Scala 2023/’24. Aprirà “Don Carlo” (direzione Chailly). Seguirà “Medea” (regia di Michieletto). 9 nuove produzioni

MILANO, lunedì 25 maggio ► (di Carla Maria Casanova)Presenti il Sindaco Giuseppe Sala, il sovrintendente e direttore artistico Dominique Meyer, il direttore musicale Riccardo Chailly, il direttore del Corpo di Ballo Manuel Legris, è stato presentato oggi, nel foyer della Scala Arturo Toscanini, il cartellone 2023-24 (programma di opere, concerti, recital, balletti, serate straordinarie).
Come sempre, mi occupo qui solo di lirica.
Il cartellone è denso e promettente, poi si vedrà cosa succede alla realizzazione. Essendo in fieri un decreto che prevede cambiamenti normativi, è stato chiesto se il programma presentato è attendibile o passibile di modificazioni quando non di azzeramenti. Risposta di Sala: “Non si sa. Per quello che ci riguarda, tutto procede come stabilito, con piena legittimazione del sovrintendente Meyer, interamente coperto dal Consiglio di Amministrazione.”
Meyer ha annunciato alcune novità tecniche: ridotti i consumi di riscaldamento con risparmio sulle bollette; risparmio del 50% di emissioni CO2; nuova biglietteria; accordo con la Rai per la visione di spettacoli storici (vedi Macbeth e Simon Boccanegra diretti da Abbado). E, innovazione fondamentale anche se a qualcuno potrebbe non sembrare, recupero degli infissi su modello di quelli del Piermarini, che significa, se non ho capito male, sistemazione delle porte di entrata nel ridotto inferiore. Queste, per ora, si aprono con micidiali folate di vento ad ogni entrata di persona. Con la bella stagione passi, ma d’inverno è davvero un handicap fastidiosissimo, oltre che pernicioso per la salute. I prezzi dei biglietti non sono cambiati, e verranno emessi compresi di prenotazione.
Il cartellone operistico comprende 15 titoli di cui 9 nuove produzioni. Nomi celebri e non. A consultarlo per bene, al di là degli artisti ovvi e inattaccabili, ci sono nomi che fanno arricciare i diti dei piedi. Figli, congiunti, cognati o personaggi forti di insospettabili santi in paradiso lasciano fieri dubbi sul loro rendimento. Ma andiamo per ordine. Per l’inaugurale Don Carlo di Verdi (8 recite più anteprima giovani) faccio lo sforzo di citare tutto il cast: direttore Riccardo Chailly, regìa Lluis Pasqual, scene Daniel Bianco, costumi Franca Squarciapino. Interpreti: Filippo II (René Pape), Don Carlo (Francesco Meli), Posa (Luca Salsi), Grande Inquisitore (Ain Anger), Elisabetta (Anna Netrebko), Eboli (Elina Garança). Fin qui niente da eccepire.
Ma ecco come secondo spettacolo Medea, con regìa di Damiano Michieletto (speriamo bene) e protagonista Sonya Yoncheva, la quale, ben più ardimentosa di coloro che osarono riprendere la Traviata tabù della Callas, qui si cimenta nel sacro ruolo della Divina. Ci ha già provato, la Yoncheva, con la Fedora, non eccelsa, mi pare. E Medea è ben altro ruolo!
Andiamo avanti giostrandoci nei meandri infidi del melodramma.
