Gorki: da Strehler a Popolizio. Dai disperati valori sociali del 1947 al godereccio deserto intellettuale dei poveri di oggi

MILANO, venerdì 8 marzo ► (di Paolo A. Paganini) Giustamente, nella presentazione fatta ieri sera, concisamente, dal direttore Longhi del Piccolo Teatro, Sala Strehler, davanti a una platea strepitosamente piena (ah, le gioie del teatro, quando ce n’è, come ora!), meritava questa introduzione.
Il perché è facilmente immaginabile.
Proprio con il dramma di Gorki, “L’albergo dei poveri”, Giorgio Strehler inaugurò, il 14 maggio 1947, il teatro di Via Broletto, dando il via alla gloriosa vita del Piccolo Teatro. Fu l’inizio di una nuova civiltà culturale e teatrale, iniziata da Strehler e Paolo Grassi, quasi subito dopo la fine della Grande Guerra.
Oggi la ripresa di questa ch’è forse la più celebre opera di Gorki, allestita da Massimo Popolizio, e che sarà fra breve celebrata con giusti e doverosi interventi in una giornata di solenni festeggiamenti, rappresenta probabilmente la fine di una civiltà culturale, teatrale, politica e sociale. Sic transit gloria mundi. Il tempo, le mode, un declassamento della lingua italiana (perfino l’italianissima corsa ciclistica Tirreno-Adriatica ha dato una spallata al “bel paese dove ‘l sì suona”, sostituendolo con le didascalie in inglese!).
Non esistono responsabilità personali, le colpe sono di tutti, a cominciare dalla ScuolaEppure, bisogna riconoscere che, ora, questo allestimento del dramma sociale di Gorki si adatta perfettamente a questi infelici ma goderecci nuovi tempi.
Gorki aveva creato una tragica rappresentazione dei suoi tempi in Russia. Miseria e povertà, all’interno di un albergo/ospizio, dove per pochi copechi i miserabili di allora potevano dormire e ripararsi. Fu una tremenda ma realistica rappresentazione teatrale. Si concludeva con morte, violenze, accoltellamenti, sfruttamenti e consunzioni, tra falliti, vagabondi, puttane e individui di malaffare, ma anche con momenti di pietas, d’amore e poesia, in uno scavo di profonda drammaticità nei cuori nelle menti, nell’anima di questi sciagurati.
Strehler aveva accolto e accettato il messaggio di Gorki in un intimo e commovente slancio di umana partecipazione.

Nel programma del ’47, Strehler e Grassi avevano scritto; “Noi non crediamo che il teatro sia un’abitudine mondana o un astratto omaggio alla cultura… né una contemplazione oziosa e passiva… (ma) un luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere. Perché, anche quando gli spettatori non se ne avvedono, questa parola li aiuterà a decidere nella loro vita individuale e nella responsabilità sociale,,,”

Ovvio che tutto questo s’è smarrito in questi ultimi 35 anni. Cos’è rimasto? Non briciole, né un nuovo mondo. Popolizio non s’è perso d’animo. Anziché scavare nel profondo, ha trapanato la superficie dell’anima umana. Non è sgorgata linfa d’acque limpide. Ma fango e lerciume. Ma che straordinaria potenza. Ha esasperato questa superficie in un angoscioso (e talvolta divertito) espressionismo di caratteri e di miserie. In poco più di un’ora e 40 senza intervallo, ha spremute tutte le possibili risorse attoriali (e sono tante) liberando queste larve umane dalle ultime finzioni e ipocrisie che ancora resistevano all’amor proprio mettendo a nudo la loro vera essenza, tra vizi e disperazioni. Le donne son proprio vittime o puttane, gli uomini ex galeotti, ubriaconi, ladri e bari, principi o farabutti. Già, perché c’è perfino un principe nero, musulmano e idealista. E c’è un viandante pacifista e religioso (forse) che invoca Dio e Gesù per la salvezza e la redenzione di quelle insalvabili miserie umane da “bassifondi” (“Bassifondi” è il titolo della primigenia opera teatrale, ora nota come “L’albergo dei poveri”, scritta da Gorki fra l’inverno del 1901 e la primavera del 1902, dove, appunto, ritrae la vita di un gruppo di residenti di un dormitorio per poveri)…
Già Gorki aveva capito che c’è un senso della misura in ogni essere. E che, ciascuno, quello che è rimane. Popolizio ha a sua volta colto questo attuale e realistico messaggio, facendolo però esplodere in un suo personale capolavoro, in una alterazione lucida e generosa (il regista-attore interpreta alla grande anche la parte del Viandante). E segnaliamo, in particolare, anche le interruzioni gorkiane-strehleriane come quadri in controluce. Bellissimi. E i mistici, inquietanti e misterici inserti musicali, di sublime poesia. Ma è soprattutto la resa attoriale di tutti. Che andrebbero citati a uno a uno. Stupendi. Meritano il godimento e la partecipazione di tutti gli appassionati di teatro. Da non perdere assolutamente.

“L’albergo dei poveri”, uno spettacolo di Massimo Popolizio, dall’opera di Gorki. Riduzione teatrale Emanuele Trevi, scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, costumi Gianluca Sbicca. Foto di Claudia Pajewski. Con Massimo Popolizio, e con Sandra Toffolatti, Raffaele Esposito, Michele Nani, Giovanni Battaglia, Aldo Ottobrino, Giampiero Cicciò, Francesco Giordano, Martin Chishimba, Silvia Pietta, Gabriele Brunelli, Diamara Ferrero, Marco Mavaracchio, Luca Carbone, Carolina Ellero, Zoe Zolferino. Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale. Al Piccolo Teatro Strehler. Largo Greppi 1, Milano Teatro Strehler. Repliche fino a giovedì 28 marzo.