Il “mitico” Hans Fazzari ha presentato il ricco e prestigioso cartellone delle cinquantenarie “Serate Musicali 2025”

MILANO, venerdì 31 maggio ► (di Carla Maria Casanova) Hanno già festeggiato la loro cinquantesima stagione, Le Serate Musicali, nate nel 1971 da “una idea peregrina” di Hans Fazzari, il “più antico” direttore artistico italiano.
Pianista e compositore classe 1931, Fazzari è l’autore anche di questa stagione 2025 presentata ieri negli spazi dello Steinway & Sons Flagship Store. Mito del mondo della musica, personaggio che ha conosciuto tutti gli artisti mondiali degli ultimi settant’anni, molti dei quali lui stesso ha scoperto e resi noti, Fazzari si dichiara fisicamente un po’ acciaccato (ma in definitiva da trent’anni a questa parte è sempre lo stesso) ma la memoria è vispissima e la fioritura di aneddoti che riesce a esibire non ha eguali. Ci passano Benedetti Michelangeli, e Horowitz e Toscanini…
Ieri, ricordata la nascita delle Serate, avvenuta con un accordo “casuale” con il conte Gian Carlo Dal Verme , presidente della Società del Giardino, e il critico Giulio Confalonieri, e rievocati i faticosi inizi limitati a piccole serate musicali che mai avrebbe pensato sfociassero in sedi quali il Conservatorio, con la presenza di solisti prestigiosissimi, Fazzari ha illustrato questa ultima stagione citando in primis un altro mito, presente in ben due concerti grazie alla grande amicizia: la pianista georgiana Elisso Virsaladze (anni 82) ancora in pista a livello internazionale. Suonerà a Milano il 3 febbraio e il 10 novembre 2025. Per chi non ricordasse, Fazzari ha protervamente ribadito che lei è sempre stata “molto meglio di Horowitz”. Così come Mikhail Pletnev (a Milano il 6 ottobre).
Non sono tutti, ovviamente, “pezzi” di questo calibro, ma basta uno sguardo al programma per rendersi conto del livello della manifestazione che avrà inizio il 2 gennaio con un concerto straordinario fuori abbonamento della Sofia Sinfonietta Orchestra, ospitata al Teatro San Babila, per concludersi il 15 dicembre 2025.
Scorrendo anche velocemente il programma, si cita la inaugurazione ufficiale il 13 gennaio con il Concerto Maratona dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Davide Crescenzi, pianista Emilio Aversano. Una serata particolare, nell’ambito del ‘700 napoletano e dintorni, sarà prodotta dall’insieme Ab Armoniae onlus con l’esecuzione dell’opera “La Tilda” di Cilea, riesumata da Denia Mazzola Gavazzeni, anche interprete.
Nel repertorio classico, si alternano i pianisti Freddy Kempf, Yevgeny Sudbin, Carlo Levi Minzi, Sandro Ivo Bartoli, Enrico Pompili, Roberto Cappello, i violinisti Uto Ughi, Gidon Kremer, Florin Croitoru che suona il “Violino Cattedrale”, il Guarneri del Gesù di George Enescu.
E ancora i violoncellisti ZlatomirFung, Boris Andrianov, Steven Isserlis; il flautista Paolo Taballione. Una serata è dedicata a Carlo Boccadoro che presenta sue musiche di cui Serenata e il Concerto per clarinetto con Fabrizio Meloni.
Ogni nome è un mondo di suoni e di successi che si riaffaccia alla memoria. Accanto ai grandi interpreti sarà dato spazio a giovani complessi e solisti, come il pianista Cristian Sandrin che ha in programma la Variazioni Goldberg di J.S.Bach.
Ancora una volta, Hans Fazzari ha così dimostrato di sapere procedere con grande destrezza nel vasto mondo della musica, dove tutti gli sono amici.

