Apoteosi per Placido Domingo, sommo interprete. Gli altri: tendenti all’urlo. Ma a pubblico son piaciuti tutti. Moltissimo

FIRENZE, lunedì 23 maggio ► (di Carla Maria Casanova) – A caldo, come oramai da tempo impongono i media (con decisione a parer mio deplorevole: troppo facile eccedere nel negativo o nel positivo). A caldo, dunque, passo a relazionare “I due Foscari” di Giuseppe Verdi appena andati in scena al Maggio Musicale Fiorentino, nell’Auditorium Zubin Mehta, in attesa del completo ripristino della Sala grande.
La serata. Un successo epocale. Di quelli che si segnano sul diario con “c’ero anch’io”. Il pubblico in piedi urlante come allo stadio (assicuro che a Firenze non è frequente). Urlare è anche il verbo che più si addice all’intera esecuzione.
Ma urge un poderoso distinguo. Si potrebbe addirittura dividere lo spettacolo in due: da un lato cantanti, coro, e, in un certo senso, anche la bacchetta, che hanno urlato forsennatamente (incontrando tutti il massimo consenso del pubblico): dall’altro lato, solitario, come in un’opera sua, “il” protagonista: il Doge Francesco Foscari, colossale ruolo baritonale. Lo interpreta Placido Domingo. E qui, a caldo o non a caldo, non ci possono essere ripensamenti. Domingo, lo ascolto da quando, giovane tenore, debuttò all’Arena di Verona nell’estate 1969 e in dicembre apriva la Scala. Subito bravo. Bravissimo. Non è mistero per nessuno. Ora è passato al registro di baritono, ha 81 anni, l’età del Doge Foscari, personaggio nel quale azzarda cimentarsi. (“Non canterò un giorno di più di quanto le mie possibilità vocali lo permettano, ma neanche un giorno di meno”. Bene, il giorno “di più” non è ancora arrivato). Mai l’ho sentito cantare in questo modo. La bellezza luminosa del timbro ovviamente non poteva scomparire, ma l’ampiezza, la fermezza, il fraseggio! La dizione indefettibile, l’afflato sofferto, la struggente solitudine, la poesia! Mettici anche il carisma della persona, il gesto elegante eppure autorevolissimo. Domingo è solo in scena, immenso, contornato da tutti gli altri urlanti: due opere separate. Nei duetti si vorrebbe toglierli di mezzo (gli altri).
Se poi al pubblico è sempre (?) piaciuto chi grida è un’altra faccenda. Resta per fortuna il fatto che, nel generale tripudio, l’applauso delirante è stato per Domingo.
I due Foscari è opera data raramente. Credo di averla vista 4 o 5 volte in vita: una miseria, contro alle 60/70 Traviate o Bohème.
La storia, ripresa da un fatto storico (Venezia, metà del 1400) non comporta azione. C’è un Doge che assiste alla condanna, da parte del Consiglio dei Dieci, di suo figlio in realtà innocente. La moglie perora la grazia. Il Doge non ha potere di intervenire. Il figlio viene condannato all’esilio. Uno scritto estremo del vero colpevole scagiona il figlio, che intanto però è morto di dolore. E poi muore anche il padre (Doge) sopraffatto dagli eventi.
Bisogna essere dei fenomeni per tenere vivo l’interesse dell’uditorio. Ma Verdi è sempre Verdi (la scrisse nel 1844, sette mesi dopo “Ernani”) e quindi il ritmo è abbastanza acceso (diciamo “garibaldino”) e le esibizioni vocali sono notevoli, e c’è una novità: la si potrebbe definire un’opera intima, tanto è accurato l’evolversi dei sentimenti.
Si canta molto e a voce spiegata, però se non ricordo male il tenore (Jacopo Foscari) trovava il suo interprete ideale in un Bergonzi, tanto per capirci. Qui Jonathan Tetelman, bellissimo giovanotto alto 1 m 90, con voce stentorea, ne fa sfoggio perentorio dall’inizio alla fine. Maria José Siri (sua moglie Lucrezia Contarini), soprano con materiale vocale importante ma tendente al vibrato, non perde un colpo per non essere estromessa da questa nobile gara di chi si fa sentire di più. Il basso Riccardo Fassi (Loredano) non è da meno. Il coro tonitruante completa il tutto. Viene il dubbio, o forse non viene, che il maestro sul podio (Carlo Rizzi) a capo dell’orchestra del Maggio (non sono i Berliner ma insomma…) non abbia fatto niente per mitigare questi eccessi. Anzi.
Per la realizzazione dell’allestimento, lo spazio dell’Auditorium si sta rivelando perfettamente fruibile anche per l’opera, grazie ad alcuni accorgimenti atti a sopperire alla scarsa profondità del palcoscenico. Qui è stata ideata una sorta di torre girevole, sui cui lati si affacciano via via; la ricostruzione della esistente tomba Foscari ai Frari a Venezia, una riproduzione trompe-l’oeil del celebre studiolo del duca di Montefeltro a Urbino, un leone di san Marco, le grate del carcere. Soluzioni eleganti, funzionali, gradevoli. I costumi hanno riferimento storico, massa rossa nei primi atti, azzurra nell’ultimo. Curioso l’enorme pettine della gondola che sovrasta i copricapo del coro dell’ultimo atto. Scene e costumi di Luigi Perego, regia di Grischa Asagaroff, luci di Valerio Tiberi. Il breve balletto (coreografo Cristiano Colangelo) è parentesi gradita. Tutto bene.
Resterà data storica per l’exploit dell’immenso artista che è il Placido Domingo che ben conosciamo. Direi conoscevamo. Alla sua età una simile prestazione, con voce di intatta potenza e smalto eppure morbidissima, è un miracolo. Era la sua 4.100esima recita, come il sovrintendente Alexander Pereira è venuto ad annunciare in palcoscenico, a recita terminata. Con lancio di coriandoli dorati. Che bellezza. C’ero anch’io.

