Faccia a faccia tra il criminale nazista Eichmann, gretto e avido, e la filosofa Arendt, che si chiede perché tanta ferocia

MILANO, venerdì 25 febbraio (di Emanuela Dini) – È un confronto immaginario e immaginato, quello tra il gerarca nazista Adolf Eichmann, che ideò e diresse la “soluzione finale”, lo sterminio nelle camere a gas di sei milioni di ebrei, e la filosofa Hannah Arendt, che seguì e documentò il processo a Eichmann, svoltosi a Gerusalemme, dopo che lui, fuggito in Argentina grazie a documenti falsi procurategli dalla Croce Rossa, venne catturato da agenti del Mossad e trasferito in Israele.
Quello che si vede in scena, al Piccolo Teatro Paolo Grassi di Milano, con testo di Stefano Massini e regia di Mauro Avogadro, è appunto un confronto serrato, un teatro di parola, con riferimenti storici precisi, atti del processo e documenti, tra l’uomo meschino e la donna lucida in cerca di risposte.
Hannah Arendt (un’Ottavia Piccolo asciutta, severa, essenziale) vuole capire “dove comincia e perché comincia il male” e interroga e incalza un Adolf Eichmann (Paolo Pierobon, convincente nel disegnare più un uomo gretto e in cerca di rivalsa che un feroce aguzzino) frustrato, “mi chiamo Adolf, ma non sono un Führer”, e avido di carriera “volevo un ufficio centrale a Berlino”.
In 80 minuti di un atto unico viene ricostruita la carriera di Eichmann, le sue ambizioni di ascesa sociale, il suo ottuso senso del dovere, “Il mio lavoro era dare olio agli ingranaggi perché tutto filasse liscio”, la sua totale mancanza di rimorsi e senso morale, che gli fa sostenere che le camere a gas sono state la soluzione “meno spietata” e che gli ebrei dovrebbero ringraziarlo perché è stato lui a cacciarli da Vienna invece di ucciderli, scegliendo di salvare artisti, scienziati, intellettuali, “il miglior materiale biologico esistente”.
Un piccolo uomo che entra nelle SS per avere “stivali puliti, una divisa perfetta e un tovagliolo al collo” e non si pone domande su crimini e stermini, barricandosi dietro il ritornello tante volte sentito al processo di Norimberga, “Io ho solo eseguito gli ordini”.
Di fronte a lui, Hannah Arendt invece incalza, insiste, rievoca drammi, storie, crimini, invoca il valore della dignità, della giustizia, del riscatto, “l’essere umano sa anche ribellarsi al male”, cerca disperatamente di capire e alimentare una scintilla di coscienza nel gerarca. Senza riuscirci.
E Eichmann viene presentato quasi come un perdente, l’omuncolo che da giovane andava a pranzo nella casa dei ricchi amici ebrei a mangiare l’anitra speziata, “che mio padre non ha mai assaggiato nella vita”, e da gerarca, dopo aver votato la soluzione finale, non vedeva l’ora di sedersi a tavola “nella sala dove arrivava uno splendido odore di spezzatino”.
Il ritratto di un uomo mediocre, frustrato, arrivista e opportunista. Non un mostro, ma un burocrate avido e spaventosamente normale.
Operazione teatrale, sicuramente. Ma andiamoci piano con le “rivisitazioni”, perché è perlomeno inquietante umanizzare l’aguzzino che ha organizzato lo sterminio degli ebrei senza mai pentirsi, al punto da arrivare a dire «Salterò nella mia tomba ridendo, perché la sensazione di avere sulla coscienza cinque milioni di esseri umani è per me fonte di straordinaria soddisfazione».
Sala strapiena, moltissimi giovani, applausi ripetuti, meritati e convinti.

“Eichmann – Dove inizia la notte”, di Stefano Massini. Con Ottavia Piccolo e Paolo Pierobon. Regia di Mauro Avogadro. Prodotto da Teatro Stabile di Bolzano e Teatro Stabile del Veneto. Al Piccolo Teatro Paolo Grassi di Milano, via Rovello 2, fino a domenica 6 marzo.