E dai creativi deliri pandemici di Marco Paolini è nato uno spettacolo un po’ folle un po’ nostalgico, da non perdere

MILANO, mercoledì 17 novembre ► (di Paolo A. Paganini) Ne siamo usciti tutti malconci, dopo quasi due anni di reclusione domestica. E il maledetto Covid è ancora lì, che sembra aspettare al varco, per colpire a tradimento. Fisicamente, o psicologicamente, o in entrambi i casi.
Eppure non tutti hanno sacrificato, sull’ara dei rimpianti e del tempo perduto, gli ultimi fuochi della speranza, dell’ottimismo.
Forse, si son salvati gli artisti. Han chiuso le finestre, e, nei loro studi, sono volati alti negli immensi cieli, tra i colorati aquiloni della loro fantasia. E hanno trovato le strade immaginifiche della creatività: poeti pittori scrittori eccetera.
Marco Paolini, per esempio.
Ci si è messo con feroce e tetragona volontà. Dai cassetti dei ricordi ha estratto pagine su pagine. E poi si è detto, credo: “Toh, potrebbe essere uno spettacolo!”, e venne fuori subito anche il titolo, lui che vien da Belùn, da Belluno, incantevole città ancora dentro il Veneto, ai piedi delle Dolomiti, con Cortina – quasi – a un tiro di schioppo. E s’è ricordato d’un tipico saluto amicale, incontrando qualcuno su qualche sentiero di montagna: “Sani!”, e l’altro rispondeva: “Sani!”. Che è come dire: “Stame ben!” (Stammi bene).
E questo è stato il titolo beneaugurante del nuovo spettacolo: un’ora e cinquanta al Piccolo Teatro Strehler, quasi pieno, ma sempre con le odiate mascherine, e che il cielo le abbia in gloria.
In quasi due ore, tutte d’un fiato e con musiche e canti e balli, si fa per dire, Paolini ha tirato fuori ricordi d’infanzia, storie ai limiti di strane follie trigonometriche, esaltazioni sulla biomassa, che sembrano uscite da qualche California Institute di Pasadena, elucubrazioni scientifiche sul peso della vita sulla terra, e nazisti armati, in casa, a cercar partigiani in granaio (lui non c’era, ma raccontò mammà); e i sogni segreti della genitrice negli anni Quaranta (poter ancora mangiar banane!), e questo me lo ricordo anch’io, perché anch’io ebbi teutonici armati per casa, quando portarono via mio padre. E anch’io sognavo banane!
E, dato che ci siamo, parliamo pure di Carmelo Bene. Non so perché, ma fa colore. Il divino Carmelo, si ritrovò, allora, a Treviso, sotto lo chapiteau d’un circo, tra attori e improvvisati impresari, vicino alla stazione, tra lo sferragliar dei treni. E con qualche moccolo tirato giù per tenere allegri i santi. Non c’entra niente, ma è servito per indicare i primi approcci teatrali di Marco Paolini. E poi i riferimenti a Giorgio Gaber. E, prima ancora, la vita semplice povera e felice (si chiamava giovinezza), tra monti, campagne e città, prima che trionfassero asfalto, frigoriferi, telefoni, cellulari e tutti i bastardi tecnologici, che, fino ad oggi, hanno avuto il mortificante sopravvento di tante schiavitù.
E addio mondo felix…
Il pubblico, ora, si divertì assai alle follie fabulatorie del nostro bellunese. Anche perché, diciamolo pure, lo spettacolo si avvale d’un musicista di multiforme ingegno, che suona chitarra e armonica a bocca, Lorenzo Monguzzi.
Ma soprattutto c’è la fantastica presenza di una cantante ballerina dai veli color sangue, che si muove con la voluttà d’una geisha ed ha una voce di prestigiose tonalità, simili agli assoli della indimenticabile peruviana Yma Sumac. È un incredibile trionfo personale di straordinaria seduzione erotizzante. Si chiama Saba Anglana, cantante attrice nata a Mogadiscio, da padre italiano e madre etiope. Una presenza di rara potenza espressiva.
Allo spettacolo un po’ folle, il pubblico si è molto divertito, con applausi anche a scena aperta. Si replica fino a domenica 5 dicembre.

Informazioni e prenotazioni 02.21126116
www.piccoloteatro.org