Sofferto doloroso fantastico quasi cabarettistico. Tra mimi danzatori e diavoli. Fantasmagorico guazzabuglio finale

VENEZIA, sabato 25 novembre(di Carla Maria Casanova) “Les contes d’Hoffmann”, di Jacques Offenbach, ha inaugurato ieri, alla presenza del Capo dello Stato, la stagione lirica della Fenice. L’opera, assente da Venezia dal 1994, è stata data in lingua originale e nella sua versione completa, vale a dire in tre atti con prologo ed epilogo. Lunghetta. Tre ore e quaranta. Ma i minuti volano via, tanta è la varietà di eventi che la compongono.
Unica opera seria di Offenbach, morto prima di terminarne la strumentazione, Les Contes furono rappresentati postumi all’Opéra Comique il 19 febbraio 1881, ed ebbero successo. Ebreo tedesco naturalizzato francese, il Compositore (1819-1880) era celeberrimo per la sua grande produzione operettistica che prende di mira la Francia del II Impero e l’atteggiamento fatuo e spregiudicato dell’epoca.
Il pubblico vi si riconosceva e accettava la satira di buon grado.
L’ironia intelligente di Offenbach c’è tutta anche nei Racconti che, pur essendo un po’ confusionari, mantengono la freschezza inventiva di quello che fu definito “Il piccolo Mozart degli Champs Elisées”.
A Venezia, Damiano Michieletto, ne affronta la regìa per la prima volta (lo spettacolo è in coproduzione con il Covent Garden, l’Opéra di Lione e il Teatro di Sydney, dove ha debuttato nello scorso luglio).
Storia fantasiosa, complicatissima e non del tutto risolta già per i fatti suoi, sembrerebbe corrispondere in modo particolare alle corde di Michieletto, che più fantasioso (in francese “fantasque” rende meglio) non si può. Il regista veneziano ammette trattarsi di uno degli (forse dello) spettacolo più ricco, complesso e dettagliato che abbia mai realizzato. Magari qui gli è scappata la mano.
Su un impianto scenico importante dominato dal colore rosso (scene Paolo Fantin), si agitano forsennatamente per quasi tutta la durata dello spettacolo i personaggi, moltiplicati da una ridda di danzatori e mimi. Al cast, che già comprende elementi demoniaci, si aggiungono poi torvi diavoli in calzamaglia con coda, corna e maschere (costumi Carla Teti). Il tutto rutilante di paillettes e lustrini.
L’argomento (libretto di Jules Barbier) si potrebbe anche ridurre a poche parole: Hoffmann, diventato vecchio, arriva in una taverna dove racconta agli amici avventori le vicende delle tre (anzi quattro) sue giovanili avventure amorose. In verità si tratta di sogni. Le quattro donne di cui si era invaghito erano una sola o nessuna addirittura, costruite dalla sua fantasia. E lui si trova con un pugno di mosche. Vecchia storia. Vedi Faust o il lord Carlton della Carriera di un libertino. O tanti altri. Solo che questa volta la costruzione psicologica è profonda e aggrovigliata anche per la presenza di quattro figure demoniache che impediscono il realizzarsi di ogni amore. Non contento, Michieletto ha aggiunto di suo. Idea plausibile e felice è aver distribuito le quattro donne su un percorso cronologico: la bambola Olimpia abbinata a Hoffmann bambino, calzoni corti ai tempi della scuola; Antonia, amore consapevole dell’età adulta; Giulietta affascinante avventuriera, è abbinata agli anni della dissipazione. L’irrisione finale avviene con Stella, generica Musa, ultima seduttrice che, liberatasi del boa di struzzo, si rivela un barbuto marcantonio.
Ma Michieletto non si ferma lì. Baratta il destino di Antonia, cantante condannata a non cantare più, con la realtà di una ballerina in carrozzella dalle gambe atrofizzate. Il pretesto serve per cambiare l’atto in una sequenza di balletto classico in tutu: cigno, morte del cigno, cignetti. Digressione che travisa e appesantisce il racconto.
Il finale, un gran guazzabuglio.
Sulla scena compaiono tutti gli elementi surreali e fantastici di cui si è farcita questa storia: dai topi alle fate a un trampoliere da circo equestre. Lo spettacolo risulta un vorticoso musical. Comunque applauditissimo. Anche perché l’edizione musicale è egregia, soprattutto per la direzione dell’Orchestra e coro della Fenice affidata al francese Frédéric Chaslin, super esperto del genere (ha diretto questa intrigante partitura per l’incredibile cifra di 732 volte in 33 produzioni diverse). Sa come manovrarla, scindendo con arte il lato sofferto e doloroso da quello fantastico quasi cabarettistico.
Chaslin ha gestito molto bene anche gli artisti del cast, dei quali cito i principali. Menzione per il valentissimo baritono bergamasco Alex Esposito che ha interpretato con valentia tutti quattro i ruoli demoniaci. Menzione anche per il trentenne tenore peruviano Ivan Ayon Rivas, debuttante nel ruolo protagonista, già brillante interprete di Faust, qui alla Fenice. Pure debuttante – nella parte en travesti di Nicklausse, l’amico di Hoffmann, una sorta di grillo parlante mai ascoltato, che qui ha gesti e costumi da spiritello Ariel – il giovane mezzosoprano Giuseppina Bridelli. Non hanno dato particolari emozioni le interpreti dei tre fondamentali ruoli femminili: Olympia dalla stratosferica aria della bambola che di solito suscita ovazioni, (ricordate la Gruberova?) qui il sopranino Rocho Pérez; Antonia, cui è affidato il leit motiv “C’est une chanson d’amour”, qui Carmela Remigio stranamente un po’ stanca; Giulietta, che canta, di solito in gondola, la celeberrima Barcarola “Belle nuit, o nuit d’amour” qui Véronique Gens. Forse anche loro sono state travolte dalla fantasmagorica messa in scena.

