Dedicato a Renato Palazzi ● Una volta la critica era protagonista. Con la crisi dei valori, divenne serva di scena

MILANO, lunedì 15 novembre (di Andrea Bisicchia) Il declino delle forme artistiche e, in particolare, del teatro, nel terzo millennio, è dovuto ad alcuni fattori: la perdita di punti di riferimento, quali potevano essere quelli dei grandi registi del recente passato, l’assenza di autori capaci di scrivere storie che avessero un carattere universale e non frammentario, se non cronachistico, senza alcuna sublimazione e con la volontà di sostituire la parola con l’immagine.
Forse la scelta più nefanda è stata quella di alcuni direttori dei grandi quotidiani, a cominciare da Paolo Mieli, che decisero, qualche decennio fa, di utilizzare la critica teatrale una volta alla settimana, riducendola a serva di scena, contro cui tu, caro Renato, ti sei sempre battuto, perché l’hai utilizzata facendola sentire protagonista, credendo, non solo nel teatro di regia, ma anche in quello capace di svecchiare i linguaggi della messinscena, tanto che , le due categorie, ti attendevano con ansia, perché amavano confrontarsi con chi, professionalmente, possedeva gli strumenti per giudicare i loro spettacoli.
Facevi parte di quei critici liberi che esprimevano, con competenza, i loro giudizi, ciascuno con le proprie opinioni e le proprie visioni e che, si dice, appartenessero alla fase della modernità. Oggi, in nome di una post-modernità, si accetta qualsiasi realizzazione che, però, si preferisce chiamare evento. Eri consapevole del fatto che la critica fosse andata in crisi per la folta produzione di spettacoli, spesso realizzati in casa, alquanto autoreferenziali, solo che l’eccesso ha fatto sì che, i critici rimasti, si sentissero in dovere di fare delle scelte, contribuendo ad alimentare l’anonimato di tanti che hanno scelto il teatro come mestiere, sentendosi, spesso, sopraffatti da troppi accumuli di performance, di reading, di spettacoli improvvisati.
Hai sempre creduto in principi estetici a cui fare riferimento, benché siano venute a mancare certe teorie per accedere alle loro applicazioni, contribuendo a rendere residuale l’esperienza critica, relegata sempre più a serva di scena, visto che i nuovi registi, facendo grande uso di spiegazioni retoriche del loro operato, finiscono per considerarsi esegeti di loro stessi.
Ciò che si nota, sulle scene, è un gran dispendio di narrazioni, di autobiografismi che interessano ben poco, oltre che la presenza ingombrante dell’Independent curator che è da considerare un allestitore, un organizzatore e critico di se stesso. Si tratterrebbe di una forma di ibridismo di cui risentono anche molte messinscene, messo in pratica da chi sostiene di non credere alla funzione della critica perché incapace di elaborare un pensiero forte o perché la considera troppo accondiscendente, accusandola, persino, di avere smarrito la sua vocazione.
Tutta colpa del Post-moderno?
La verità è ben diversa, si cerca di eliminarla perché possiede ancora il potere di giudicare in una società dello spettacolo che evita, in tutti i modi, di farsi giudicare.
Eppure erano in molti a volersi far giudicare da te, caro Renato, grazie alla tua enorme passione e competenza.