Dopo l’oramai stabile, di residenza scaligera, Luca Salsi, in Simon Boccanegra, aspettiamo Eleonora Buratto (Amelia) che molto lascia sperare. Ci sarà il Ratto dal Serraglio, vecchia buona produzione di Luciano Damiani, dove mi aspetto buone cose dalla Konstanze di Jessica Pratt. Guglielmo Tell diretto da Mariotti si trova a combattere con la regìa di Chiara Muti, debuttante scaligera in questo non facile compito. Protagonista l’ottimissimo (spero tuttora) Michele Pertusi e Marina Rebeka come Mathilde.
Chailly torna sul podio per il suo adorato Puccini, qui con una Rondine ante litteram (partitura precedente alla edizione di Montecarlo). Nei panni di Magda la giovane Mariangela Sicilia sarà Magda. Credo debutti alla Scala. Ricordo di averla sentita da qualche parte, benissimo. Cavalleria e Pagliacci tornano con la regìa di Martone. Nomi di riferimento: Elina Garança (Santuzza), Fabio Sartori (Canio). Mamma Lucia: Elena Zilio (casse 1941). Va bene che Mamma Lucia non deve essere una giovinetta ma tutto ha un limite. E perché non dare una possibilità a un giovane mezzosoprano?
Segue Don Pasquale diretto da Pidò, regìa Livermore, protagonista Ambrogio Maestri. Poi Werther diretto da tale Alain Altinoglu molto apprezzato da Meyer. L’infelice amante dell’opera di Massenet è Benjamin Bernheim pare che sia bravissimo in questo ruolo.
Ed eccoci a una pucciniana Turandot (finale di Alfano) diretta da Harding con regìa Livermore. Lei (principessa di gelo) è la Netrebko, lui (Calaf) il di lei consorte Yusif Eyvazov. Il quale, si sa, ha voce proprio brutta ma canta con proprietà e grande partecipazione per cui molto gli si perdona. Però Calaf dovrebbe avere una certa voce, per “vincere all’alba”… Si segnala Rosa Feola come Liù.
Il Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota diretto da Renzetti, con gli Allievi dell’Accademia di canto, sarà certo uno spettacolo godibile.
Orontea di Cesti (programmata in settembre 2024) suscita grande interesse. La dirige lo specialista del barocco Giovanni Antonini e ne cura la rega il geniale Robert Carsen.
Rimangono (ma che titoli!) lo straussiano Der RosenKavalier diretto da Kirill Petrenko e con Krasimira Stoyanova come Marescialla, Kate Lindsey Cavaliere e Sabine Devieilhe Sophie. Segnalo Piero Pretti nei panni del “tenore italiano”. Dovrebbe far bene.
Si chiude (ottobre e novembre 2024) con un portentoso Das Rheingold (L’anello del Nibelungo) diretto da Christian Thielemann. Wotan sarà Michael Volle.
Nel calendario dei concerti di canto, per il centenario della morte di Puccini – 29 novembre 2024 – vedo in programma, diretti da Chailly, Anna Netrebko e Jonas Kaufmann. Ecco, non per cattiveria ma: Kaufmann è stato un tenore grande, affascinante, di bella voce. Non lo è più. Non c’è niente di male o di vergognoso. Basta che la smetta di cantare. Qui poi intravvedo la fatale tentazione del Nessun dorma. Ce lo risparmi. Ci lasci con il suo smagliante ricordo!