Scala stagione 2024-25. Un fitto cartellone che più bello non si può. 14 opere, 8 muove produzioni. E cast da capogiro

MILANO, mercoledì 29 maggio(di Carla Maria Casanova)Scala. Conferenza stampa di presentazione del cartellone stagione 2024-25. Cioè, di visibilizzazione degli sponsor, che meritano pur il loro spazio. Dai Fondatori emeriti Milano alla Scala e Assolombarda, ai fondatori sostenitori Intesa san Paolo e a2a, Giorgio Armani, agli innumerevoli fondatori permanenti tra cui Cariplo, Pirelli, Allianz, Esselunga. Irrinunciabili. Ora e sempre.
Il ridotto Arturo Toscanini non è mai stato così assiepato di pubblico. Un lunghissimo applauso (quasi da claque) saluta il sovrintendente Dominique Meyer che siede al tavolo con l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, Il direttore musicale Riccardo Chailly, il direttore del Corpo di ballo Manuel Legris. Per Meyer il mandato scadrebbe a febbraio 2025 ma “deciderò io se rimanere fino a novembre, dato che me l’hanno proposto. Io vorrei vedere almeno come si sviluppano i progetti messi in campo. Abbiamo lavorato tanto…”

Dopo il saluto, – altro applauso alla immancabile senatrice Liliana Segre, presente con la sua guardia del corpo -, si inizia. Per la prima volta in conferenza c’è una interprete con linguaggio dei segni, non molto necessario in verità, né qui né tanto meno sarebbe durante gli spettacoli musicali. Ma insomma, è sempre una attenzione di più verso il pubblico). Meyer, in perfetto italiano e con accenti affettuosi che coinvolgono gli astanti, annuncia che il bilancio del teatro è attivo. I soldi sono importanti, si sa. Anche i privati lo sanno e hanno sborsato, nell’anno, con bonifici e donazioni,44 milioni di euro, che non sono pochi.

Sul versante tecnico è stata studiata particolarmente l’acustica della sala, assai migliorata, e l’accesso al teatro per le persone con handicap (come si dirà? Con deambulazione diversamente perfetta??? È così complicato parlare oggi! Questo dico io). Meyer dice che è stata studiata una nuova formula di abbonamento, la quale premia le prenotazioni e dissuade il bagarinaggio.

Altre notizie e, finalmente, il cartellone! Un gioiello. 14 titoli di opere di cui 8 muove produzioni. Con grande coraggio (mai successo in 8 riprese dell’opera dal 1940 ad oggi) il 7 dicembre si inaugura conLa forza del destino”, titolo verdiano comparso alla Scala l’ultima volta nel 2001, stagione del centenario verdiano, portato dai complessi di San Pietroburgo. Qui Riccardo Chailly dirigerà un cast stellare: Anna Netrebko, Jonas Kaufmann, Ludovic Tézier, Vasilisa Berzhanskaya, Alexander Vinogradov. Regia di Leo Muscato, scene Federica Parolini, costumi Sylvia Aymonino. E facciamola finita con sta storia di scongiuri messi in atto da una certa tradizione iettatoria.

Per la fitta schiera delle opere restanti dovrò passare ai soli titoli con brevi indicazioni. L’anno nuovo 2005 inizia con Falstaff di Verdi diretto da Daniele Gatti. Protagonista Ambrogio Maestri. Segue una nuova produzione della wagneriana Die Walküre diretta da Christian Thielemann il quale dirigerà anche Siegfried. Sguono Evgeni Onegin di Čajkovskij, nuova produzione con regia di Mario Martone, scene Margherita Palli, costumi Ursula Patzak e cast di interpreti russi; poi una ripresa della storica Tosca con la applaudita regia di David Livermore (Chiara Isotton, Francesco Meli, Luca Salsi). Segue il ritorno di Norma di Bellini, diretta da Fabio Luisi: è una nuova produzione con regia di Oliver Py. Interpreti: Marina Rebeka, Freddie De Tommaso, Vasilisa Berzhanskaya, Michele Pertusi.

