Esplosione di applausi, anche a scena aperta, per Diego Florez (Romeo). Uno dei più grandi tenori di tutti i tempi

FIRENZE, giovedì 28 aprile (di Carla Maria Casanova) – Salvo rari casi, quando si è divi, un motivo c’è. Ma ci sono divi e divi. Nel proclamato campo dei tenori, Mario del Monaco e Pavarotti, due divi indiscussi. Ma anche Jussi Björling e Alfredo Krauss. Due divi altrettanto indiscussi, con diverso modo di fare carriera: senza stravaganze né esibizionismi, vita privata segreta e tranquilla.
Juan Diego Florez appartiene al secondo gruppo. Una ulteriore variante è che il suo divismo si situa in una eccezionalità vocale di genere virtuosistico (vedi i 9 do della Figlia del Reggimento…) di quelli cioè che le emozioni te le danno per la superiorità prevalentemente tecnica, acrobatica, non per palpiti del cuore. Ci fu Yma Sumac, l’usignolo delle Ande, che faceva prodezze mai sentite, né prima né dopo di lei, con salti, nel giro di una battuta, dal do sovracuto al registro bassissimo.
Diego Florez peruviano, diciassettenne allievo del Conservatorio di Lima, borsa di studio per continuare gli studi a Philadelphia, si rivelò nel 1996 al Rof di Pesaro (dove è da allora artista stanziale e da poco anche direttore artistico). Fu un salvataggio in extremis nel ruolo tenorile principale della Matilde di Sabran. L’anno seguente, a 23 anni, debuttava alla Scala diretto da Muti. Carriera stellare con indirizzo belcantistico. La BBC lo considera uno dei più grandi tenori di tutti i tempi. Tra l’altro Florez è notevole di fisico: asciutto, alto, bellissimo viso aristocratico. Ho scoperto che ha 49 anni. Anche i divi invecchiano.
Juan Diego Florez è Romeo in “Roméo et Juliette” di Gounod, andato in scena ieri sera al Maggio Musicale Fiorentino. Il sovrintendente Pereira ha confessato che l’aveva contattato per farlo debuttare in Norma come Pollione, ma Florez aveva arricciato il naso e gli aveva proposto questo Roméo. L’opera, mai eseguita al Maggio, ebbe una prima esecuzione a Firenze al Teatro della Pergola il 1° aprile 1868, sulla scìa della improvvisa passione generale per l’opera francese scoppiata alla fin-de siècle (di due secoli fa). “Roméo et Juliette”, come vuole l’amatissima storia shakespeariana, è l’opera dell’amore per eccellenza. Viene anche definita “un duetto d’amore lungo cinque atti”. Nonostante ciò, la struggente sua melodia non è riuscita a prevalere sulla straripante popolarità del “Faust”. Peccato.
E arriviamo al punto.
Da Juan Florez, che già da tempo si avventura nel repertorio romantico francese (Les Huguenots, Manon, Werther, Faust) ecco emergere, sempre restando la sua estrema facilità di squillo, un canto morbido e raffinatissimo. La qualità vocale di Florez non ha la bellezza straordinaria di Pavarotti o Jussi Björling, ma eccezionale è il ventaglio di sfumature e chiaroscuri che lui riesce a dispiegare. Nell’aria di Roméo “Lève toi soleil” (dall’incanto simile all’“O nuit d’amour” del Faust) esplode un luminoso empito di così trasbordante felicità da contagiare tutto l’uditorio. Quando la vicenda si trasforma in tragedia, il suo canto trasuda una sofferenza indicibile. Il pubblico fiorentino, seppur freddino di natura, non poteva non accorgersi. È stata un’esplosione a scena aperta. Quattro minuti di ovazione. Controllate: è tanto.
Io qui avrei anche finito, a parte la gradita sorpresa del pregevole timbro vocale del giovane basso russo Evgeny Stavinsky (padre Lorenzo) artista proveniente da una famiglia di musicisti, trasferitosi a Firenze dal 2004 al 2005 per studiare a Maggio Formazione. Prossimamente canterà in “Ernani” a Roma, a Bergamo e in “Otello” (di Rossini) a Pesaro. E bene il basso Adriano Gramigni nella pur piccolissima parte del Duca di Verona.
Se le ragioni di cui sopra mi paiono quelle (sole?) per cui vale lo spostamento a Firenze, capisco che non sta bene cavarsela così in una recensione.
Cito allora Juliette, la moldava Valentina Naforniţà, gradevole in scena ma di vocalità esagitata, a volte pesante nelle agilità (poca leggerezza nell’aria “Je veux vivre”, pezzo di bravura entrato in repertorio).
Il maestro ungherese Henrik Nánási, a capo dell’Orchestra del Maggio, aveva diretto meglio “Elektra” alla Scala, anzi là era stato proprio straordinario.
Al Coro del Maggio, impegnato a fondo, va molto del successo della serata.
Frederic Wake- Walker ha impostato la regìa sul versante tragico piuttosto che lirico, come si evince già dall’esordio orchestrale, ma l’inserimento onnipresente dei ballerini (coreografa Anna Olkhovaya) finisce per disturbare. A proposito, i ballerini (si direbbe un cospicuo corpo di ballo) sono 8 (otto)!!!
Sull’impianto scheletrico della scena (Polina Liefers) incombe il grande occhio malefico della Regina Mab, citata spesso nel testo e riportato – l’occhio- nel manifesto dell’opera.
Le masse si agitano con brutti costumi (Julia Katharina Berndt) più adatti per le streghe del “Macbeth” che non per i Capuleti e i Montecchi, mentre sono appropriate le fogge storiche dei protagonisti. Solo stupisce l’apparizione di Juliette (“Ah! Qu’elle est belle!”) in un tristissimo vestitino grigio.
L’opera si chiude non sui tradizionali corpi dei due amanti esanimi, ma su loro due visti di dorso, teneramente appoggiati l’uno all’altra, seduti su una panchina, come gli innamorati di Peynet. È una immagine commovente.
Lo spettacolo, in due atti, un intervallo, dura 180 minuti. È dato nella irrinunciabile lingua originale francese, con sopratitoli in italiano e inglese. Molto applauditi gli interpreti, qualche dissenso per l’allestimento.
Repliche 3, 5,10 maggio ore 20; 8 maggio ore 15.30.