Geniale bizzarria di Lavia, con una commedia di Goldoni che ammicca a Pirandello, ai presocratici e all’illuminismo

FAENZA (RA), mercoledì 6 marzo ► (di Andrea Bisicchia) – Dopo tanti Strindberg, Dostoevskij, Pirandello, Gabriele Lavia ha deciso, come Palazzeschi, di divertirsi, portando in scena “Un curioso accidente”, vera e propria novità, se si esclude una lontanissima realizzazione di Fantasio Piccoli, da intendersi come una semplice lettura del testo.
Lavia, al contrario, l’ha fatto suo, liberando Goldoni da ogni forma di goldonismo, quello di Strehler, Squarzina, Castri, proiettandolo verso un preromanticismo, tra Werter e Iacopo Ortis, visto che la storia d’amore tra Giannina e l’ufficiale francese, ospitato in casa del padre per la ferita che aveva subito durante la Guerra dei Sette Anni, prima guerra mondiale, ci tiene a precisare Lavia, risente delle passioni e gelosie, tipiche degli eroi preromantici, senza il dualismo amore-morte, anche se l’ufficiale, per ben due volte, tenta di uccidersi.
Lavia sapeva bene che la vera protagonista della commedia è Giannina, interpretata da una bravissima Federica Di Martino, con spirito passionale e con la consapevolezza di essere lei a scegliere l’uomo che ama, andando oltre Mirandolina che, pur mostrandosi una donna libera, si ricorderà delle indicazioni datele dal padre, per prendere marito.
Consapevole anche di questo, Lavia si è costruito un proemio, durante il quale racconta al pubblico le vicende della guerra, ma anche le origini della storia “vera”, accaduta in Olanda, terra di mercanti e finanzieri, che ha sentito raccontare al bar Florian di Venezia, recitando anche un brano dell’“Autore a chi legge”. Il pubblico sta al suo giuoco, fino a quando lui non decide di andare a sdraiarsi sulla poltrona del suo camerino, anch’esso in scena, fingendosi addormentato e dando inizio alla commedia, in una scenografia un po’ sghemba, che lo rappresenta interamente, con un sipario crollato, di colore rosso che si estende verso la platea, con delle poltrone, altrettanto rosse, dove son seduti dieci spettatori, con i quali interloquiscono tutti gli attori.
Insomma, appena si entra in platea, il pubblico capisce bene che si tratta di un lavoro di Lavia, col suo stile, con le sue bizzarrie, con i due pianoforti che commentano l’azione che ha inizio con una canzone, scritta da lui stesso, cantata da tutti gli attori in tuta nera, che diventano personaggi, quando vestono i loro mantelli, ben diversi dalla palandrana di Filiberto, interpretato proprio da Lavia. Da questo momento, si capisce quale sia l’intento del regista, ovvero eliminare ogni forma di verosimiglianza, puntando sui caratteri, sui sentimenti, esplorandone, in forma maieutica, persino i pensieri ed estendendo la sua lettura verso Pirandello, specie quando allude ai presocratici, ai quali addebita certe battute che sono sue.
La scena, pur dando l’idea di smarrimento, tipico di tutti i momenti di trapasso, nel nostro caso, dall’illuminismo (Voltaire aveva definito Goldoni, il primo illuminista) al preromanticismo, è carica di analogie, non sempre temporali, che forse avrà fatto impazzire Alessandro Camera, come del resto lo sono i costumi, fuori dal tempo, di Andrea Viotti.
Definito lo spazio, Lavia lavora sugli attori, da Simone Toni a Giorgia Salari, Andrea Nicolini, Lorenzo Terenzi, Beatrice Ceccherini, Lorenzo Volpe, Leonardo Nicolini, ai quali non chiede nessun mimetismo, ma l’energia tipica della loro giovane età da contrapporre alla vecchia di Filiberto e di Riccardo, padre di Costanza, causa del curioso accidente, ordito involontariamente dallo stesso Filiberto che, da buon mercante, non intende far sposare la figlia a uno squattrinato ufficiale, interpretato con bravura da Simone Toni.
Gustosissima la scena di lotta tra i due vecchi genitori che, sempre analogicamente, rimanda al conflitto tra la figura del mercante generoso e quella del finanziere usuraio.
Insomma, quella che era stata pensata da Goldoni come una commedia degli equivoci, nelle mani di Lavia, diventa un dramma sociale che prelude a quelli dei suoi amati Ibsen e Strindberg, con quel tanto di umorismo che rimanda a Pirandello.
Spettacolo gustosissimo, con esito trionfale, al Teatro Masini di Faenza.

“Un curioso accidente” di Goldoni, interpretazione e regia di Gabriele Lavia, con Federica Di Martino, nella parte della protagonista (Giannina). Al Teatro Masini di Faenza.

TOURNÉE
Dal 14 al 17 marzo al Teatro Rossetti di Trieste
Dal 19 al 21 marzo al Teatro Comunale di Thiene