25 spettacoli, 22 registi, 17 prime, oltre 70 ore di teatro: per i 100 anni dalla nascita di Strehler e i 75 anni del Piccolo

MILANO, mercoledì 27 aprile – “Presente indicativo”: per Giorgio Strehler (paesaggi teatrali) rappresenta il momento culminante di Strehler100, il programma di celebrazioni che il Piccolo Teatro ha immaginato in occasione del centenario del suo fondatore un festival internazionale di teatro, dal 4 al 31 maggio 2022, che trasforma Milano in una vetrina della scena europea e non solo. Guardare all’Europa, al modo in cui gli artisti hanno risposto alla crisi del presente e hanno aperto prospettive sul futuro, proprio come fecero Giorgio Strehler e Paolo Grassi creando il Piccolo Teatro in risposta alla frattura della guerra: questo il senso della dedica a Strehler e lo spirito che ha governato l’immaginazione della rassegna: un dialogo autenticamente contemporaneo con le radici stesse del Piccolo.
Al suo centro, il 14 maggio 2022, in cui ricorrerà il settantacinquesimo anniversario della fondazione del Piccolo, quando due ragazzi che avevano poco più di 25 anni, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, diedero inizio, nella Milano del dopoguerra, a un’avventura culturale rivoluzionaria, spargendo tra le macerie di una città devastata i semi di una rigenerazione straordinaria.

«Prende forma, in primo luogo», scrive nella presentazione Claudio Longhi, direttore del Piccolo, «un atlante, parziale e originale, della profuga Europa, con il suo carico di splendori e miserie, di contraddizioni e utopie, di slanci e ripiegamenti: un “Vecchio Continente” visto anche attraverso gli occhi di chi Europa non è, nella duplice consapevolezza che l’Europa si nutre e si sedimenta in una serie di “altrove” e che talvolta, allontanandosi dal proprio fuoco prospettico e osservandolo da altre ottiche, si comprende meglio quali ne siano le specificità o quale tipo di futuro ci si stia prospettando davanti…»

