Conflitti di schiavi. E amore surreale fra indigena e conquistador. Un fumettone in cinque atti alla Carolina Invernizio

(foto Priamo Tolu)

NOSTRO SERVIZIO – CAGLIARI, domenica 24 febraio ► (di Carla Maria Casanova) Antôn Carlos Gomes (1836-1896), uno dei 26 (!) figli di un maestro di musica, compositore e direttore di banda brasiliano, inizia a studiare musica da bambino sotto la guida del padre. Di lui, sostanzialmente, chi sa qualcosa sa questo: che venne a Milano a perfezionarsi; si diplomò al Conservatorio; favorito da Casa Ricordi sempre vigile nel dare spazio ai giovani di talento, nel 1870 rappresentò con grande successo alla Scala “Il Guarany”, opera che poi trionfò in tutta Italia e a Rio de Janeiro. Compose 8 opere (di cui 4 videro la luce alla Scala). Alla Scala, proprio Il Guarany, è tornato in scena negli anni ’90, protagonista Placido Domingo.
Mi sento di scommettere che le conoscenze su Gomes finiscono qui. Naturalmente su di lui ci sarebbe molto altro da raccontare. Affinché questo avvenga, incomincia il Teatro Lirico di Cagliari, da sempre distintosi nel recupero di titoli desueti, a proporre – prima esecuzione italiana in coproduzione con il Festival Amazonas de Opera di Manaus – “Lo schiavo”, ultima opera del compositore brasiliano, che andò in scena a Rio nel 1889 un anno dopo l’abolizione della schiavitù.
La data è particolarmente significativa in quanto la trama de “Lo Schiavo” proprio di questo tratta. Ve la risparmio (la trama) se non per dire che riguarda il conflitto tra i selvaggi Tamoyo e i conquistatori portoghesi. Epoca: 1500. Oltre alla vicenda politico/storico/sociale, trova spazio anche una surreale storia d’amore dipanata tra un comandante portoghese, una schiava e un dignitario Tamoyo ridotto in schiavitù, il quale poi si sacrificherà consegnandosi ai suoi come traditore (vedi “Les pêcheurs de perles”). È un fumettone  terrificante (in Italia si pubblicava “Il bacio di una morta” di Carolina Invernizio…), ma le storie delle opere verdiane (non tutte) non sono molto meglio. C’è che Verdi ci ha messo poi una certa musica. La musica di Gomes ha limiti più contenuti, però rispetta perfettamente il gusto dell’epoca, come provano i grandi successi ottenuti e lo stesso Verdi definirà Gomes “autentico genio musicale”.
“Lo schiavo” è un grand’opéra in cinque atti, sulla linea di Meyerbeer, con l’intermezzo delle immancabili danze, qui soppresse per mancanza di un corpo di ballo adeguato o per non appesantire troppo l’esecuzione. Ma forse, al contrario, il balletto avrebbe dato più senso alla operazione di recupero storico.
Di questa opera, nonostante fiumi di spunti musicali di ogni genere, abbozzi di leitmotiv, un gran fluire melodico, momenti di deciso lirismo, massicci interventi del coro, romanze, arie, duetti, non rimane in definitiva molto, se si esclude l’aria “Quando nascesti tu” di cui restano le mitiche incisioni di Caruso, Lauri Volpi, Gigli. A Cagliari l’ha cantata Massimiliano Pisapia, tenore con lo squillo sicuro e solida tecnica, come manifesta tutto il cast, da Svetla Vassileva (protagonista femminile) a Elisa Balbo, Dongho Kim e Andrea Borghini (lo schiavo, personaggio pieno di contrasti ma di grande nobiltà) interprete di robusta tenuta vocale. Da notare che per tutti i ruoli principali c’è un secondo cast. Direttore John Neschling, brasiliano di origini viennesi, nipote di Arnold Schönberg, parentela che lo avrebbe fatto supporre di maggiore autorevolezza. Ma è forse l’unico ad avere familiarità con il repertorio di Gomes.
Per riportare in palcoscenico oggi “Lo schiavo”, dato che di revival si tratta, non ci sono molte strade. Il regista Davide Garattini Raimondi aveva anticipato scene truculente di sevizie e persino di cannibalismo e di aver azzerato qualsiasi accenno di ambientazione “locale” sia nelle scene che nei costumi. Promessa non mantenuta (per fortuna). D’altra parte, se non sei Carsen o Graham Vick (i quali mai si sognerebbero di imbarcarsi in una avventura del genere) ti conviene andarci  piatto, soprattutto senza cercare elaborazioni intellettuali. A questo proposito è parsa del tutto inutile, quando non disturbante, la “installazione” di Anna Hasabi (Garattini non c’entra) che, per introdurre il tema, ha cosparso il ridotto, scale comprese, di schiavi agonizzanti. La scena sobria, dovuta a Tiziano Santi, propone una schiera di liane che pendono dal cielo (certo, impossibile dimenticare Tarzan) mentre lo sfondo viene poi chiuso da una fitta piantagione di palme, inequivocabile immagine di foresta amazzonica. I costumi – bellissimi i figurini di Domenico Franchi – inalberano fatalmente acconciature di foglie e piume come siamo abituati a vedere dalle illustrazioni stampe dell’epoca. Importante è il gioco di luci.
Con audacia notevole il Teatro di Cagliari ha programmato nove recite, di cui due dedicate alle scuole. Ve li vedete i nostri 13/15enni estirpare gli auricolari dalle orecchie per tre ore per assistere a lo Schiavo di Gomes?

Teatro Lirico di Cagliari, “Lo schiavo” di Anton Carlos Gomes. Repliche 24. 26. 27. 28 febbraio. 1,2 3 marzo.
www.teatroliricodicagliari.it