In questa prima parte della stagione, cioè fino ai mesi estivi, sono da segnalare altri 3 titoli non di repertorio, di grande interesse: L’Opera seria di Florian Leopold Gassmann, compositore maestro di Salieri. Il libretto è di Calzabigi e Metastasio. Qui ci sarebbe da fare un gran bel discorso. Bisognerà che ognuno si informi a dovere. Così come per la prima assoluta de Il Nome della Rosa di Francesco Filidei, il quale, all’opposto di Gassmann, è autore contemporaneo cui Umberto Eco commissionò l’opera alla Scala in coproduzione con l’Opéra di Parigi e il Carlo Felice di Genova. Da segnalare la regia di Damiano Michieletto e, nel cast, la presenza di un personaggio che è stato affidato alla voce della grande Daniela Barcellona. Terzo titolo è un dittico che Chailly, che lo dirigerà, ha dedicato a Kurt Weill.

In autunno, la stagione riprende con La Cenerentola di Rossini, portata in scena dagli Allievi solisti della Accademia di canto della Scala. Segue la storica produzione scaligera di Rigoletto con regia di Mario Martone. Direttore Marco Armiliato. Protagonista Amartuvshin Enkhbat – una volta sentito non lo si dimentica più-, Regula Muhlemann, Vittorio Grigolo. Ancora, La fille du Régiment di Donizetti diretta da Evelino Pidò, regia di Laurent Pelly, tenore Juan Diego Florez (quello dei 9 do impeccabili). Chiude a novembre Cosi fan tutte di Mozart, da segnalare per la nuova produzione diretta da Robert Carsen.

Finito? Neanche per sogno. Dominique Meyer, sovrintendente e anche direttore artistico come usa adesso, prosegue imperterrito, lasciando uno straccetto di spazio al direttore musicale Riccardo Chailly e al direttore del Ballo Manuel Legri, velocissimi a dire il vero. Lui, Meyer, ha il pubblico in mano e va avanti, suadente: aveva dimenticato i concerti!

Io citerò almeno l’arrivo delle sei Orchestre ospiti con relativi direttori i quali sono John Eliot Gardiner con gli English Baroque Soloist; Riccardo Muti con i Wiener Philarmoniker, Raphael Pichon con l’Ensemble Pygmalion; sir Antonio Pappano con la London Symphony, Kiril Petrenko con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia; Daniele Gatti con la Staatskapelle Dresden della quale è appena stato nominato direttore. Del tutto superfluo specificare i programmi.

Adesso, voi sapete che io sono una operista sfegatata ma francamente questi sei concerti mi pare che valgano tutta la stagione lirica! Ci sarebbe ancora da commentare la bella stagione dei Balletti ma il tempo stringe. Ne riparliamo la prossima vola.

 

Festa di matrimonio a Cinecittà nella sempre dilettevole ripresa del Don Pasquale di Donizetti con regia di Livermore