Il programma vuole comporre uno sguardo policentrico sull’Europa, ruotando intorno all’incontro di diverse prospettive, geografiche e non solo. È un “Vecchio Continente” osservato con gli occhi di alcuni dei più importanti protagonisti della scena teatrale europea, molti dei quali, accanto ai Maestri, appartengono a una ‘nuova’ generazione di artisti nata tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta.
Le rotte tracciate uniscono le coste mediterranee della Grecia (Theodoros Terzopoulos) e gli avamposti atlantici del Portogallo (Tiago Rodrigues) e dell’Irlanda (Dead Centre) al cuore dell’Europa (il francese Pascal Rambert, i belgi FC Bergman), fino a spingersi, da un lato, verso le sue punte settentrionali (lo svedese Marcus Lindeen) e aprirsi, dall’altro, alle testimonianze del blocco centro-orientale (la polacca Marta Górnicka, trapiantata a Berlino).
Ed è, allo stesso tempo, un “Vecchio Continente” in dialogo con porzioni di mondo che Europa non sono, dall’orizzonte sudamericano (gli argentini Mariano Pensotti e Lisandro Rodríguez, la brasiliana Christiane Jatahy) a quello africano (la capoverdiana Marlene Monteiro reitas e il burkinabè Aristide Tarnagda – foto di scena qui a sinistra), fino a quello mediorientale (la giovane iraniana Parnia Shams).
D’altra parte, la permeabilità dei confini contribuisce a formare presenze ibride, la cui identità si fonda sulla mescidanza di più esperienze culturali, come accade per Sergio Blanco (uruguaiano di nascita e francese d’adozione), Constanza Macras (argentina che, dalla metà degli anni Novanta, vive a Berlino) e Serge Aimé Coulibaly (africano nato in Burkina Faso e ora residente in Belgio).
In tutto questo, non manca naturalmente l’Italia, dove si riproduce la coesistenza tra grandi figure, con alle spalle un lungo e solido percorso (Mimmo Cuticchio, Virgilio Sieni, Davide Enia), e artisti emergenti ma già molto apprezzati (Federica Rosellini, Marco D’Agostin, Lacasadargilla). Un atlante, parziale e originale, dell’Europa che guarda se stessa, anche attraverso gli occhi di chi Europa non è, riflette sul passato, si affaccia al futuro, ma soprattutto vuole farsi specchio e racconto del presente.
Ventidue sono le artiste e gli artisti, italiani e internazionali (questi ultimi da Africa, Belgio, Brasile, Francia, Grecia, Iran, Irlanda, Polonia, Portogallo, Svezia, Uruguay), che si alterneranno sui palcoscenici delle tre sale del Piccolo, con ‘escursioni’ in altri luoghi della città, in preziosa collaborazione con il Teatro Franco Parenti, Zona K, Casa della Carità, Anteo Palazzo del Cinema e Università di Milano, sede, insieme al Piccolo, del V Convegno internazionale EASTAP, e grazie a iniziative come Città sola dell’ensemble Lacasadargilla. Il festival è, infatti, anche un progetto “politico” di relazione teatro/città, finalizzato a un attraversamento – fisico e metaforico – di Milano, nel tentativo di far luce sull’essenza di un teatro che – a tutti gli effetti e in tutti i sensi, da quello materiale-letterale a quello ideale-contenutistico – sia a “misura” di città.
Otto sono, da questa stagione, gli artisti associati del Piccolo (Marco D’Agostin, Davide Enia, Christiane Jatahy, Lacasadargilla, Marcus Lindeen, Pascal Rambert, Tiago Rodrigues, Federica Rosellini). Venticinque sono gli spettacoli di cui sette prodotti o coprodotti dal Piccolo, con diciassette prime nazionali.
Il Festival si apre mercoledì 4 maggio, con Constanza Macras (Buenos Aires, 1970), una delle più importanti coreografe contemporanee, sempre attenta alle tematiche sociali legate all’attualità, argentina che, dalla metà degli anni Novanta, vive a Berlino, dove nel 2003 ha fondato l’ensemble interdisciplinare DorkyPark, che mescola danza, testo, musica dal vivo e cinema. Nel 2021, con la sua compagnia, ha ricevuto il Premio Tabori, il più alto riconoscimento nazionale per le arti performative indipendenti. Il suo The Future, al Teatro Strehler in prima nazionale, immersione nel buco nero del futuro, tra profezie e tentazioni oracolari.
Anche il Teatro Studio Melato apre le porte al festival, il 5 e 6 maggio con Los años, scritto e diretto da Mariano Pensotti (Buenos Aires, 1973),  foto qui a sinistra, considerato tra i più brillanti talenti teatrali dell’America Latina. Lo spettacolo, in prima nazionale, posa lo sguardo sulla distanza che spesso intercorre tra ciò che ci aspettiamo dal futuro e ciò che si realizza realmente.
In prima nazionale (19 e 20 maggio), dopo Mariano Pensotti, viene presentato al pubblico italiano un altro artista argentino. Regista e attore teatrale e cinematografico, Lisandro Rodríguez (Quilmes, 1980), rivelazione dei Festival FIBA 2019 e Santiago a Mil 2020, è protagonista di una ricerca permanente di nuovi linguaggi e formati, che superino la convenzionalità del palcoscenico e la divisione tra spettatori e attori, per promuovere invece la creazione collettiva, in una società dal tessuto sociale sempre più lacerato.
L’appartamento di Parigi nel quale vissero Samuel Beckett e la compagna Suzanne durante la Seconda guerra mondiale è l’ambientazione che accoglie l’opera di Dead Centre, Beckett’s Room (in prima nazionale al Teatro Grassi, dal 29 al 31 maggio). Al Teatro Studio Melato, il 30 e 31 maggio, il festival si chiude con la prima nazionale di Is della giovanissima regista iraniana Parnia Shams (Nahavand, 1996). La storia si sviluppa intorno a una classe di una scuola femminile, simbolo della società posta sotto un latente ma costante controllo: una denuncia di un’autorità invisibile capace di inibire la creatività e le relazioni sociali.

Il V Convegno internazionale EASTAP (European Association for the Study of Theatre and Performance) – a cura di Alberto Bentoglio, Claudio Longhi e Daniele Vianello – sarà ospitato dal Piccolo Teatro di Milano (23-26 maggio 2022) e dal Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano (26-27 maggio 2022). L’obiettivo del Convegno è proporre un’approfondita e sfaccettata indagine sull’idea di Theatrical Mind (“Mente Teatrale”), in relazione alle diverse declinazioni dello spettacolo dal vivo (ad esempio, dal teatro di parola alla performance, fino al teatro per musica e alla danza) e nel segno della dialettica fra teorie e pratiche. Il piano del Convegno prevede: interventi di keynoters; sessioni di panel tematici, che coinvolgeranno esperti, artisti, ricercatori, professionisti del mondo dello spettacolo dal vivo; tavole rotonde; masterclass con alcuni dei più importanti artisti teatrali italiani e internazionali; presentazioni dei progetti di ricerca di giovani studiosi nell’ambito dell’Emerging Scholars’ Forum.

