Scala. Stagione 2021/2022. 13 opere, 7 concerti, dieci titoli di balletto. E poi recital, convegni e spettacoli per i bambini

MILANO, martedì 1 giugnoNonostante le interruzioni imposte dai lockdown non ci siamo fermati e nel corso del 2020 abbiamo realizzato oltre 100 spettacoli; dall’altro abbiamo impiegato questi mesi per ripensare e riordinare gli assetti del Teatro per presentarci al momento del ritorno del nostro pubblico con una Stagione di alto profilo artistico e una struttura rinnovata, più moderna, più accogliente e più sostenibile”. Con queste parole Dominique Meyer, Sovrintendente e Direttore artistico della Scala, ha introdotto e illustrato il cartellone della Stagione 2021/2022 del Teatro alla Scala. Qui sotto in sintesi.
Sono in programma 13 allestimenti d’opera, dei quali uno solo è stato già visto dal pubblico milanese: 9 sono nuove produzioni e 3 sono spettacoli provenienti da altri teatri. Viene confermata la centralità della tradizione italiana con otto titoli dal Settecento al Novecento, ma si ascolteranno anche capolavori del repertorio francese, russo, austriaco, tedesco, inglese.
Due sono le opere che vengono rappresentate alla Scala per la prima volta, “Thaïs” di Massenet e “The Tempest” di Adès. Giuseppe Verdi è l’unico compositore presente con tre titoli, gli altri ne hanno uno per ciascuno, e anche tra gli interpreti solo pochi artisti ricorrono in diverse produzioni.
Accanto al Direttore Musicale Riccardo Chailly nel prossimo anno saranno alla Scala grandi Maestri come Daniel Barenboim, Valery Gergiev, Esa-Pekka Salonen, Christian Thielemann; e poi Evelino Pidò, Ottavio Dantone e Tugan Sokhiev; e due trentenni di grande talento, Lorenzo Viotti e Michele Gamba; e, in una lunga lista di debutti, in cartellone anche Thomas Adès, Alain Altinoglu, Marco Armiliato, Giampaolo Bisanti, Michael Boder, Frédéric Chaslin, Pablo Heras-Casado, e Speranza Scappucci. Tra i registi, da segnalare il debutto di Marco Arturo Marelli, Adrian Noble e Olivier Py.

Le nuove produzioni

Il Direttore Musicale Riccardo Chailly dirige due nuovi allestimenti di titoli verdiani: il “Macbeth” inaugurale di Stagione con la regia di Davide Livermore e un cast che schiera Anna Netrebko, Luca Salsi, Francesco Meli e Ildar Abdrazakov, e “Un ballo in maschera” con Sondra Radvanovsky, Francesco Meli e Luca Salsi: regia di Marco Arturo Marelli.
Torna in Stagione Vincenzo Bellini, che dei grandi operisti italiani dell’Ottocento è il meno eseguito: “I Capuleti e i Montecchi” sono diretti da Evelino Pidò con la regia di Adrian Noble, alla sua prima opera alla Scala, e un cast ideale formato da Lisette Oropesa, Marianne Crebassa, René Barbera e Michele Pertusi.
Terzo debutto registico di Olivier Py, cui è affidata la prima milanese di “Thaïs” di Massenet diretta da Lorenzo Viotti con le voci di Marina Rebeka, Ludovic Tézier e Francesco Demuro.
Valery Gergiev, dopo il successo della recente “Chovanščina”, propone un altro caposaldo del repertorio russo con “La dama di picche” di Čajkovskij nella regia di Matthias Hartmann, protagonisti Asmik Grigorian (in alternanza con Elena Guseva) e Najmiddin Mavlyanov.
Il direttore e compositore Frédéric Chaslin debutta nella buca scaligera con “La Gioconda” di Amilcare Ponchielli nell’allestimento di Davide Livermore, protagonisti Sonya Yoncheva, Daniela Barcellona, Judit Kutasi, Fabio Sartori, Roberto Frontali ed Erwin Schrott.
Il Teatro alla Scala presenta una nuova produzione di “Rigoletto”, affidato al regista Mario Martone e al giovane direttore Michele Gamba. Protagonisti Enkhbat Amartüvshin, Nadine Sierra e Piero Pretti.
Il progetto Accademia guarda al XVIII secolo con “Il matrimonio segreto” di Cimarosa. I giovani allievi saranno guidati musicalmente da Ottavio Dantone e scenicamente da Irina Brook, che ha recentemente debuttato con il dittico dedicato a Kurt Weill diretto da Riccardo Chailly.
“Fedora” di Umberto Giordano sarà riletta dallo sguardo cinematografico di Mario Martone e Margherita Palli con la direzione di Marco Armiliato e la carismatica coppia di protagonisti formata da Sonya Yoncheva e Roberto Alagna.

