Come ti psicoanalizzo grandi personaggi del cinema. E dal profondo ecco uscire ferite depressioni traumi e perversioni

(di Andrea Bisicchia) Viviamo in un periodo in cui le professioni si mescolano, le appartenenze si snaturano, le funzioni della critica si smarriscono, perché chiunque si ritiene di poter giudicare e criticare. La professionalità del critico, sia esso di teatro o di cinema, è pari a quella della professionalità di un medico, di uno psichiatra. Accade, così, di vedere il professionista di una materia cimentarsi con un’altra che non gli appartiene, la qualcosa potrebbe generare delle confusioni.
Un critico teatrale o cinematografico, che lo fa per mestiere, non si sognerebbe di intervenire in un referto medico o nei calcoli geometrici di un palazzo in costruzione.
Leggendo il libro di Vittorio Lingiardi: “Al cinema con lo psicoanalista”, edito da Cortina, non credo che ci sia stata invasione di campo, perché l’autore, ordinario di psichiatria, ha utilizzato la sua disciplina per analizzare una serie di film, non tanto dal punto di vista estetico, quanto dal punto di vista psicoanalitico.
Lingiardi è stato allievo di Eugenio Borgna e chi conosce i suoi libri sa bene come l’illustre psicoanalista, affascinato dalla fenomenologia, abbia utilizzato la narrativa, il teatro, il cinema per indagare il mondo oscuro dei suoi pazienti, convinto che le nostre malattie non siano diverse da quelle raccontate da forme d’arte diverse. Vittorio Lingiardi è ben consapevole di questo e, accostandosi all’analisi cinematografica dei sentimenti umani, è andato in cerca dei traumi, delle fragilità, delle malattie che sono diventate protagoniste di tante trame di film, convinto, come Jung e Hilman, che, compito degli psicoanalisti, è quello di aprire le finestre dei propri studi e di guardare fuori per scoprire l’anima del mondo. Del resto, esistono circostanze diverse che assimilano il cinema alla psicoanalisi. La prima è di ordine cronologico, essendo entrambe nate nel 1895, la seconda è da ricercare, secondo l’autore, nel rapporto luce-ombra, ovvero in ciò che si vede e in ciò che si nasconde e che, attraverso il racconto e attraverso l’analisi, viene alla luce.
È come mettere i film sul lettino dello psicoanalista, Lingiardi ne ha postati circa 200, assembrandoli con l’utilizzo dei primi versi dell’“Orlando furioso”: “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese”, che fa precedere da alcune poesie a tema.

Tra le Donne, troviamo film come “Amy” di Asif Kapadia, “Elle” di Paul Verhoeven, “Hannah” di Andrea Pallaoro, “Dafne” di Federico Bondi, “Julieta” di Pedro Almodóvar, “Lady Macbeth” di William Oldroyd.

Tra I cavallier, film come “Dogman” di Matteo Garrone, “Evviva Giuseppe” di Stefano Consiglio, “Lazzaro Felice”, di Alice Rohrwacher, “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi, “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini”.

Tra L’arme, “Alla mia piccola Sama” di Waad al-Khateab, “Il caso Spotlight di Tom McCarthy, “Il primo re” di Matteo Rovere, “L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski.

Tra Le cortesie, film come “Alice e il sindaco” di Nicolas Pariser, “Euforia” di Valeria Golino, “I villeggianti” di Valeria Bruni Tedeschi, “La ruota delle meraviglie” di Woody Allen, “Loro” I e II di Paolo Sorrentino.

Nelle Audaci imprese, film come “Bismillah” di Alessandro Grande, “Fuocoammare”di Gianfranco Rosi. “Hollyood” di Ryan Murphy, “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, “L’altro volo della speranza” di Aki Kaurismaki.

Ne abbiamo citato un florilegio per dare l‘idea della qualità e della diversità delle scelte, tutte rigorosamente d’essai, con tematiche che possono interessare uno psichiatra, non per nulla Lingiardi non indaga gli aspetti estetici, quanto quelli traumatici che stanno a base dei film raccolti nel volume, che si avvale di una introduzione di Natalia Aspesi.
Il lettore si trova dinanzi alle ferite, alle depressioni, alle perversioni, agli aspetti psicologici, al problema dell’inconscio, del male, del sesso come potere, delle dinamiche psichiche del pregiudizio, del trauma della persecuzione, degli abusi sui minori, della qualità del dolore, degli abissi della psiche, insomma dinanzi a veri e propri casi clinici che Lingiardi cerca di interpretare facendo uso della disciplina che insegna o che utilizza durante le sedute psicoanalitiche dei suoi pazienti.

Vittorio Lingiardi, “Al cinema con lo psicoanalista”, Cortina Editore 2020, pp. 220, € 15.