Festival del Maggio Musicale Fiorentino – “I due Foscari” di G. Verdi. repliche: mercoledì 25, martedì 31 maggio e venerdì 3 giugno ore 20; sabato 28 maggio ore 17.  Lo spettacolo, un intervallo, dura due ore e 30.

Dopo 44 anni, al Filarmonico, l’indimenticabile (e irripetibile) “Orlando furioso” di Vivaldi. Sfrenato trionfo del Barocco

VERONA, lunedì 9 maggio ► (di Carla Maria Casanova) Sfido chiunque, anche il più agguerrito nella lettura dell’Ariosto, a venirne a capo. Intendo a capo del libretto scritto da Grazio Braccioli per “Orlando furiosodi Vivaldi, opera dal soggetto già molto frequentato da vari musicisti, che il Prete Rosso riprese da quella del Ristori, rappresentata nel 1713 a Dresda. Nel 1714 Vivaldi ne ritoccò la partitura qua e là, poi praticamente la riscrisse nel 1727, versione definitiva presentata in quell’anno a Venezia.
In questa versione, nel 1978 l’Orlando Furioso vivaldiano riapparve sulle scene per la prima volta in epoca contemporanea. Avvenne a Verona, Teatro Filarmonico. Io ero già molto viva e vi assistetti. Tengo a segnalarlo perché si trattò di uno spettacolo epocale, capolavoro assoluto sia per esecuzione musicale (Claudio Scimone dirigeva i Solisti Veneti, nel cast c’erano Marilyn Horne, protagonista, e una stupefacente Sandra Brown come Alcina) sia per messa in scena (una delle più magiche realizzazioni del già celebre Pier Luigi Pizzi).
Ora, a 44 anni di distanza, il Teatro Filarmonico ripropone il titolo, nella edizione critica di Federico Maria Sardelli, con un recente allestimento della Fenice di Venezia – coproduzione Festival della valle d’Itria – curato da Fabio Ceresa (regìa ripresa da Federico Bertolani), Massimo Checchetto (scene), Giuseppe Palella (costumi), Fabio Barettin (luci), Silvia Giordano (movimenti mimici).
Non si facciano paragoni con “quello” spettacolo. I capolavori assoluti sono irripetibili.
Questo Orlando furioso punta sul barocco più sfrenato, nella sua forma grandiosa, a tratti un tantino esagerata, alla Zeffirelli. L’impianto scenico parte dallo sfavillante regno di Alcina, con sala del trono collocata nell’alveo di una conchiglia dorata. L’imponente antro buio della montagna del secondo atto è la calotta del mondo, molto simile alla superficie lunare. La cifra sfarzosa della produzione sta comunque nell’appariscenza di costumi e acconciature: mantelli pomposi, colori sgargianti, elmi dorati, abiti trapunti di pietre preziose, brillanti e ricami, tiare sontuose, tutto un baluginio di ori, sottolineato da luci splendenti. Compaiono creature mitiche come il gigantesco ippogrifo piumato (peccato che non dispieghi le ali) in groppa al quale arriva Ruggiero. Le nozze tra Angelica e Medoro si compiono in un mistico tripudio da Parnaso nella reggia di Alcina (non è chiaro perché poi la prima notte si debba concludere in una amorosa, sia pur soft, ammucchiata). Comunque tutto bene.