Produzioni provenienti da altri teatri e riprese

“Adriana Lecouvreur” di Francesco Cilea torna alla Scala nell’allestimento concepito da David McVicar per il Covent Garden e segna il debutto alla Scala del milanese Giampaolo Bisanti, direttore del Teatro Petruzzelli di Bari.
“Don Giovanni”, unica ripresa della Stagione, torna nel celebre allestimento di Robert Carsen che ha aperto la Stagione 2011-2012.
Dalla Wiener Staatsoper proviene “Ariadne auf Naxos” nell’allestimento novecentesco di Sven-Eric Bechtolf. Debutta sul podio di Michael Boder.
Nel 2022: “The Tempest” di Thomas Adès, spettacolo di Robert Lepage, coprodotto da Metropolitan e Wiener Staatsoper, concluderà degnamente la Stagione shakespeariana inaugurata da “Macbeth”.

I concerti

La tradizionale Stagione Sinfonica presenta sette concerti con Orchestra e Coro del Teatro. Ai concerti straordinari e ai Recital di canto si aggiungono un nuovo ciclo di Orchestre ospiti e uno di Grandi pianisti, ciascuno con 5 appuntamenti. Rinnovati anche i Concerti da camera con i solisti e i gruppi dell’Orchestra che trovano una collocazione più intima nel Ridotto dei Palchi. Per il pubblico più giovane: alle riduzioni di opere del grande repertorio, si affiancheranno in futuro lavori esplicitamente destinati ai ragazzi. Ai più piccoli saranno destinati i concerti della domenica pomeriggio in una nuova formula più narrativa e spettacolare pensata da Mario Acampa, mentre nuovi appuntamenti con un carattere più esplicitamente didattico per i ragazzi più cresciuti sono previsti per il lunedì.

La Stagione di balletti

Manuel Legris, Direttore del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, ha presentato i sette balletti in programma: un trittico e un dittico, quindi dieci titoli che portano alla Scala molte novità: due creazioni per gli artisti della Compagnia in prima assoluta, tre debutti di lavori già noti ma mai presentati al Pier Marini, e cinque titoli ripresi dal repertorio della Compagnia.
Novità già in apertura di Stagione, il 15 dicembre, con il debutto de “La bayadère” di Rudolf Nureyev, mai rappresentata da altre compagnie al di fuori del Balletto dell’Opéra di Parigi per cui fu creata nel 1992. Ora per la prima volta verrà messa in scena alla Scala dagli artisti del Corpo di Ballo, con Svetlana Zakharova in due recite a gennaio, e verrà presentata con un nuovissimo allestimento: scene e costumi saranno firmati da Luisa Spinatelli.
E, in programma, il 22 luglio 2022, in ricordo e in onore di Carla Fracci: “Giselle”, musica Adolphe Adam. Coreografia Jean Coralli – Jules Perrot (ripresa coreografica Yvette Chauviré). Scene e costumi Aleksandr Benois (rielaborati da Angelo Sala e Cinzia Rosselli). Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala.

