Fra teatro e fumetto, il dramma della follia. Il mito di Oreste, in un suggestivo bagno dialettale della Bassa Romagna

BAGNACAVALLO (Ravenna), martedì 26 ottobre ► (di Andrea Bisicchia) “L’Oreste“ di Francesco Niccolini è un titolo alla Testori, come L’Edipus, la Gilda, la Maria Brasca, testi nei quali la lingua si tinge di dialettalità, quella milanese per Testori, quella romagnola per “L’Oreste”, come dire che l’operazione linguistica è determinante per dare al testo una sua originalità, specie quando utilizza forme archetipali che hanno a che fare col mito, a cui si ricorre, spesso, per parlare del nostro presente.
“L’Oreste”, andato in scena al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, ritenuto La Scala della Bassa Romagna, prodotto da Accademia Perduta/Romagna Teatri, dalla Società per Attori, in collaborazione con Lucca Comics & Games, è un dramma della follia, il cui protagonista ha sperimentato forme molteplici di dolore che hanno generato i suoi disturbi mentali e che lo hanno portato a uccidere la madre, causando il ricovero nel manicomio di Imola, dove è rimasto rinchiuso per trent’anni. L’omicidio, conseguenza del tradimento della madre (novella Clitemnestra), con Libero (novello Egisto), dopo che il padre (novello Agamennone) era partito per la Seconda guerra mondiale, era avvenuto nel caseificio di famiglia, che la bellissima Alba, diventata proprietaria, gestiva insieme all’amante.
I rimandi al mito sono evidenti, ma non c’è nessuna parola tratta dall’Orestea. Questa materia è stata messa nelle mani del regista Giuseppe Marini, (di cui vedremo, nel febbraio 2022, al Teatro Franco Parenti di Milano, “Il caso Braibanti”), il quale sembra abbia voluto dirci che non sono soltanto i gesti che si compiono, ma anche il dolore che ne consegue, a gettare l’uomo nella follia, indicando a Claudio Casadio, per la sua interpretazione, l’uso del candore e, a volte, della dolcezza, per stemperare le vicende cruente, fatte di violenza e di figli che uccidono i genitori.
Claudio Casadio li interpreta con pacata rassegnazione, con una lucida follia, con quel tanto di sogni e immaginazioni che assecondano la dimensione onirico-favolistica voluta dal regista che ha, a sua volta, trasformato una storia di dolore in una tragedia della mente. Egli ha disegnato uno spazio scenico, con  letto, armadietto e comodino d’ospedale con, di fronte, un tavolino, dove Oreste scriveva delle lettere a una immaginaria fidanzata che ha conosciuto a Lucca durante un festival della canzone per matti, interagendo con le illustrazioni di Andrea Bruno che ha costruito i personaggi del Dottore (voce di Giuseppe Marini) , dell’Infermiere, (voce di Andrea Monno), di Ermes (voce di Andrea Paolotti ) e di Marilena ( voce di Cecilia D’amico ), in forma di fumetto, costruendo una drammaturgia basata su universi visivi e narrativi che permettono un calibrato e ben coordinato incontro tra teatro e fumetto che, grazie al Graphic Novel Theater, rende viva e appassionante l’azione scenica, la cui trama ha inizio nel febbraio del 1980, attraverso un tracciato a cui si arriva dalla fine della guerra e attraverso una serie di disgrazie che hanno generato l’ecatombe di una intera famiglia, di cui è rimasto in vita soltanto Oreste, quella vita che veniamo a conoscere attraverso l’analisi clinica che il Dottore ha condotto nel cervello di Oreste che egli, ormai, ritiene libero di abbandonare il manicomio perché non ritenuto più pazzo, ma disturbato.
C’è da dire che sono appena passati dieci anni dalla Legge Basaglia e dalla volontà di chiudere i manicomi. Giuseppe Marini, ben consapevole che si possano curare i disturbi della mente, ma non certo le ombre dell’anima, che sono i veri malesseri, a cui faceva riferimento Agostino quando diceva: “Il male è assenza del bene”, ha lavorato per sottrazione, proprio per raggiungere  tale ”assenza” che, a sua volta, è un metodo per arrivare alla cura, permettendo a Claudio Casadio di superare una delle  interpretazioni più difficili della sua lunga carriera che ha coinvolto e commosso il numeroso pubblico, tanto che qualche spettatrice non è riuscita a trattenere le lacrime.
Al successo della serata hanno contribuito le musiche originali di Paolo Coletta e le luci del light design Michele Lavagna.

“L’Oreste“ di Francesco Niccolini, in prima nazionale, al Teatro Goldoni di Bagnacavallo (Ravennna), con la regia di Giuseppe Marini, l’interpretazione di Claudio Casadio, parte illustrativa di Andrea Bruno.
www.accademiaperduta.it

L’Oreste in tournée
Lucca, Teatro del Giglio – venerdì 29 ottobre (in occasione di Lucca Comics & Games);
Roma, Teatro Due – da martedì 16 a domenica 28 novembre;
Firenze, Teatro Puccini – venerdì 3 e sabato 4 dicembre;
Trieste, Teatro Rossetti – dall’11 al 16 gennaio;
Cervia (RA), Teatro Walter Chiari – 18 e 19 gennaio;
Napoli, Teatro Sannazaro – dal 21 al 23 gennaio;
Bari, Teatro Kismet – 29 e 30 gennaio.