Si diceva del libretto. I personaggi sono 7: 4 uomini e 3 donne, interpretati da sole donne (salvo Astolfo che è irrimediabilmente un basso). E fin qui. Tutta l’opera, fino al primo Ottocento (vedi Rossini) ci ha ampiamente abituati ad assistere a vicende amorose che si dipanano tra soprano e mezzosoprano o contralto (o, peggio, con uomini dalla voce femminile). Pazienza. Solo che in questo Orlando tutti si amano su linee incrociate e ognuno ama qualcuno di sbagliato, cambiando di continuo, per leggerezza, malinteso, o arti magiche, il soggetto amato. Domina questo guazzabuglio infernale la maga Alcina con i suoi filtri, come Puck della Notte di Mezza Estate e, come non bastasse, ci si mette pure lei, gelosissima, a innamorarsi di guerrieri non consenzienti. Orlando, che si vede sottratta di continuo l’amata Angelica, altro che furioso! Era da andare completamente fuori di testa. Come regolarmente avviene. Alla fine la ritrova, la ragione, ma oramai non interessa più a nessuno.
Io ho dei vuoti di memoria dei tempi scolastici, ma in Ariosto la cosa non mi era sembrata così complicata. Il librettista ferrarese Grazio Bracioli, gran collaboratore vivaldiano, ci deve aver lavorato non poco di fantasia.
Ma si sa, nell’opera (le cui storie sono quasi sempre improponibili) sostanziale è la musica e qui Vivaldi ha profuso nella partitura una straordinaria ricchezza strumentale (c’è un assolo del flauto di notevole virtuosismo). Inoltre, ai molti recitativi, alcuni di incontestata drammaticità, è contrapposto uno straordinario numero di arie (6 alla sola Alcina). Il ruolo di Alcina, insieme con quello di Orlando, è il punto forte dell’impianto musicale. Peraltro ogni personaggio è gratificato da almeno una aria importante. Le interpreti, tutte italiane di nota formazione belcantistica, alcune per la prima volta al Filarmonico, hanno affrontato con valore l’impegno non comune. Sono Teresa Iervolino (Orlando), Lucia Cirillo (Alcina), Francesca Aspromonte (Angelica), Chiara Tirotta (Bradamante), Sonia Prina (Ruggiero). Astolfo, parte minore ma, nella storia, occulto movente del tutto (è quello che conclude l’opera con il classico fervorino moralistico “saggio chi dal suo fallire prudenza impara”) è il basso cileno, Christian Senn, allievo della Accademia della Scala, dove si è già esibito in parecchie produzioni.
A capo dell’Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona sta Giulio Prandi, direttore, filologo musicale, matematico, tra l’altro direttore artistico e fondatore dell’Orchestra e Coro Ghislieri di Pavia. A lui, divulgatore instancabile, si devono alcune delle più importanti scoperte musicali degli ultimi decenni. Artista in residenza del Festival Oude Muziek di Utrecht dal 2019, vincitore del Premio della critica europea 2022 per l’incisione della Petite Messe Solennelle di Rossini, Giulio Prandi ha l’umiltà di considerare il suo lavoro “altissimo artigianato artistico”. E la ancora più grande umiltà di dichiararsi curioso di scoprire quali nuove idee i suoi colleghi porteranno in teatro nei prossimi quarant’anni nell’interpretare questo capolavoro vivaldiano. Ce ne fossero tanti, come Prandi.

Verona – Teatro Filarmonico- “Orlando furioso” di Antonio Vivaldi. Repliche: maggio 11 (ore 19), 13 (ore 20), 15 (ore 15,30). Lo spettacolo, tre atti e due intervalli, dura 3 ore e 10 minuti.