Maggiori informazioni e il programma in dettaglio della Stagione scaligera su:
www.teatroallascala.org

(p.a.p.)

Addio a Carla Fracci. Mille ruoli, ma fu la più grande Giselle mai esistita. Nessuna come lei. Leggera come una piuma

MILANO, giovedì 27 maggio ► (di Carla Maria Casanova) È morta Carla Fracci. Mi chiamano sul cellulare mentre sono in campagna toscana e sto zappando nell’orto. Sto a 6 km da Pisignano, dove Carla e Beppe hanno la loro residenza estiva, bellissima. Ci stavo pensando ieri. Saranno qui o sono rimasti a Milano? Adesso mi si chiede un ricordo, subito, a tamburo battente. E così faccio, senza pretendere di perlustrare il curriculum mondiale della più grande ballerina italiana, date, studi, successi. Non so nemmeno come sia morta, Carla (le notizie mi dicono “ieri era grave”). All’improvviso? Naturalmente scrupolosamente vaccinata. Ci eravamo sentite in piena pandemia e mi aveva detto “Tutti i giorni faccio tutte le scale del palazzo, su e giù, per tenermi in forma.”
La consideravo una sorella, quasi gemella: nate tutte due d’agosto, stesso anno (1936), lei 20 giorni dopo di me. L’ho seguita – casualmente – dal suo debutto alla Scala: in quella Cenerentola (31 dicembre 1955) quando dovette sostituire la titolare Violetta Verdy indisposta e debuttò in un ruolo protagonista. Aveva 19 anni. Era già una star.
Nella sua carriera (e nella vita) Carla fece tutto giusto. A ventisei anni sposò il regista Beppe Menegatti. Nel 2002 festeggiarono le loro nozze d’oro.
Disse Beppe “Carla è una donna straordinaria. La convivenza, per chiunque, non è facile. Abbiamo voluto restare insieme a tutti i costi e spesso è stato a caro prezzo… L’importante è che siamo insieme ancora.
Disse Carla “Beppe è stato molto importante per me, mi ha insegnato tante cose. Io non ho mai amato camminare da sola.”
Con Beppe, Carla ebbe il coraggio (raro nelle ballerine) di fare un figlio (il gigantesco Francesco, che studiò seriamente, è diventato architetto, si è sposato ed ha avuto a sua volta due figli) e Carla divenne amorosissima nonna. Anche severa, come lo era stata con Francesco, rivelandosi educatrice perfetta quel giorno in cui, a casa sua, aveva un incontro professionale con registi e coreografi e Francesco (otto anni o giù di lì) cincischiava intorno. Carla molto diva, molto in palcoscenico. Poi la Diva si girò e in tono improvvisamente casereccio ma fermissimo, disse al figlio “Adesso tu vai a studiare. Ricordi, vero? Geografia da pag 16 e gli esercizi di aritmetica. Stasera vengo a provarteli.” Rimasi di stucco.
D’altra parte, leggera come una piuma, volatile, senza peso (nessuna aerea come lei, né Pavlova né Karsavina né Plitseskaja, nessuna al mondo), Carla Fracci, la più grande Giselle mai esistita, aveva carattere fortissimo, proprio quello che le permise di imporsi su tutte le “difficoltà del mestiere” ed anche quelle fisiche, perché quando fu ammessa alla scuola di ballo della Scala (aveva otto anni) la giudicarono troppo gracilina e con i tendini del malleolo (se non sbaglio) troppo lunghi, il che le avrebbe costato molta fatica in certi esercizi. La presero perché aveva “un bel faccino”. Il resto lo fece lei. Danzatrice di fama mondiale, Carla Fracci affrontò ogni genere di ruolo, dalla classica al musical, al jazz, alla contemporanea. Moltissimi i ruoli creati dalla fervida fantasia del marito. Uno per tutti “Il lutto si addice ad Elettra”, balletto in tre atti con musica di Bela Bartok, andato in scena in prima assoluta a Jesi nel 1995. Carla aveva 59 anni. Ma ballò molto e molto più in là con gli anni. Fu ineffabile interprete di Giuseppina Strepponi nella serie televisiva dedicata a Giuseppe Verdi.
Potrei citare mille altre cose, magari storpiando nomi e date. Una però la ricordo bene: a Cuba 1998 Festival del Balletto.
A Cuba si sa che governava una stella “Alicia Alonso” il cui nome valeva quello di Fidèl. I ballerini sbiancavano in volto per l’emozione al solo nominarla. Nel contingente italiano c’erano anche Carla Fracci, Bolle, Alessandra Ferri. Dopo l’esibizione della Fracci, Alicia Alonso, immobile come una statua (cos’aveva: 100 anni?) nel Palco reale del Teatro Nacional, si alzò in piedi ad applaudire. Bisogna aver vissuto l’atmosfera di Cuba per capire l’importanza di quel gesto.
Carla Fracci non c’è più. Starà volando tra le nuvole. La sola “terra” che veramente le convenga.