Otello al “Maggio”. Sul podio un imperioso Zubin Mehta, in un allestimento alla bell’e meglio. E un pubblico sbracato

FIRENZE, domenica 21 maggio ► (di Carla Maria Casanova) – Mentre è in atto il convegno internazionale Callas “La fiamma possente”, magistralmente condotto da Giancarlo Landini e Giovanni Vitali (3 giorni, 15 super interventi e la prima assoluta di un film-documentario), il cartellone del Maggio Musicale Fiorentino segnala un Otello verdiano diretto da Zubin Mehta, seconda opera della breve stagione sopravvissuta al declino del sovrintendente Alexander Pereira e mantenuta con coraggiosa correttezza dal subentrato commissario Onofrio Cutaia.
Allora, naturalmente, si va anche all’Otello. Personalmente, dato uno sguardo al cast, il nome che mi sollecitava interesse era uno solo: Anastasia Bartoli, a me totalmente sconosciuta finché non mi era stato precisato: si tratta della figlia di Cecilia Gasdìa.
Ohibò, questa la devo sentire. Sapevo di una grande voce. Ricordavo, alcuni anni fa, quando Cecilia disse alla figlia: “Sì, la voce c’è, ma per adesso devi solo studiare. E molto.” Ora deve aver studiato. È tra l’altro reduce dalla donna Elvira del Don Giovanni di cui sono appena terminate le recite, sempre al Maggio. Mi dicono bene. Ma Desdemona non è uno scherzo.
Poi vengo avvertita: «Niente Bartoli. Era stata “presa” da Pereira, ma ha rinunciato. La sostituisce una russa, molto brava: Zarina Abaeva». Mai sentita. Dalle note biografiche del programma risulta che ha cantato solo in Russia. Il curriculum dice che nel 2019 è stata invitata, non si precisa dove, come solista della New Opera di Mosca. Quindi mi pare debutto assoluto fuori patria. Data di nascita assente. Nonostante la giovanile bella foto, oso dire sulla quarantina. Speriamo bene.
Entrando in teatro, avevo sentito uno spettatore dire con orgoglio “Per preparami, mi sono risentito il disco di Del Monaco e Tebaldi.” Ho osato dirgli “No! Questo non lo deve fare assolutamente. I mostri sacri sono estinti. Per ben che vada, sentirà un’altra opera.”
E un’altra opera è stata.
Per esempio, è mancato Otello. Arsen Soghomonyan (Yerevan 1983), debutto di tenore dopo una esperienza come baritono, ha voce scura con alcune incursioni nel registro tenorile ma il canto non svetta e il suono corre poco. “Esultate!” (E chi esulta?). Manca poi il carisma del grande condottiero, vedi Domingo, voce dal colore baritonale ma grande condottiero certamente sì.
Zarina Abaeva canta con grande proprietà, anche linguistica. Perfetto italiano. Bei filati. Però totale assenza di presenza fisica e un gestire approssimativo, vedi titubante. Inoltre, i costumi nei quali è stata infagottata, e che lei non riesce a portare con la dovuta noncuranza, rasentano il travestimento burlesco.
Il nostro Luca Salsi, oramai onnipresente, ha cantato per l’ennesima volta il suo Jago, scandendo con diligenza il maligno personaggio, al quale ha impresso anche una controscena molto precisa (un po’ calcata). La voce è tanta e bella. Verdi gli sta bene in questo tipo di personaggio.
Cassio, Joseph Dahdah, tenore libanese classe 1992, ha soprattutto il pregio (sempre utile) di parlare 5 lingue e cantare in otto. Ha partecipato a molte masterclass e fa parte ora dell’Accademia del Maggio. L’età gli permetterà di approfondire il suo repertorio.
Sul podio il venerando Zubin Mehta, un po’ affaticato. Non abbastanza però per mitigare una imperiosa sonorità orchestrale, trasmessa con veemenza anche al Coro del Maggio Musicale.
Lo spettacolo era nato nel 2020, in pieno Covid, quindi non si può pretendere. Scene (di Guido Fiorato) a tralicci, per consentire le insopportabili necessarie distanze. Scarsi riferimenti a luogo ed epoca in cui l’azione si svolge (qui isola di Cipro, fine secolo XV) indicazioni oggi sempre più spesso disattese. I costumi di Gianluca Falaschi potrebbero rapportarsi a qualsiasi tempo: i protagonisti vestono anni ’50, il coro indossa costumi vagamente ciprioti, certi armigeri calzano l’elmo, l’ambasciatore della Repubblica veneta è in smoking.
Ho sentito dire: “Operazione inutile” (questo Otello). D’accordo, ma allora che si fa? Si chiudono i teatri? Dopo tutto, si può sempre sperare che qualcosa succeda, prima o poi.
L’opera, che ha avuto successo, è data in due atti con un intervallo. Durata complessiva tre ore. Sopratitoli italiani e inglesi. Repliche 23, 26, 31 maggio, ore 20.
Una nota: possibile che il pubblico fiorentino venga all’opera come se andasse allo stadio? Voglio dire sbracato, con borsoni, felpe, impermeabili e la bottiglietta dell’acqua?
Speriamo che l’estate non ci porti in sala la canottiera.

Tragedia di immigrati italiani a Brooklyn, come un film in bianco e nero. Qualche riserva, ma un gigantesco Popolizio

