Concluso il FIT. Straordinario debutto finale con un mix di codici diversi, tra “classico” e nuovi linguaggi espressivi

LUGANO (CH), mercoledì 14 ottobre ► (di Marisa Marzelli) Chiusura in bellezza per il 29mo Festival Internazionale del Teatro (FIT), e della Scena Contemporanea, con “Una vera tragedia” (dura poco più di un’ora), il 12 e 13 ottobre al LAC di Lugano. Il lavoro di Riccardo Favaro (autore del testo) e Alessandro Bandini (regista e attore), entrambi 26.enni, ha vinto nel 2019 il Premio Scenario dedicato alla creatività giovanile. Al Teatrostudio del LAC (che produce) è andato in scena in prima internazionale. Restrizioni pandemiche permettendo, sarà il 20 ottobre al Festival Colline Torinesi al Teatro Astra di Torino.
Se spesso il teatro contemporaneo cerca nuovi linguaggi espressivi con sperimentazioni visuali e tecniche digitali, “Una vera tragedia” riflette e lavora sul più classico teatro di prosa, quello borghese, che ha dominato i palcoscenici otto-novecenteschi.
È a suo modo godibile meta-teatro, con una padronanza della materia oggi rara in così giovani autori.
Scenografia minimale che più salotto borghese non si può (due poltrone con braccioli e due poltroncine cremisi, il tutto strategicamente piazzato perché gli interpreti possano posizionarsi per dialoghi, monologhi, scene madri, conversazioni a due o a tre, tutti e quattro presenti nel finale).
Un “padre” e una “madre” senza nome aspettano il ritorno di un “figlio” (possibile Godot che finalmente si materializza; ma non è il figlio, è un altro, sebbene nessuno faccia una piega). Se questo avviene in scena, in contemporanea sul fondo passa in sovrimpressione il testo della pièce, all’inizio coincidente con ciò che gli attori dicono, poi sempre più autonomo: a volte scompare, altre volte appaiono frasi mentre gli interpreti restano muti, o ancora le parole pronunciate divergono da quelle scritte. Non sarà un’idea da bissare lo scalpore e lo sconcerto suscitati alla prima dal pirandelliano “Sei personaggi in cerca d’autore”, ma è pur sempre un memento alla centralità del testo, oggi tanto disattesa dalla drammaturgia contemporanea.
E di cosa parlano i genitori aspettando il figlio, il cui ritorno non si rivelerà quello di un figliol prodigo ma di un agnello sacrificale? Dialoghi educati e distratti, anche contraddittori, culminanti nell’entusiasmo della madre per l’apertura di un nuovo, splendido supermercato. La conversazione è inframmezzata da risate preregistrate, come nelle sit-com. Invece l’atmosfera generale è in controtendenza: rumori esterni e una crescente sensazione di inquietudine e di imminente, indefinita minaccia. E questo è Pinter, come pure lo è l’idea che non ricordiamo il passato ma lo abbiamo modificato. Dalla drammaturgia di Ionesco viene il passaggio farsesco della conversazione su tre argomenti diversi in contemporanea (l’adorazione tutta odierna per le abilità multitasking?), con effetto straniante: ad una battuta segue la risposta relativa al tema precedente, quindi fuori contesto.
Inoltre, il passaggio da una scena all’altra è attuato con luci stroboscopiche, sul modello di una cesura da cinematografico stacco di montaggio. E sull’argomento cinema ci sarebbe altro da dire. Ad esempio, il fatto che il lavoro è suddiviso in tre capitoli annunciati da diciture in sovrimpressione (i canonici tre atti teatrali): dopo, prima, ancora prima. Ma il teatro borghese è in genere cronologico, mentre il cinema può andare avanti e indietro a piacimento. Si gioca qui sull’integrazione di codici diversi.
Nella sua motivazione, la giuria del Premio Scenario aveva definito lynciano il linguaggio di “Una vera tragedia”. A mio modesto parere, il cinema di Lynch c’entra poco, non fosse altro per le premesse culturali dell’autore, o forse c’entra per l’aspetto legato all’identità imprendibile dei personaggi, ma ciò ha piuttosto a che fare con una lettura socio-psicologica. Senza contare che, dalle dichiarazioni di Favaro e Bandini, tra la versione finale del testo e le prove al LAC molto è stato cambiato o sfoltito (c’è anche lo zampino del direttore artistico Carmelo Rifici, che nel programma di sala figura così: “con lo sguardo esterno di”.
In “Una vera tragedia”, qualche perplessità sorge nello sviluppo del plot. Perché dopo il ritorno del figlio che non è il figlio, spavaldo in apparenza vincente, arriva anche quello “vero”, più sensibile e destinato al sacrificio (lo uccide la madre, con un coltello che circolava già prima in scena o ci pensa da sé?). Lo sviluppo logico non è ben articolato e comprensibile (troppi tagli?) mentre continua il bel gioco meta-teatrale. Con, ad esempio, applausi registrati dopo una scena madre della protagonista e un’atmosfera stavolta da drammone americano stile Tennessee Williams. Anche il finale, con tutti in scena, compreso il figlio sacrificato sdraiato a terra e coperto di vernice rossa, rimanda a un archetipo: stavolta Shakespeare.
Bravi e credibili gli interpreti, tutti più o meno coetanei (piccola trasgressione al vecchio realismo teatrale) che sono Marta Malvestiti (la madre), Alfonso De Vreese (il padre), Flavio Capuzzo Dolcetta (il figlio vero), il regista Alessando Bandini (l’altro ragazzo).
Non mi avventuro in una delle possibili e personali letture del significato. Mi limito a suggerire uno sguardo comparato al film italiano “Favolacce” dei fratelli D’Innocenzo, Orso d’argento per la sceneggiatura all’ultima Berlinale. Con attenzione alle colpe di genitori cresciuti con l’avvento delle televisioni commerciali negli Anni ’80 e alle sofferenze dei figli di quella sottocultura.