I “Giorni” di Beckett, così “felici”, così disperati, con Nicoletta Braschi al Franco Parenti

Milano. Nicoletta Braschi, protagonista di “Giorni felici” di Beckett al Salone Franco Parenti (Gianni Fiorito)

Milano. Nicoletta Braschi, protagonista di “Giorni felici” di Beckett al Salone Franco Parenti (Gianni Fiorito)

(di Paolo A. Paganini) Nel 1759 Voltaire scrisse “Candido”, romanzo tra l’ironico, il satirico e il blasfemo, nel quale vengono descritte le incredibili disgrazie, le più tragiche peripezie che Candido, di nome e di fatto, viene ingiustamente a subire. E ciò nonostante continua, imperterrito e felice, a dichiarare che questo universo di miserie e di violenze è “il migliore dei mondi possibile”. In realtà, il pamphlet di Voltaire era una satirica presa di posizione contro la dottrina leibiniziana, ma poco importa. L’assunto filosofico venne ben presto trasfigurato in una universale canzonatura come apologo della noia e della stupidità della vita, con ciò condannando per sempre il facile ottimismo intellettualistico. Una risata vi seppellirà.
Così la pensò, duecento anni dopo, anche Samuel Beckett, il quale con “Giorni felici” descrisse la tragedia del vivere umano nella potenziale condizione di desolata ottusità di una umanità, tuttavia felice di stare quaggiù. Come ora sostiene questa Winnie di Nicoletta Braschi, che, stolidamente convinta e ottimisticamente riconoscente, continua a dichiarare quanto siano felici i suoi giorni. Eppure, nei due tempi di “Giorni felici” (un’ora il primo, mezz’ora il secondo) al Teatro Franco Parenti, Winnie è lì con mezzo corpo sepolto in una fossa, allegoria di una umanità imprigionata nella fatale schiavitù della vita prima che la fossa si chiuda inesorabilmente sull’ultimo anelito. Ciononostante, Winnie, in un assurdo attaccamento, continua, senza ribrezzo di sé, a vivere felicemente delle sue piccole cose, lo spazzolino da denti, il rossetto, una lima per le unghie, mentre il marito Willie, fuori dalla buca, paralizzato, si trascina miseramente in grugniti e bofonchiamenti.
Nicoletta Braschi? Un capolavoro di controllato senso della misura. Insistita nella sua logorroicità petulante e felicemente stupita in elogio della “bellezza” del mondo, eppure intervallata da sapienti, tragici silenzi, specie nella seconda parte, quand’ormai emerge solo con la testa. La mimica facciale, l’angoscia degli occhi, che forse per la prima volta insinuano il dubbio, sono state di una “felice” tragicità.
Altro che Beckett comico!
Accompagnata dalla presenza inquietante di Roberto De Francesco (Willie), lo spettacolo è stato (finalmente) seguito da un laico rispettoso silenzio da parte del folto pubblico. Applausi entusiastici alla fine.

Si replica fino a domenica 24

Godot al Puccini con Balasso e Ferrini. E Beckett è diventato autore comico di varietà

Milano. Natalino Balasso e Jurij Ferrini in “Aspettando Godot” di Samuel Beckett in scena all’Elfo Puccini (foto Massimo Battista)

Milano. Natalino Balasso e Jurij Ferrini in “Aspettando Godot” di Samuel Beckett in scena all’Elfo Puccini (foto Massimo Battista)


