“Finale di partita”, possente allegoria del male di vivere. Con un imperdibile Glauco Mauri, decano del teatro italiano

MILANO, mercoledì 24 ottobre ► (di Paolo A. Paganini) Una immane catastrofe, forse nucleare, ha distrutto ogni forma di vita sulla terra. Non c’è più nulla. Solo deserto, desolazione, silenzio, in un cielo senza sole, su una landa sabbiosa, senza verde, senza mare.
In un grigio capannone, sopravvivono Hamm, un anziano signore cieco, incapace di muoversi, seduto su una poltrona a rotelle nel centro di una sala con due alte finestrelle; il servo Clov, che, al contrario, è condannato a non sedersi mai e accudisce l’insofferente e incontentabile infermo,da lui continuamente tiranneggiato. Dipendenti l’uno dall’altro, litigano da anni. E, in due bidoni della spazzatura, vivono anche i due vecchissimi genitori dell’infermo, Nagg e Nell, in idiotica regressione semivegetativa, tra farfuglianti ricordi di gioventù.
In queste poche righe c’è tutta la struttura drammaturgica di “Finale di partita” (1957), di Samuel Beckett. Nello stesso tempo, rappresenta anche la desolazione di uno sviluppo scenico, dove tutto si limita a poche azioni, ripetitive e stereotipate, statiche e immutabili, tra parole a vanvera e frasi senza senso, che ingenerano una macabra comicità, una disperata grottesca ironia.
Il titolo dell’opera rimanda chiaramente a una partita a scacchi, giocata qui fra perdenti (i due interpreti simboleggiano in realtà due pezzi degli scacchi, Hamm il Re, e Clov l’ultimo Pedone di una umanità che ha ormai perso tutti i suoi pezzi). Il finale della partita vien da pensare che forse, nella realtà, è già avvenuto, proprio con quella catastrofe universale di una apocalittica distruzione, che ha lasciato un universo privo di vita. E le parvenze di una claustrofobica esistenza sarebbero soltanto reperti di antichi simulacri, frammenti di vite vissute.
Viene dunque da chiedersi, secondo un’interpretazione personale, ma plausibile: i nostri quattro disperati protagonisti, relitti umani senza un futuro, senza sogni, senza illusioni, sono già morti? E non se ne sono ancora accorti? E poi, l’azione non azione è già la condanna definitiva in un vuoto girone senza vita, dove la pena è appunto la dannazione di una ripetitività all’infinito? I personaggi sono dunque solo fantasmiche immaginette di un antico rituale di vita?
Come dire: tutti saremo dannati, questo sarà il nostro inferno. È lo stesso Beckett a suggerircelo.
Abbiamo avuto tante occasioni di vedere rappresentato questo rivoluzionario “classico” della drammaturgia del Novecento, tragica metafora di un umana solitudine sovrastata da una perenne ombra di morte. Talvolta si è anche riso. Disperato sghignazzo fatto a sé stessi. Ma il più delle volte “Finale di partita” è stata seguita da attenti e riflessivi silenzi.
A personale memoria, c’è stata una sola rappresentazione disastrosamente comica e indimenticabile. Nell’86, sulla scena del Nuovo, il cieco Hamm era impersonato, udite un po’, da Walter Chiari, e il servo Clov da Renato Rascel. E fin qui, a parte gli interpreti, niente da ridere. Ma se si considera che i due attori non avevano mandato a memoria la parte e recitavano con l’auricolare, già è immaginabile il risultato precario e vacillante dell’operazione. Se poi si aggiunge che anche gli auricolari smisero di funzionare, “Finale di partita” divenne una specie di operazione a canovaccio senza più Beckett, con battute improvvisate e scene da commedia dell’arte. O quasi.
Anche questo è teatro.
Ma teatro alla grande è stato ora quello di Glauco Mauri e Roberto Sturno, che, al Piccolo Teatro Grassi, in un’ora e venti senza intervallo, han dato prova di una feroce e fedele rappresentazione di Beckett, in un rituale laico solenne e commovente. Pubblico in religioso silenzio, durante una celebrazione di assoluto rigore contestuale, con un “celebrante”, Glauco Mauri, sulla sua regale poltrona a rotelle piantata in mezzo alla scena, simbolo di un’assurda centralità dell’uomo, con le sue illusioni, i suoi fallimenti, le sue perfide amarezze, le sue cattiverie, ma pur sempre artefice dei propri destini. Più nel male che nel bene, senza pietismi e nostalgie, senza tenerezze, né compassioni.
Un grumo di male, il male di vivere, al quale l’ottantottenne Glauco Mauri ha dato, con innocente e poetica passione, quasi una summa delle sue infinite celebri interpretazioni.
Da non perdere.
Roberto Sturno è stato come sempre all’altezza di una superba maturità artistica.
Nudo e suggestivo allestimento scenico di Maria Crisolini Malatesta. Musiche affascinanti e vagamente posticce di Giacomo Vezzani.
Regia di Andrea Baracco con qualche soluzione sconcertante: ha sostituito i due bidoni della spazzatura (di per sé intoccabili) con due cassettoni, somiglianti più a frigorifere celle da morgue che non a luridi contenitori di umane spazzature. Dentro, nudi come vermi, senza un perché, Nagg e Nell (i pazienti e generosi Marcella Favilla e Mauro Mandolini).
Applausi con tanti significati di riconoscenza, specie per l’anziano decano del teatro italiano.
Si replica fino a domenica 4 novembre.

Informazioni e prenotazioni 0242411889 – www.piccoloteatro.org