Tutti gli spettacoli in lingua originale sono sovratitolati in italiano e inglese, quelli in lingua italiana sono sovratitolati in inglese.

Per tutto il mese di programmazione del Festival Presente indicativo dedicato a Giorgio Strehler, l’omaggio al regista, nel centenario della nascita, prosegue con la proiezione delle versioni televisive di nove dei suoi titoli più conosciuti.

In collaborazione con la Rai e con Anteo Palazzo del Cinema, a partire da giovedì 5 maggio e fino a domenica 29 maggio, sarà possibile vedere (o rivedere) su grande schermo dieci capolavori strehleriani: “Le baruffe chiozzotte”, “Re Lear”, “Il giardino dei Ciliegi”, “Arlecchino servitore di due padroni” (14 maggio, giorno del settantacinquesimo), “La Tempesta”, “Temporale”, “La storia della bambola abbandonata”, “Minna von Barnhelm”, “Elvira, o la passione teatrale”, “L’isola degli schiavi”.

i 25 titoli – su 28 giorni di programmazione – che affollano il palinsesto di Presente indicativo a rivelare che non è un principio di sintesi né di esemplificazione a innervare il festival di maggio in onore di Giorgio Strehler, ma il desiderio di accogliere e dare volume a una polifonia espressiva che eccede non solo i confini nazionali ed europei, ma persino quelli del palcoscenico.
(pap, dal c.s. del Piccolo Teatro)

Per più dettagliate informazioni sul calendario degli spettacoli e sulle diverse compagnie:
www.piccoloteatro.org

Euridice se ne stava beata nei Campi Elisi. Cos’è saltato in mente a Orfeo, di volerla riportare ai tormenti della vita?