MILANO, domenica 12 maggio ► (di Carla Maria Casanova)Don Pasquale di Donizetti, in scena da ieri sera sabato 11, alla Scala, è una produzione di alcuni anni fa: quella con regia di David Livermore, autore, con Giò Forma, anche delle scene. I costumi sono di Gian Luca Falaschi.
Livermore, si sa, è regista pieno di fantasia, spesso e volentieri trasgressiva, ma se non esagera può sortire spettacoli pregevolissimi. Questo lo sarebbe se, nella ripresa fatta da altri, non ci fossero aggiunte inutili che hanno appesantito l’idea originale, di per sé notevole. Della malinconica storia del ricco scapolo attempato che vuole prender moglie (giovane e carina, s’intende) e viene intrappolato in una triste burla, Livermore dà una versione umoristica priva di malinconie. La “trovata” è arguta. Dall’inizio alla fine, su don Pasquale aleggia la terrificante ombra della madre, che ne ha fatto un figlioletto mai cresciuto. Si inizia con un fuori campo del funerale di detta signora e si conclude con la sua immagine vincente, anche dall’al di là. Ci sono brevi intermezzi spassosi che illustrano i vari interventi della madre durante la vita del povero Pasquale.
La festa imbandita dalla neo-sposina viene trasferita in una Cinecittà degli anni del bianco e nero, con colori uniformi, dove si sta girando un film sulla Roma antica. Vivace il contrasto con gli sgargianti costumi. Inaspettata, la sposina vi arriva su una Giulietta decapottabile bianca che a un certo punto prende le vie del cielo, con lei dentro, per un volo panoramico su Roma. Nella festa la confusione è eccessiva e il gestire dei personaggi molto caricato.
Il tutto è anche accompagnato da un’orchestra tenuta da Evelino Pidò al massimo, per volume e per velocità. Ottima la prestazione del Coro della Scala. Nel cast emerge, per qualità vocale e per sapienza scenica, il protagonista Ambrogio Maestri, molto dimagrito ma sempre un omone che incarna alla perfezione lo scapolone incallito (“un uomo qual voi, pesante e grosso…). Maestri ha anche certi personali sottili accenni di controfigura.
È vivace e disinibita nella sua celebre aria “so anch’io la virtù magica” la Norina di Andrea Carrol.
Laurence Brownlee (Ernesto), Mattia Olivieri (Malatesta), Andrea Porta (Notaio) sono adeguati ai propri ruoli, anche se il Notaio è troppo esagitato (colpa della ripresa della regia?).
Lo spettacolo si lascia vedere con diletto del pubblico. È dato in due atti con un intervallo. Durata totale due ore e mezza.

Le recite proseguono i giorni: 17, 25, 28, 31 maggio e 4 giugno.

 

 

Il Brecht di Strehler nel 70, quello di Ronconi nel 2012, ed ora quello di Sacco. I tanti modi di vedere la lotta di classe

“SANTA GIOVANNA DEI MACELLI”, della Compagnia EROSANTEROS, vista il 24 al Teatro Alighieri di Ravenna, con Danilo Nigrelli, Agata Tomsic. Musiche dal vivo del Gruppo LAIBACH, regia di Davide Sacco.