(di Paolo A. Paganini) “Aspettando Godot”: un classico dell’assurdo, con connotazioni allegoriche, via via criticamene studiate, analizzate, in una vasta saggistica, dalla filosofia alla sociologia, alla metafisica, vista soprattutto come metafora del vivere umano. Tragicomica storia di Estragone e Vladimiro. Angosciosamente annoiati, in un’anonima e deserta strada di campagna con un albero stecchito, aspettano, senza un perché, un misterioso personaggio, che non arriva mai, cioè Godot. Arriva invece Pozzo, crudele padrone di Lucky, rassegnato masochista, tirato per una corda, che balla o canta o parla a comando. I quattro si scambiano battute, tengono discorsi infarciti di tutto e di niente, tra inutili ricordi, illogiche riflessioni e lucidi deliri senza senso. Quando Pozzo e Lucky se ne vanno, arriva un messaggero ad annunciare che per quella sera Godot non arriverà. Ma domani senz’altro. Fine del primo tempo. Inizio del secondo. I due stanno ancora attendendo. Ma, anziché Godot, arrivano di nuovo Pozzo, cieco e piagnucoloso, e Lucky, muto e senza memoria. Se ne andranno di nuovo e il messaggero del giorno precedente annuncia che anche quella sera Godot non arriverà, ma l’indomani certamente. Ancora soli, Estragone e Vladimiro, per ammazzare il tempo, cercano d’impiccarsi, ci ripensano e restano lì, come sempre, perché morire o vivere, andarsene o restare è lo stesso.
Samuel Beckett, uno dei padri del teatro dell’assurdo, scrisse “Godot” nel 1953, ispirato probabilmente dai grandi comici americani, da Chaplin a Buster Keaton, dai fratelli Marx a Stanlio e Ollio. Se ne sono sentite le influenze, più o meno palesi, in tanti passati allestimenti, da quello comicamente assurdo e vagamente cabarettistico dell’incredibile quartetto Gaber, Jannacci, Rossi, Andreasi nel 1990, a quello di Mario Scaccia (1997), e poi ancora dall’allestimento con Giulio Bosetti (1998) a quello di Pasqual al Piccolo (1999) e a quello di Luca De Flippo (2002).
Ora, all’Elfo Puccini, l’assunto comico è stato preso come assoluta certezza drammaturgica e, nei due tempi (uno di 1 ora e dieci e l’altro di 50 minuti) è stata messa in scena una scatenata performance di gag del più classico ed antico varietà, con tanto di spalla e comico in alternanza di ruoli, in uno scatenamento di risate, peraltro sostenute da un testo che sembra in realtà fatto apposta per diventare qualcosa di poco serio. Ma l’angoscia beckettiana, la disperata impotenza di una parola privata di significato, l’angoscia insomma dell’incomunicabilità, anzi l’angoscia di cercare di comunicare l’incomunicabilità, sono scomparse da questa deserta landa di disperati senza disperazione. D’altra parte, lo stesso Beckett scrisse una volta: “Non ho niente da dire ma posso soltanto dire fino a che punto non ho niente da dire…” Più che le parole, dunque, che dicono e non dicono, che ora affermano e subito dopo negano, contano i gesti, a fare da contorno a un’unica, immensa, imperscrutabile protagonista: l’Attesa. Il dramma dell’Attesa, grande, immane, tragica metafora dell’alienazione umana, di un’umanità, sfinita e disfatta, che attende e spera, che spera e attende senza sapere perché.
E il pubblico ancora una volta ne è conquistato, soggiogato, attento ma soprattutto gaudiosamente divertito, ma mai imbarazzato, mai a disagio. Il destino dell’uomo nel deserto della vita non interessa ormai più a nessuno.
Natalino Balasso e Jurij Ferrini (anche regia), come Estragone e Vladimiro, sono una perfetta ed affiatata coppia comica, servita involontariamente (?) da un testo che, volendolo rigirare su questo versante, sembra fatto apposta per far ridere. Angelo Tronca e Michele Schiano di Cola sono rispettivamente lo schiavista Pozzo (bene ma un po’ troppo squillante) e l’amebico Lucky. Successo strepitoso di risate ed applausi, con sei chiamate alla fine.

Si replica fino a domenica 17.

Alarico Salaroli e Marco Balbi: bravi, ma senza la follia di Cervantes non vanno da nessuna parte

Milano. Una scena di “Don Chisciotte - Opera Pop” al Teatro Menotti.

Milano. Una scena di “Don Chisciotte – Opera Pop” al Teatro Menotti.