FIRENZE, mercoledì 13 aprile (di Carla Maria Casanova) Inaugurazione del MMF (Maggio Musicale Fiorentino) in sala Mehta, perché la sala grande sta attendendo gli ultimi ritocchi tecnici (sarà pronta in ottobre). Opera: “Orphée et Euridice” di Christoph Willibald Gluck. Versione francese per Parigi del 1774, che segue la prima per Vienna del 1762.
Nella mitologia, la vicenda di Orfeo contempla due versioni: in una, il sublime cantore, giunto nell’Ade per recuperare la defunta amata Euridice, riesce nell’impresa quantunque abbia disatteso l’ordine di Giove di asportarla senza guardarla in viso (disobbedienza che costa una seconda morte della sposa, poi però gli dei per una seconda volta cedono al disperato marito pronto al suicidio e tutto finisce in gloria.
Nell’altra (versione) Orfeo, volto lo sguardo su Euridice, la perde per la seconda volta e sul serio. Anzi, su di lui si accaniscono furiosamente le Baccanti che lo fanno in mille pezzi. Perché mai tanta ferocia?
Qui si scatenano interpretazioni disparate tra cui quella che Orfeo, in gioventù (ma forse anche dopo) sarebbe stato uno sciupa-femmine e le sciupate, Baccanti, non gliela fanno passar liscia.
Nello spettacolo messo in scena al Maggio, pur senza attenersi a questa versione (anche perché Gluck segue il lieto fine della prima), il regista albanese Pierre Audi dal prestigioso curriculum, per la quinta volta al confronto con il mito di Orfeo, prende in considerazione i molti aspetti della seconda versione, quella del viaggio psicanalitico nell’erotismo. Vale a dire che, anziché soffermarsi sul vaneggiare disperato del neo vedovo Orfeo, punta sulla reazione, mai consultata, della neo morta sposa Euridice.
L’Euridice che, come sta scritto nel libretto di Calzabigi, se ne sta oramai nei Campi Elisi “questo luogo piacevole e tranquillo è abitato dalla felicità… nulla infiamma l’animo…” Le smanie sono venute a Orfeo. Euridice non ha chiesto niente, tanto meno di tornare a vivere. E ribatterà anzi il concetto con forza, negando a tutta prima di seguire lo sposo, “Assaporavo le dolcezze di un riposo senza ansia…. (lui) mi ha tolto dal regno della morte per ricoprirmi di indifferenza?
Ohibò, pare addirittura una recriminazione.
Orfeo l’aveva trattata con indifferenza, in vita? Peggio, le aveva dato ragioni per essere gelosa? Sarebbe un aspetto da approfondire.
Pierre Audi si serve di questi interrogativi soprattutto nel terzo atto dell’opera dove i protagonisti, combattuti dall’ansia e dai tormenti, sembrano ripensarci per davvero. Ago della bilancia per Audi è Amore, terzo personaggio di solito molto defilato, che invece il regista mette in rilievo ponendo il sopranino in scena per tutta l’opera, in attraente abito femminile, giocando sul fisico perfetto della giovane spagnola Sara Blanch (ricordate Pippa Middelton alle nozze della real sorella, che con quel suo celebrato lato B portò quasi via la scena alla sposa?).
Il qui pro quo della vicenda di Orfeo appare evidentissimo, nella regìa di Audi, nel finale, dove anziché Ninfe, Pastori e Pastorelle che si librano in danze beate (come da copione), una ridda di spiriti non bene identificati, compresi i protagonisti e Amore, si scatenano in forsennati balli da discoteca, con mosse esplicite quando non provocatorie. E Amore dà uno strattone a Orfeo, che rimane lì solo.
Euridice dov’è? Altro che fedeltà e matrimonio. Viva la libertà!
Già che siamo in argomento, va detto che l’onnipresente Compagnia di danza di Arno Schuitemarker, magari un po’ ossessiva, esegue un lavoro pregevole e che Jean Kalman, genio delle luci con curriculum da capogiro, ha escogitato un allestimento fantastico: due pannelli trasparenti e proiezioni di immagini liquide, informi e misteriose, come dovrebbero essere nell’al di là… I protagonisti vestono di bianco, gli spiriti di nero. La luce ha un ruolo fondamentale.
L’arma di Orfeo, beninteso, è la musica di Gluck, che, nella versione di Vienna, diede il via all’operazione di riforma condotta allo scopo di delineare un’azione teatrale chiara ed essenziale e limitare gli sfoggi di bravura e le acrobazie vocali oramai in uso tra i cantanti più prestigiosi. Le arie sarebbero diventate più brevi e una cura particolare sarebbe data alla parola, al cui servizio avrebbe dovuto esser posta la musica. In un certo senso, iniziava il teatro “moderno”. È significativo notare che l’Orfeo di Vienna non aveva raccolto grandi consensi, mentre la nuova versione parigina suscitò entusiasmo delirante. Certo, le aggiunte danze, tanto care ai francesi, avevano raggiunto lo scopo.
Tre le pagine notissime: le danze delle Furie e degli Spiriti beati e la struggente aria di Orfeo “J’ai perdu mon Euridice” (Che farò senza Euridice). Orfeo, spesso cantato da un mezzosoprano (un tempo da un castrato), qui è un tenore, il che rende il personaggio fisico più credibile. Musicalmente, il mezzosoprano è più fascinoso. Orfeo è protagonista assoluto, sempre in scena, insieme con il Coro (bravissimo, tutti infilati in buca, con mascherine). L’Orchestra del Maggio, qui composta da strumenti storici, è guidata da Daniele Gatti, neo direttore principale del Maggio, per la prima volta alle prese con l’Orfeo di Gluck (opera mai rappresentata al Maggio nella versione francese). Gatti è grande direttore ma non abbastanza spericolato. Un tantino di ardire in più non avrebbe guastato.
Il tenore spagnolo Juan Francisco Gatell (Orfeo) affronta con una linea vocale spavalda non priva di accurato fraseggio il suo ruolo acuto di grande difficoltà.
Anna Prohaska, soprano austriaco, è una veterana della parte, che qui canta per la prima volta in francese. Bel colore vocale, duttilità e una certa poetica dolcezza.
La giovane Sara Blanch, catalana, canta con proprietà anche se la voce si sgrana quando sale nel registro acuto.
L’Orphée di apertura del Festival, con sopratitoli in italiano e francese, niente intervallo, durata di circa un’ora e quaranta minuti, si è guadagnato applausi calorosissimi, come a Firenze si odono raramente. Ovazione per il Coro e per il direttore Daniele Gatti. Tra il pubblico, nonostante le forzate mimetiche mascherine, si è intravvisto Matteo Renzi.
Per il tradizionale dopoteatro, il Maggio ha allestito nell’atrio dell’ingresso una fastosa mega tavolata di 160 coperti per invitati Vip.
Tornando a casa, vien fatto di rimuginare l’ultima frase buonista (tra l’altro disattesa dalla regìa) del libretto: “La sua dolce catena (vedi dell’Amore) è preferibile alla libertà”. Sarà poi vero? La storia non dice “E vissero felici e contenti”. Forse, a strappare la povera Euridice dai Campi Elisi, dove se la godeva oramai tra i suoi Spiriti beati, Orfeo non le aveva reso un gran servizio. Tra l’altro, resuscitarla per farla fatalmente morire di nuovo. Ci pensate? Uno scherzo non da poco…

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – Orphée et Euridice, di Christoph Willibald Gluck. Repliche 13, 19, 21, 23 aprile.

