’opera dal 1940 ad oggi) il 7 dicembre si inaugura conLa forza del destino”, titolo verdiano comparso alla Scala l’ultima volta nel 2001, stagione del centenario verdiano, portato dai complessi di San Pietroburgo. Qui Riccardo Chailly dirigerà un cast stellare: Anna Netrebko, Jonas Kaufmann, Ludovic Tézier, Vasilisa Berzhanskaya, Alexander Vinogradov. Regia di Leo Muscato, scene Federica Parolini, costumi Sylvia Aymonino. E facciamola finita con sta storia di scongiuri messi in atto da una certa tradizione iettatoria.

Per la fitta schiera delle opere restanti dovrò passare ai soli titoli con brevi indicazioni. L’anno nuovo 2005 inizia con Falstaff di Verdi diretto da Daniele Gatti. Protagonista Ambrogio Maestri. Segue una nuova produzione della wagneriana Die Walküre diretta da Christian Thielemann il quale dirigerà anche Siegfried. Sguono Evgeni Onegin di Čajkovskij, nuova produzione con regia di Mario Martone, scene Margherita Palli, costumi Ursula Patzak e cast di interpreti russi; poi una ripresa della storica Tosca con la applaudita regia di David Livermore (Chiara Isotton, Francesco Meli, Luca Salsi). Segue il ritorno di Norma di Bellini, diretta da Fabio Luisi: è una nuova produzione con regia di Oliver Py. Interpreti: Marina Rebeka, Freddie De Tommaso, Vasilisa Berzhanskaya, Michele Pertusi.

In questa prima parte della stagione, cioè fino ai mesi estivi, sono da segnalare altri 3 titoli non di repertorio, di grande interesse: L’Opera seria di Florian Leopold Gassmann, compositore maestro di Salieri. Il libretto è di Calzabigi e Metastasio. Qui ci sarebbe da fare un gran bel discorso. Bisognerà che ognuno si informi a dovere. Così come per la prima assoluta de Il Nome della Rosa di Francesco Filidei, il quale, all’opposto di Gassmann, è autore contemporaneo cui Umberto Eco commissionò l’opera alla Scala in coproduzione con l’Opéra di Parigi e il Carlo Felice di Genova. Da segnalare la regia di Damiano Michieletto e, nel cast, la presenza di un personaggio che è stato affidato alla voce della grande Daniela Barcellona. Terzo titolo è un dittico che Chailly, che lo dirigerà, ha dedicato a Kurt Weill.

In autunno, la stagione riprende con La Cenerentola di Rossini, portata in scena dagli Allievi solisti della Accademia di canto della Scala. Segue la storica produzione scaligera di Rigoletto con regia di Mario Martone. Direttore Marco Armiliato. Protagonista Amartuvshin Enkhbat – una volta sentito non lo si dimentica più-, Regula Muhlemann, Vittorio Grigolo. Ancora, La fille du Régiment di Donizetti diretta da Evelino Pidò, regia di Laurent Pelly, tenore Juan Diego Florez (quello dei 9 do impeccabili). Chiude a novembre Cosi fan tutte di Mozart, da segnalare per la nuova produzione diretta da Robert Carsen.

Finito? Neanche per sogno. Dominique Meyer, sovrintendente e anche direttore artistico come usa adesso, prosegue imperterrito, lasciando uno straccetto di spazio al direttore musicale Riccardo Chailly e al direttore del Ballo Manuel Legri, velocissimi a dire il vero. Lui, Meyer, ha il pubblico in mano e va avanti, suadente: aveva dimenticato i concerti!

Io citerò almeno l’arrivo delle sei Orchestre ospiti con relativi direttori i quali sono John Eliot Gardiner con gli English Baroque Soloist; Riccardo Muti con i Wiener Philarmoniker, Raphael Pichon con l’Ensemble Pygmalion; sir Antonio Pappano con la London Symphony, Kiril Petrenko con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia; Daniele Gatti con la Staatskapelle Dresden della quale è appena stato nominato direttore. Del tutto superfluo specificare i programmi.

Adesso, voi sapete che io sono una operista sfegatata ma francamente questi sei concerti mi pare che valgano tutta la stagione lirica! Ci sarebbe ancora da commentare la bella stagione dei Balletti ma il tempo stringe. Ne riparliamo la prossima vola.