MILANO, mercoledì 10 maggio ► (di Emanuela Dini) La commedia ha quasi 70 anni, ispirata ad Arthur Miller da un fatto di cronaca che lo turbò parecchio, “Uno sguardo dal ponte” andò in scena nel settembre del 1955 a New York, con poco successo, poi, in una seconda versione rimaneggiata e allungata nell’ottobre del 1956 a Londra con la regia di Peter Brook.
In Italia la prima regia teatrale fu quella di Luchino Visconti nel 1958, e gli attori erano Paolo Stoppa, Rina Morelli, Paolo Giorda, Ilaria Occhini, Sergio Fantoni, Corrado Pani. Nel 1962 ne venne fatto un film con regia di Sidney Lumet e protagonista Raf Vallone e poi, negli anni, innumerevoli versioni teatrali e anche un’opera, anno 1999, prima mondiale al Lyric Opera of Chicago, composta da William Bolcom e diretta da Dennis Russell Davies, con collaborazione al libretto di Miller, presente e applauditissimo in teatro.
Una pietra miliare, dunque, innumerevolmente riproposta nei teatri di mezzo mondo. Una storia a tinte cupe, dove amore, paternalismo, omertà e violenza si intrecciano drammaticamente e disegnano i contorni labili tra giustizia, legge, sentimenti e morale.
Nel sobborgo di Red Book, dalle parti di Brooklyn, negli anni ’50, vive l’immigrato italiano Eddie Carbone, con la moglie Beatrice e la nipote diciottenne Catherine, di cui è tutore legale in seguito alla morte dei genitori di lei. Una famiglia italo americana, di origine siciliana, dove il padre padrone Eddie accetta malvolentieri di vedere crescere Catherine, a cui è legato da un affetto un po’ troppo affettuoso che arriva ad assumere toni incestuosi, sempre soffocati. Quando arrivano due cugini siciliani, immigrati clandestini, e Catherine si invaghisce di uno dei due arrivando a volerlo sposare, Eddie, pur di non fare “andare via” Catherine – “Lasciala andare, lasciala andare…” lo supplicano invano la moglie e l’amico avvocato – denuncia i due cugini, che verranno arrestati. Ma uno dei due, e non è l’innamorato di Catherine, si vendicherà, uccidendo Eddie.
Massimo Popolizio, protagonista e regista, ha spiegato che la sua messa in scena «Assomiglia molto a una sceneggiatura cinematografica, e, come tale, ha bisogno di primi, secondi piani e campi lunghi. Alla luce di tutto il materiale che questo testo ha potuto generare dal 1955 a oggi, cioè film, fotografie, serie televisive credo possa essere interessante e divertente” una versione teatrale che tenga presente tutti questi figli”. Una grande storia, raccontata come un film… ma a teatro. Con la recitazione che il teatro richiede, con i ritmi di una serie e con le musiche di un film».
Il risultato è accattivante, ma con qualche lieve perplessità. Elegantissima e ronconiana la scenografia, con i mobili che vengono spostati a vista; suggestive le luci taglienti che ricreano un’atmosfera da film in bianco e nero (appunto); evocativa la scena della denuncia dei cugini all’ufficio immigrazione, con un telefono che cala dall’alto; partecipati e empatici i dialoghi tra Eddie e l’avvocato, che tenta invano di farlo ragionare;  onirica la scena dell’omicidio di Eddie, che cade a terra al ralenti e poi guarda beato verso il pubblico, a occhi socchiusi verso il cielo, come se la morte fosse un’agognata liberazione.
Però, però…il peso del dramma, la tragedia, la voragine morale di un innamoramento proibito assumono toni grotteschi, i personaggi rischiano di diventar macchiette dalla parlata siciliana stretta e con caratterizzazioni quasi caricaturali, tutti urlano e corrono troppo e i momenti più forti e drammatici – i dialoghi tra Eddie e l’avvocato, la consapevolezza di Catherine di volere troppo bene allo zio, la vergogna della denuncia dei cugini – rimangono a mezz’aria e non si tingono di nero.
Popolizio in grande spolvero regala momenti da guitto, gigioneggia con grandissima maestria ed è una gioia degli occhi e un capolavoro di bravura vederlo barcollare, motteggiare, parlare in falsetto, immolarsi in “fermi immagine” squisitamente cinematografici; tutti gli altri corrono, saltano, ballano, insomma non stanno mai fermi; l’avvocato è quasi un bonaccione e non ha l’autorevolezza della “voce della coscienza” o il ruolo da narratore da coro greco che ci si aspetterebbe.
Comunque un signor spettacolo di 90 minuti senza intervallo, un meccanismo perfetto, una messa in scena di grande efficacia.
Applausi a scena aperta e una vera e propria ovazione a Popolizio, che riesce a fare anche del momento dei ringraziamenti un pezzo di teatro. Mostruosamente bravo.

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“Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller (traduzione Masolino D’Amico), regia Massimo Popolizio, con Massimo Popolizio, Valentina Sperlì, Michele Nani, Raffaele Esposito, Lorenzo Grilli, Gaja Masciale, Felice Montervino, Marco Maravacchio, Gabriele Brunelli, Marco Parlà. Scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca. Produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma – Teatro Nazionale e Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale. Al Piccolo Teatro Strehler di Milano, largo Greppi, fino al 21 maggio

La tappa milanese è una delle ultime di una tournée iniziata il 31 gennaio a Spoleto, che riprenderà in novembre a Bolzano e Napoli.