Una Biennale 22 di gigantesche proporzioni. Dal 24 giugno al 25 settembre. Una sfida ottimistica a guerre e pandemie

VENEZIA – Oltre 170 appuntamenti per le arti dal vivo della Biennale di Venezia, pensati dagli autori e registi Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte), saranno in calendario, tra giugno e settembre, con la presenza di 600 artisti provenienti da tutto il mondo. I tre Festivals principali in programma, dei quali qui sotto diremo più diffusamente, saranno così suddivisi:

50° Festival Internazionale del Teatro (24 giugno > 3 luglio).
16° Festival Internazionale di Danza Contemporanea (22 > 31 luglio).
66° Festival Internazionale di Musica Contemporanea (14 > 25 settembre).

La 79. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (alla quale sarà dedicato un altro spazio sul giornale) è organizzata dalla Biennale di Venezia e diretta da Alberto Barbera. Si svolgerà al Lido di Venezia dal 31 agosto al 10 settembre 2022.

BIENNALE TEATRO –Pensiamo a colori e vedremo il mondo diverso” scrivevano Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte) presentando il loro progetto quadriennale. E per il loro secondo anno, il 50° Festival Internazionale del Teatro avrà il rosso come colore dominante, anzi, Rot, in tedesco, perché “ha un suono duro, è un graffio, una lacerazione che racconta uno sforzo, è il rumore dei denti nello sforzo. È il rosso che accieca, la metamorfosi della passione, furia che avvampa, iconoclastia; è il sangue che irradia i nostri cuori o il marchio della violenza dei crimini perpetrati… ma è anche il linguaggio del perdono e delle emozioni; è il colore ancestrale dell’Eros…”. Saranno in scena per il 50° Festival: Christiane Jatahy (Leone d’oro) con l’Odissea dei migranti di The Lingering Now, Samira Elagoz (Leone d’argento) e il suo personale migrare del corpo in Seek Bromance; Big Art Group di Caden Manson e Jemma Nelson che in Broke House incrociano Cechov con l’Occupy Movement; Yana Ross e la mascolinità tossica di Brevi interviste con uomini schifosi di D. F. Wallace; il duo Natacha Belova e Tita Icobelli e la loro specialissima arte dei burattini che in Loco fa interagire corpo artificiale e corpo organico; Milo Rau, a Venezia con uno spettacolo – La reprise, che scardina la nostra percezione sul mondo della violenza – e un ciclo di film (The New Gospel, The Congo Tribunal, Orestes in Mosul: the Making of, Familie); il mondo onirico di Peeping Tom con Triptych; la coppia Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Sovrimpressioni che tocca tangenzialmente il film di Fellini Ginger e Fred; Olmo Missaglia, vincitore del bando Biennale College Registi, che in Una foresta metaforica e reale inscrive le vite di tre millennial; Antoine Neufmars e Aine E. Nakamura, vincitori del bando performance site specific, in scena rispettivamente con Odorama e Under an Unnamed Flower; inoltre, la mise en lecture di En Abyme di Tolja Djokovic e Veronica di Giacomo Garaffoni, testi vincitori del bando per autori di Biennale College; una produzione La Biennale di Venezia in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa. Late Hour Scratching Poetry si intitola la sezione “fuori orario” che vede sera dopo sera, al termine degli spettacoli, reading dai testi di Alda Merini. “Una voce, quella di Alda Merini, i suoi testi di poetica quotidianità, un drappello di interpreti femminili a disegnare una costellazione notturna nella quale la parola diventa pendolo di evocazione e ricomposizione dei frammenti”. Con Asia Argento, Galatea Ranzi, Sonia Bergamasco e le attrici della Scuola d’Arte Drammatica Silvio D’Amico che, sotto la guida della stessa Ranzi, si alzeranno in volo sulle sonorità intessute da Demetrio Castellucci.

