“La Tempesta” di Shakespeare: una tragica favola d’amore nel Labirinto della mente umana. Tra peccato e redenzione

(di Andrea Bisicchia) – Sulle pagine di questo giornale più volte ho affrontato il tema della regia, soprattutto quando uno spettacolo è firmato da un nome che conta, anche se questo non è sempre sufficiente per poter dire ho visto uno spettacolo, non di Shakespeare, ma del regista che lo ha messo in scena, come accadeva una volta.
Sottolineavo come la regia critica potesse essere anche filologica, poiché la sua ricerca non si esaurisce nella messinscena, essendo il prodotto di una serie di varianti che mirano alla scoperta dell’archetipo che, nel nostro caso, è la dimostrazione di una tesi. Qual è la tesi scelta da Alfredo Arias per “LA TEMPESTA” di Shakespeare, vista al Teatro Goldoni di Bagnacavallo? La mente umana è una specie di Labirinto dal quale è difficile uscire se non esiste un accordo tra mente e anima, tra pensiero e azione.
L’idea del Labirinto è lo stesso Shakespeare a proporla attraverso il personaggio di Gonzalo che, proprio nella terza scena del terzo atto, come consigliere di Prospero, usa questa espressione, mentre si trova nell’isola col Re Alfonso, insieme agli altri cortigiani, esausti, dopo aver vagato in cerca di Ferdinando, che però aveva trovato un posto sicuro tra le braccia di Miranda.
Gonzalo descrive l’isola come un vero e proprio Labirinto, fatto di sentieri tortuosi che, alla fine, sono i sentieri della nostra anima quando soffre per i peccati commessi. Questo per dire che la regia critica è quella che sa fare corrispondere il testo drammatico con quello poetico.
Ho capito la complessità della “Tempesta” nel lontano 1978, quando vidi la messinscena di Strehler, quattro ore di durata, costruita su una tensione fuori dal comune, capii che si trattava di un testo impossibile, ma c’era un Mago, come regista, soprannome che era stato dato a Strehler, in occasione della messinscena dei “Giganti della Montagna”, Strehler, dunque, come il mago Cotrone e il mago Prospero.
Si trattò di una operazione critica, scritta col materiale del teatro, che tendeva a piegare il testo ai suoi punti di vista che avevano a che fare col destino dell’uomo, un destino atroce, quando c’è di mezzo il potere con i conseguenti tradimenti. La “Tempesta” poteva essere una tragedia, invece si rivela come una favola, con la sua bella storia d’amore che si consuma in un luogo impervio, infestato da personaggi come Calibano che Arias ha liberato dalla sua mostruosità, a cui ha contrapposto Ariel, interpretata da Guia Jelo come una specie di angelo custode in cerca di libertà da poter donare anche agli altri.
A questo proposito ho “letto” l’interpretazione di Arias come una specie di Sacra Rappresentazione, guidata dal  Prospero di Graziano Piazza, nel pieno della sua maturità d’attore, che  più che un mago mi è sembrato un grande sacerdote che dà lezioni sul rapporto tra peccato e redenzione, tra indulgenza ed espiazione, categorie che hanno a che fare col sacro e con la violenza che lo sottende, motivo per cui il Labirinto scelto da Arias è il percorso tipico di chi va in cerca di se stesso, dopo essere stato condannato a girare attorno alla propria coscienza ammalata. Al successo della serata hanno contribuito Federico Fiorenza, Fabrizio Indagati, Franco Mirabella, Marcello Montalto, Luigi Nicotra, Lorenzo Parrotto, Alessandro Romano, Rita Fuoco Salonia, Rosaria Salvatico.
Pubblico molto attento, con lunghi applausi finali.

