Di qua mafiosi e camorristi, di là lo Stato. E in mezzo? Affiliati, associati, fiancheggiatori, opportunisti e colletti bianchi

10.5.16 mafia(di Andrea Bisicchia) Le cronache di questi ultimi tempi registrano due fatti: le continue vittorie dello Stato sui clan mafiosi e camorristi e le ambiguità, se non l’uso troppo utilitaristico, dell’antimafia, cortina di tornasole per uomini spregiudicati. Antonio La Spina analizza questi due momenti in un volume pubblicato da Il Mulino: “Il mondo di mezzo. Mafie e Antimafie”, costruito su otto capitoli, arricchiti da una accurata bibliografia, nei quali l’autore, che è professore ordinario di Sociologia e di Politiche pubbliche, analizza il cambiamento e il posizionamento delle mafie avvenuto dopo le stragi del ’93, in cui persero la vita Falcone e Borsellino, aprendo gli studi alla nuova Era, quella delle recenti realtà mafiose e dei loro modi di organizzarsi e svilupparsi, utilizzando scorciatoie nell’elaborazione dei nuovi interessi economici, che appassionano le cellule criminali delocalizzate e distinte in entità diverse, dove un posto particolare occupano sia “Il mondo di mezzo”, sia l’antimafia.
L’autore sostiene che, così come vi è un mondo di mezzo tra quello ultraterreno e il sottomondo, ovvero tra paradiso e inferno, alla stessa maniera esiste un mondo di mezzo nelle mafie gestito da affiliati, fiancheggiatori, collusi, associati, opportunisti, colletti grigi e bianchi, oltre che da molte imprese in difficoltà. È ancora la cronaca giornaliera a darci notizie di una così vasta dimensione, mentre l’approccio di La Spina è rigorosamente scientifico, come lo sono gran parte delle pubblicazioni avvenute dopo gli anni Ottanta, tanto da poter tentare una demarcazione degli studi del fenomeno mafioso tra il prima e il dopo Buscetta.
L’autore, inoltre, distingue tra mafia silente, mafia “replicante” e mafia sommersa. La prima si limita soltanto agli affari, la seconda è quella meno attiva, la terza si presenta come non strutturata a dovere. La mafia silente fa ricorso alla “fama” del capomafia, tanto che è sufficiente questa per ottenere, senza intimidazioni o violenza, quanto richiesto. L’autorevolezza, da sola, si presenta come una minaccia, mentre la forza corruttiva può essere impiegata senza spargimento di sangue, specie se trova collaborazione nelle zone grigie che permettono collusioni con la politica e, soprattutto, con la burocrazia, attraverso scambi occulti, artatamente silenti, visto che il rischio di intercettazioni, pedinamenti, ritrovamenti di tabulati telefonici, di operazioni sospette, di ritrovamenti di materiale interessante, ha permesso una conoscenza sempre più scientifica del fenomeno criminale.
L’autore dedica un capitolo al rapporto tra cristianesimo, Chiesa cattolica e mafiosi, che vanta, anche questo, una serie di approfondimenti, l’ultimo dei quali “Acqua santissima” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, edito da Mondadori. Riferendosi a una periodizzazione fatta da Cataldo Naro, La Spina, dopo un breve inquadramento storico, dove spiega perché la Chiesa, in primo momento, preoccupata della avanzata del comunismo, avesse accettato una collaborazione silenziosa con la mafia, tanto che, in quegli anni, il Cardinale Ruffini poteva parlarne come di un fenomeno delinquenziale, in un secondo momento, potrà “prendere la parola”, con l’avvento del Cardinale Pappalardo, cominciando a utilizzare la scomunica, fino, in un terzo momento, a “urlare”, quando Giovanni Paolo II ne dichiarerà la incompatibilità, attraverso l’anatema “Mafiosi convertitevi!” (1993), o quando Papa Francesco, nel 2014, a Sibari, definirà gli appartenenti alla ‘ndrangheta , “adoratori del male”.
La Spina cerca di dipanare la complessa realtà, con la consapevolezza che tutte le mafie possono essere sconfitte solo con la conoscenza, invitando le Istituzioni a non dimenticarlo. La memoria critica di un passato fondato su infiniti sospetti è necessaria per creare un futuro senza sospetti.

Antonio La Spina, “Il mondo di mezzo. Mafie e Antimafie” – Il Mulino 2016 – pp 208 – € 15