(di Francesca Paganini) È notte, le saracinesche sono abbassate e mucchi di pneumatici sono sparsi sul palcoscenico. A rompere il silenzio è il richiamo disperato di Don Chisciotte alla ricerca del suo Sancio Panza, il quale naturalmente, vista l’ora, sta dormendo rannicchiato tra il suo ronzino e quelle ruote. Ma subito è pronto per il suo signore, pronto alle nuove avventure, alle nuove ingiustizie e ai nuovi soprusi da sanare. Peccato che quel viaggio non inizi mai, che quelle promesse non vengano mai mantenute, che la follia onirica che Cervantes ci descrive nella sua opera non divenga mai per noi sogno da desiderare. E anche quando le serrande si aprono su una locanda, dopo che una Vespa, sì, una vera moto rombante, ha ammorbato l’aria di pestilenziale gas di scarico (forse a ricordarci che siamo a Milano), lo spettacolo, a quel punto, si siede definitivamente e non va da nessuna parte. Peccato, perché il Don Chisciotte di Alarico Salaroli, attore di fine professionalità, avrebbe avuto tutti i numeri per innalzarsi sulle ali della follia visionaria di Cervantes. E Marco Balbi, altro grande della scena milanese, nelle vesti di Sancio, bene avrebbe potuto rendere la semplice, genuina e grossolana ammirazione per quel cavaliere così tristo ma affascinante. Ma testo e regia non li hanno serviti. Ed anche le musiche del pianista Alessandro Nidi avrebbero potuto contribuire alla follia in modo molto più originale, quando invece sono risultate abbastanza scontate. Si sono, comunque, distinti la cantante Helena Hellwig per la sua vocalità drammatica e comunicativa, la contrabbassista Francesca Li Causi e il chitarrista percussionista Enrico Ballardini (anche in brevi parti recitate). Regia e drammaturgia di Emilio Russo.

Lo spettacolo “Don Chisciotte – Opera Pop” (un’ora e trenta senza intervallo) sarà in scena al Teatro Menotti fino a giovedì 28 novembre.

Gara di primedonne a furor di risate, la Finocchiaro e la Monti, in “scena” al Teatro Manzoni

Milano. Maria Amelia Monti, Stefano Annoni e Angela Finocchiaro in “La scena” di Cristina Comencini, al Teatro Manzoni (foto Fabio Lovino).

Milano. Maria Amelia Monti, Stefano Annoni e Angela Finocchiaro in “La scena” di Cristina Comencini, al Teatro Manzoni (foto Fabio Lovino).


(di Paolo A. Paganini) Anche il termine “scena”, come la maggior parte delle parole italiane, può estendersi figurativamente ad altri significati. Non è solo il luogo dove si svolge un’azione teatrale, seppur con altre pertinenti espressioni, del tipo “mettere in scena”. Ma c’è anche “venire sulla scena del mondo” per la nascita d’un bimbo, o “uscir di scena”, come per esempio uscire dalla vita politica o, più drasticamente, tirar le cuoia. E, se qualcuno esagera in espressioni o comportamento, siamo pronti a dirgli “non fare tante scene”. E poi c’è “il colpo di scena” o l’amante che ti fa “una scenata” o “una scena di gelosia”. E nella cronaca nera si parla della “scena del delitto” o della “scena dell’incidente”…
Orbene, la regista e drammaturga Cristina Comencini ha messo in “scena”, al Teatro Manzoni, l’atto unico di ottanta minuti senza intervallo, intitolato “Scena”. E non sapremo fino alla fine di quale “scena” si tratta. (Ahimè, quante volte dovrò ancora nominare questa parola?) E va be’.
Ci sono due amiche, un’attrice e un’impiegata di rango, che in una non proprio maledetta domenica mattina provano la scena d’una commedia con la quale l’attrice dovrà debuttare l’indomani. Per una delle due è stata una levataccia (è stata una serata ad alto tasso alcolico e sessuale). Le due non più giovanissime amiche credono di essere sole, quand’ecco uscire dalla stanza dei bambini (in assenza settimanale essendo con il padre dopo la separazione dei coniugi) un giovane uomo mezzo nudo. A questo punto si apre uno “scenario” d’incredibili stravaganti imprevedibili sorprese e “colpi di scena” nella totale confusione del giovane in mutande, che non capirà chi è l’una chi è l’altra, in uno scambio di ruoli che lasciano anche nel pubblico qualche punto interrogativo. Anche perché il finale arriva troppo all’improvviso (qualche ritocco non sarebbe sprecato) e non si ha il tempo di capire se si tratta della prova di una… scena teatrale o della vita che ha messo in scena una sua sorprendente sopresa finale.
Lasciamo agli spettatori l’interpretazione di quale scena si tratti. In questo ameno e riuscitissimo gioco delle parti, in una scrittura finalmente godibilissima e intelligente dopo tanta barbarie generale, spiccano – ovviamente – una ironica Angela Finocchiaro, con quei suoi tempi teatrali sempre a segno, e una tenerissima Maria Amelia Monti in una stupenda gara di primedonne. Non stona fra le due qui navigate e sempre seducenti attrici, uno Stefano Annoni, che, ancorché in mutande, si muove con estrema dignità professionale. Grande meritato successo di pubblico in un subisso di risate e di applausi.

Si replica fino a domenica 24.