Alfredo Arias porta in scena “La Tempesta” di Shakespeare, concependo l’isola di Prospero, come un Labirinto, metafora della confusione mentale che avvolge gli esseri umani. Protagonisti, Graziano Piazza e Guia Jelo. Lo spettacolo continuerà al Teatro Masini di Faenza, al Teatro Comunale di Vicenza, Al Teatro Astra di Torino, al Teatro Sociale di Brescia.

“Il rito del jazz”. In Cascina Cuccagna. Una rassegna di cinque imperdibili appuntamenti da oggi fino al 31 marzo

(di Luca Pavanel) – Meno male che a tenere alta la bandiera del jazz, a Milano, restano alcuni club, pochi a dire il vero, e qualche stagione lanciata da associazioni resilienti, vedi “Metamorfosi” di Saul Beretta, vero e proprio paladino dei generi lontani dalle proposte più commerciali.
Sotto la bandiera dell’ente culturale di Beretta è nata e continua la sua rassegna “Il rito del jazz” (ogni martedì dal 3 al 31 marzo), presso la Cascina Cuccagna di Milano. Qui si esibiranno, tra gli altri, il gruppo di Jaromir Rusnak (nella foto), il chitarrista Davide Parisi, il Macade Trio, lo Swing Me Trio e il Bramante Quartet. Insomma, molto spazio anche ai giovani.
Ma vediamo nel particolare.
Il Cuccagna Jazz Club – in via Cuccagna 2/4 – ospiterà cinque appuntamenti.
Invariata la formula: doppio set (alle ore 19.30 e 21.30) con ingresso libero (prenotazioni: tel. 025457785; email: info@unpostoamilano.it).
Si comincia il 3 marzo, quando sarà di scena il quartetto del contrabbassista polacco Jaromir Rusnak, che propone un jazz moderno fatto di composizioni originali che uniscono struttura e improvvisazione, con un linguaggio contemporaneo e aperto alle influenze europee. Insieme al leader si esibiranno il sassofonista Jossy Botte, il pianista Davide Cabiddu e il batterista Andrea Lo Palo. Il suono coeso del gruppo, nato nel 2021 e già con tre album all’attivo (tre anni fa il quartetto si è aggiudicato il Premio del Conservatorio di Milano), è il risultato di una forte intesa musicale. E ancora.
Si respireranno atmosfere manouche martedì 10 con il trio di Davide Parisi, chitarrista specializzato nello stile Gypsy Jazz. Con lui si esibiranno Yann Marechal alla chitarra ritmica e Giosuè Pugnale al contrabbasso. In scaletta brani originali, standard della tradizione jazzistica e riarrangiamenti di brani contemporanei. Diplomatosi con il massimo dei voti al sempre al Conservatorio Verdi, Parisi svolge un’intensa attività concertistica con varie formazioni: collabora regolarmente con figure di spicco del panorama italiano tra cui Dario Napoli, Alessandro di Virgilio (Accordi Disaccordi), Paolo Tomelleri, Alfredo Ferrario, Fausto Savatteri (Four on six), Gabriele Boggio Ferraris e molti altri. Nel 2024 è uscito “Open Letter”, il suo primo lavoro discografico, che include alcune composizioni originali e che è stato lodato dalla critica.
