Festa di matrimonio a Cinecittà nella sempre dilettevole ripresa del Don Pasquale di Donizetti con regia di Livermore

MILANO, domenica 12 maggio ► (di Carla Maria Casanova)Don Pasquale di Donizetti, in scena da ieri sera sabato 11, alla Scala, è una produzione di alcuni anni fa: quella con regia di David Livermore, autore, con Giò Forma, anche delle scene. I costumi sono di Gian Luca Falaschi.
Livermore, si sa, è regista pieno di fantasia, spesso e volentieri trasgressiva, ma se non esagera può sortire spettacoli pregevolissimi. Questo lo sarebbe se, nella ripresa fatta da altri, non ci fossero aggiunte inutili che hanno appesantito l’idea originale, di per sé notevole. Della malinconica storia del ricco scapolo attempato che vuole prender moglie (giovane e carina, s’intende) e viene intrappolato in una triste burla, Livermore dà una versione umoristica priva di malinconie. La “trovata” è arguta. Dall’inizio alla fine, su don Pasquale aleggia la terrificante ombra della madre, che ne ha fatto un figlioletto mai cresciuto. Si inizia con un fuori campo del funerale di detta signora e si conclude con la sua immagine vincente, anche dall’al di là. Ci sono brevi intermezzi spassosi che illustrano i vari interventi della madre durante la vita del povero Pasquale.
La festa imbandita dalla neo-sposina viene trasferita in una Cinecittà degli anni del bianco e nero, con colori uniformi, dove si sta girando un film sulla Roma antica. Vivace il contrasto con gli sgargianti costumi. Inaspettata, la sposina vi arriva su una Giulietta decapottabile bianca che a un certo punto prende le vie del cielo, con lei dentro, per un volo panoramico su Roma. Nella festa la confusione è eccessiva e il gestire dei personaggi molto caricato.
Il tutto è anche accompagnato da un’orchestra tenuta da Evelino Pidò al massimo, per volume e per velocità. Ottima la prestazione del Coro della Scala. Nel cast emerge, per qualità vocale e per sapienza scenica, il protagonista Ambrogio Maestri, molto dimagrito ma sempre un omone che incarna alla perfezione lo scapolone incallito (“un uomo qual voi, pesante e grosso…). Maestri ha anche certi personali sottili accenni di controfigura.
È vivace e disinibita nella sua celebre aria “so anch’io la virtù magica” la Norina di Andrea Carrol.
Laurence Brownlee (Ernesto), Mattia Olivieri (Malatesta), Andrea Porta (Notaio) sono adeguati ai propri ruoli, anche se il Notaio è troppo esagitato (colpa della ripresa della regia?).
Lo spettacolo si lascia vedere con diletto del pubblico. È dato in due atti con un intervallo. Durata totale due ore e mezza.

Le recite proseguono i giorni: 17, 25, 28, 31 maggio e 4 giugno.