Ce n’è per tutti i gusti. Ma non è più una questione di gusto. Perché tutto è liquido, tutto ci sfugge. Conta solo consumare

14.3.16 collage bauman(di Andrea Bisicchia) Che cos’è il gusto? È un moto dell’anima? Un gesto di preferenza? Un desiderio particolare? Un esercizio auto-manipolatorio? Date le sue oscillazioni, il gusto potrebbe assumere definizioni diverse se lo si utilizza a fini estetici o sociologici, ovvero se è il prodotto di una ricerca del bello o di una ricerca del meglio.
Zygmunt Bauman, scrivendo “Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi”, sostiene che il gusto vada accettato con assoluta imparzialità, dato il suo carattere temporaneo, il quale, soprattutto nell’era della globalizzazione, è sottoposto all’ideologia del consumo, caratterizzata da una miriade di offerte e da canoni non fideistici. La parola d’ordine che si è infiltrata nel gusto è consumare sempre e di più, dato che c’è poco tempo e spazio da dedicargli, sottoposto com’è alla teoria evoluzionistica. Oggi amiamo essere sedotti, non scegliamo, ma siamo scelti, tanto da eludere lo stesso bisogno di pensare, essendoci, già, chi pensa per noi, chi sceglie per noi cosa dobbiamo leggere, vedere, o come dobbiamo vestirci.
Tutto ci sfugge, osserva Bauman, perché tutto è liquido, dato che la vita ruota attorno a qualcosa di sfuggente, il cui tragitto annovera “una serie infinita di misure egoistiche”. L’immobilità è fonte di fragilità, bisogna, pertanto, mettersi in discussione e adeguare il gusto a questa fragilità prodotta dalla globalizzazione selvaggia e fuori controllo, fonte, a sua volta, di disuguaglianza, di razzismo, di attività selettiva. Ne sono travolte le classi colte che, inseguendone i crescenti bisogni e adeguandosi al conseguente potere economico, diventano anch’esse consumatrici di beni, senza essere più produttori di qualità. Un tempo, queste classi avevano il compito di “illuminare”, di dare luce alle classi sociali meno colte, con l’intento di “coltivare” il popolo. Nell’era moderna, all’impegno è subentrato il disimpegno, quello che i sociologi definiscono “l’ideologia della fine dell’ideologia”, le classi colte non sono più creatrici di cultura, essendo soggette all’indifferenza e a un individualismo esasperato. Il fenomeno, sostiene Bauman, non appartiene ai singoli Stati, benché l’Europa sia l’ultima possibilità di sopravvivenza dell’identità dei popoli, nel momento in cui la globalizzazione ne sta corrodendo la sovranità, mettendo in crisi lo stato solido della modernità, alimentandone quello “liquido” che, a sua volta, produce provvisorietà, instabilità, disuguaglianza, tanto che la differenza è diventata un valore assoluto. Non c’è più tempo per promuovere il sapere, per raffinare il gusto dell’individuo, per alimentare il prestigio di una  nazione,essendo tutto sottoposto alla flessibilità, tanto che Andy Warhol potrà dire: “L’artista è uno che fa cose di cui nessuno ha bisogno”.

Zygmunt Bauman, “Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi”, Ed. Laterza, 2016 – pp.148, € 14