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L’ANNUNCIO E IL RICORDO DEL TEATRO ALLA SCALA

MILANO, giovedì 27 maggio – Il Teatro alla Scala annuncia con commozione la notizia della scomparsa di Carla Fracci avvenuta oggi nella sua casa di Milano. Il Teatro, la città, la danza perdono una figura storica, leggendaria, che ha lasciato un segno fortissimo nella nostra identità e ha dato un contributo fondamentale al prestigio della cultura italiana nel mondo.
“Con Maria Taglioni Carla Fracci è stata la personalità più importante della storia della danza alla Scala” ha dichiarato il Sovrintendente Meyer. “Cresciuta all’Accademia, ha legato intimamente il suo nome alla storia di questo Teatro”….
Carla Fracci è una figura cardine della storia della danza e di quella del Teatro alla Scala, ma anche un personaggio di riferimento per la città di Milano e per tutta la cultura italiana. La storia fiabesca della figlia del tranviere che con talento, ostinazione e lavoro diventa la più famosa ballerina del mondo ha ispirato generazioni di giovani, non solo nel mondo della danza. Entrata nel 1946 alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, dove studia tra l’altro con Esmée Bulnes e Vera Volkova, Carla Fracci si diploma nel 1954 e nel marzo 1955 partecipa al “Passo d’addio delle allieve licenziande della Scuola di ballo” al termine di una rappresentazione de La sonnambula diretta da Leonard Bernstein con la regia di Visconti e Maria Callas protagonista. Nello stesso anno si rivela al pubblico sostituendo Violette Verdy nella Cenerentola di Prokof’ev e inizia un’ascesa che dal 1958 la vede prima ballerina. Nello stesso anno John Cranko, dopo Il principe delle pagode, la vuole nella parte di Giulietta in trasferta veneziana a San Giorgio Maggiore e la invita alla Royal Festival Hall, inizio di un’ascesa internazionale che tocca i maggiori palcoscenici e le più importanti compagnie del mondo, ma in cui la Scala conserva un ruolo centrale. Qui Carla Fracci danza tra gli altri con Mario Pistoni, Roberto Fascilla, Vladimir Vassiliev, Amedeo Amodio, Paolo Bortoluzzi, Mikhail Barishnikov, George Iancu e negli anni più recenti Massimo Murru e Roberto Bolle. Partner fondamentali restano Erik Bruhn, che le schiude le porte degli Stati Uniti, e Rudolf Nureyev con cui forma una coppia leggendaria.  Interprete d’elezione dei grandi balletti romantici e delle nuove versioni dei classici create da Nureyev, la Fracci è anche dedicataria alla Scala di un numero imponente di nuove coreografie pensate per lei, da Sebastian di Luciana Novaro a La strada di Nino Rota e Mario Pistoni, Pelléas et Mélisande e Images d’Ida Rubinstein di Beppe Menegatti, fino a Chéri di Roland Petit (danzato per l’ultima volta alla Scala nel 1999 con Massimo Murru), e carismatica interprete dei balletti incastonati nelle opere inaugurali di Stagione: da Guglielmo Tell ai Vespri Siciliani e La Vestale, oltre che protagonista della rinascita di Excelsior con la regia di Pippo Crivelli. Proprio nella parte della Luce in Excelsior Carla Fracci ha calcato per l’ultima volta il palcoscenico del Piermarini nel 2000.