BIENNALE DANZA – Solo prime per il 16° Festival Internazionale di Danza Contemporanea (22 – 31 luglio) intitolato Boundary–Less. Direttore Wayne McGregor, che così spiega: “I confini fisici svaniscono con la stessa rapidità con cui vengono ridisegnati quelli geografici. E tuttavia lo spirito dell’uomo trascende continuamente se stesso verso uno stato di perenne indefinitezza, impermeabilità, libertà. Cosa significa oggi per un artista o un’opera essere senza confini? Si esprime nella scelta dei collaboratori, negli strumenti di espressione che rinnoviamo dall’interno, nel luogo dal quale lavoriamo, o nel tentativo di superare le categorie che definiscono noi stessi e gli altri? Il ‘fare arte’ non è forse, di per sé, l’atto attraverso il quale superiamo confini, limiti, barriere? Una nuova modalità di pensare? Arte, probabile spazio liminale dell’intermedio. I lavori e gli artisti di questo secondo anno non sono catalogabili, sfuggono alla singola definizione, in quanto trascendono il genere e il mezzo espressivo con cui lavorano… Il loro essere senza confini apre nuove strade al fare arte e offre al pubblico sfide inedite in materia di percezione e interpretazione”. Diversi i lavori commissionati o co-commissionati dalla Biennale in programma (S. Teshigawara, R. Molina, D. Tortelli), insieme a novità europee e italiane, fra capofila della danza mondiale e nuove voci. Concorrono a formare “ecosistemi artistici” le diverse discipline di cui si avvale Saburo Teshigawara (Leone d’oro) re-immaginando un’opera seminale come Petrouchka. Mentre la danzatrice di flamenco contemporaneo Rocío Molina (Leone d’argento) mette in scena una battaglia fra il suo corpo vulcanico e cinque musicisti dal vivo. Ci guida in un viaggio attraverso il corpo, a partire dalla gola, Diego Tortelli (vincitore del bando per una nuova coreografia italiana) con il suo Fo:NO, un esperimento sonoro e viscerale che vede in scena un beatboxer e tre danzatori. Riunisce sullo stesso palco sette coreografi di prima grandezza, sette diversi mondi artistici per i sette peccati capitali la Gauthier Dance Company di Eric Gauthier – con Aszure Barton, Sidi Larbi Cherkaoui, Sharon Eyal, Marco Goecke, Marcos Morau, Hofesh Shechter e Sasha Waltz. Sono confini e barriere reali quelle infrante da Marrugeku, compagnia interculturale di artisti indigeni e non, unica nel suo genere in Australia, sotto la guida della coreografa Dalisa Pigram e la regista Rachel Swain: Straight Talk è un grido di libertà per l’abolizione di tutte le forme di violenza, oppressione, confinamento. Con potere sciamanico Rudi Cole e Júlia Robert di Humanhood fondono nel linguaggio del corpo fisica moderna e misticismo orientale offrendo in Infinite uno spettacolo che è anche meditazione. A.I.M di Kyle Abraham, voce potente di una visione politica della danza che programmaticamente si impegna a nutrire della storia e della cultura Black, sarà a Venezia con Requiem: Fire in the Air of the Earth; mentre la danza espansa di Trajal Harrell, che metabolizza Vogue dance, postmodern, butoh, ricerca e cultura pop, arriva alla Biennale con Maggie the Cat, dal testo di Tennessee Williams, per interrogarsi su potere, gender, intolleranza, inclusione. Si spingono oltre i limiti dello spazio reale rendendo visibile l’invisibile Tobias Gremmler con l’installazione scenica digitale di Collisions e Blanca Li con la danza in V/R di Le bal de Paris, dove reale e virtuale si confondono. Indigo Lewin, esponente di una nuova generazione di fotografi radicali, che mette al centro della sua ricerca il corpo, svelerà i suoi intimi ritratti di danza, colti durante la sua residenza alla Biennale Danza 2021.