Les contes d’Hoffmann si replicano i 26, 28, 30 novembre e 2 dicembre.

Un Brachetti strepitoso tra ballerini acrobatici. Dramma ed emozioni. E “Cabaret” infiamma la platea del Nazionale

MILANO, venerdì 17 novembre ► (di Emanuela Dini) -Ma che bello andare a teatro così! E passare due ore e mezza di puro godimento, tra musica, canzoni, balletti, una storia che da spensierata diventa drammatica, ballerini di una gran bravura, scenografie che con due movimenti a vista passano dal palcoscenico del cabaret alla camera di una pensione scalcinata, al negozio di frutta, emozioni che scendono dal palco e ti travolgono, delicate storie d’amore tra ultrasessantenni e violenze naziste dei “veri tedeschi”.
È Cabaret, in scena al teatro Nazionale di Milano fino al 10 dicembre (e poi in tournée), con uno strepitoso Arturo Brachetti (66 anni che sembrano meno della metà) nel ruolo del maestro di cerimonie Emcee, e Diana Del Bufalo come una Sally Bowles che se non ha proprio tutta la potenza canora di Liza Minnelli, beh…c’è da lavorare ma poco ci manca.
La storia, tratta dal romanzo del 1939 di Christopher Isherwood, Goodbye to Berli, è ambientata nella Berlino del 1930 e racconta le vicende dello scalcagnato cabaret Kit Kat Club, popolato da personaggi libertini e licenziosi che oggi si direbbero gender fluid, con, sullo sfondo, l’inquietante crescere e affermarsi del nazismo, è stata rappresentata innumerevoli volte a teatro a Broadway e in versione cinematografica nel 1972, regista Bob Fosse, protagonista Liza Minnelli con la vittoria di 8 Oscar.
La versione in scena al Nazionale, con la regia di Arturo Brachetti e Luciano Cannito è una festa per gli occhi e per il cuore. Una ouverture con un Wilkommen (Benvenuti) e danze travolgenti, Brachetti cantante e trasformista guadagna il primo, meritatissimo applauso a scena aperta. La storia poi continua, alternando i momenti di spettacolo del cabaret con le storie più intime e sofferte dei vari personaggi e l’avanzare cupo del nazismo, con momenti dall’impatto drammatico, come lo stendersi della bandiera nazista che copre tutto il palcoscenico o Brachetti-Emcee avvolto in un cappotto sdrucito con un drappo giallo che si spoglia e sparisce lentamente in mezzo a nuvole di gas.
Cantanti in stato di grazia, ballerini acrobatici e sincronizzati, (una menzione speciale alla coppia di lui col gilet di paillettes rosso e lei bionda… peccato non sapere i nomi) coreografie spettacolari, costumi uno più bello dell’altro, musica dal vivo travolgente, applausi a scena aperta dopo ogni numero, due ore e mezza di gioia, primo atto un’ora e mezza, intervallo di 15 minuti, secondo atto 45 minuti, teatro strapieno.
Avercene, di spettacoli così!