Martedì 17 riflettori puntati sullo Swing Me Trio, composto dalla cantante Cecilia Carta, dal chitarrista Luciano Poli e dal contrabbassista Mauro Sereno. Il progetto nasce intorno alla voce di Cecilia Carta, rivelazione del panorama swing/jazz, affiancata da due musicisti di lungo corso quali Luciano Poli, chitarrista jazz e gypsy/manouche, e Mauro Sereno, contrabbassista jazz. Il trio attinge a piene mani nel repertorio jazz/swing dagli anni Venti agli anni Quaranta del Novecento, dai brani di Fats Waller, Duke Ellington, George Gershwin e Irving Berlin ai classici di autori come Cole Porter e Jimmy McHugh, senza trascurare le canzoni di alcune celebri colonne sonore (come Puttin’ on the Ritz dal film Frankenstein Junior e One More Kiss, Dear di Vangelis da Blade Runner).
Martedì 24 marzo sarà la volta del Macade Trio, formazione che unisce tre giovani musicisti dal retaggio classico che successivamente si sono dedicati allo studio del jazz per esternare al meglio la propria espressività: Matteo Maranzana (pianoforte), Margherita Carbonell (contrabbasso) e Daniele Delfino (batteria). I tre, che si sono conosciuti tra le aule dei Corsi Civici di Jazz di Milano, propongono composizioni originali che rispecchiano l’estetica del jazz moderno, ponendo uno sguardo anche verso sonorità più classicheggianti. Il gruppo ha creato uno spettro di timbri che spazia da delicati sussurri a fragorosi crescendo, tessendo così un arazzo sonoro intricato e coinvolgente allo stesso tempo. Nell’album d’esordio del trio, intitolato “Dialoghi” e alla cui realizzazione hanno collaborato la star del sassofono Claudio Fasoli, il trombettista Marco Mariani e la vocalist Marta Frigo, la tradizione jazzistica si intreccia con la raffinatezza della musica classica. Il concerto è organizzato con il sostegno di Nuovo Imaie. Il gran finale.
L’ultimo appuntamento del mese è il 31 con il live del Bramante Quartet, formazione composta da Riccardo Curcio (vibrafono), Filippo Oggionni (sax), Vittorio Romano (contrabbasso) e Mattia Venturella (batteria). I quattro musicisti presenteranno un repertorio a base di standard e di classici rivisitati con arrangiamenti originali, contaminati da altri generi musicali (tra cui pop e samba, ma non solo).

