Crollo dei valori, livida metafora di Ostermeier. La Germania di ieri o di oggi? Maria Braun: entreneuse o puttana?

collage Maria BraunVENEZIA, sabato 1 agosto  ● 
(di Paolo A. Paganini) “Die Ehe der Maria Braun” (Il matrimonio di Maria Braun), trasfigurazione teatrale di Thomas Ostermeier del celebre film di Rainer Werner Fassbinder del 1978, è la storia di una metafora. Per Fassbinder era la metafora del dopoguerra germanico, dal 1943 al 1954: dalla distruzione alla rinascita (con, all’orizzonte, il futuro di una cinica e spietata società capitalista del benessere). Ma intanto, con la pace, la Germania doveva fare i conti con la fame, le macerie, i morti, i disperati reduci di guerra, mutilati nel corpo o nell’anima, i civili che sopravvivevano solo grazie al baratto e al mercato nero. Era, tutto sommato, il quadro che si presentava agli occhi dei soldati americani, che tuttavia, più che al Piano Marshall, pensavano al boogy boogy, alle donnine di piacere, nello stordito godimento di una felicità a buon mercato. Erano giovani. E soprattutto bisognava dimenticare. Magari in fretta.
In questo ambiente di vinti e vincitori si sviluppa la storia di Maria Braun, frettolosamente sposata al sergente Herrman, subito mandato sul fronte russo, e lì disperso, forse morto, lasciando la giovane moglie arrangiarsi con l’unica mercanzia della sua giovane avvenenza per provvedere a sé e ai familiari. Maria fa neologisticamente l’entreneuse in un locale frequentato da soldati americani. La metafora di Fassbinder prende corpo. Non dice molto alla buona che Maria fa la puttana. Entreneuse suona meglio, è meno dispregiativo. E, trattandosi della metafora della Germania, la pruderie gli censura termini troppo crudi. Maria, dunque, non si vende, ma “intrattiene” rapporti “d’affari” con gli ex nemici, non come una volgare donnaccia di malaffare ma come accorta industriale del sesso. E così, sempre più intrattenendo, Maria copula con un soldato di colore rimanendone incinta, e buon per lei che l’angelo nero vola in cielo appena nato.
La Germania sa sempre rinascere, pardon, Maria sa sempre rinascere. Conosce un ricco industriale francese, o giù di lì, ne diviene l’amante e, nel contempo, donna di successo nell’azienda. Nel frattempo, come si sa, il redivivo marito torna, ha una rissa con il soldato nero, Maria interviene e per difendere il marito ammazza il povero e innocente soldatino di colore. Il marito se ne prende le colpe. Finisce in carcere, così consentendo a Maria di costruire, impunemente, per sé e per il marito un futuro di benessere. Che non ci sarà, perché tutto si paga. La storia termina nel 1954, con la Germania che vince il campionato del mondo di calcio per 3 a 2 sull’Ungheria, mentre in quell’anno Maria e il marito ereditano l’immensa proprietà dall’industriale appena morto d’infarto. Non ne godranno i frutti. A causa di una imprudenza, la casa esplode. Kaputt. Fine di un’epoca. La Germania è ormai pronta al grande inarrestabile balzo verso un benessere senza colpe e senza rimorsi. Il neocapitalismo, cinico e amorale, presto farà dimenticare fame e macerie. Questo secondo Fassbinder…
Ostermeier ne prosegue moralmente la storia, che, portata in teatro, acquista un alone algido, più doloroso che cinico, traghettando il proprio carico di simbolismi e di una svagata società senza più valori in una allusiva società dei nostri giorni. (Ma stiamo parlando della Germania o dell’Italia? Fate vobis). Sta di fatto che l’allestimento – che non può competere con l’immenso fascino del film di Fassbinder – diventa un fumoso bric-à-brac a scena aperta, dove tutto si svolge a vista, spostando ora un mobile ora una poltroncina, ora un vaso di fiori ora un tavolino di ristorante, in una cupa e sinistra tavolozza dove l’azione si confonde, il dramma si diluisce tra pallide ombre di personaggi senza valori, fra travestimenti, scambi di ruoli e di genere. Rimane ferma solo Maria, mentre tutto orbita intorno a lei tra sentimenti confusi, cinici egoismi e definitivi cedimenti morali. Proprio come la Germania (o l’Italia) di oggi.
Ci viene in mente, per approssimazione, la cinica storia di Donna Amalia in “Napoli milionaria” di Eduardo. Probabilmente oggi Eduardo ci ripenserebbe prima di scrivere la famosa “ha da passà ‘a nuttata”. La “nuttata”, in una metafora contemporanea, non è passata. La povera Rituccia, nonostante la penicillina, non ce l’ha fatta. E Gennaro, marito buono e imbelle di Amalia, continuerebbe ad essere disprezzato dalla moglie intrallazzatrice. Altra parafrasi d’una Italia che si sovrappone per lontane analogie alla storia di Ostermeier. Sia là che qua, crolli e macerie morali sono eguali.
In quasi due ore e mezzo senza intervallo, al Teatro Goldoni, l’allestimento di Ostermeier, saltabeccante (poco convincente, senza una più rigorosa presa di posizione e definizione dei personaggi, al di là del divertimento, talvolta facile e gratuito), è stato apprezzato e applaudito, anche perché, sopra a tutti, emerge una interessante Ursina Lardi, che non ci fa troppo rimpiangere l’omologo ruolo fassbinderiano di Hanna Schygulla, e, in subordine, di Thomas Bading, e, via via, di Robert Beyer, Moritz Gottwald, Sebastian Schwarz, in un fregolismo interpretativo di una trentina di ruoli diversi.