Gioco a scacchi tra verità e menzogna. Non sempre ci guadagna la verità. Specie se si sacrificano le illusioni

MILANO, giovedì 27 maggio ► (di Paolo A. Paganini) Il giallo psicologico di Eric Emanuel Schmitt, “Variazioni enigmatiche”, risorge dal passato dopo più di vent’anni. Ed ha regalato al pubblico del Piccolo Teatro l’illusione che in sedici mesi non sia successo niente.
Gli aficionados della prosa si sono ritrovati nella vasta Sala Strehler, tra abbracci e sorrisi in maschera (perché le mascherine sono sempre d’obbligo, come i distanziamenti in platea), ma suonava falso e forzato. Beh, è nello spirito delle leggi del teatro il mistero dell’illusione, della finzione, della menzogna, quindi, come la commedia di Schmitt, tutto rientra nelle regole del gioco.
Di questo gioco si sentiva il bisogno, quindi tutto normale. E, comunque, il giallo in questione è solo un gioco, dove uno di fronte all’altro, tra verità e finzione, come un gioco a scacchi, un vecchio e un giovane si giocano l’anima.
Lo straordinario successo di questa commedia ha avuto origine presso il Teatro Comunale di Cagli, in provincia di Pesaro e Urbino, nelle Marche, dove il 12 ottobre 2000 Glauco Mauri e Roberto Sturno misero in scena (in residenza e in anteprima nazionale), “Variazioni enigmatiche”, di Eric-Emmanuel Schmitt, con la regia dello stesso Glauco Mauri. Nel 2001 andò in tournée, Da allora fu ripresa più volte. Venne anche a Milano. Poi, nel 2019/2020, la Compagnia Mauri-Sturno doveva metterla in cartellone, insieme con “Lear”, ma, come si sa, tutto il teatro europeo andò a puttane per il maledetto Covid-19.
Ed ora, solo per quest’anno, eccola al Piccolo Teatro. La ripresa della tournée sembra prevista per il 2022.
Si tratta d’un testo bellissimo, vagamente logorroico, ma sublime. Un godimento dell’intelligenza.
In scena, due personaggi: lo scrittore premio Nobel Abel Znorko (Glauco Mauri), che ha scelto di isolarsi dal mondo, e il giornalista Erik Larsen (Roberto Sturno), che vuole strappargli un’intervista esclusiva. In totale e desertica solitudine, lo scrittore, spiega Mauri: “mantiene vivo, attraverso una corrispondenza amorosa che ormai dura da vent’anni, l’amore per una donna misteriosa… I due uomini si scontrano in un’alternanza di crudeltà e tenerezza, di ironia feroce e profonda commozione: un’intervista che presto si trasforma in un’affannosa, affascinante scoperta di verità taciute”.
Variazioni Enigmatiche – spiega Matteo Tarasco, regista dell’allestimento – è un thriller psicologico, un face-à-face inesorabile, dove in un costante scambio dialettico tra illusione ed elusione due uomini si sfideranno alla ricerca della verità. Ma, come ci suggerisce Schmitt, ammaliandoci con la sua poetica intrisa di umana fraternità, siamo sicuri che la verità riveli più delle menzogne?”.
Come un gioco a scacchi, dicevamo. Non è un gioco per la vita, come in “Settimo sigillo” di Bergman, tra il Cavaliere e la Morte, pur fra tragico e comico, alla ricerca di Dio e della Fede. È invece la vita su una tragica scacchiera, che muove i suoi pezzi, centellinando le sue illusioni, le sue beffe, i suoi imprevedibili stratagemmi, le sue infinite sorprese.
Certo, anche in Schmitt si fa filosofia, ma con la leggerezza e l’ironia di un Glauco Mauri, un po’ appesantito dall’alto dei suoi 91 anni, ma sempre di una straordinaria agilità mentale.
Qui non c’è la ricerca di Dio o della Fede. Non c’è nemmeno la ricerca della verità. Ma c’è una verità, reale e sconosciuta, che gioca a scacchi con le menzogne e gli inganni della vita.
E, facendo luce sulla verità, cadono tragicamente anche le illusorie panacee degli inganni e delle menzogne. Forse si stava meglio prima.
E, via via, nell’affascinante dialettica dei due uomini crollano pezzi di vita.
Il giornalista intervistatore è proprio un giornalista?
E la donna del mistero, quella con la quale lo scrittore intrattiene amorosa corrispondenza da una vita, esiste davvero?
E il libro autobiografico scritto dal Nobel è veramente un veritiero diario di vita, o solo un’inventata creazione d’artista?
E come fa il giornalista a conoscere quell’enigmatica donna, amata in appassionata copula dallo scrittore, e poi fatta rivivere solo sulla carta?
Nel corso del thriller ci sono due poderose botte di teatro da lasciare a bocca aperta: 1) quando il giornalista rivela veramente chi è; 2) quando si saprà della reale esistenza della donna.
E più non dicesi, trattandosi d’un thriller.
Lo spettacolo (due tempi d’una quarantina di minuti ciascuno) merita presenza e attenzione. Sturno e Mauri sono, come sempre, due artefici di perfetto affiatamento, purché il pubblico, con generosa condiscendenza, finga di comprendere tutto quello che Glauco Mauri dice. Invece – vergogna vergogna – gli organizzatori hanno gettato allo sbaraglio un bel testo e due encomiabili attori in una piazza d’armi come la Sala Strehler, quando di per sé questo thriller è solo un bell’allestimento di teatro da camera. Al massimo in Via Rovello. Peccato.