Il malandrino incontro tra un cinquantenne e una giovane donna diventa un gioco di perfidie. Tra commedia e thriller

MILANO, mercoledì 4 maggio Sceneggiatore, drammaturgo e regista francese (nato a Tunisi), Eric Assous (1956-2020) è un autore molto conosciuto in Francia. Autore di 80 trasmissioni radiofoniche e sceneggiature per la televisione, come sceneggiatore vanta premi, riconoscimenti e una intensa produzione. Con “Montagne russe”, portato in scena nel 2004 da Alain Delon e Astrid Veillon, vinse due Prix Molière.
A Milano, già cinque anni fa, nel 2018, “Montagne russe” ebbe, solo per cinque repliche, una buona accoglienza, al Teatro Litta, protagonisti Antonio Rosti e Rossella Rapisarda, con la regia di Fabrizio Visconti.
Adesso è in scena, al Teatro Manzoni, fino al 15 maggio, con (foto sopra) Corrado Tedeschi e Martina Colombari (attrice, conduttrice, Miss Italia 1991), al suo debutto teatrale, con la regia di Marco Rampoldi.
È un testo complicato”, dice la Colombari, “perché il mio personaggio deve interpretare i caratteri di cinque donne diverse in una successione di sentimenti, ironici e inquietanti, su e giù come appunto sulle montagne russe, con un finale a sorpresa”. E con momenti di intensa commozione.
La storia. Pierre, un uomo, un cinquantenne ancora affascinante, con moglie e figlio fuori città per una vacanza, incontra in un bar a fine giornata una donna giovane e attraente, Juliette. Approfittando della assenza della moglie, invita la giovane nel suo appartamento. Si preannuncia così una serata piacevole e spensierata… Ogni volta che una realtà sembra essere accertata, viene rimessa in discussione. E ogni volta che Pierre sta per ottenere quello che vorrebbe da Juliette lei lo spiazza cambiando identità e carattere. Lei non è facile come lui si sarebbe aspettato. E quella serata immaginata piacevole e spensierata, diventa un gioco sempre più inatteso, in una specie di sfida, in una serie di perfidie e di elaborate strategie, tra colpi di scena, momenti di divertimento, e di smarrimento delle loro anime, sempre in bilico fra la commedia e il thriller psicologico…

“MONTAGNE RUSSE”, di Eric Assous, con CORRADO TEDESCHI e MARTINA COLOMBARI. Traduzione Giulia Serafini, scene Andrea Bianchi, costumi Giulia Rodofili, luci Manuel Luigi Frenda, musiche Luca Vitariello. Regia MARCO RAMPOLDI. Repliche fino a domenica 15 maggio. Teatro Manzoni, Via Manzoni 42, Milano. Tel. 02.7636901.

Esplosione di applausi, anche a scena aperta, per Diego Florez (Romeo). Uno dei più grandi tenori di tutti i tempi