CABARET, da Christopher Isherwood. Con Arturo Brachetti e Diana Del Bufalo. Regia di Arturo Brachetti e Luciano Cannito. Al teatro Nazionale fino a domenica 10 dicembre

TOURNÉE

Ancona, dal 15 al 17 dicembre
Genova, dal 21 al 23 dicembre
Firenze, dal 29 dicembre al 3 gennaio 2024
Prato, dal 5 al 6 gennaio
Trieste, dal 8 al 10 gennaio
Bologna, dal 12 al 14 gennaio
Bari, dal 19 al 21 gennaio
Udine, dal 26 al 28 gennaio
Rimini, dal 3 al 4 febbraio
Napoli, dal 7 al 25 febbraio

“La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo. Quasi un archetipo della letteratura mitteleuropea. Inettitudine e grandezza

FAENZA, giovedì 2 novembre (di Andrea Bisicchia) Negli anni Settanta, con “La Rigenerazione”, avvenne la scoperta del Teatro di Svevo, tanto che la commedia, dopo il successo di Tino Buazzelli (1974), fu ripresa da altri mattatori, come Tino Carraro e Gianrico Tedeschi.
A dire il vero fu Squarzina, con la complicità di Tullio Kezich, a far trionfare il romanzo “La coscienza di Zeno”, protagonista Alberto Lionello, nel 1964. Si discusse, in quella occasione, di quanto fosse pertinente la trasposizione scenica di un testo narrativo, visto che qualche critico letterario sosteneva il “dogma dell’intraducibilità”.
Pur facendo storcere il naso ai cultori del romanzo, l’edizione dello Stabile di Genova mostrò come qualche volta la riduzione teatrale di un capolavoro potesse essere utile per approfondirlo ulteriormente proprio con i mezzi del teatro. Da allora “La coscienza di Zeno” è stata proposta più volte, a cominciare dal Rossetti di Trieste, con la regia di Enzo Giraldi, protagonista Renzo Montagnani (1974), per continuare con la regia di Sciaccaluga, protagonista Giulio Bosetti (1994), ed ancora, con la regia di Scaparro, protagonista Giuseppe Pambieri (2013). Sembra che al romanzo fosse stato interessato Giorgio Strehler, che aveva lavorato a una sceneggiatura per trarne un film.
Lo Stabile del Friuli Venezia Giulia lo ha riproposto in un nuovo adattamento, curato da Monica Codena e Paolo Valerio, che ne è anche regista, e che ben si adatta a un bravissimo Alessandro Haber (foto sopra), che abbiamo visto al Teatro Masini di Faenza, esauritissimo.
Come non riflettere, allora, su una serie di luoghi e di personaggi che hanno fatto grande la letteratura mitteleuropea, tutti simili, diversamente inetti, perché hanno deciso di non partecipare attivamente alla vita sociale di un’Europa guerrafondaia, dove contava solamente l’economia bellica.
Zeno Cosini, in fondo, non era diverso da Mattia Pascal né da Ulrich, l’uomo senza qualità di Musil, né da Leopold Bloom dell’”Ulisse” di Joyce, personaggi archetipi, nei quali è difficile non riconoscersi, che si muovono tra città come Trieste, Miragno-Roma, Vienna, Dublino, anch’esse città archetipiche.
Sono gli anni in cui questi autori avevano distrutto l’ordine della narrazione, non più lineare, avendola concepita come un flusso di coscienza, dentro il quale passato e presente si sovrappongono.
Paolo Valerio, ben consapevole di tutto questo, ha costruito uno spettacolo pensando al suo protagonista, inventandosi un alter ego più giovane, interpretato da Alberto Onofrietti che agisce sulla scena, mentre Alessandro Haber diventa protagonista dell’Io narrante, seduto su una poltrona che, in fondo, sostituisce il divano dello psicanalista, dove, anziché scrivere la sua autobiografia su consiglio del Dottor S. preferisce raccontarla, un racconto che Paolo Valerio trasforma in rievocazione, grazie a un uso intelligente della scenografia, con proiezioni, alla Svoboda, di Marta Crisolini Malatesta che cura anche i costumi, dove abbonda il grigio, da intendere come grigiore della vita, arricchita dalle luci di Gigi Saccomandi che, con l’alternarsi dei colori, rimanda all’alternarsi delle scene evocate da Zeno, ma anche dei sentimenti contrastanti, conseguenza di amori sbagliati e di continue infedeltà, all’interno di famiglie che stanno vivendo il trapasso da un tardo romanticismo a quello della crisi identitaria.
Paolo Valerio non rinunzia a certi accostamenti pittorici, come il grande occhio, proiettato sul sipario e, successivamente, su un grande specchio rotondo, che fa pensare a un oblò, che rimanda non solo all’introspezione psicoanalitica, ma anche a Magritte, di cui ricorda il fondoschiena di un quadro famoso, qui mostrato da Carla, ovvero dall’attrice Valentina Violo.
La recitazione evita ogni forma di immedesimazione ad eccezione della scena finale di Ada, della bravissima Chiara Pellegrin, moglie di Guido, interpretato da Emanuele Fortunati, suicida, dopo il disastro economico della ditta, da lui causato. Tutti gli attori, da Francesco Migliaccio, il famoso padre dello schiaffo, a Ester Galazzi, a Meredith Airò Farulla, interprete di Augusta, moglie di Zeno, Riccardo Maranzana, Caterina Benevoli, Gianni Schiavo, concorrono al successo della serata, con un pubblico che non smette di applaudire.

