Corpi estranei invadono i palcoscenici d’Italia. E due mali, ansia e angoscia, creano un vuoto che diventa un baratro

(di Andrea Bisicchia) – Essendo specchio del mondo, il teatro vive le sue stesse e le continue metamorfosi, con tutte le ascesi e cadute, ma anche col suo precipitare, spesso, nel vuoto, fonte, a sua volta, di lacerazione, la malattia dei teatranti. Il vuoto è creatore d’ansia, in particolare la stessa che deve adeguarsi alle trasformazioni, solo che l’ansia è una nemica della creatività, perché genera angoscia, oltre che mancanza di alternative, così il vuoto diventa baratro.
Ansia e angoscia sono due mali del nostro secolo, la loro diffusione ha generato uno strano malessere che ha coinvolto nuove generazioni di scrittori che utilizzano il romanzo per descrivere tale fenomeno, con le sue note conseguenze.
È chiaro che le reazioni non manchino, ma i risultati non sono sempre adeguati. Anzi, spesso, le reazioni appaiono inconsulte e danno adito, soprattutto in teatro, a coloro che cercano di approfittarne, magari col sostituire il genere drammatico con altri generi, tanto da assistere a una vera e propria invasione di corpi estranei, tra i quali ha maggiore consistenza proprio il genere narrativo che, una volta, veniva usato come forma sperimentale, come una alternativa momentanea ad una crisi linguistica, vedi le trasposizioni fatte da Ronconi, da romanzi come “Er pasticciaccio brutto di Via Merulana”, “Lolita”, etc. Oggi, tale trasposizione, è diventata una consuetudine tanto che sono in molti, attori e registi, che preferiscono leggere e ridurre, novelle, racconti, romanzi, piuttosto che portare in scena opere teatrali.
Il 2003 ha registrato una specie di record e il 2024 non è da meno, visto che è iniziato, a Milano, per esempio, con “Ragazzi di vita “ di Pasolini, al Franco Parenti, interpretazione e regia di Fabrizio Gifuni, col romanzo di Lemebel, “Ho paura torero”, con la regia di Claudio Longhi e l’interpretazione di Lino Guanciale al Piccolo Teatro, con “Il racconto dell’ancella”, capolavoro narrativo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza, interprete Viola Graziosi, applauditissima, al Filodrammatici; nel frattempo altre riduzioni di romanzi girano su altri palcoscenici italiani, come “La ferocia “ di Nicola Lagioia e “Oliva Denaro” di Viola Ardone, con Ambra Angiolini. E che dire degli spettacoli che nascono in rete, con attori che non hanno studiato la materia, che provengono direttamente dal web e che vantano un successo ottenuto solo sui social? Mi riferisco ai Sansoni, ovvero ai fratelli palermitani Fabrizio e Federico Sansone, e ancora alle Coliche, ovvero ai fratelli romani Claudio e Fabrizio Colica.
Se il teatro cade nella trappola di generi e mezzi diversi, perde la sua specificità, tanto che altri corpi estranei ne prendono il sopravvento. Si tratta di politici, accademici, magistrati, giornalisti, i quali, non c’entrano nulla col teatro, se non la possibilità di andare sul palcoscenico a realizzare qualcos’altro, eppure fanno le loro tournée, in certi casi più lunghe di una Compagnia di giro. I due “attori” di maggior successo sono: Marco Travaglio che, da due anni, porta in giro “I migliori anni della nostra vita”, che vanta una quarantina di debutti, e Alessandro Barbero, con un calendario dove c’è un po’ di tutto, da Dante a San Francesco, da Cesare al Papa e anche a cosa si mangia. Entrambi riempiono i teatri come se fossero Orsini e Branciaroli C’è da dire che fanno bene il loro lavoro, ma col teatro vero non hanno nulla a che fare, se non quello di invadere il palcoscenico. E che dire di De Magistris o di Maurizio de Giovanni, magistrati prestati alla scena? Il primo con “Istigazione a sognare”, dove racconta l’intreccio tra mafia e politica, mentre il secondo con “La scatola di biscotti” ci racconta la storia di una donna che si ritrova a fare i conti col passato, la regia è di Andrea Renzi.
Dai magistrati ai politici, il passo è breve, Alessandro Di Battista ha scelto di fare l’attore nello spettacolo “Assange”, mentre Nichi Vendola ha voluto provare il brivido del palcoscenico con “È fatto giorno”, dedicato a Rocco Scotellaro.
Anche uno psicanalista, come Massimo Recalcati, che crede di essere un buon attore quando fa lezioni di psicoanalisi, tanto che si è cimentato con la scena scrivendo “Amen”, visto al Parenti.
C’è chi dice che si tratti di teatro civile, in verità si tratta di corpi estranei che, senza la professionalità e la continuità che richiede il vero teatro, invadono il palcoscenico facendo felici certi Direttori di teatro, essendo i risultati del botteghino eccellenti, i quali, se parli loro di “declino” del teatro, si offendono pure.
Non credo che questo deragliamento sia un fenomeno passeggero, forse c’è da aspettarsi di peggio.