BIENNALE MUSICA – Il 66° Festival Internazionale di Musica Contemporanea dal 14 al 25 settembre. Out of Stage secondo il Direttore Lucia Ronchetti “tratteggia una larga prospettiva del teatro musicale contemporaneo e del ruolo delle nuove tecnologie, della multimedialità, con programmazione di realtà virtuale e realtà aumentata applicata al suono, secondo forme e generi nuovi, codificati dai compositori coinvolti nel festival”. La Biennale Musica 2022 presenterà nuovi lavori di teatro musicale sperimentale commissionati a Simon Steen-Andersen, Helena Tulve, Michel van der Aa, Paolo Buonvino e Annelies Van Parys, oltre a prime italiane di nuovi progetti di Alexander Schubert, Rino Murakami e Ondřej Adámek co-prodotti con altre istituzioni europee. Di Giorgio Battistelli, Leone d’oro alla carriera del 2022, sarà realizzata una nuova produzione di Jules Verne eseguita dai performer di Ars Ludi, Leone d’argento 2022, nella serata inaugurale del festival al Teatro la Fenice. La nuova produzione prevede la realizzazione di grandi scene sonore nel contesto del progetto scenico a cura di Angelo Linzalata. Battistelli, autore di questa fantasia da camera in forma di spettacolo ispirata a Jules Verne, sarà impegnato nella inedita veste di regista. Il lavoro mette in luce la sua capacità di teatralizzare il gesto esecutivo, evocando l’aspetto immaginifico e fantasioso del mondo ritmico, esplorando la quotidianità nella quale siamo immersi con la capacità di trasformarla in una realtà compositiva poetica e funambolica. Ideali interpreti di questa nuova visione del teatro percussivo, sono Antonio Caggiano, Rodolfo Rossi e Gianluca Ruggeri, fondatori e componenti di Ars Ludi, musicisti che vivono ogni impegno performativo come un’esperienza esistenziale da condividere, con divertimento e complicità, comunicando al pubblico il senso della necessità e della gioia di essere in scena, muovendosi agilmente in un set mirabolante che è il loro mondo, dimora ideale di ogni cacciatore di suoni. Il programma del festival prevede anche alcuni classici del “teatro strumentale” di Mauricio Kagel, Georges Aperghis e lavori di compositori riconosciuti in questo ambito come Carola Bauckholt e François Sarhan” (Lucia Ronchetti). Ci saranno le voci del compositore curdo-iraniano Mehdi Jalali, della statunitense di origine africana Yvette Janine Jackson, di Klein, performer nigeriana attiva a Londra, del compositore e producer americano di origini taiwanesi X. Lee, del compositore di musica elettronica fiorentino Daniele Carcassi e del gruppo di compositori nativi americani messo in luce dal progetto collettivo dello Shenandoah Conservatory. “Tutti artisti – scrive Lucia Ronchetti – che restituiscono al teatro musicale contemporaneo, in forme mutuate dalla creazione musicale pop e dalla ricerca compositiva non-accademica, la denuncia di spoliazioni, di soprusi, di negazione dei diritti, di mancato riconoscimento e rispetto dell’identità sessuale, che sono tuttora sotto i nostri occhi. La Biennale Musica 2022 vuole offrire un luogo per esprimersi ad alcune di queste voci, sollecitandole a sperimentare forme esecutive nuove”.

GLI SPAZI – I Festival di Danza, Musica, Teatro coinvolgeranno tutta la città di Venezia. Dagli spazi storici dell’Arsenale (Teatro alle Tese, Tese dei Soppalchi, Sale d’Armi, Teatro Piccolo Arsenale) a Ca’ Giustinian, la Basilica di San Marco con la Cappella Marciana, il Teatro La Fenice, il Malibran e il Goldoni; dalla Biblioteca Marciana (Sala Sansoviniana) alla Scuola Grande di San Rocco (Sala Capitolare), alla Fondazione Ugo e Olga Levi (Sala Biblioteca); dall’Auditorium Lo Squero della Fondazione G. Cini al Conservatorio B. Marcello fino al Teatro del Parco a Mestre.

(p.a.p. – dal c.s. della Biennale di Venezia 2022)

Tutte le informazioni particolareggiate sulle attività 2022 dei Settori Danza Musica e Teatro, e di tutte le altre attività, marginali ma non meno importanti, come Biennale College, o come Dance Film Screenings, o altre attività interdisciplinari e divulgative, sono disponibili sul sito web della Biennale di Venezia:

www.labiennale.org

 

Maggio Musicale Fiorentino. Sei opere in cartellone (cinque recite ciascuna). Apertura con “Orphée et Euridice” di Lully