SCALA. Quasi cinque ore e mezzo. E, con “L’Anello del Nibelungo”, la Tetralogia di Wagner ha concluso il suo ciclo

MILANO, lunedl 2 febbraio (di Carla Maria Casanova) – Götterdämmerung, alias Il Crepuscolo degli Dei. Terza giornata, (quarta considerando il Prologo) e ultima dell’Anello del Nibelungo, della Tetralogia wagneriana, è in scena alla Scala come ultima opera del ciclo iniziato nell’ottobre 2024 e ripreso nel 2025. Sarà in cartellone fino al 17 febbraio.
A inizio marzo, in occasione dei 150 anni della prima esecuzione del 1876, la Tetralogia sarà riproposta in due cicli completi, ciascuno racchiuso nell’arco di una settimana, come desiderava Wagner. Il primo dall’1 al 7 marzo 2026, diretto da Alexander Soddy, il secondo dal 10 al 15 marzo 2026, diretto da Simone Young.
La regìa è dunque sempre quella di David mc Vicar, protagonista dell’intero progetto che – ha detto- “deve essere un arco teso verso la conclusione. Già dalle prime battute di musica, in cui si avverte lo scorrere del fiume, bisogna immaginarsi l’epilogo”.
Qui, dunque, dopo la visione del Crepuscolo, andiamo a ritroso, incominciando dalla fine, altrimenti sarebbe stato duro interpretare il senso di quel grasso lubrico ignudo (poco si avverte la sua patina dorata) che si contorce sulle rive del Reno nel buio della notte. Ho avuto bisogno che me lo si spiegasse.
Adesso. risalendo all’inizio del Prologo visto un anno fa, tutto è chiarito.
Ecco qui: Il verme dorato è l’Oro del Reno, vale a dire l’anello del Nibelungo già comparso nel Rheingold.  Egli torna ora ad abbracciare le sue Figlie, cui è stato finalmente restituito nonostante l’empio Hagen cerchi ancora di rapirlo (l’anello d’oro) e tenerlo per sé. Quando la musica finisce, lui (l’Oro) resta lì a contorcersi: il ciclo si è compiuto, gli dei sono tramontati ma qualcosa dice che il suo luccicare continuerà ad operare anche dopo… Previsione e Némesi.
Saputo questo possiamo andare a letto contenti, dopo le cinque ore e venti di spettacolo. Che però passano via, come succede sempre con Wagner (e con quasi tutta la musica).  L’argomento dell’Anello del Nibelungo è stato tratto da Wagner dai poemi dell’Edda, raccolti di antichi canti in lingua scandinava del XIII secolo, contenenti miti e leggende dell’area germanica dove si trovano, debitamente deformati, alcuni avvenimenti storici riferendosi al regno dei Burgunghi.
Nessuna perversione mi spinge adesso ad andare oltre nella storia. Nessuna pretesa di conoscere ed illustrare personaggi ed avvenimenti. È già tanto se si riesce a leggere l’ambiente che la scena ci propone. Riesce invece accessibile la musica, tanto è farcita da leitmotiv wagneriani (qui la cavalcata delle Walkyrie,  là Brunilde, il fuoco sulla rupe, Sigfrido, il mormorio della foresta, il bacio…) leitmotiv che ci fanno sentire a nostro perfetto agio. In Wagner tutto è sempre grandioso e mostruoso ma Mc Vicar, servendosi della scenografa Hannah Postlethwaite e dell’estrosa costumista Kingsbury ha prodotto un ambiente adeguato all’impressionante impatto.
Se si vuole a tutti i costi cercare un senso alla storia, si abdica accettando semplicemente la presenza di rocambolesche magie, cui viene sottoposto Siegfried, l’eroe.  Altrimenti, come non rifiutare la ignominiosa fine che fa, senza che nessuno si commuova? Per conto mio ho sempre trovato Siegfried un imbecille. Eroe di che cosa? Perché ha ucciso un drago? Anche Tamino l’ha fatto nel Flauto magico, senza tante storie. Ma come Siegfried si lascia abbindolare dall’infame Gunter re dei Ghibicunghi, fa cadere ogni simpatia per il personaggio. Va bene che quando si immischiano i filtri magici non c’è valore che tenga ma… L’unica a salvarsi, in tutta la burrascosa vicenda, è Brunilde, tradita e vilipesa ma fiera e dignitosa fino in fondo.
Brunilde, la bella soprano Camilla Nylund, è anche la stella di tutta l’esecuzione. Voce splendida e morbida persino nel registro acuto più spericolato, portamento regale. Grande artista.
Accanto a lei la premiata schiera di cantanti wagneriani, il tenore Klaus Florian Vogt (svettante Siegfried), il basso Günther Groissböck (Hagen certamente poderoso); il baritono Russel Braun (Gunther), e ancora Olga Bezsnertna (Gutrune) e Waltraute (l’appassionata Nina Stemme.
Il Coro della Scala guidato da Alberto Milazzi ha come sempre dato prova di valorosa maturità. Sul podio c’è il giovane Alexander Soddy (che si alterna in tutto il ciclo a Simone Young della quale è stato a lungo assistente). Soddy, nato a Oxford, incarichi di alto prestigio fin dagli inizi, ha il dono della naturalezza. Sta sul podio a suo agio, senza scomporsi, eppure di Wagner sa attivare l’intima grandezza e le furie e le violenze e i profondi sortilegi. Wagner e Richard Strauss sono tra i musicisti da lui più frequentati.
Lo spettacolo è stato salutato da grandi applausi dal teatro esaurito nonostante la richiesta prova di resistenza. Qualche fischio per la regìa da coloro che non erano riusciti a farsi spiegare il finale.

