Comico, tragico, grottesco: cioè Mario Scaccia. Soprattutto, attore libero, contro i tanti maneggioni e i registi “dittatori”

(di Andrea Bisicchia) Il libro di Michela Zaccaria, “Mario Scaccia”, è una vera sorpresa, non solo perché ricostruisce la storia di un attore all’Antica italiana, ma anche perché ci offre un ritratto inedito, quello di un combattente che non ha mai voluto inchinarsi alla “prepotenza” dei registi e dei Teatri Stabili che, a suo avviso, avevano messo l’Organizzazione al di sopra della Esecuzione. L’autrice, nel frattempo, riesce a darci una panoramica del teatro privato che, negli anni Settanta, dopo la rivoluzione sessantottesca, stava vivendo momenti di difficoltà, anche economiche, che rendevano precaria la vita stessa di parecchie Compagnie, comprese quelle primarie, come la Proclemer-Albertazzi, oltre che di molti attori.
Si potrebbe dire che trattasi di una storia che si ripete spesso in occasione di ogni trasformazione sociale e politica e che momenti di gloria, di popolarità, si alternano con altri di crisi, di danni economici, di discrediti.
Mario Scaccia ha vissuto, sulla sua pelle, tali momenti, fin dall’inizio della sua carriera accanto a Bragaglia, Benassi, Cimara, alla Sainati, quando, sfruttando i suoi studi al Magistero, iniziò a insegnare perché non arrivavano né proposte né contratti. Si trattò di un episodio momentaneo, perché la sua carriera cominciò ad essere più certa dopo il sodalizio con la Compagnia dei Quattro, insieme a Franco Enriquez, Valeria Moriconi e Glauco Mauri, con cui visse uno dei momenti più esaltanti, soprattutto, dopo il successo di critica e di pubblico di “Il rinoceronte” di Ionesco.
Il lavoro profondo della Zaccaria è impressionante e testimoniato dalla imponente teatrografia, che attesta il valore scientifico della sua ricerca che poté, quando l’attore era ancora in vita, usufruire del suo Archivio privato, da cui ha tratto un epistolario importante per meglio conoscere la storia di questo attore, non sempre amato, qualche volta anche dileggiato per il suo caratteraccio e per certe sue interpretazioni un po’ iperboliche, difficili da arginare che, qualche volta, nuocevano al personaggio che interpretava, e per le sue capacità di far convivere, contemporaneamente, il comico col tragico e col grottesco, tanto che Benassi coniò per lui il termine “farfalla”. Valga, come esempio, il giudizio di Nicola Chiaromonte, di cui, recentemente, sono state ripubblicate, nei Meridiani Mondadori, le Critiche teatrali, che ritenne l’interpretazione di Polonio troppo buffonesca e caricaturale. Scaccia rispose, da par suo, all’illustre critico, sostenendo che non si trovava a disagio in quella interpretazione, perché il suo Polonio non era altro che un “maneggione”.
L’esempio è sufficiente per dimostrare come Scaccia avesse una sua personale idea della libertà interpretativa dell’attore, il cui compito consisterebbe nel credere soltanto alla sua arte, se ne è in possesso, senza lasciarsi intimorire dai tanti “maneggioni” del teatro italiano, contro i quali non ha mai smesso, lungo la sua carriera, di lanciare i suoi strali velenosi.
Michela Zaccaria divide il suo lavoro in sette capitoli, a cui fa seguire gli “Scritti D’Attore”, dai quali ricava la storia delle sue continue battaglie contro la dittatura dei registi, degli Organizzatori, dei Ministeri, in particolare quello retto da Corona, che voleva affidare ai Teatri Stabili la guida del teatro di prosa. Per difendere la sua categoria, scrisse lettere anche al Presidente Saragat e una al Presidente Pertini, per motivi diversi, trattandosi di un invito alla Prima di un suo spettacolo, “Romolo il grande”, solo per sentirsi confortato e perché la sua presenza avrebbe dato risonanza all’evento difficile, come lo era la novità di Dürrenmatt, convinto anche dal fatto che, certe proposte eccitanti, provenissero dal teatro privato.
Non credeva nella funzione sociale del teatro, sempre sostenuta dagli Stabili, perché, diceva, l’attore-artista non è chiamato a interpretare la società, bensì i testi che sono capaci di esprimerla.
La carriera di Scaccia è durata oltre 65 anni, è stata costellata da una infinità di testi, eppure la nostra memoria è legata ai suoi Molière, essendo stato regista e protagonista di Argante, Arpagone, Alceste, a Shakespeare, in particolare a Shylock, a Petrolini, con “Chicchignola”, insieme a Gianna Giachetti, forse il suo maggior successo, a Carlo Terron per “Nerone”, altro suo campo di battaglia. È stato diretto da registi importanti, oltre a Enriquez, bisogna ricordare Ronconi che lo volle nel “Candelaio”, Squarzina che gli affidò il personaggio di Volpone, Lamberto Puggelli che lo rese protagonista di un personaggio difficile, “Le esperienze di Giovanni Arce filosofo” di Rosso di San Secondo, che poteva fare soltanto lui, Antonio Calenda, il cui “Aspettando Godot”, che lo vide protagonista eccelso insieme a Pupella Maggio, Fiorenzo Fiorentini, Pietro De Vico, Sergio Castellitto, fu un successo memorabile.
Era il teatro che lui amava, quello fatto per il pubblico.
Il volume è corredato da una ricca iconografia con le “storiche” e bellissime foto di Tommaso Le Pera.

Michela Zaccaria, “Mario Scaccia” – Editore Bulzoni 2021,- pp. 326 – € 25.