“LA COSCIENZA DI ZENO”, dal romanzo di Italo Svevo. A cura di Monica Codena e Paolo Valerio. Regia di Paolo Valerio. Con Alessandro Haber. Al Teatro Masini di Faenza.

REPLICHE E TOURNÉE
31 ottobre – 2 novembre: FAENZA (RA), Teatro Masini
3 – 5 novembre: BOLOGNA, Teatro Duse
6 novembre: SANREMO (IM), Teatro del Casinò
8 novembre: ROVERETO (TN), Teatro Zandonai
9 – 12 novembre: BOLZANO, Teatro Comunale (Sala Grande)
14 – 19 novembre: FIRENZE, Teatro della Pergola
21 – 26 novembre: VERONA Teatro Nuovo
27 novembre: SACILE (PN), Teatro Zancanaro
28 novembre: GORIZIA, Teatro Comunale Giuseppe Verdi
30 novembre – 3 dicembre: ANCONA, Teatro delle Muse
4 dicembre: MONTEGIORGIO (FM), Teatro Comunale Domenico Alaleona
6 – 7 dicembre: FOGGIA, Teatro Umberto Giordano
8 – 10 dicembre: BARLETTA (BT), Teatro Curci
12 – 14 dicembre: SAVONA, Teatro Comunale Chiabrera
15 – 17 dicembre: FERRARA, Teatro Comunale

“Peter Grimes”. Obbligati a partecipare a quanto accade. Grimes? Innocente o colpevole? Mah. Un successo trionfale

