“Fanciulla del West” bella ma non memorabile. Il forfait della Westbroek costringe a ripristinare i vecchi tagli di Toscanini

MILANO, mercoledì 4 maggio ► (di Carla Maria Casanova) La Fanciulla del West di Puccini alla Scala (dopo 21 anni). Serata dedicata a Gianandrea Gavazzeni. Riccardo Chailly l’aveva annunciata come “La ur-Fanciulla” illustrandone molto bene i connotati. A seguito di ricerche e ritrovamenti, era riuscito a ricomporre la partitura così come Puccini l’aveva scritta e alla quale, sin dalla prima esecuzione al Metropolitan (1910), Toscanini aveva apportato delle modifiche rese necessarie dalle allora condizioni di “acustica secca” del teatro. A Puccini dovevano essere andate bene, non avendo mai imposto il recupero della versione originale.

La fanciulla del west

Minnie fra le Montagne Rocciose della California

A me pare che quando un autore approva la versione definitiva di una sua opera, non si dovrebbe più andare a rovistare nelle precedenti.
Chailly ha giustamente fatto notare che Puccini non aveva neppure mai messo divieti a eventuali recuperi. Qui, in particolare, si trattava di battute tolte o modificate, sparse un po’ in tutta l’opera (75 + 34 nel primo atto, 175 differenze nell’orchestrazione, e così via fino a raggiungere la cifra tonda  totale di 1000 emendamenti).
Bene. Tutto ripristinato.
Ma tre giorni prima dell’andata in scena, la protagonista Eva-Maria Westbroek, già febbricitante da giorni, annuncia di dover disdire la sua presenza. Con un colpo di fortuna si riesce a cooptare un altro soprano con “in gola” il ruolo: Barbara Haveman. Però non si può certo chiederle di conoscere anche i tagli aperti. E allora cosa si fa? Si richiudono i tagli. (se non altro per le recite in cui canterà lei).
Ieri sera, per il pubblico (una parte di esperti, anzi, una piccola parte di esperti, per dirla tutta una parte numericamente ininfluente) il problema tremendo pareva poter individuare dove e quali dei 1000 cambiamenti, tra minimi e importanti, erano avvenuti. Di certo (ci arrivan tutti), tolto l’annunciato breve duetto tra Minnie e l’indiano Billy, ma gli altri? Oso dire che il dilemma non mi pare di vitale importanza.
Veniamo allo spettacolo.
È una storia di ricercatori d’oro tra le Montagne Rocciose californiane a metà 800. Rimarchevole il libretto, tratto dal dramma di David Belasco (Amore, amore. Paradiso, inferno, è quel che è. Tutto il dannato mondo s’innamora!” parole sacrosante). Il percorso della storia è realista. Da potersi condividere e compartecipare. Sul lato musicale, è risultata indiscutibile la lettura annunciata da Chailly: “più tenera e sfumata, con le passioni sanguigne di Puccini che pulsano con maggiore morbidezza”. Mai l’empito orchestrale è risultato così disponibile e coinvolgente. Madama Butterfly sprizza fuori da ogni frase dell’orchestra, con una marcia in più nel senso di evoluzione di scrittura e tensione musicale che annuncia un mondo sonoro nuovo (l’ampio attacco di apertura, la seconda parte del secondo atto, la perorazione di Minnie del terzo atto). Il terzetto dei protagonisti, cui si chiede una prestazione fuori dall’ordinario (tutti con dizione perfetta) presenta: Roberto Aronica, tenore della scuderia Carlo Bergonzi, rimasto da qualche tempo un po’ defilato e che riappare con uno squillo straordinario; l’altissimo (due metri e rotti) Claudio Sgura (sceriffo implacabile ma mai rozzo o brutale) e lei, la Haveman, piombata a debuttare alla Scala con questo ruolo. All’inizio fatica un po’. Spopola nell’ultimo, commovente, molto, molto persuasiva. I comprimari sono di altissimo livello.
Magistrale il coro diretto da Bruno Casoni . L’allestimento è firmato da Robert Carsen e dal suo staff (ma data di vent’anni fa). Da là a qui Carsen ci ha abituati a ben altri capolavori (a caso, Dialogues des Carmelites, Kat’a Kabanova, Götterdämmerung…). Carsen è uno dei 5 o 6 massimi talenti sulla piazza. Anche qui intelligenza e tocco di razza non mancano: l’inserimento del filmato d’epoca (primo atto), la foresta californiana contrabbandata con la sala di Broadway dove è di scena “The girl of Far West” (ultimo atto). Peccato quell’atto secondo, quello della mitica “partita a poker”. La baita di Minnie, la “graziosa stanzetta” è un geometrico, nudo, sinistro, sbilenco spazio grigio. La botola dove viene nascosto il bandito si apre enorme nel soffitto, le gocce di sangue che mettono lo sceriffo in allarme sono una cataratta neanche avessero sgozzato un animale. E anche la partita a carte, ma questa forse è colpa degli interpreti, avviene senza suspence. È il neo per cui questa Fanciulla non potrà essere ricordata come memorabile. Però tanti gli applausi. Presente la nipote, Simonetta Puccini.

Teatro alla Scala. Repliche: 6, 10, 13, 18, 21, 25, 28 maggio.
www.teatroallascala.org