Cechov nostro contemporaneo. Ora, uno “Zio Vanja” senza intimismi, ma solo con il problema di dover “stare insieme”

BAGNACAVALLO (RA) ► (di Andrea Bisicchia) Sono circolati, in Italia, in questi ultimi due anni, una serie di spettacoli che hanno fatto, di Cechov, l’autore più contemporaneo, mi riferisco, in particolare, a “La tragedia è finita, Platonov”, di Liv Ferracchiati che sta, anche, lavorando a una sua versione del “Gabbiano”, dal titolo “Come tremano le cose riflesse nell’acqua (Cajka)”, con Laura Marinoni, Roberto Latin, preceduta, a sua volta, sia dalla versioni di Irina Brook, dal titolo “Seagull Dreams- I sogni del Gabbiano”, che da quella dello stesso Leonardo Lidi che lo aveva messo in scena, la stagione scorsa, al Festival di Spoleto, dove ha debuttato, anche, il suo “Zio Vanja”, spettacolo che ho visto al Teatro Goldoni di Bagnacavallo e che, dopo una lunga tournée, arriverà al Teatro Strehler, dal 16 al 21 aprile.
Intanto, un altro “Zio Vania” gira, da due anni, con l’adattamento e la regia di Roberto Valerio, protagonisti: Giuseppe Cederna, Caterina Misasi, Mimosa Campironi, Alberto Mancioppi, una messinscena che punta, con semplicità e tanta scorrevolezza, alla nostra contemporaneità, con l’utilizzo di un impianto minino, dove si fa notare una altalena.
Anche Leonardo Lidi ha puntato a un impianto, apparentemente semplice, ma che, in verità, mostra una sua forza emblematica alquanto potente. Lidi fa svolgere l’azione su una panca lunga quanto il maestoso muro di legno di betulle che fa da sfondo alla scena e che rimanda all’amore di Cechov per un simile albero, tanto che ne fece piantare parecchi nella sua abitazione a Jalta, ma che allude a qualcosa che separa ciò che sta dinanzi da ciò che sta dietro. Insomma, è come se tutti i personaggi fossero messi dinanzi a un muro, difficile da valicare, anche perché è quasi impossibile sapere cosa ci stia dietro. Lidi non è andato in cerca di quei sentimenti tante volte esplorati da messinscene precedenti, non gli interessava il tempo che trascorre lentamente e inesorabilmente, né gli interessava quel sentimento malinconico, intriso di noia, che accompagna le vite di chi lavora nella tenuta di Sonja.
Francamente, a Lidi non interessava la poesia, alla Strehler, per intenderci, né il realismo viscontiano, né, tanto meno, la complessità di Missiroli o l’indagine psicoanalitica di Lavia, bensì le difficoltà dello stare insieme, facendo muovere i personaggi in una strettoia, dove si incontrano e scontrano i loro corpi, attenti a farsi notare per la loro eccentricità, sia nel modo di vestire, utilizzando costumi coloratissimi, che nel modo di dialogare, spesso, volutamente fuori le righe. Anche le infatuazioni per Elena sono dichiaratamente fisiche, Astrov le salta addosso, lei lo tira a sé voluttuosamente, il tutto senza amore. Persino Vanja, pur attratto da Elena, finisce per considerarla un diversivo rispetto alla monotonia del luogo.
In questa messinscena, è inutile andare in cerca dei “caratteri”, perché si ha la sensazione di trovarsi dinanzi a una galleria dove si muovono, col ritmo di un metronomo, persone, non tanto in cerca di identità, quanto di apparire, ma col gusto di essere osservati, criticati e, magari, con la volontà di trasferire, sul pubblico, le loro insensatezze, senza, per questo, voler piacere a tutti i costi. Anzi, non piacciono affatto, perché la loro non vita, ovvero la loro incapacità di vivere, non interessa a nessuno. A volte, proprio per l’esiguità dello spazio, si muovono come marionette senz’anima, tutti in fila, invano cercano di slegarsi, perché condannati a rimanere impigliati nel loro non luogo e nelle loro sofferenze che, però, cercano di ovattare, tanto c’è il muro che li protegge, dove hanno abbandonato i loro “caratteri” e che li separa dal vero.
C’è da dire che, se Lidi ha rinunziato a tutte la categorie che avevano caratterizzato le messinscene precedenti, non ha rinunziato a trasferire la complessità del testo, senza aggiungere inutili sottotitoli, nell’interpretazione dei suoi attori, lavorando sulle loro voci, sui loro tic, sulle loro esuberanze e sul marionettismo del professore, riuscendo a creare una Compagnia di complesso, senza nomi altisonanti, ma che sono di una bravura incredibile, tanto che vanno citati tutti: Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Mario Pirrello, Toni Rossi, Massimiliano Speziani, applauditissimo nelle sua scena isterica, dopo lo sparo, Giuliana Vigogna.
Notevole il contributo dei costumi di Aurora Damanti, delle scene e luci di Nicolas Bovey.

DIDASCALIA
Nella foto sopra: Giordano Agrusta, Massimiliano Speziani, Mario Pirrello, Francesca Mazza, Angela Malfitano (foto: Gianluca Pantaleo) 

Tournée 2023/24
Dal 15 al 17 dicembre – Teatro Diego Fabbri, Forlì (FC)
4 aprile 2024 – Teatro Comunale, Lumezzane (BS)
6 aprile 2024 – Teatro Civico, Vercelli
7 aprile 2024 – Teatro Il Maggiore, Verbania (VB)
Dal 9 al 14 aprile 2024 – Teatro Vascello, Roma
Dal 16 al 21 aprile 2024 – Teatro Strehler, Milano
Dal 23 al 28 aprile 2024 – Teatro Mercadante, Napoli
30 aprile 2024 – Teatro dell’Unione, Viterbo