Forse secondaria rispetto ad altre opere di Giordano. Ma “Siberia” rifulge sotto la bacchetta travolgente di Noseda

FIRENZE, venerdì 9 luglio ► (di Carla Maria Casanova) Proporre un’opera dal titolo Siberia, mentre fuori il barometro segna 37 gradi può sembrare, escludendo la battuta di spirito, un gesto di complice sostegno, se non altro morale, verso gli spettatori stremati. Così non era. Il MMF (Maggio Musicale Fiorentino) che ha eroicamente fatto fronte a tutta la sua programmazione, durante questa sciagurata pandemia, ha semplicemente recuperato questo desueto titolo giordaniano perché così era stato stabilito dall’inizio, si deduce su pressione di Gianandrea Noseda, che l’ha diretta.
La pressione di Noseda è suggerita dalla sua dichiarazione: “Secondo me Siberia è l’opera più bella di Giordano”.
Noseda, milanese, per dieci anni direttore musicale del Regio di Torino, per oltre venti direttore artistico del Festival di Stresa, ospite regolare al Met, Scala, Covent Garden, Tokyo, Salisburgo, ha accumulato una lunga esperienza a San Pietroburgo, chiamatovi da Gerghiev. Da lì la sua straordinaria frequentazione del repertorio russo. Siberia certo repertorio russo non è, ma ci strizza l’occhio con impudenza.
Forse è il titolo che ha sedotto Noseda? Tant’è che la sua direzione è stata sfolgorante, intensa, davvero travolgente.
L’opera, d’altronde, apparsa nel 1903, ebbe un certo successo. Lo stesso Toscanini la diresse a Buenos Aires. Poi sparì dai cartelloni. Di Giordano rimasero, intoccabili e sempre applauditissime fino ai giorni nostri, Andrea Chénier e Fedora. Nemmeno Madame sans gêne o La cena delle beffe hanno avuto un prosieguo più esaltante.
Ora a me vien fatto di pensare che quando un’opera sparisce e un’altra invece perdura nel tempo, un motivo ci sarà. Siberia ha belle pagine sinfoniche, un preludio lento e solenne al secondo atto, arie drammatiche e una accattivante ballata tipo quella di Mefistofele. Ma, appunto parlando di arie, motivi, non c’è verso che ne rimanga in mente uno. Vuoi mettere un “Amor ti vieta” o “La mamma morta” o “Vicino a te s’acqueta!” ??? In Siberia si sente echeggiare il coro dei Battellieri del Volga, ripreso pari passo, ma quello non conta. Nel primo atto, c’è anche il malinconico coro dei mugiki, tanto che uno si chiede se per caso non si è sbagliata opera e sta ascoltando il Boris. Ma anche quello non conta.
La storia, pure lei, è di stretta osservanza russa (i soggetti russi erano di grandissima moda all’inizio Novecento). Si svolge tra san Pietroburgo e la Siberia. Autentico Dostoevskij (Memorie di una casa dei morti). Anche Tolstoj e Turgenev. Protagonista una bellissima donna, sedotta a 15 anni da un lenone e portata alla prostituzione di alto bordo. Ma poi lei si innamora sul serio per la prima volta. Il prescelto è un povero soldatino e per lui lei lascia la “cattiva strada”. Lui è condannato ai lavori forzati per un omicidio, e lei lo segue in Siberia dove invano verrà a rintracciarla il suo antico protettore. In un tentativo di fuga con il suo giovane amante lei viene uccisa da una guardia di frontiera. Fine.
C’è che a nessuno gliene importa niente di questa storia, nemmeno troppo originale. Noi abbiamo fatto il pieno con Traviata e ci basta. Mi domando chi o cosa sia la causa di questo disinteresse. Magari l’improbabile libretto. Ma qui devo fermarmi perché Giordano così si espresse in proposito con il librettista, che era Luigi Illica: “Ricordati quello che oggi ti dico: Siberia è il più bello, il più vero, il più forte di tutti i tuoi libretti.”  Non vorrò saperne più di Giordano!? Magari l’Autore, sull’onda dell’entusiasmo…  un tantino di parte…
Si è capito che la storia non mi ha preso. Gli interpreti però ce l’hanno messa tutta. Sonya Yoncheva (debuttante nella parte della protagonista) è soprano prestigioso. Il giovane tenore georgiano Giorgi Sturua (Vassili) possiede il famoso “squillo”; il baritono romeno George Petean (Gléby, il protettore) già forte di un curriculum molto sostanzioso, ha dimostrato grande musicalità (è anche diplomato in pianoforte e trombone) e particolare scioltezza in scena.
Ma forse questi ruoli chiedevano voci di tradizione più “italiana” (allora erano Giovanni Zenatello, Rosina Storchio, Giuseppe de Luca, poi sarebbero stati Lauri Volpi, Magda Olivero…)
All’allestimento ha pensato il regista Roberto Andò, coadiuvato da scene e luci di Gianni Carluccio, costumi di Nanà Cecchi. L’ambientazione è onesta (sempre ricordando le distanze!) con l’aiuto di molte proiezioni (video designer Luca Scarzella). Sono luminose le sale del primo atto, poi si piomba in una terribile buia Siberia dove rimbalzano vorticosi fiocchi di neve. Molto, molto deprimente. Ma così ha da essere. Nel libretto ricorrono le parole “dolore sempre, morire, soffrire…”
Non mi è stata chiara l’apparizione sullo sfondo della faccia di Stalin mentre il coro esulta “Oggi è Sabato Santo e il ciel fa festa!!”.
Né mi è stata chiara la costante presenza di una troupe cinematografica che segue e riprende i momenti salienti della storia. Teatro nel teatro? Ma è un dettaglio. La messinscena è godibile, compiuta con gusto e senza inutili stravaganze.
Lo spettacolo ha ottenuto molto successo. Importante l’apporto del coro, impegnato a 360 gradi. Su tutti ha imperato il trasporto del direttore Gianandrea Noseda.

“Siberia”, di Umberto Giordano, ultima opera del Festival MMF 2021, due atti e un intervallo, dura due ore e 15 minuti. Si replica il 10, 13, 16, sempre alle ore 20.