Repliche il 4, 8, 12, 17 febbraio. Inizio per tutte le repliche, alle ore 18, salva la domenicale dell’8 febbraio, alle ore 14.30 

 

 

 

Frank Zappa: rivoluzionaria leggenda del rock. Un concerto dell’Artchipel Orchestra in suo onore domani a Rho

RHO (MILANO), VENERDI  30 GENNAIO  (di Luca Pavanel) – Inaugurare una stagione musicale con un progetto dedicato al geniale compositore americano del Novecento Frank Zappa significa assumersi un rischio: confrontarsi con un autore che ha fatto della complessità, dell’ironia e della libertà formale il proprio marchio di fabbrica. È, questa, una sfida che l’Artchipel Orchestra, fondata e diretta da Ferdinando Faraò, affronta nel “Live” in programma sabato 31 gennaio al Teatro Civico De Silva di Rho (ore 21), in provincia di Milano, aprendo l’anno 2026 con un omaggio tutt’altro che celebrativo.
Figura centrale ma fuori dagli schemi della musica del Ventesimo secolo, Zappa ha costruito un percorso artistico che ha messo in discussione le categorie tradizionali. Compositore autodidatta, leader carismatico e sperimentatore, ha attraversato rock, jazz, musica colta e avanguardia con uno sguardo critico e satirico, facendo della complessità ritmica, della scrittura polifonica e della contaminazione stilistica strumenti di libertà espressiva. Il suo lavoro, spesso provocatorio e ironico, ha saputo coniugare rigore compositivo e spirito anarchico, influenzando generazioni di musicisti.
È proprio questa visione che rende l’universo zappiano terreno fertile per l’Artchipel Orchestra, ensemble nato all’inizio degli anni Duemila per iniziativa di Faraò come spazio di ricerca e sperimentazione collettiva. Nel corso degli anni, la formazione ha sviluppato un’identità forte, costruendo progetti dedicati a figure chiave della musica del Novecento e privilegiando un approccio che mette in dialogo scrittura contemporanea e improvvisazione.
L’orchestra si configura come un laboratorio aperto, in cui la dimensione collettiva diventa elemento centrale del processo creativo. All’interno di questo percorso, il progetto dedicato a Zappa si inserisce bene. Più che una rilettura filologica, il concerto si configura come un attraversamento del suo universo sonoro, in cui brani emblematici vengono rielaborati con arrangiamenti originali che ne rispettano la struttura, ampliandone al contempo le possibilità timbriche e formali.
Scrittura rigorosa e improvvisazione collettiva convivono in un equilibrio sempre mobile, cifra distintiva del linguaggio dell’ensemble. Gli arrangiamenti, firmati da Beppe Barbera, Ferdinando Faraò, Marco Fior, Francesco Forges Davanzati, Massimo Giuntoli e Roberto Ottaviano, mettono in gioco una tavolozza sonora ampia e articolata.
L’organico orchestrale consente all’Artchipel di muoversi tra strutture complesse, incastri poliritmici e zone di libertà improvvisativa, mantenendo costante l’attenzione alla precisione esecutiva, elemento imprescindibile nel confronto con la musica di Zappa.
La direzione di Faraò si distingue per chiarezza e tensione narrativa, guidando l’ensemble attraverso continui cambi di prospettiva stilistica: jazz contemporaneo, avanguardia, rock e musica colta si intrecciano senza soluzione di continuità.
Per chi volesse approfondire la figura di Zappa si suggerisce la seguente lettura: “Frank Zappa. La vita e la musica di un uomo”. L’autore, Barry Miles, ripercorre le tappe della vita di un musicista che è stato un’autentica leggenda del rock, nonché un suo intimo amico. Racconta della sua arte, del suo impegno e dei suoi amori.
In questa biografia, arricchita da un inserto fotografico tratto dall’archivio dello Zappa Family Trust e da un ricco apparato di approfondimento (note, bibliografia, indice analitico e discografia completa), Miles esplora il mondo musicale e quello privato di Zappa con la curiosità del giornalista e l’affetto dell’amico.

Prossimi eventi al De Silva di Rho:
12 febbraio – Arturo Cirillo, Don Giovanni, teatro ispirato all’opera
19 febbraio – Natalino Balasso, La grande magia
26 febbraio – Vanessa Gravina e Nicola Rignanese, Pazza