Filottete, confinato in una grotta per il puzzo di una ferita. Ma agli Atridi, per sconfiggere i Troiani, serviva il suo arco

(di Andrea Bisicchia) “Filottete” di Sofocle è una tragedia poco frequentata da registi e attori, dagli anni Sessanta a oggi si contano, in Italia, tre messinscene: due al Teatro Greco di Siracusa nel 1984, regia Walter Pagliaro, con Giulio Brogi e Beppe Pambieri, e nel 2011, regia Giampiero Borgia, con Sebastiano Lo Monaco; una al Teatro Olimpico di Vicenza, regia Giuseppe Marini, con Pino Micol. Mentre ci risulta che, proprio quest’anno, Kae Tempest, Leone d’Argento alla Biennale di Venezia, ha adattato a Londra (4 agosto), il dramma di Sofocle con un cast tutto al femminile e che ha puntato la sua interpretazione sul concetto di esclusione del malato e sull’enigma della condizione umana.
Allora, perché “Filottete” è così poco frequentato?
Forse perché non si tratta di una tragedia vera e propria, visto il finale positivo, a meno che non si ritengano tragici la solitudine e l’esclusione che sono il vero dramma del protagonista, con problematiche che appartengono alla sfera della psiche, a causa della sofferenza per il suo corpo martoriato, essendo stato, un piede, morso da una vipera, rendendolo purulento, tanto che il puzzo della ferita era talmente forte che gli Atridi decisero di confinarlo in una grotta, presso l’isola disabitata di Lesmo, che fa pensare a un melodramma, a lieto fine, del Metastasio che ha per titolo “L’isola disabitata”. In quest’isola non si rappresenta soltanto la solitudine dell’escluso, ma anche il suo dolore, la sua sofferenza e, soprattutto, “lo scandalo del male”, ad opera della politica, attenta a fare coincidere il potere con l’utile che, nel caso di Filottete, consiste nell’arco in suo possesso, dono di Eracle, determinante, secondo un oracolo, per sconfiggere i troiani, grazie alla potenza delle sue frecce. In tal modo, quella che doveva essere la tragedia dell’esclusione, dell’inutilità di Filottete, prima della sentenza oracolare, si trasforma in una tragedia politica.
Enrico Testa che non è un grecista, bensì un italianista, essendo docente di Lingua Italiana all’Università di Genova, oltre che un noto poeta, le cui raccolte sono state pubblicate da Einaudi e un saggista per aver dedicato degli studi a Montale e a Sanguineti, ha deciso di tradurre “Filottete” per l’Editore Il Mulino.
Il suo approccio alla tragedia di Sofocle è, prima di tutto, di carattere linguistico, non per nulla egli la definisce: “una tragedia della parola”, dato che, in fondo, sulla scena non accade nulla, se non la messa in pratica di una ennesima astuzia di Ulisse che, avvalendosi del giovane Neottolemo, cerca di aggirare la buona fede di Filottete, per impossessarsi dell’arco e favorire la vittoria dei greci.
Enrico Testa non ha dubbi che si tratti di una “partitura verbale”, dove spicca la “dimensione pregrammaticale e intimamente vocale delle interiezioni”. A suo avviso, le emozioni dei personaggi e, in particolare, di Filottete non sono altro che proiezioni di stati emotivi che non si esprimono attraverso un processo mimetico, dato che “la parola spezza frequentemente il verso e costringe il discorso in sincopate misure paratattiche”, ma attraverso il ritmo e il suono della parola stessa. Basterebbe confrontare la sua traduzione, che so, con quella di Vico Faggi, pubblicata da Einaudi, per notare la differenza, preferendo, quest’ultima, l’andamento prosastico, completamente opposto a quello poetico del Testa, che non vuole essere né una riscrittura, come quelle di Gide e di Muller, per citare le più note, né un rifacimento, ma una traduzione che evidenzia la potenza della poesia sofoclea, come si evince, per fare un esempio, dall’addio finale di Filottete all’isola che lo aveva ospitato che, proprio per la intensa musicalità del verso, fa pensare all’Addio ai monti di Lucia nei “Promessi Sposi”.
Il volume è corredato da una dotta introduzione, un vero e proprio saggio sul “Filottete” e da una Nota bibliografica, dove Enrico Testa tratteggia i suoi crediti e dove ricorda la traduzione di Giovanni Cerri nel volume pubblicato dalla Fondazione Lorenzo Valla, a cura di Guido Avezzù, di cui Testa ammette di aver tenuto conto.

Enrico Testa, Sofocle, “La solitudine di Filottete”, Il Mulino 2021, pp. 168, € 14.
www.mulino.it