E dopo il teatro classico, ecco il “teatro tecnologico”. Dalla multidisciplinarietà alla multimedialità, dalla scena al video

(di Andrea Bisicchia) Nulla nasce dal nulla, un assioma che vale anche per le forme teatrali che si sono avvicendate dalle origini a oggi. Per quanto riguarda il teatro del terzo millennio, credo che bisognerà partire da un testo di Lehmann (1982), pubblicato in Italia soltanto nel 2017, da Cue Press, per capire meglio come la tecnologia avrebbe interrotto il flusso del teatro classico per immetterlo in una nuova dimensione, quella del “post drammatico” che fa fatto ricorso alle nuove tecnologie per favorire l’invenzione di un diverso linguaggio scenico.
Anna Maria Monteverdi che, da anni, fa ricerca sulla nuova scena tra video mapping, interaction design e intelligenza artificiale, nel suo libro: “Leggere lo spettacolo multimediale”, edito da Dino Audino, parte proprio dalle considerazioni di Lehmann, arricchite dagli esperimenti di Svoboda, per proporre un metodo di lettura che riguarda la messinscena multimediale. Nel secondo millennio, leggere uno spettacolo voleva dire decifrare il sottotesto, oltre che il “saggio” scritto dal regista sulla scena. La “lettura” era, pertanto, di carattere introspettivo, con incursioni nel mondo della psicoanalisi da parte di Massimo Castri. Nel momento in cui cambia la modalità del racconto scenico, grazie all’apporto della tecnica visuale, capace di creare un nuovo doppio: quello dell’attore in scena e quello dell’attore in video, ci si accorge della insufficienza della “lettura” tradizionale, perché bisognava fare i conti con un linguaggio scenico che faceva uso dell’elettronica, del videoclip, del cinema, della grafica, dei comics, ovvero di una scrittura multimediale che si contrappone a quella multidisciplinare, con le sue ricostruzioni realiste della scenografia, con la recitazione tradizionale in uno spazio scenico ben dettagliato.
Si assiste così a un trapasso dalla multidisciplinarietà alla multimedialità, che ha alcuni antecedenti in “Falso Movimento” di Mario Martone, in “La gaia scienza” di Barberio Corsetti, in “Tam teatromusica” di Michele Sambin, in “Teatro Studio Kripton” di Cauteruccio, in “Studio Azzurro” e, soprattutto, in quei gruppi che presero il nome riassuntivo di “Teatri Novanta” che fecero apparizione al Pier Lombardo, selezionati da Antonio Calbi e teorizzati da Franco Quadri. Si tratta dei Motus, Masque Teatro, Raffaello Sanzio, Fanny Alexander, Teatro Clandestino, Teatro del Lemming, Kinkaleri, con i quali, allora, mi confrontai sull’uso proprio e improprio della tecnologia come mezzo necessario per svecchiare le convenzioni teatrali della prima metà del XX secolo, quando primeggiava la regia critica e l’apporto del grande attore.
Diciamo che questa esigenza di svecchiamento, la capì anche Ronconi che, pur lavorando sui classici antichi e moderni, sperimentò la tecnologia fondata sui carrelli, su elevatori e su binari che rendevano dinamica la scena alla quale faceva corrispondere una recitazione non tradizionale che verrà definita “ronconiana”. Anna Maria Monteverdi, conosce bene questi attraversamenti, tanto che, nella sua metodologia, si avverte un disegno storicistico, più che trattatistico, non per nulla, fa iniziare il suo studio da esperienze che si sono consumate alla fine del secondo millennio per introdurre il lettore in quelle del terzo millennio, per la comprensione del quale ritengo necessario partire da una ricerca collettiva raccolta in “La scena immateriale, linguaggi elettronici e mondi virtuali”, Costa e Nolan (1992) e dallo studio di Antonio Pizzo: “Teatro e mondo digitale”, Marsilio 2003, dove si teorizza la multimedialità legata alla performatività, con l’utilizzo di nuovi approcci analitici e di nuove modalità rappresentative.
Circa dieci anni dopo, con “La tecnologia nella sperimentazione teatrale italiana degli anni ottanta, tre esempi”, Annamaria Sapienza, cercò di dare un contributo per capire la continuità tra il secondo e il terzo millennio a cui facevo riferimento.
Nel 2011, Anna Maria Monteverdi scrive, per Franco Angeli, “Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità”, con introduzione di Oliviero Ponte di Pino. È l’inizio di un suo percorso che contamina esperienze nazionali con esperienze internazionali, per ridefinire i concetti di “integrazione”, “ipermedialità”, “interattività”, “digitalità”, “visualità”, che diventeranno comuni nell’elaborazione, anche linguistica, della drammaturgia multimediale. Determinante sarà, per la Monteverdi, la collaborazione con Robert Lepage e, in particolare, con la sua idea di “macchina scenica”.
Nel volume che stiamo esaminando, la Monteverdi disegna, in cinque capitoli, la sua idea di “spettacolo tecnologico” e di come si debba “leggere”, avvalendosi anche della svolta algoritmica del teatro e del passaggio dalla intermedialità alla transmedialità. Per fare meglio capire questo passaggio, fa ricorso a interventi critici di altri studiosi, per poter dimostrare come il famoso “copione”, non appaia più in forma di parole, bensì di digitalizzazione, attraverso la potenza e lo sviluppo incessante della computerizzazione. Risulta determinante anche l’apporto delle schede di alcune opere emblematiche, viste dall’autrice e da altri critici del settore, che sono, in fondo, delle recensioni. Non c’è dubbio che il teatro vada in cerca di nuove emozioni, solo che, queste, lo spettatore le prova partecipando ai pochi festival dove una simile tipologia di teatro trova ospitalità, dato che i palcoscenici tradizionali, dove si costruiscono le stagioni per gli abbonati, propongono, per il 95 per cento, il teatro dei testi e soltanto il 5 per cento, il teatro multimediale. Il risultato avvantaggia il “sempre eguale”, svantaggia il “sempre diverso” che è, in fondo, la consapevole condanna di tutte le avanguardie, col loro culto del provvisorio.

Anna Maria Monteverdi, “Leggere uno spettacolo multimediale – La nuova scena tra video mapping, interaction design e Intelligenza Artificiale”. Dino Audino Editore 2020 – pp. 160, € 19.