Piccolo Teatro Strehler (Largo Greppi, Milano). Fino al 6 giugno: “Variazioni enigmatiche”, di Éric-Emmanuel Schmitt. Traduzione e adattamento Glauco Mauri. Con Glauco Mauri e Roberto Sturno. Regia Matteo Tarasco. Scene e costumi Alessandro Camera. Musiche Vanja Sturno.

Informazioni e prenotazioni 0242411889
www.piccoloteatro.org

Straordinaria estiva romagnola: prosa, operette, danza, mostre e musei. E anche Dante in un’Opera di Cristicchi

FORLÌ, martedì 25 maggio ► (di Andrea Bisicchia) I Musei San Domenico di Forlì sono un’eccellenza d’Italia, in una delle sue sale, Ruggero Sintoni ha presentato la novità assoluta di Simone Cristicchi (Foto 1). “Paradiso. Dalle tenebre alla luce”, un’Opera per voce e orchestra, scritta da Simone Cristicchi, con la partecipazione dell’orchestra Bruno Maderna, formata da 22 elementi.
Lo spettacolo andrà in scena all’Arena San Domenico, legata ai Musei, il 30 luglio, dopo aver inaugurato il Festival di San Miniato (23 luglio), col patrocinio del Comitato Nazionale per le celebrazioni dantesche ed è prodotto da Accademia Perduta/ Romagna Teatri, insieme a Elsinor, Fondazione Istituto Popolare e Arca Azzurra.
Il pubblico potrebbe arrivare un po’ prima e visitare la mostra “Dante, la visione dell’arte”, curata da Antonio Paolucci e Fernando Mazzocca che rimarrà aperta fino all’11 luglio, oltre che ammirare la bellissima struttura dei Musei San Domenico, dove troverà opere di Beato Angelico, Andrea del Castagno, Lorenzo Lotto, Pontormo, Federico Zuccari in un percorso che si estenderà fino all’Ottocento e al Novecento, inaugurato dal “Saluto di Beatrice” di Rossetti.
Chi ne ha voglia, potrebbe fare un salto nella vicina Ravenna per visitare la mostra, sempre dedicata a Dante: “Le arti al tempo dell’esilio”, aperta fino al 4 luglio.
Lo spettacolo di Cristicchi, che si inserisce in questa atmosfera, è stato scritto in collaborazione con Manfredi Rutelli, con le musiche di Valter Sivilotti, oltre che sue.