MILANO, mercoledì 19 ottobre
(di Carla Maria Casanova)
“Peter Grimes” alla Scala. Regia di Robert Carsen
. Carsen? Si va. Si corre. Sarà, comunque sia, uno spettacolo da vedere. A parte il fatto che Peter Grimes, di Benjamin Britten, è un’opera meravigliosa. A suggerirgliela fu la lettura del poema The Borough (Il villaggio, 1810) di George Crabbe, ambientato sulla costa del Suffolk. Qui Britten era nato e cresciuto e si sa quanto fosse attaccato alla sua terra. Iniziò a comporre la sua nuova opera durante la Seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti dove era espatriato quale obiettore di coscienza, terminandola, non ancora trentenne, all’inizio del 1945. Protagonista sarebbe stato, come (quasi) sempre, il tenore Peter Pears, suo interprete di elezione e compagno di vita. Commissionata da Serge Koussevitzky per l’omonima Fondazione, fu dedicata alla moglie del Maestro, Natalie.
È opera complessa e sofferta, con una storia non del tutto risolta. Nel pubblico, e nello stesso Britten, rimane il dubbio se Peter Grimes sia colpevole oppure no. Nel testo originale di Crabbe, da parte sua uomo triste e contorto, con una infanzia povera e infelice, il dubbio non c’è: Grimes, dalla psiche malata e rifiutato dagli abitanti del villaggio dove si trova a sbarcare, è un losco individuo resosi responsabile dell’uccisione di tre mozzi. Ma non così in Britten. L’opera si apre con l’inchiesta preliminare sulla morte sospetta di un giovane apprendista di Grimes, e l’inchiesta si conclude con un verdetto di assoluzione, sia pur per insufficienza di prove. Infine Peter Pears che creò il personaggio, con il suo carisma interpretativo ne aveva fatto un essere tormentato vittima delle proprie debolezze e dell’incomprensione del contesto sociale gretto e ipocrita nel quale viene a trovarsi. Carsen interviene con la propria sensibilità e punta il dito contro l’emarginazione del “diverso” (vedi omosessuale) vittima di grandi vessazioni fino a qualche tempo fa (adesso il provocatorio sbandieramento dell’orgoglio gay ha quasi ribaltato la situazione). Insomma, gay o non gay, assassino o non assassino, Peter Grimes, che comunque è un uomo di estrema violenza, alla fine impazzisce e se la vede così brutta da accogliere il suggerimento di portare la sua barca in alto mare ed affondarla. Lo fa, con lui sopra. Il villaggio si sveglia dimentico di tutto, pensando al nuovo giorno.
Peter Grimes, andata in scena a Londra nel 1945 con grande successo, è considerata il lavoro più insigne di Britten e addirittura una delle opere più rappresentative del Novecento, assieme a quelle di Puccini e Richard Strauss. Dopo la prima americana (1946, diretta da Bernstein) arrivò alla Scala già nel 1947, ripresa nel 1976, 2000 e, ultima, nel 2012. Sempre con nuove produzioni.
È articolata in un prologo e 6 scene. È opera “polifonica”, dove il coro ha un ruolo di primissimo piano. Largo spazio è dato anche agli intermezzi sinfonici.
Il linguaggio musicale, tipico di Britten, non si attiene a nessuna scuola, ritmo, sistema – né tonale né atonale né tanto meno dodecafonico -. Melodico, dunque? Anche, pur con tutte le sue aspre digressioni atte a produrre emozioni specifiche. Un po’ quel che succede con la voce, l’unico strumento musicale cui tutto è permesso per esprimere i suoi sentimenti (così se ne servì la Callas).
Quest’opera ti penetra dentro, sei obbligato a partecipare a quanto accade, sei travolto dal suo miserabile percorso, condividi le reazioni di ognuno dei suoi personaggi. Senza contare gli squarci del libretto di rapinosa poesia, come il monologo di Peter “Ora l’Orsa Maggiore e le Pleiadi, man mano che la terra si muove, raccolgono le nuvole della sofferenza umana, con un solenne respiro nella notte profonda” (Se questa non è lirica pura…)