FIRENZE, giovedì 7 aprile ► (di Carla Maria Casanova) –  Alexander Pereira sovrintendente e Daniele Gatti direttore principale, con il regista Pierre Audi e gli interpreti principali, hanno presentato l’opera inaugurale dell’84° Maggio Musicale Fiorentino: “Orphée et Euridice” di Jean-Baptiste Lully (sommo compositore al quale il MMF, a 390 anni dalla nascita – Firenze 1632 – dedica un’attenzione speciale).
Finalmente fuori dalle orride restrizioni pandemiche, spettacolo e spettatori tornano alla (quasi) normalità.
In verità il teatro musicale fiorentino ha sempre continuato la sua programmazione, con coraggiosi spettacoli sia pur mutilati nella loro veste scenica e nell’afflusso di spettatori, riservando la ripresa alle edizioni speciali del canale cultura Rai 5. Ma “di presenza” è ovviamente altra cosa.
Il cartellone del Maggio -12 aprile-24 luglio- comprensivo di 6 opere (5 recite ciascuna) e 10 concerti sinfonici, si divide tra l’auditorium del Teatro – sala Mehta – e il Teatro La Pergola. La sala grande, non ancora del tutto agibile, inaugurerà la stagione invernale in dicembre, con l’opera “Don Carlo” di Verdi.
Su l’Orphée si sono diffusi i presentatori. Il maestro Gatti ha specificato il “progetto” dell’intero ciclo, nato sul tema del Mito greco e dell’Amore. Gatti, sognando per Firenze “una piccola Salisburgo italiana”, ha rivelato anche di aver proposto al Sovrintendente la creazione di due mini “Festivals nel Festival”. Due piccoli “satelliti” che girano attorno del sole del MMF: un omaggio a Verdi di tre titoli, in settembre, e uno attorno al mito di Faust nella primavera 2023.
Pierre Audi, che affronta per la quinta volta il tema di Orfeo, rallegrandosi per la versione francese dell’opera (“qui il suono delle parole è così importante!”) si è soffermato su una interpretazione più sottile di quella adottata comunemente. Orfeo innamorato, sì, ma confuso, forse non sicurissimo di sé più che dell’amata e lo sguardo trasgressivo che le dà, perdendola per sempre, potrebbe essere un inconscio ripensamento.
Grande lavoro interiore sugli interpreti. Audi ha celebrato la maestria del direttore delle luci Jean Kalman, che dovrà agire sulla scena di due pannelli con inciso un disegno futuristico di qualche linea. Il tenore spagnolo Juan Francisco Gatell – Orphée – è una creatura del Maggio, dove debuttò nel coro nel 2003. Il soprano austriaco Anna Prohaska – Euridice – è una veterana della parte, mai cantata però in francese. Il soprano catalano Sarah Blanc – Amore – dovrà affrontare la piccola parte con qui l’arduo compito di rappresentare l’ago della bilancia nelle contorte decisioni di Orfeo.
L’opera, inizio ore 20, durata 140 minuti, senza intervallo, sarà replicata il 13, 19, 21 e 23 aprile.
Dopo l’Orphée, il raffinato programma del Maggio presenta “Roméo et Juliette” di Gounod (27 aprile), direttore il maestro Henrik Nánasi, regìa di Frederik Walker, scene di Polina Liefers, protagonisti Juan Diego Florez, Valentina Naforniţă.
Seguono: “Le nozze di Figaro” di Mozart, alla Pergola(18 maggio). Il maestro Marc Minkowski sostituisce il direttore emerito Zubin Mehta (che dovrà assentarsi per un breve periodo a causa di un intervento alla spalla sinistra). È una ripresa dello storico allestimento con regia di Jonathan Miller. Nel cast: Alessandro Luongo, Kirsten MacKinnon, Luca Micheletti, Benedetta Torre, Serena Maffi, Fabio Capitanucci.
Il “pezzo grosso” è in programma il 22 maggio: “I due Foscari” di Verdi, opera che vede Placido Domingo (anni 82, stando al suo più attendibile curriculum) nei panni di Francesco Foscari. L’altro Foscari, ha Jacopo, sarà Jonathan Tetelman. Lucrezia è Ailyn Perez. Dirige Carlo Rizzi. Regia Grisha Asagaroff, scene Luigi Perego.
Quinto titolo “Ariadne auf Naxos” capolavoro di Richard Strauss (7 giugno, alla Pergola), diretta da Daniele Gatti, grande esperto di questo repertorio. Regìa di Mathias Hartman. Il cast, accanto a Krassimira Stoyenova e A.J.Glueckert, vede, nei panni di Zerbinetta, una assoluta fuoriclasse: l’australiana Jessica Pratt.
Curiosità: nel cast, ultimo posto, compare il nome di Alexander Pereira. Deve pronunciare poche parole ma il testo è importante, specie in bocca ad un sovrintendente. È oramai il suo cavallo di battaglia. Lo vogliono tutti!
Ultima opera (4 luglio) “Acis e Galatée” di Jean-Baptiste Lully. La dirige Federico M. Sardelli, regìa di Benjamin Lazar, scene Adeline Caron. Protagonisti Jean François Lombard, Elena Harsányi.

È in programma anche uno spettacolo per Famiglie, in collaborazione con l’Accademia  del Maggio e l’Ensemble Scuola di Musica di Fiesole, progetto “All’Opera… Le scuole del Maggio” cui parteciperanno 400 scolaretti e attori della Compagnia Venti lucenti. Titolo “Ayda”: versione ad hoc del capolavoro verdiano (4 giugno, ore 19, Cavea del Maggio).

Il concerto inaugurale della stagione sinfonica è programmato per il 26 aprile e sarà diretto da Daniele Gatti. Verranno eseguiti il “Lamento di Arianna” di Claudio Monteverdi e “Perséphone” di Igor Stravinskji (solista Juan Francisco Gatell). Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino, Coro di voci bianche dell’Accademia del MMF.