Il cantautore ha immaginato, a suo modo “Paradiso”, dando molto risalto al Canto XXXIII, “Vergine madre, figlia del tuo figlio”, con la convinzione che si tratti, non soltanto di un’opera teatrale, ma anche musicale, visto l’apporto determinante dell’orchestra Bruno Maderna, formata da 22 elementi.
Il sottotitolo – l’autore ci tiene a precisarlo – è dovuto a una sua canzone e il viaggio non sarà quello di Dante, ma dello stesso Cristicchi, durante il quale si porrà delle domande dovute a una sua particolare interrogazione della Commedia, con la consapevolezza di trovarsi smarrito in una selva oscura dei giorni nostri, dove tutte le certezze sono andate in frantumi, tanto che non ci rimane altro che tagliarci un nostro spazio di Paradiso.

Cristicchi sostiene che il vero artista abbia delle responsabilità, per cui gli è vietato di essere banale, tanto che ritiene necessaria: “la responsabilità del microfono”, ovvero del mezzo attraverso il quale passa il messaggio.

Nel frattempo, Accademia Perduta/ Romagna Teatri ha presentato anche la stagione teatrale “Sotto le stelle”, alternando prosa, danza, operetta, comici, e tanto teatro per ragazzi.

La stagione partirà il 6 giugno, per concludersi il 25 agosto, sarà formata da oltre 30 spettacoli, con protagonisti Sergio Castellitto (Foto 2), Paola Quattrini, Paola Barale, Paolo Conticini, il mentalista Francesco Tesei, KataKlo Athletic Dance Theatre, Paolo Cevoli, Gabriele Cirilli, Andrea Pucci, Giuseppe Giacobazzi e, infine, la Compagnia di Operette Corrado Abbati.
Gli spazi utilizzati saranno, oltre l’Arena San Domenico, anche la Fabbrica delle candele”, dove sarà realizzato un programma parallelo che vede impegnati Ascanio Celestini (Foto 3), Vincenzo Pirrotta, Daniela Piccari e tutti gli attori del Festival dedicato al teatro per ragazzi, una produzione sempre di Accademia Perduta, grazie alla quale Forlì diventerà la capitale del teatro della bassa Romagna, utilizzando un badget che è una decima parte di quanto viene speso in Festival ben noti, dove, non sempre, tutto ha il timbro della qualità.

www.accademiaperduta.it

DIDASCALIE

Foto 1 Venerdì 30 e sabato 31 luglio – Arena San Domenico: SIMONE CRISTICCHI. “Paradiso. Dalle tenebre alla luce”, dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, di Simone Cristicchi in collaborazione con Manfredi Rutelli. Musiche di Valter Sivilotti e Simone Cristicchi. Canzoni e regia di Simone Cristicchi. Orchestra Bruno Maderna.

Foto 2 – Sabato 17 luglio – Arena San Domenico: SERGIO CASTELLITTO, in “Zorro”, di Margaret Mazzantini, regia di Sergio Castellitto.

Foto 3 – Martedì 8 giugno – Fabbrica delle Candele: ASCANIO CELESTINI, “I 20 anni di Radio Clandestina”.