A dirigere l’orchestra è Simone Young, anni 62 davvero incredibilmente ben portati, australiana di formazione germanica. Altissimi incarichi in tutto il mondo. Dal 2022 è membro onorario della Staatsopeer di Vienna. Alla Scala, prima del Peter Grimes ha esordito sostituendo in extremis Zubin Mehta nel concerto che comprendeva l’imponente Turangalila di Olivier Messiaen e ottenendo consensi entusiastici. Ieri sera, al salire sul podio per l’opera, la Young è stata salutata da un applauso intensissimo, quasi da beniamina del pubblico. Ovazione alla fine. È una musicista di rara statura non penalizzata dal curioso gesto molleggiato danzante un po’ goffo (Mica tutti possono avere il sublime aplomb di Muti!). Gli interpreti qui non si giudicano per linea di canto, doti o bellezza vocale, come succede per i vari Alvari e Leonore la cui sorte ci lascia del tutto indifferenti. Qui vale la intensità di espressione e partecipiamo personalmente alle loro passioni, come a vicende reali. Vorremmo quasi intervenire, fermarli nelle scomposte reazioni. Non fare così! Vai a finir male…
Gli interpreti, avvezzi a questo repertorio, danno il meglio, dal protagonista, l’americano Brandon Jovanovich, tenore wagneriano che la Scala conosce dai Racconti di Hoffmann del 2004; all’australiana Nicole Car (Ellen), nel 2013 insignita dell’International Opera Award nella categoria “miglior giovane cantante”, molto attiva nel repertorio mozartiano e dell’opera francese; Olafur Sigurdarson,(Capitan Balstrode) baritono islandese di frequentazione wagneriana, debuttante alla Scala; Margaret Plummer (Auntie) mezzosoprano australiano che proviene dal jazz, poi inserita nella compagnia itinerante di Opera Australia, nella scorsa estate ha debuttato al Festival di Bayreuth come Fanciulla Fiore; Peter Rose (Swallow) imponente basso anglosassone con preparazione scenica alla National Opera Studio di Londra. Debutto a Hong Kong nel Commendatore del Don Giovanni, poi molto Wagner. Di questi artisti cito il curriculum essenziale in quanto Britten non consente un giudizio da equiparare al tradizionale repertorio lirico. Ma almeno uno sa a quale categoria si possa riferirli. Orchestra e Coro eccellentissimi.
E veniamo allo spettacolo, il tredicesimo di Carsen alla Scala. Tutti memorabili. Qui è aiutato da scene e costumi di Gideon Davey, luci (magistrali) di Peter van Praet, coreografie pertinenti di Rebecca Howell, (autrice di tutte le coreografie delle opere con regia di Carsen); video design di Will Duke.
Peter Grimes è opera di mare e qui il mare è assente. Eppure gli ambienti hanno il suo odore (come la musica). Le strutture di legno grezzo, gli stivaloni dei pescatori, i secchi, le casse di pesce emanano dalla scena effluvi salmastri. Portano aiuto i video delle onde galoppanti e delle nuvole minacciose, proponendo un ambiente strettamente marino. Il palcoscenico è diviso orizzontalmente in due spazi: quello inferiore è popolato dalle masse che, negli interludi sinfonici, riempiono gli spazi con una presenza costante, spesso in coreografie dure e violente, quasi clandestine, immerse nel buio tanto da poterle far sembrare frutto delle elucubrazioni di Peter Grimes. A metà altezza corre un ballatoio sul quale Carsen fa scorrere il coro dei pescatori. Colore dominante il nero, ma fredde luci radenti o mirate evidenziano la profondità della scena. Ci sono squarci di luce calda negli interni notturni dei pub, da dove trasuda aria viziata e odore di alcool. Fuori infuria la bufera. Sbattono le porte ed entrano folate di vento e acqua. E vien fatto, al pubblico, di stringersi una sciarpa addosso.
Fosse questa pagina di un quotidiano qualsiasi, mi avrebbero tagliato la metà. Per fortuna sono sul web. Scusate se ho divagato ma valeva la pena. Il successo è stato trionfale.

“Peter Grimes” di Britten, eseguita nell’originale lingua inglese con sopratitoli italiani, replica i 21, 24, 27, 30 ottobre, e il 2 novembre. Inizia alle ore 20. Tre atti e due intervalli. Durata complessiva tre ore e 11 minuti