(di Andrea Bisicchia) Vidi, per la prima volta, “Santa Giovanna dei macelli”, con la regia di Giorgio Strehler, nel dicembre del 1970, uno spettacolo imponente, con settanta attori e una ventina di tecnici, di cui non esiste alcuna registrazione video, ma di cui posseggo alcune foto e un manifesto in cui giganteggia Glauco Mauri, interprete di Mauler, e una piccola Valentina Cortese, interprete di Giovanna, come a sottolineare la distanza tra il potere economico e l’impossibilità di redenzione cercata da Giovanna, distanza voluta da Strehler che chiese a Frigerio una scena che riproducesse la fabbrica della carne in scatola, con il fumo delle ciminiere che sembrava invadere la platea e con dei cancelli che immettevano in essa.
Vidi lo spettacolo tre volte, anche se durava quattro ore e mezzo, perché fui soggiogato dalla multidisciplinarietà dell’esecuzione, dove si potevano notare i rimandi al circo, al cabaret, al music-hall, al cinema muto, uno spettacolo che, in omaggio al cinemascppe, qualcuno definì “teatroscope”.
Se Brecht l’aveva scritto per sottolineare la contestazione degli operai, durante la crisi del ’29, con le fabbriche che chiudevano e le banche che fallivano, Strehler sentiva il fiato grosso della contestazione sessantottesca.
Rividi “Santa Giovanna”, nella messinscena di Ronconi del 2012, con Maria Paiato e Fausto Russo Alesi, nella sala di Via Rovello, con uno spazio più ristretto, ma che si estendeva grazie a dei praticabili e a delle scalette che introducevano gli attori in un doppio palcoscenico, in uno dei quali, dominava una gru, con piattaforma, su cui si alternavano alcuni personaggi. Ronconi lavorò molto sul testo, fino ad essiccarlo e a liberarlo da ogni forma di brechtismo, puntando su un forte “segno “registico, avendo invaso la scena  con enormi barattoli, sui quali spiccava la pubblicità della carne in scatola, da dove uscivano gli attori. Ciò che però interessava a Ronconi era l’ambiguità utilizzata da Brecht per condannare la ricchezza criminale a scapito della povera gente che, rimandava, in un certo senso, a quella di Bertolazzi, sopraffatta dalla industrializzazione e, successivamente, dalla finanza globale. Per Giovanna si trattava di una vera e propria discesa nell’inferno, con milioni di disoccupati, non solo in America, ma anche in Europa raggiunta, anch’essa, dalla grave crisi. L’ambiguità era presente, soprattutto, nel personaggio di Mauler che rimproverava a Giovanna di avercela contro il denaro, ritenuto malefico, a suo avviso solo dagli sciocchi, se non addirittura considerato qualcosa di ambiguo, mentre si trattava, in fondo, del mezzo che può migliorare le società e salvarla dalla povertà, cosa che non è concessa a nessuna religione e a nessuna congregazione che crede di salvare il mondo con la beneficenza. Ronconi fece realizzare dei video dal Centro Sperimentale di Cinematografia, si rifiutò di utilizzare le musiche di Dessau, facendo ricorso a melodie della “Giovanna d’Arco” di Verdi.
Questo preambolo è necessario per due motivi, il primo per ricordare che anche maestri come Strehler e Ronconi avevano utilizzato la multidisciplinarietà mettendola però al servizio di una Idea, il secondo perché, per entrambi, il contenuto era anche forma, da intendere come pensiero, concretezza ideologica e sociologica.
La Santa Giovanna che abbiamo visto al Teatro Alighieri di Ravenna, come proemio al Festival POLIS, che si svolgerà da 7 al 12 maggio, con la regia di Davide Sacco e l’interpretazione di Danilo Nigrelli, Agata Tomsic, con altri attori di nazionalità diverse, utilizza la multidisciplinarietà per evidenziare la Forma come Estetica, confondendo l’Estetica, che è una categoria filosofica, con l’Estetismo che è un sottoprodotto dell’Estetica.
Fatta questa scelta, il regista vira lo spettacolo verso il decorativismo, tanto che il fumo delle ciminiere diventa quello che viene utilizzato dai Concerti Rock, trasferendo, inoltre, la recitazione dai canoni brechtiani o naturalistici verso il rapporto voce-suono, rendendo gli attori funzionali a questa idea e, pertanto, poco criticabili, mentre assume una forte presenza scenica l’orchestra del Gruppo musicale LAIBACH che utilizza i testi dello stesso Brecht in chiave corale. I problemi economici, le lotte sindacali, i fallimenti delle banche, vengono trasferiti, dal regista, in un mondo virtuale che ha poco a che fare con la crisi del ’29 o con quella di oggi, mentre le notizie dello sfracello economico sono affidate, sempre in video, a un speaker, Marco Lorenzini, che le tramette in lingua inglese, del resto nello spettacolo si parla in italiano, soprattutto Mauler, che utilizza il tedesco quando si rivolge agli industriali, con l’intercessione di Slift, ed ancora, in sloveno, in tedesco e in inglese, lingua utilizzata per le canzoni.

Lo spettacolo, prodotto anche da ERT, che ha chiuso il FOCUS Lavoro, il palinsesto inaugurato all’Arena del Sole di Bologna ha una tournée a Lubiana (10-12 novembre), in Lussemburgo (15-16 novembre ), al Teatro Stabile di Bolzano (19 novembre), trattandosi di paesi produttori.

Non sappiamo se avrà, il prossimo anno, una tournée regolare.