FIRENZE, giovedì 28 aprile (di Carla Maria Casanova) – Salvo rari casi, quando si è divi, un motivo c’è. Ma ci sono divi e divi. Nel proclamato campo dei tenori, Mario del Monaco e Pavarotti, due divi indiscussi. Ma anche Jussi Björling e Alfredo Krauss. Due divi altrettanto indiscussi, con diverso modo di fare carriera: senza stravaganze né esibizionismi, vita privata segreta e tranquilla.
Juan Diego Florez appartiene al secondo gruppo. Una ulteriore variante è che il suo divismo si situa in una eccezionalità vocale di genere virtuosistico (vedi i 9 do della Figlia del Reggimento…) di quelli cioè che le emozioni te le danno per la superiorità prevalentemente tecnica, acrobatica, non per palpiti del cuore. Ci fu Yma Sumac, l’usignolo delle Ande, che faceva prodezze mai sentite, né prima né dopo di lei, con salti, nel giro di una battuta, dal do sovracuto al registro bassissimo.
Diego Florez peruviano, diciassettenne allievo del Conservatorio di Lima, borsa di studio per continuare gli studi a Philadelphia, si rivelò nel 1996 al Rof di Pesaro (dove è da allora artista stanziale e da poco anche direttore artistico). Fu un salvataggio in extremis nel ruolo tenorile principale della Matilde di Sabran. L’anno seguente, a 23 anni, debuttava alla Scala diretto da Muti. Carriera stellare con indirizzo belcantistico. La BBC lo considera uno dei più grandi tenori di tutti i tempi. Tra l’altro Florez è notevole di fisico: asciutto, alto, bellissimo viso aristocratico. Ho scoperto che ha 49 anni. Anche i divi invecchiano.
Juan Diego Florez è Romeo in “Roméo et Juliette” di Gounod, andato in scena ieri sera al Maggio Musicale Fiorentino. Il sovrintendente Pereira ha confessato che l’aveva contattato per farlo debuttare in Norma come Pollione, ma Florez aveva arricciato il naso e gli aveva proposto questo Roméo. L’opera, mai eseguita al Maggio, ebbe una prima esecuzione a Firenze al Teatro della Pergola il 1° aprile 1868, sulla scìa della improvvisa passione generale per l’opera francese scoppiata alla fin-de siècle (di due secoli fa). “Roméo et Juliette”, come vuole l’amatissima storia shakespeariana, è l’opera dell’amore per eccellenza. Viene anche definita “un duetto d’amore lungo cinque atti”. Nonostante ciò, la struggente sua melodia non è riuscita a prevalere sulla straripante popolarità del “Faust”. Peccato.
E arriviamo al punto.
Da Juan Florez, che già da tempo si avventura nel repertorio romantico francese (Les Huguenots, Manon, Werther, Faust) ecco emergere, sempre restando la sua estrema facilità di squillo, un canto morbido e raffinatissimo. La qualità vocale di Florez non ha la bellezza straordinaria di Pavarotti o Jussi Björling, ma eccezionale è il ventaglio di sfumature e chiaroscuri che lui riesce a dispiegare. Nell’aria di Roméo “Lève toi soleil” (dall’incanto simile all’“O nuit d’amour” del Faust) esplode un luminoso empito di così trasbordante felicità da contagiare tutto l’uditorio. Quando la vicenda si trasforma in tragedia, il suo canto trasuda una sofferenza indicibile. Il pubblico fiorentino, seppur freddino di natura, non poteva non accorgersi. È stata un’esplosione a scena aperta. Quattro minuti di ovazione. Controllate: è tanto.
Io qui avrei anche finito, a parte la gradita sorpresa del pregevole timbro vocale del giovane basso russo Evgeny Stavinsky (padre Lorenzo) artista proveniente da una famiglia di musicisti, trasferitosi a Firenze dal 2004 al 2005 per studiare a Maggio Formazione. Prossimamente canterà in “Ernani” a Roma, a Bergamo e in “Otello” (di Rossini) a Pesaro. E bene il basso Adriano Gramigni nella pur piccolissima parte del Duca di Verona.
Se le ragioni di cui sopra mi paiono quelle (sole?) per cui vale lo spostamento a Firenze, capisco che non sta bene cavarsela così in una recensione.
Cito allora Juliette, la moldava Valentina Naforniţà, gradevole in scena ma di vocalità esagitata, a volte pesante nelle agilità (poca leggerezza nell’aria “Je veux vivre”, pezzo di bravura entrato in repertorio).
Il maestro ungherese Henrik Nánási, a capo dell’Orchestra del Maggio, aveva diretto meglio “Elektra” alla Scala, anzi là era stato proprio straordinario.
Al Coro del Maggio, impegnato a fondo, va molto del successo della serata.
Frederic Wake- Walker ha impostato la regìa sul versante tragico piuttosto che lirico, come si evince già dall’esordio orchestrale, ma l’inserimento onnipresente dei ballerini (coreografa Anna Olkhovaya) finisce per disturbare. A proposito, i ballerini (si direbbe un cospicuo corpo di ballo) sono 8 (otto)!!!
Sull’impianto scheletrico della scena (Polina Liefers) incombe il grande occhio malefico della Regina Mab, citata spesso nel testo e riportato – l’occhio- nel manifesto dell’opera.
Le masse si agitano con brutti costumi (Julia Katharina Berndt) più adatti per le streghe del “Macbeth” che non per i Capuleti e i Montecchi, mentre sono appropriate le fogge storiche dei protagonisti. Solo stupisce l’apparizione di Juliette (“Ah! Qu’elle est belle!”) in un tristissimo vestitino grigio.
L’opera si chiude non sui tradizionali corpi dei due amanti esanimi, ma su loro due visti di dorso, teneramente appoggiati l’uno all’altra, seduti su una panchina, come gli innamorati di Peynet. È una immagine commovente.
Lo spettacolo, in due atti, un intervallo, dura 180 minuti. È dato nella irrinunciabile lingua originale francese, con sopratitoli in italiano e inglese. Molto applauditi gli interpreti, qualche dissenso per l’allestimento.
Repliche 3, 5,10 maggio ore 20; 8 maggio ore 15.30.