È la scienza della mente che ci fa percepire l’opera d’arte, non gli occhi, ma il cervello. Non è più tempo di miti e leggende

(di Andrea Bisicchia) Negli anni Sessanta, si accese un ampio dibattito sul rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica, tanto da coinvolgere, oltre che letterati, anche fisici molecolari, come Snow, e neuroscienziati, come Brockman.
In Italia il dibattito fu aperto da Vittorini, nel cui libro postumo: “Le due tensioni” (1967), cercò di indagare tale rapporto, in particolare quello tra letteratura e scienze umane. Ne 1995, Brockman avanzò l’ipotesi di una terza cultura, che facesse da mediazione.
Il premio Nobel (2000) Eric R. Kandel, nel volume “Arte e neuroscienze. Le due culture a confronto”, Cortina Editore, cerca di spiegarci come le cellule del cervello abbiano la capacità di elaborare le percezioni e le sensazioni che ciascuno di noi prova dinanzi a un’opera d’arte, come dire che la scienza della mente sia la sola che ci permetta di scoprire delle relazioni insospettabili nel percepire un’opera d’arte, tanto da poter considerare possibile la fusione tra neuroscienze e psicologia. Per Kandel, non è più tempo di ricostruzioni memorialistiche e non c’è più bisogno di ricorrere a miti o leggende, perché il confronto tra le due culture è da cercare altrove.
Per il neuroscienziato, la fine dello psicologismo tradizionale è opera del riduzionismo e del decostruttivismo che hanno generato, nell’arte figurativa, l’Espressionismo astratto, avendo affidato, all’atto creativo, un’importanza superiore a qualsiasi atto formalistico, grazie al quale muta anche il coinvolgimento percettivo ed emotivo dello spettatore, del visitatore di mostre, del lettore. Tale coinvolgimento è conseguenza del riconoscere la percezione come un integratore dell’operazione che compie il nostro cervello.
Allora la domanda da farsi è: noi osserviamo con gli occhi o con la mente?
La risposta è alquanto semplice: le nostre esperienze visive sono generate dal cervello. Gli occhi si limitano a fornirci delle informazioni, presentando un prodotto che dopo il cervello rielaborerà. Per il neuroscienziato, l’informazione entra attraverso il lobo occipitale e affida a quello temporale il compito di elaborarla.
Il riduzionismo serve non solo all’artista per concentrarsi su un tipo di creatività astratta, ovvero sulle linee, sul colore, sulla forma, sulla luce, ma anche allo scienziato per il processo di percezione visiva. A dimostrazione della sua tesi, Kandel passa in rassegna i protagonisti dell’Astrattismo americano, da Mondrian a de Kooning, Pollock, Rothko, Louis, Turrel, Katz, Warhol, Close. Le loro opere, infatti, permettono di esplorare l’unificazione che avviene tra scienza, mente ed estetica, mentre le neuroscienze ci offrono la possibilità di guardare l’Arte in modo diverso, attraverso associazioni emotive che provengono direttamente dalle strutture cerebrali.

Eric R. Kandel: “Arte e neuroscienze. Le due culture a confronto” – Cortina Editore, 2017 –  pp 236 – € 26.