Grande successo di Chénier alla Scala. Ma direzione, voci, regia e scene molto contestabili. In confronto al passato

MILANO, giovedì 4 maggio ► (di Carla Maria Casanova) Ripresa di Andrea Chénier di Umberto Giordano ieri sera alla Scala. Andrea Chénier non è un’operaccia verista come alcuni vorrebbero, anche se non è di quelle partiture affascinanti dove non c’è una nota di troppo né una di troppo poco e, quelle che ci sono, sono tutte meravigliose. Però Chénier è una opera che può far sognare, trasportare, suscitare entusiasmi frenetici, magari anche piangere. Ed è entrata nel repertorio popolare con arie celeberrime quali La mamma morta (soprano) Come un bel dì di maggio (tenore), Nemico della patria (baritono).
Ma è una questione di interpreti, come quasi sempre succede nel melodramma. Ieri sera si è registrato grande successo di pubblico. Certamente esagerato, per non dire altro. Ai “miei tempi” ci sarebbero stati fischi. E all’uscita dal teatro molti dicevano “Ma che brutta opera”. Oramai tutti sanno che sono vecchissima, ma ben venga. Vi assicuro che lo Chénier del 1955 (Del Monaco – Callas, dir Votto) fu un’opera meravigliosa, così nel 1959 (Del Monaco / Corelli – Tebaldi – Bastianini, dir Gavazzeni) e nell’82 e poi ’85 (Carreras / Martinucci – Anna Tomowa Sintow / Eva Marton, direttore Chailly). Con un salto di più di trent’anni, Chénier tornò alla Scala nel 2017 protagonista Yusif Eyvazov, e con Anna Netrebko e Luca Salsi. Lo sconosciuto giovane tenore russo era stato imposto dalla di lui neo consorte, la diva Netrebko e molti gridarono allo scandalo. Magari avevano ragione. Però, a conti fatti, nonostante l’incontestabile splendore della voce della Netrebko, il tenore con voce non bella ce la mise talmente tutta nella accurata linea di canto e nella partecipazione personale che riuscì a convincere più di lei, che sulla partecipazione non eccelle.
Sono passati altri 6 anni, non un’eternità ma per un cantante a volte contano molto. Yusif Eyvazov ha un timbro vocale decisamente infelice, con tre colori diversi di cui nessuno bello. Però, accidenti, canta sicuro e canta molto bene. Dizione perfetta. Slancio così appassionato che finisci per credergli. Con lui Sonya Yoncheva (Maddalena di Coigny). Già non mi aveva convinta nella recente Fedora scaligera e continua a non convincermi. Sarà questione di gusto (mio). Inoltre, la dizione è molto approssimativa e scarso il coinvolgimento. Gérard doveva essere Ambrogio Maestri. Indisposto, è stato sostituito all’ultimo momento da Luca Salsi, baritono che oggi va per la maggiore, non molto raffinato ma a suo perfetto agio in questo personaggio e direi senza esitare che è stato il migliore. Ammirato stupore suscita nel cast il nome di Elena Zilio (Madelon) che ancora si difende nonostante l’anagrafe davvero sorprendente (classe 1941).
Si passi al direttore: Marco Armiliato. Nulla da spartire con Votto, Gavazzeni o Chailly per non parlare di De Sabata che aveva diretto Chénier nel 1951 (del Monaco-Caniglia). Marco Armiliato aveva ieri sera una gran fretta o, forse, paura di non farsi sentire, per portare la sonorità dell’orchestra della Scala al massimo, tutta uguale, senza sfumature, con il risultato di alzare il volume anche ai cantanti (in gergo volgare si dice “urlare”). Urla che a certo pubblico comunque piacciono, quando si confonde urlo con acuto e più è forte meglio è. Quindi applausi ai limiti della ovazione. Eyvazov sembrava lui stesso stupito (a ragione) da tanto entusiasmo e ringraziava così commosso da fare tenerezza.
Lo spettacolo scenico, firmato da Mario Martone, non rispecchia le qualità per le quale il regista è molto apprezzato (la sfilata dei rivoluzionari che inalberano le teste dei decapitati, simili a maschere di Carnevale, è per lo meno di cattivo gusto).
Finiamola lì. Tutto è bene quel che finisce bene. Ma vi assicuro che Andrea Chénier, diretta e cantata come si deve, non è per nulla una brutta opera.

Repliche: maggio: sabato 6, giovedì 11, martedì 16, mercoledì 24, sabato 27 ore 20. Domenica 21 ore 14,30.